Confessioni del triste e solitario scrittore Telemaco Storti (un breve, brevissimo racconto)

A tutte le cose che potevano essere, e non sono state

Una vita sola non è sufficiente a contenere tutte le vite che vorremmo vivere, tutte le persone che vorremmo essere.
Una vita sola è un tempo così lungo che pare tendere all’infinito, un labirinto di scelte obbligate una volta intrapreso il cammino in una direzione, un contenitore troppo piccolo che si riempie troppo in fretta di delusioni e di rimpianti, non lasciando spazio a sufficienza a sogni, speranze, illusioni, che soffocano per mancanza d’aria.
Quand’ero piccolo il mio gioco preferito era farmi portare in macchina per ore attraverso l’intrico di strade della città – oh, se mi sembrava immensa – e osservare la gente, studiare le persone, cercare di abbinare ad ogni volto un nome, una storia, immaginare se assomigliasse di più al padre o se avesse il naso e gli occhi della madre. Guardare dentro le finestre e cercare di immaginare come vivessero quelle persone, quelle famiglie, immaginare di far parte della loro vita, di essere loro, tutti loro, sul divano di pelle bianca a guardare la televisione, in balcone a mangiare anguria su un tavolo di plastica bianco coperto da una tovaglia a scacchi, nella finestra dell’appartamento di universitari a cantare accompagnati da una chitarra, in una piccola stanza dalle pareti verde oliva a studiare di notte, o a scrivere lettere d’amore, sospirando.
Mi chiedo cosa sarei stato – cosa avrei scelto di essere – se non fossi divenuto quello che sono, uno scrittore scorbutico e solitario – nemmeno tanto di successo, eh.
Un uomo chiuso e orgoglioso che dorme di giorno e sogna ad occhi aperti di notte. Un inetto, così spaventato di aver scelto la strada sbagliata da accontentarsi di vivere attraverso le vite degli altri, personaggi fittizi attraverso i cui occhi filtro il mondo.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se fossi riuscito ad evadere da quell’oscurità, da quello schermo, da quei mugugni e avessi invece abitato il mondo, vestendomi a festa, adobbandomi di un sorriso. Per te.
Ma non posso fare altro che nascondermi tra le poltroncine dell’ultima fila e guardarti danzare.
Nella danza si svolge la vera essenza di te: quella bellezza algida e fredda come un diamante, quella maniacale tendenza al perfezionismo, quell’ossessiva attenzione alla forma, quell’instancabile cura dei particolari.
Un occhio estraneo e poco allenato si soffermerebbe ad osservare soltanto la linea elegante del tuo collo di cigno, quell’incavo tra spalla e attaccatura del collo suddetto su cui fermarsi a sospirare fino a morirne.
Si lascerebbe trascinare dall’indescrivibile grazia del tuo corpo allungato, annegando le pene dell’anima nell’armonia fluida dei tuoi movimenti liquidi. Quando danzi non sei della terra: sei d’aria e d’acqua, eterea, divina, eterna. Il tuo corpo non ha contorni nè confini: è infinita poesia di pennellate di colore, sfumate.
Solo questo osserverebbe l’occhio acerbo e distratto, la rosea, ingenua conchiglia da bimba delle tue orecchie, la tenera attaccatura dei tuoi capelli di miele scuro raccolti nel perfetto ed impassibile chignon di rito. E si perderebbe la luce incredibile dei tuoi occhi, quella luce così chiara, quasi trasparente, che si infiamma di un entusiasmo quasi infantile quando parli delle cose che ami, che splende di un’estasi ebbra quando danzi.
Eri un mistero troppo semplice, una poesia troppo piena di prosa per un orso come me. Incarnavi ed impersonavi paure ataviche, le stesse che vengono a stanarmi nelle mie notti da vampiro, che scaricano velate minacce nelle mie orecchie stanche, che stendono l’ennesima pennellata di grigiore, disegnano l’ennesima ruga, marcano i contorni delle borse sotto i miei occhi vitrei.
E, quando alla tua perentoria  richiesta, in contrasto col tono di voce timido, sussurrato – portami a ballare – ho grugnito no, io non ballo mai, i tuoi occhi grigiazzurri hanno riassunto in un istante quel freddo distacco, frutto di un’antica abitudine, e mi hanno licenziato con un impercettibile ma imperioso scrollare delle tue spalle sottili, con un’ombra di sorriso tirato.
Così ora non posso che eternarti a musa, cercarti in ogni personaggio, rincorrerti tra le parole, farti malinconica eroina di tutti i miei racconti, alla ricerca di un altro finale. Cantarti in ogni poesia, celebrarti in ogni verso, accarezzarti i capelli sottili in ogni rima, cercare di raggiungerti tra un enjambement e l’altro.
Così ora non posso che nascondermi tra le poltrone dell’ultima fila, mentre interpreti una Giselle o un’Aurora o un’Odile o un’Odette o una Clara dagli occhi incredibilmente, straordinariamente luminosi, ed essere il primo a lasciare la scena, quando le luci si accendono ad illuminare questa perenne ed imperitura imitazione di vita, sempre uguale a se stessa.

Photo credits: le fotografie che accompagnano il racconto sono opera della talentuosa Chiara Maria Lenzini, ballerina, fotografa, lettrice e molto di più. Grazie 🙂

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8 thoughts on “Confessioni del triste e solitario scrittore Telemaco Storti (un breve, brevissimo racconto)

  1. Ophelinha says:

    il merito delle foto fa interamente alla bravissima Chiara Maria…sono contenta che il racconto ti sia piaciuto, chissa', magari Telemaco tornera' a raccontarci qualcuna delle sue storie 😉
    un bacio*

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