Il grande, grandissimo Gatsby

To Zelda, once again

Se il dottor Pereira di Tabucchi avesse incontrato il Jay Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente gli avrebbe detto, citando le parole del dottor Cardoso: la smetta di frequentare il passato, frequenti il futuro.
Ma Jay Gatsby non crede nei tempi verbali: per lui il presente altro non è che un’appendice posticcia di un passato in cui tutto era possibile, un luogo e un tempo da usare per riappropriarsi di un passato che lo ossessiona e proiettarlo verso il futuro.

Aleggia intorno a Gatsby un’aria di mistero. Gatsby who? What Gatsby?
C’è chi dice abbia ucciso un uomo, chi sostiene sia un eroe di guerra, chi ancora lo vede implicato in loschi affari. La chiave del mistero di Gatsby è in realta lei (c’è sempre una lei, no?) la bellissima flapper Daisy Buchanam, la ragazza che gli ha cambiato la vita con un bacio tanti anni prima, stregandolo durante una notte di stelle e rampicanti, quando Jay era ancora un soldato povero in canna e non poteva ambire alla mano della fanciulla (è facile ritrovarvi un’eco autobiografica della vicenda dello stesso Fitzgerald, che, non potendo sposare la bella Zelda Sayre per mancanza di mezzi finanziari, in attesa di quel successo letterario che tanto tardava ad arrivare, lavorava come pubblicitario e scriveva la notte).
La grandezza di Gatsby non è autoincensazione, non è celebrazione dell’american dream dei roarin’ Twenties: tutto il pacchetto, l’eleganza, la bellissima magione, le feste eccentriche e strepitose sono funzionali a riportare Daisy a lui. Daisy, che vive dall’altra parte della baia, la cui luce verde Gatsby si ferma ad osservare per ore, per sentirla più vicina. Daisy, che ha un ricco marito, Tom, che la tradisce con la moglie del meccanico. Daisy che, dopo aver partorito e aver scoperto di aver dato alla luce una bambina, esclama I hope she’ll be a fool—that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool!
Per Gatsby, il passato si può ripetere, eccome: per questo convince il suo vicino di casa, Nick Carraway – timido, provinciale, affascinato e repulso al tempo stesso dal mondo dei belli e dannati, che è anche voce narrante del romanzo – a persuadere Daisy, che è sua cugina, ad andare da lui, Gatsby. Per rivedere lui, per ammirare quella casa, quelle feste in cui lui non si diverte, quella vita che lui ha costruito per lei, su misura per lei.
Il mistero di Gatsby è congelato nel tempo. Il cuore di Jay Gatsby ha smesso di battere nel momento in cui le sue labbra hanno sfiorato quelle di Daisy. La sua vita è una folle corsa su una cabriolet gialla nel tentativo di rimettere a posto i pezzi del suo mosaico personale.
Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va, sostiene Eraclito.
Gatsby commette un immenso errore di valutazione: basare tutta la sua esistenza su un attimo. E Daisy, l’eterea, infelice Daisy, lo riaccoglie a braccia aperte nella sua vita, riaffiora in tutta la sua bellezza – e il suo egocentrismo  – grazie all’adorazione spassionata di Gatsby.
Ma Daisy è tanto decorativa quanto egoista, tanto affascinante quanto superficiale, incapace di comprendere quell’amore che va al di là di ogni ragionevole dubbio. Incapace di amare se stessa, incapace di amare gli altri. Splendida e fredda come una bambolina di porcellana dagli occhi vitrei.
Gatsby pretende che Daisy semplicemente cancelli la sua vita con Tom, neghi di averlo mai amato e torni ad essere solo sua. La loro folle corsa termina in tragedia: dopo un duello verbale con Tom, Daisy e Gatsby, tornando da New York a West Egg, investono Myrtle, l’amante di Tom. A guidare è Daisy, ma Gatsby si guarda bene dal diffondere quest’informazione, per proteggerla, fino alla fine. Fino a quei proiettili sparati dal marito di Myrtle che mettono fine alla sua vita.
Fino a quel funerale, sotto la pioggia, a cui partecipano Nick e il padre di Gatsby, ancora incredulo per lo status di nouveau riche del figlio appena deceduto. Una morte solitaria come solitaria era stata la vita di Gatsby, una sorta di Mr Darcy del dopoguerra, che non si mischia alle danze e aspetta, acquattato nell’ombra, e scruta la luce verde di Daisy, sentendo il suo sogno più vicino che mai, non riuscendo a capire di esserselo già lasciato alle spalle.
Perchè, se in generale è difficile lasciar andare via la persona amata, nel caso di Gatsby è impossibile.

Questi giorni si parla tanto di Gatsby, complice il nuovo adattamento cinematografico a cura di Baz Luhrmann (che, come tanti, attendo con ansia di vedere). Tuttavia, focalizzandosi tanto sul fascino degli anni ’20, sui vestiti, sul jazz, sulle feste roboanti, sul ritmo incalzante di una generazione che vuole dimenticare la guerra appena trascorsa, si rischia di perdere di vista la vera grandezza di Gatsby. Che non scaturisce dai suoi soldi, dalle sue feste grandiose, dalla sua magione stile torta nuziale, dal suo fascino maledetto, dal suo fosco passato. La grandezza di Gatsby risiede nel suo tentativo di dominare il tempo, nella sua fede cieca e naive in un amore che lo ha permeato e lo ha fatto cambiare, per rendersi degno di una Daisy un po’ ottusa e superficiale  – cosa che Gatsby non vede, con gli occhi del cuore. La grandezza di Gatsby sta nella sua capacità di amare, con coraggio, senza paura, against all odds. La grandezza di Gatsby sta nel mettersi in gioco, nel reinventarsi, nello scommettere tutto su se stesso per rendersi degno di lei.
Gatsby è un grand’uomo, perchè ama senza ritegno, perchè non riesce a lasciar andare il passato, perchè vive di ricordi e si rifocilla di rimpianti. E non se ne vergogna.

Il Grande Gatsby è uno dei capolavori della letteratura angloamericana, con una prosa musicale che scivola come le dita su un pianoforte durante l’esecuzione di un pezzo di jazz. Il finale è di una perfezione assoluta:

And as I sat there, brooding on the old unknown world, I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisy’s dock. He had come a long way to this blue lawn and his dream must have seemed so close that he could hardly fail to grasp it. He did not know that it was already behind him, somewhere back in that vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled on under the night.

Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther. . . . And one fine morning——

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.

(E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…

Così continuiamo ad andare, barche contro la corrente, sospinte incessantemente verso il passato).

La triste vicenda dell’antieroe Gatsby richiama echi biografici del suo brillante e tormentato autore. L’infelice epilogo della sua vita coniugale è purtroppo fin troppo noto: la bellissima e tormentata Zelda Sayre trascorre i suoi ultimi anni in una casa di cura a causa della sua fragilità e dei suoi problemi mentali (il personaggio di Nicole in Tender is the night è chiaramente un tentativo dell’autore di esorcizzare la malattia mentale della moglie, così come Dick ritrae la stanca rassegnazione di un marito che ha fallito nel compito di proteggere la donna che ama da se stessa).
Fitzgerald, spesso preso in giro da Hemingway per la sua scarsa resistenza all’alcool, cerca comunque rifugio ai suoi problemi e ai suoi insuccessi nella bottiglia. Muore d’infarto a soli 44 anni, e il suo funerale ricorda molto quello di Jay Gatsby, con una trentina di persone sotto la pioggia e Dorothy Parker che sussurra poor son of a bitch, altra citazione gatsbyana.

Il romanzo aveva ricevuto un’accoglienza tutt’altro che calorosa, e al momento della morte di Fitzgerald numerose erano le copie polverose che avevano trovato rifugio nella sua soffitta: nel primo anno di pubblicazione, solo 21000 copie erano state vendute, e le recensioni non erano entusiaste.
Il New York Evening World aveva definito il libro a valiant effort to be ironical…his style is painfully forced: un brillante tentativo di ironia, stroncato da uno stile sofferto e forzato.
Il Chicago Tribune non era stato più generoso, definendolo indegno di essere riposto su uno scaffale accanto a This side of the paradise (Certainly not to be put on the same shelf with, say, This Side of Paradise).
Probabilmente è uno di quei capolavori che possono essere appieno compresi ed apprezzati solo con la dovuta distanza storica da un’epoca affascinante e controversa come i roarin’ Twenties.

Fitzgerald dedica The Great Gatsby

                                             To Zelda, once again

ancora una volta alla sua Zelda, che incarna la quintessenza della flapper.
Essere una flapper non significa semplicemente abbracciare una tendenza, una moda, mettersi i pantaloni, fumare, tagliarsi i capelli à la gamine e ballare il charleston: significa aderire a un vero e proprio movimento storico e sociale che abbraccia i nuovi diritti della donna (come il diritto di voto) e, oltre a deporre gonne lunghe e scomode e crinoline, riconosce il diritto della donna di lottare per l’affermazione di se stessa nella società. La stessa Zelda tenta tutta la vita di emergere come scrittrice fuori dall’ombra possente del marito; nella sua Eulogy of the flapper, scrive

The Flapper awoke from her lethargy of sub-deb-ism, bobbed her hair, put on her choicest pair of earrings and a great deal of audacity and rouge and went into the battle. She flirted because it was fun to flirt and wore a one-piece bathing suit because she had a good figure, she covered her face with powder and paint because she didn’t need it and she refused to be bored chiefly because she wasn’t boring. She was conscious that the things she did were the things she had always wanted to do. Mothers disapproved of their sons taking the Flapper to dances, to teas, to swim and most of all to heart. She had mostly masculine friends, but youth does not need friends—it needs only crowds.

La donna diventa quindi consapevole del suo fascino e del suo potere: si trucca e flirta perchè ha voglia di farlo, mette in risalto il suo fisico, usa come armi orecchini vistosi e una buona dose di faccia tosta.

Zelda e Scott incarnano lo spirito dell’epoca: in America come a Parigi sono la coppia d’oro, i belli e dannati. Entrambi muoiono nell’oblio e nella solitudine più profonda; sulla loro lapide sono incise le ultime righe del grande Gatsby, a ricordare il senso di perenne e irrequieta insoddisfazione di due barche controcorrente, per sempre risospinte verso il passato.

Per saperne di più:

http://www.evene.fr/livres/actualite/du-whisky-a-gatsby-la-face-cachee-de-francis-scott-fitzgerald-2019071.php

http://blogs.smithsonianmag.com/threaded/2013/02/the-history-of-the-flapper-part-1-a-call-for-freedom/

http://bitchmagazine.org/post/how-the-great-gatsby-fears-the-flapper

http://www.kuriositas.com/2013/05/if-f-scott-fitzgerald-was-one-of.html

http://flavorwire.com/topics/the-great-gatsby

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8 thoughts on “Il grande, grandissimo Gatsby

  1. Ophelinha says:

    lo penso anch'io. Nonostante la maggior parte delle critiche siano state negative, e nonostante la prima parte sia effettivamente un po' “bling bling”, credo sia riuscito a cogliere l'essenza dei personaggi, specie di Gatsby (non è un caso che la nipote di Fitzgerald, Eleanor Lanahan, abbia dichiarato che suo nonno sarebbe stato orgoglioso del film). Non mi ha tanto convinto l'idea di Nick in un ospedale psichiatrico che scrive la storia di Jay G. come terapia..ma nell'insieme, un gran bel film, molto più coinvolgente della versione del '74 (a parer mio troppo lenta, nonostante adori Redford)
    Un bacio*

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  2. Claudia says:

    Avevo sentito parlare del grande gatsby, ma non aveva riscosso la mia attenzione fino a quando luhrman non ha deciso di trasporlo in pellicola! Devo dire che è stata una bella scoperta, al di là del fatto che il film mi è piaciuto molto, e che devo assolutamente leggere il libro! Tu me ne hai dato conferma con questo tuo post 🙂

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  3. Ophelinha says:

    il libro è fantastico, un capolavoro della letteratura moderna. Ora, dopo Tender is the night, sto leggendo The Beautiful and the damned, e devi dire che, nell'ambito della stessa produzione di Fitzgerald, Gatsby è qualcosa di davvero unico..

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