Incontri spezzati

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché è cominciare, sempre, ad ogni istante
Cesare Pavese
 
Non ricordo più di chi fosse stata l’idea.

Entrambi amavamo immensamente Lost in Translation di Sofia Coppola: me l’avevi fatto conoscere tu, allora.

Forse ci immedesimammo nei personaggi: io ero giovane, fresca di università e francamente un po’ sperduta. Cercavo di capire chi fossi, e quale strada dovessi seguire.

Tu la tua l’avevi persa, di strada: quel lavoro che tanto amavi si era trasformato in un inerte esercizio di vuoti a perdere. La tua vita, apparentemente  perfetta, ti stava tanto stretta da toglierti il respiro.

Avevamo trascorso insieme mesi resi fin troppo intensi da quel sentimento ambiguo, offuscato, che sfuggiva a qualsiasi tentativo di definizione. Mesi resi difficili dalla mia fragilità, dalla mia precarietà, dai segreti, dagli abbracci spezzati, dalla tua famiglia, dal tuo imminente trasferimento. Un altro continente. Oceani e fusi orari tra noi.

Avevamo cercato un modo di cristallizzare il tempo, di fermare quei pochi mesi, mettendoli in stand-by, solo per noi, e andare avanti. Continuare a vivere.

Aspettando un appuntamento: dieci anni dopo, in un anonimo hotel nel centro di Tokyo.

                                                               *************** 

Tra qualche ora ti incontrerò. Scruto ansiosamente il mio volto allo specchio, le rughe sottili che iniziano a delinearsi intorno agli occhi, agli angoli della bocca. Le borse, perenne eredità e silenziosa testimonianza delle mie notti insonni. Il pallore trasparente.

Mi chiedo se rintraccerai in questo viso quella ragazza spensierata, sconsiderata, spaventata della quale ti eri innamorato. Se sarai capace di ritracciarne i tratti, sepolti nella geografia della memoria.

Mi chiedo se ritroverai i miei ricci ribelli nella messa in piega ordinata, se le parole riusciranno a riallacciare quel tenue filo invisibile, mantenutosi in vita per dieci anni attraverso lettere, fotografie, cartoline, email, film, libri, canzoni, poesie.

Sei l’unica persona di fronte alla quale ho paura di tirare le somme degli ultimi dieci anni.

Volevo fare la scrittrice, e non ci ho nemmeno provato.

Volevo un grande amore, e ne ho trovato solo surrogati, pallide imitazioni.

Volevo continuare a vivere lì, nella città dove ti ho conosciuto, e dove strade, parchi, musei e teatri potevano parlarmi di te, e sono scappata.

Vivo la mia vita scappando, dal dolore, dalla gioia, dalle opportunità, dalle delusioni. Vivo come una passeggera con un biglietto aperto sul compartimento di seconda classe di un vecchio treno, e guardo la vita vivermi intorno dal finestrino sporco e polveroso. Ma non ho il coraggio di scegliere una stazione e scendere, e vivere per raccontarla. Un po’ come Novecento, il pianista sull’oceano, che non scende dalla nave perché non può scegliere una casa una strada un lavoro una donna una vita che siano sue, perché ci sono semplicemente troppe possibilità e il rischio di sbagliare è immenso.

Vorrei scappare anche ora, mentre mi controllo per l’ennesima volta il trucco in uno specchietto, sprofondata in una poltrona di pelle al bar dell’hotel, in attesa del tuo arrivo. Lo champagne che ho ordinato non riesce a stemperare l’attesa, non riesce a sciogliere il groppo alla gola né il nodo allo stomaco. Prima di rendermene conto, sei seduto davanti a me.

Non parliamo: non c’è bisogno di parole, dopo dieci anni di assenza e e-mail e messaggi e lettere.

Qui, protetti, nell’utero di una lingua che ci è del tutto estranea, possiamo semplicemente perderci nella meraviglia. Esisti. Sei reale.

Non sei più solo un ricordo i cui tratti sono stati sfumati dal tocco inesorabile del tempo. Non sei più un indirizzo di posta elettronica, un numero nella mia rubrica.

Sei qui. Sei vero. Sei reale.

O, almeno, in questo momento lo sei, in questa realtà, nella mia realtà, e sei mio.

Mi accarezzi la mano, timido, incerto.

Il viso tanto amato è abbronzato, e il colorito mette in risalto la trama sottile delle rughe, i capelli più radi, appena brizzolati.

Sembri più sicuro di sé e al tempo stesso infinitamente più malinconico, e stanco. Vedo me stessa riflessa nei tuoi occhi, un fantasma, la sagoma opaca di qualcosa che potrebbe essere stato, ma non si è mai realizzato per davvero.

E quei ricordi, così tangibili, così vivi nella memoria del cuore, diventano improvvisamente così lontani, come se non fossero mai stati. Lontani come le luci di Tokyo. Lontani come le stelle spente di questo cielo straniero.

Restiamo seduti per attimi, o forse per ore. Poi ti alzi, senza far rumore, e mi fai scivolare in mano una busta di carta. Mi baci sulle labbra, leggermente, tracciandomi con la punta delle dita i contorni del viso, le labbra, il collo. Sfiorandomi i capelli, leggero, già quasi assente. Un attimo, e non ci sei più.

In camera giaccio sul letto per ore, incapace di stabilire se si è trattato di un incontro reale o se ho solo visto un fantasma. Improvvisamente, mi ricordo della busta bianca.

La apro, e mi scivola in grembo una foto di me e te, dieci anni fa, in una giornata di pioggia, di addii e di sorrisi incerti, buoni solo per mascherare le lacrime. Insieme alla foto, un dvd , In the mood for love di Wong Kar-wai.

Dovevo saperlo. D’altro canto, è iniziata con un film sulla solitudine, sull’incomunicabilità e sugli addii spezzati, non poteva che finire allo stesso modo.

Sul dvd, un post-it giallo: Singapore, tra dieci anni.

Spengo la luce e mi infilo a letto vestita, il post-it appiccicato sul cuscino accanto al mio.

Gli amori impossibili sono gli unici che possono durare per sempre.

                                                     **********************
 

 
 
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2 thoughts on “Incontri spezzati

  1. Ophelinha says:

    il più bello dei mari è quello che non navigammo, Hikmet docet..forse siamo circondati da possibilità, ma abbiamo troppo paura di coglierle,esserne delusi,o, peggio ancora, vederle trasformarsi in delusioni..
    ..l'arte della pazienza è un'arte difficile da imparare – e mettere in pratica. E così viviamo, tra una partenza e un ritorno, tra un abbraccio e un addio. Spezzato, a volte.

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