L’ (anti)eroina

I’m good at love, I’m good at hate
It’s in between I freeze
I’d work it out but it’s too late
It’s been too late for years
But you look good, you really do
They love you on the street
If you were here I’d kneel for you
A thousand kisses deep
A thousan kisses deep, a poem (Leonard Cohen)

 

Se un giorno trovassi il coraggio di farlo – e fossi ancora in tempo.
Se un giorno mi convincessi di poterlo fare. Di poterci riuscire. Di trovare le parole giuste, quelle che smuovono corde nascoste, invisibili all’occhio umano.
In quel caso, non scriverei di moderne eroine indipendenti, che usano i loro lunghi capelli da spot Pantene per salvare se stesse, che fanno della loro forza e della loro indipendenza un’arma, in contrapposizione alle eroine della tradizione classica, che avevano invece bisogno di un principe. Oh, no.
Se un giorno riuscissi a farlo, scriverei della ragazza della porta accanto, dell’antieroina dei nostri giorni, che si arrampica tra appuntamenti sbagliati e contratti precari, maternità arrivate troppo presto o troppo tardi o non arrivate.
Quelle ragazza che affianca brufoli adolescenziali alle prime rughe, i cui capelli sono crespi come un cespo di lattuga.
Quella ragazza che ha perso se stessa e il suo posto nel mondo. Che insegue un sogno – o più sogni – da quando era piccola, ma, al momento giusto, è mancata l’opportunità, la possibilità, il coraggio di seguirli. È intervenuta la vita, e ha scombinato tutte le carte in tavola.
Una ragazza che vive in una città che non sente sua e che odia il suo lavoro (temporaneo, ovviamente) tanto da non riuscire a dormire la domenica, in previsione di quei lunedì così odiati.
Una ragazza che brucia d’ambizione, ma non riesce ad accenderne lo stoppino.
Una ragazza che si guarda allo specchio e non si piace, che si guarda allo specchio e non si riconosce.
Una ragazza come tante, ammalata d’insonnia e di delusione, dannatamente fragile, emotivamente immatura, umorale, poco disposta ad indossare una maschera in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia la sua bandiera.

Una ragazza che si allena ad essere ottimista e si vergogna del suo pessimismo cronico – storico – cosmico, senza tuttavia cedere alla tentazione di fingersi diversa da quello che è, senza scivolare in giochi della felicità al sapore di Prozac e di Pollyanna.
Una ragazza che raccoglie decaloghi e si dimentica puntualmente di rispettarli, che compra agende e quaderni nel tentativo di rendere la sua caotica e precaria esistenza quotidiana quanto più possibile simile a quella di altre ragazze, dai capelli ordinati e dai pensieri ordinati e colorati di rosa – e li perde, puntualmente.

Una ragazza che spesso si sveglia col piede storto, che non riesce mai a domare i suoi capelli, che dimentica sempre l’ombrello quando diluvia, che arriva sempre in ritardo, che non riesce ad abbinare i colori. Che si inerpica su sentieri desolati di bovaristica memoria, alimentando timidamente quelle illusioni romantiche che non riescono proprio a spegnersi, malgrado i reality check imposti dalla vita quotidiana.

Una ragazza che trascina valigie pesanti, piene non di abiti griffati ma di ricordi e di fantasmi, persa tra le piattaforme e i binari di una stazione labirintica, avvolta dalla foschia, incerta sulla direzione da prendere. Ferma lì, ad osservare, ad immaginare, a cercare di raccontare. Di dare voce a ogni batticuore. A ogni cuore pulsante perso nella nebbia più fitta, che non riesce più ad orientarsi. A tutti coloro persi nel tentativo di risolvere gli algoritmi della ragione del cuore.
A tutti coloro che aspettano treni che non arrivano mai, a chi ha perso le coincidenze, ha dimenticato le prenotazioni. A quei treni che partono vuoti.

La ragazza sta lì, ferma, ad aspettare.

E, nonostante tutto, nonostante la nebbia che le impedisce di vedere e la pioggia che la fa rabbrividire di freddo e l’ansia e la paura, non riesce proprio a smettere di sperare. Proprio non ci riesce.

Soundtrack: Hero, Regina Spektor

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