Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor
 Volver, Estrella Morente

Nella vita di un’expat ci sono verbi di movimento (e non solo) che ricorrono in un climax ascendente in occasione di festività prestabilite, che si sommano a varie ed eventuali.
Ferie. Biglietti. Coincidenze, prenotazioni, e le trappole gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale.
Fare la valigia. Disfarla. Rifarla ancora una volta, questa volta ancora più pesante dei 15 kg consentiti da Ryanair, perchè carica di sottostrati emozionali più o meno inconsci (ma a un certo punto, non dovrebbe essere vietato portare valigie pesanti? il bagaglio che ci trasciniamo appresso, giorno dopo giorno, e che divente sempre più ingombrante, non dovrebbe bastare?)

Ricordi. Incontri mancati o mai avvenuti. Possibilità, che si sono realizzate, o sono morte nel nascere.
Partire. Arrivare. Ripartire. Arrivare.
E le lunghe attese in aereoporto, i duty free, i libri divorati. Le attese. Le aspettative smorzate.

Il viaggio verso Greyville implica un peso ancora maggiore. Saranno i dieci gradi e passa di differenza, sarà il cielo plumbeo e vuoto che trovo ad attendermi, quella nebbiolina lattiginosa che offusca contorni, sfuma geometrie. Sarà la sensazione di essere imprigionata in questa gabbia grigia “a tempo”, non capire i perchè, e nemmeno i come.

I can understand HOW: I cannot understand WHY, scriveva George Orwell in 1984.

Sarà la lettura che ha accompagnato il mio rientro, Kafka on the shore di Murakami. Scritta meravigliosamente bene, intrigante; tuttavia, una di quelle letture che ti svuota completamente, che assorbe come un aspirapolvere sensazioni ed emozioni, lasciandoti in mano briciole di inquietante tragedia, quel giovane io che si infrange contro scogli di eschiliana memoria, le colpe dei padri ereditate dai figli, le profezie ineluttabili.

Sarà il varcare le soglie di un’abitazione che non riesco ancora – e probabilmente non riuscirò mai –  a chiamare casa. Trovarla più estranea, assente, grigia, fredda e inospitale che mai.

Eppure.

Le parole sono importanti, dice Nanni Moretti. E basta cambiare un verbo – arrivare – con un altro – tornare, -carico di aspettative ancestrali, giustificate o meno. Un verbo che sa di caldarroste che scoppiettano invitanti nel camino – immagine più che giustificata, dato il tempo inclemente.
O forse no. Tornare, anche se non si è attesi, il cuore in gola che smette di essere una metafora.
Tornare. Un verbo che palpita di infinite possibilità.

Yo adivino el parpadeo
De las luces que a lo lejos
Van marcando mi retorno

Son las misma que alumbraron
Con su pálido reflejo
Unas horas de dolor

Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor

La vieja calle
Donde le cobijo
Tuya es su vida,
Tuyo es su querer

Bajo el valor de las estrellas
que con indiferencia
Hoy me ven volver

Volver…
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
la aclaro en mi cien

Sentir…
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
Hurrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir…
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que lloro otra vez

Tengo miedo del encuentro
Con el pasado que vuelve
A enfrentarse con mi vida

Tengo miedo de la noche
que poblada de recuerdo
Encadenan mi soñar

Pero el viajero que huye
Tarde o temprano
Detiene su azar

Y aunque el olvido
que todo lo destruye
aya matado
A mi vieja ilusión

Cuarto escondida
Y una esperanza humilde
que es toda la fortuna
De mi corazón

Volver…
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
La aclaro en mi cien

Sentir…
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
herrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir…
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que yo notare…