Farfalle in un lazzaretto

Perchè è così che va: siamo sempre e solo di dove vogliamo essere e il resto è semplice geografia della scusa

                                                                     Camilla Ronzullo


Cosa succede a uno scrittore che ha perso le parole?
Precipita in uno stato di frustrazione, di insopportabile prostrazione e, al tempo stesso, di irrefrenabile irrequietezza. Amoris vulnus idem sanat qui facit, la ferita d’amore è sanata da chi la provoca. Non è un caso, dunque, se le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire: sono al tempo stesso causa prima e cura ultima del dolore.
Marco Robustelli e Agata Lorenzi, i protagonisti del romanzo d’esordio di Camilla Ronzullo, alias l’inarrestabile ed estrosa Zelda was a writer, sono ammalati di parole: o meglio, sono ammalati a causa della loro mancanza.
I loro destini, intrecciatisi tra i banchi universitari, cementati da un’antipatia reciproca così forte da sconfinare inevitabilmente nell’amore, tornano a incrociarsi nel corso di una sorta di terapia di gruppo, una “riabilitazione” per tutti quegli autori in cerca di personaggi che boccheggiano nell’ansia di ritrovare la propria ispirazione.
Lo strampalato gruppetto, affidato alle cure del dottor Spiegelmann, vanta un’interessantissima galleria sui generis di personaggi minori, come Cesare Crotti, giovanissimo poeta decadente stanco di essere condannato alla depressione perpetua da contratti editoriali che lo vogliono successore di Novalis; Colette Canavacciuolo, scrittrice di romanzi erotici, sedicente parigina, che ama ritenersi ancora irresistibile nelle sue mise di dubbio gustoCarlo Lucaretti, castrato da una madre matrona che finirà per uccidere, in un raptus di follia paragonabile a quelli degli esimi personaggi dei suoi romanzi.
Tra tutti spiccano Marco e Agata, una coppia di ossimori tuttavia indispensabili a se stessi per ritrovare la loro ispirazione, la loro creatività. La loro strada.
Marco è egocentrico, egoista, vanesio, pieno di sè, incapace di darsi al 100%, innamorato degli specchi e del successo del suo primo libro, – successo che gli sembra impossibile da replicare – del codazzo di fan adoranti, facili prede dello scrittore dongiovanni.
Agata, delicata e in controluce, piena di talento, dopo un dottorato in letteratura comparata a New York lascia gli USA e il suo compagno francese per fare ritorno in Italia. Crea un personaggio, Stella Hughes, molto Sex&TheCity, che riscuote un enorme successo di pubblico, nonchè il disprezzo della sua autrice, il cui sogno sarebbe parlare di quelle scrittrici italiane che tanto ha studiato, che tanto le stanno a cuore, che tanto ammira e vorrebbe emulare.
Sia Agata che Marco sono perseguitati da fantasmi: nel caso di Agata, Elsa Morante alias la sua coscienza letteraria, che le rimprovera il fatto di essersi dedicata a Stella, in maniera esclusiva, senza vergogna, tralasciando quei personaggi di cui avrebbe davvero voluto scrivere. Dimenticandoli nel cassetto. Anche Stella Hughes perseguita Agata, col suo profumo cheap e il suo fascino spudorato, senza ritegno, da mangiatrice di uomini incurante dell’incipiente cellulite.
Le giornate di Marco sono invece infestate dallo spettro del protagonista del suo primo romanzo, Saverio Magnini, che gli rinfaccia quotidianamente di averlo lasciato morire nelle sue pagine e, con un ghigno sardonico, diventa testimone delle sue notti di fallimenti e d’insonnia, dei suoi inutili tentativi di ritrovare l’ispirazione.
Al di là delle vicende sentimentali e personali di Agata e Marco – e delle persone che li circondano; del loro timido amore giovanile illuminato dai raggi pallidi della luna di una spiaggia greca; dell’ idealismo sognatore di Agata, capace di rincorrere i sogni e le farfalle in un lazzaretto (immagine che ispirerà il secondo romanzo di Marco Robustelli, intitolato, per l’appunto, Farfalle in un lazzaretto), il romanzo di Camilla è una storia d’amore per le parole. Un inno all’amore per la scrittura, a quella dipendenza fisiologica dalla carta stampata, a quel connubio perfetto che scatta tra lo scrittore, i suoi personaggi, le sue storie.

Vi lascio con alcuni stralci del libro di Camilla (lo trovate qui), in attesa di tutte quelle storie che ancora ci deve raccontare.

Pensò al piacere del ricciolo della g che si sposa magnificamente con l’ambizione a volare alto della l. Pensò a quanto gli piaceva guardare le parole ancora prima di comprenderne il senso. La scrittura era la graduale scoperta di un corpo sinuoso e pieno d’incognite. Era mattino, quando il risveglio dei sensi è energico e la progettualità ha quel sapore di speranza che sfugge alle leggi ferree dell’intelletto.
Si, scrivere era provare tutta l’ingenua e folle certezza di fare delle cose mirabolanti per tutto il corso della giornata. Scrivere era essere francese essendo nato a Napoli, era sfogare la rabbia uccidendo i propri personaggi, era amare nelle posizioni più scomode, essere donna quando sei maschio, sedicenne quando ti avvicini ai quaranta.
                                           
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Scrivere era migliorare la vita, plasmarla senza ritegno, renderla probabile anche nelle situazioni più paradossali. Una lotta costante, un delicato meccanismo d’incastri e possibilità. Ecco cos’era. Come aveva potuto dimenticarlo? Come si poteva vivere senza la bellezza di una parola che racchiude un sentimento indefinito, che arriva a chi la comprenderà a modo suo o a chi non la capirà affatto ma se ne chiederà il perchè?
Apparteneva alle parole, Marco Robustelli, e niente, neanche il suo ego devastante, l’avrebbe allontanato da questa sudditanza voluta e cercata. Era schiavo. Schiavo di un bisogno estremo di tradurre il narrabile in narrato.

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A cosa diavolo servivano i romanzi russi se non a mettere in guardia dagli amori troppo contorti?

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Capita così con i libri. Capita che si passi un’intera esistenza a lagnarsi di non aver vissuto altre tre vite contemporaneamente e che poi ci si ritrovi in mano un rettangolo di carta stampata, capace di descriverci meglio di quanto saremmo mai riusciti a fare noi stessi. Le parole cesellano esistenze multiple e vengono da remoti angoli di un passato condiviso e ancestrale.

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Siamo di dove vogliamo essere, del piccolo spazio vitale a cui fino a ieri non avremmo dato un soldo bucato, siamo di quelle libertà che studiate a tavolino ci erano parse odiose costrizioni. Apparteniamo ai ritmi più fuori sincrono, ai tempi in perenne ritardo, alla dannata fatica dell’esserci, al miracolo di provarci.

Camilla Ronzulli col suo Farfalle in un lazzaretto (da zeldawasawriter.com)
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