30 going on 13

Slow down, you crazy child
You’re so ambitious for a juvenile
But then if you’re so smart, tell me
Why are you still so afraid?

Where’s the fire, what’s the hurry about?
You’d better cool it off before you burn it out
You got so much to do and
Only so many hours in a day

But you know that when the truth is told…
That you can get what you want or you can just get old
You’re gonna kick off before you even
Get halfway through

Vienna, Billy Joel
 
 

Ci sono compleanni che segnano la fine di un’era – se un’era può essere definita come un periodo reso significativo da un’infinità di personalissimi eventi e ricordi.
Ci sono compleanni che sono come giri di boa: la prima volta che si segna la propria età a due cifre, l’ingresso negli -enti. E poi arriva il fatidico passaggio dagli -enti agli -enta.
Mancano alcuni mesi, ma non sono mai stata una grande fan dell’avanzare repentino e improvviso del tempo, e, semplicemente, non sono pronta. Non sono dove vorrei essere – dove avevo immaginato che sarei stata – chi vorrei essere.
Non ho raggiunto nessuno degli obiettivi che mi ero prefissa, e ho paura che per alcuni di essi si stia facendo sempre più tardi..

La protagonista del film 13 going on 30, la giovanissima Jenna, è stanca di essere una pre-adolescente piatta e poco popolare. Ha voglia di avere 30 anni (!), età che identifica con l’apoteosi della bellezza, del successo, dell’indipendenza, dell’amore. Il suo desiderio si avvera: dopo il compleanno dei suoi 13 anni – complice una polverina dei desideri regalatale dal migliore amico Matty – si ritrova nel corpo – e nella vita – di una trentenne, solo per rendersi conto di non essere diventata quella che voleva, di aver sempre dato troppo peso alle apparenze e alle opinioni altrui. Avere 30 anni non è poi questo granchè, e si desidera sempre tornare indietro, per rimediare qualcosa, per trattenere qualcuno che abbiamo lasciato andare via, per essere più o meno egoisti, per cancellare una lacrima, una ruga, un rimpianto.
Il suo migliore amico, Matt, suggerisce alla Jenna tredicenne che è più importante essere originale che essere popolare; Jenna risponde, imperterrita, capricciosa, assetata di vita e di foto da prom queen “I don’t want to be original, I want to be cool!”.

Quando si hanno 13 anni si crede che con l’età, col passare del tempo si impareranno tantissime cose su se stessi e sugli altri, si riuscirà a trovare il proprio posto nel mondo, si riuscirà a passare dalla poesia alla prosa con l’abilità di un funambolo, e tante questioni spinose, la vita la morte l’amore l’amicizia i confini la definizione di se stessi perderanno via via il loro alone di mistero. Tutto diventarà più chiaro, e we’ll know better, older and wiser.

Ho poco in comune con la me stessa tredicenne, a parte uno smodato amore per la lettura e la scrittura, i brufoli, qualche chilo di troppo e i capelli ingestibili – ah, dimenticavo: entrambe abbiamo seri problemi con la matematica. Una cosa la so: la me stessa tredicenne ne sapeva molto di più di me.
Non era bella nè popolare, e, nonostante,ne soffrisse, era comunque a suo agio nei suoi panni di nerd con gli occhialoni spessi stile fondi di bottiglia, la testa tra le nuvole e una timidezza così tagliente da far male.
La mia me tredicenne sognava. Sky was the limit.
Aveva grandi speranze, grandi aspettative, grandi ideali.
Sognava a fasi alterne di fare la scrittrice o l’attrice di teatro, il diplomatico o il reporter di guerra, ma di una cosa era matematicamente – nonostante i numeri non volessero proprio entrarle in testa – certa: poteva diventare qualunque cosa avesse voluto essere.
La mia me tredicenne scriveva. Poesie, pensieri, frammenti di storie su tovaglioli, fazzolettini, quaderni, diari. Scriveva quando avrebbe dovuto studiare e scriveva quando avrebbe dovuto ascoltare – e perdeva tutto quello che scriveva, perchè non le interessava conservarlo, men che meno farlo leggere a qualcuno. Era libera.
E quegli stessi ragazzi che non la vedevano nemmeno, facendola sentire invisibile, un giorno si sarebbero innamorati di lei, e quella vita finora soltanto immaginata si sarebbe trasformata in un caleidoscopio di viaggi e colori, un carosello di persone, sapori, musica e profumi, e si vedeva grande e bella e sicura di sè in un campus del New England, sotto le stesse foglie autunnali che avevano visto crescere Sylvia Plath e Emily Dickinson.
Tutto era possibile: bastava desiderarlo, ed impegnarsi per ottenerlo.
Per il momento, si poteva continuare a leggere Piccole Donne e a sognare di diventare scrittrice come Jo. E c’era tutto il tempo del mondo per vestirsi da grande, investire in un anticrespo e un lucidalabbra. C’era tutta la vita davanti per diventare “normale”.

Si, la mia me tredicenne aveva le idee molto più chiare su chi era e su ciò che voleva, mentre a quasi trent’anni I still haven’t got a clue. Spero che, il giorno del mio trentesimo compleanno, una polverina magica – o qualcosa di simile – mi ridia quella fiducia in me stessa e nel potere dei sogni.

 
 
 
 
 
 
 

Sountrack: Vienna, Billy Joel
                  If only I could turn back time, Aqua
                  Only time, Enya

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4 thoughts on “30 going on 13

  1. Rose Mel says:

    Ho visto questo film nel 2008 quando ero in Spagna a fare l'erasmus placement. E' un film banale forse ma che ho rivisto più volte quell'estate perché nella sua banalità narrava qualcosa di carino e in fondo, mi è piaciuto e mi ha fatto riflettere anche a me 🙂
    Neanche io so cosa voglio in questo momento; sono senza alcuna certezza e questo a volte penso sia una debolezza, altre una forza che mi costringe a reinventare la mia vita, a mettermi in discussione ancora ed ancora, a non fossilizzarmi in un'esistenza banale. Solo che a volte stanca, avrei bisogno di trovare un angolo mio dove sento che tutto è perfetto o quasi, che c'è armonia e che sono esattamente nel posto in cui volevo essere. Esisterà questo angolino?

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