Far finta di essere sani (memorie di una precaria perbene, tra Giorgio Gaber e Sylvia Plath)

Vivere, non riesco a vivere
ma la mente mi autorizza a credere
che una storia mia, positiva o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi compro una moto
telaio e manubrio cromato
con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani
far finta di essere sani.

 

 

Far finta che vada tutto bene.
Sorridere sempre, educatamente, a denti stretti. E relegare le paure, le ansie, alle notti insonni, agli incubi. Regalarle alla gastrite.
Truccarsi per nascondere il pallore, sforzarsi di essere brillanti e divertenti. Perché a nessuno piacciono le persone crepuscolari. Perché l’essere precari è una condizione quasi universale, e lamentarsene è diventata quasi una vergogna. Perchè, per quanto tu possa essere precario, ci sarà sempre qualcuno più precario di te.
Avere una data di scadenza, come i latticini. E sentire che ci alita addosso.
Scrivere e riscrivere quelle cinque pagine formato Europass che racchiudono una vita. Una vita che schematizzata così sembra così banale, così piccola. Così priva di eventi.
Cercare di scivere lettere di motivazione, avendo perso la motivazione.
Guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Sentirsi colpevoli di aver tradito i propri sogni, i propri ideali.
Sentirsi totalmente privi di valore, di utilità sociale. Privi di doti o talenti particolari. Sentirsi inutili.
Non appartenere più a nessun luogo. Non avere più radici. Non sentirsi più a casa da nessuna parte.
Non sapere dove si sarà nell’arco di sei mesi. Contare le ore, i giorni, le settimane che passano.
Sentirsi in colpa per ogni ora di sonno in più, per ogni momento dedicato alla lettura, alla scrittura, ai film, al teatro. A quei tentativi di costruirsi un’identità “altra”, che non sia quella professionale, che non può esserci, non c’è. Sperimentare, cercare di inventarsi un talento. Di scoprirsi bravi in qualcosa. Fallire, fallire miseramente.

Far finta di essere insieme a una donna normale
che riesce anche ad esser fedele
comprando sottane, collane, creme per mani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Liberi, sentirsi liberi
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se è cosciente in me
la misura della mia inutilità.

Prendere coscienza della propria inutilità.
Del “non saper fare”.
Cercare di seguire le regole di chi invece le sa fare, le “cose”. E grazie alla cultura 2.0 di regole se ne trovano tante, eccome: dai decaloghi e consigli dei grandi autori su come scrivere a quelli su come tenere un blog. Come trovare lavoro in Papuasia. Come migliorare il curriculum. Come migliorare la visibilità. Le reti alle quali si deve assolutamente appartenere. Le lingue che si devono assolutamente conoscere.
Come sentirsi felici quando si è tristi.
E poi ancora come essere madre come essere moglie come essere figlia.
(Evidentemente mi sono persa qualcosa, perchè non so fare nessuna delle cose summenzionate, figurarsi dare consigli a qualcuno al riguardo).

Per ora rimando il suicidio
e faccio un gruppo di studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere sani.

Far finta di essere un uomo con tanta energia
che va a realizzarsi in India o in Turchia
il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Sperimentare quel sentimento orribile, l’invidia, che immagino color verde vomito, simile alla gelosia di Otello. Invidia per coloro che riescono a pull their act together, a essere o quantomeno sembrare calmi, sereni, realizzati. Quelli che hanno piani di back-up. Quei pochi che riescono ancora a vendere il modello Mulino Bianco come auspicabile, e realizzabile.
Quelli che si sentono a casa ovunque si trovino, o quantomeno riescono ad adattarsi.
Quelli che non hanno bisogno di rubare palette di colori per combattere le Greyville vere o immaginarie, perchè i colori li hanno già dentro.

Vanno, tutte le coppie vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le cose vanno
vanno, migliorano piano piano
le fabbriche, gli ospedali
le autostrade, gli asili comunali
e vedo bambini cantare
in fila li portano al mare
non sanno se ridere o piangere
batton le mani.

Far finta di essere “normali” pur sentendosi profondamente diversi.
E lasciarsi guidare, a lungo, nella notte, guardando fuori, come se la vita fosse un affare che in fondo non ci riguardasse. Scivolare lungo il raso e il velluto nero delle strade, come se lo scopo del viaggio fosse solo viaggiare e mai arrivare, come se non ci fosse una destinazione, né la fretta di arrivare da qualche parte. Come se si potesse solo andare, andare, andare. E sognare.

Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.

Rifugiarsi nelle parole, nei versi, nelle poesia, nelle storie.

The prince leans to the girl in scarlet heels,
Her green eyes slant, hair flaring in a fan
Of silver as the rondo slows; now reels
Begin on tilted violins to span

The whole revolving tall glass palace hall
Where guests slide gliding into light like wine;
Rose candles flicker on the lilac wall
Reflecting in a million flagons’ shine,

And glided couples all in whirling trance
Follow holiday revel begun long since,
Until near twelve the strange girl all at once
Guilt-stricken halts, pales, clings to the prince

As amid the hectic music and cocktail talk
She hears the caustic ticking of the clock.

(Cindrella, Sylvia Plath)

Sylvia Plath è diventata una delle risorse alle quali attingo di più. Le sue poesie, i suoi diari, attraverso i quali si può tracciare il suo unico, singolare percorso di vita, la sua sensibilità così sviluppata, quel suo modo ambiguo di vivere il suo essere bella e sensuale.
In questi versi, le scarpine di cristallo di Cenerentola diventano rosse (rosso seduzione, rosso peccato, rosso-lettera-scarlatta, rosso tentazione, rosso passione) e la fanciulla, allo scoccare della mezzanotte, diventa pallida, consumata dal senso di colpa, e si attacca al suo principe prima di lasciarlo andare, forse per sempre, ascoltando il ticchettio inesorabile, inevitabile, inarrestabile dell’orologio.
Il senso di colpa e l’orologio sono, insieme alle scarpette rosse, i tratti più originali ed interessanti della poesia. Cenerentola si sente in colpa forse perché sta fingendo di essere chi non è realmente per attrarre il suo principe (fake it till you make it, sostiene qualcuno, fingi finché non ci riesci: ma la bella e tormentata Cenerentola della Plath sembra non aderire a questa filosofia dell’apparire finchè non si riesce ad essere..); il ticchettio inesorabile dell’orologio potrebbe richiamare un altro tema molto caro alla Plath, e cioè lo scorrere ineluttabile del tempo, che trascina via con sé, nella sua corrente, giovinezza e bellezza.

Alzarsi ogni giorno e ripetere gli stessi gesti. Fare esercizi di respirazione.
Far finta di essere sicuri di sé.
Far finta di sapere dove si sta andando.
Far finta di essere a suo agio, sempre e comunque.
Far finta che alcune cose non facciano dannatemente male, sempre e comunque.
Esercitarsi ad indurire la propria sensibilità e la propria emotività.

Far finta di essere “normali” (qualunque cosa tale aggettivo significhi).
Far finta che le briciole siano abbastanza.
Far finta di essere sani.

(Le strofe della bellissima canzone inframezzata ai miei deliri, Far finta di essere sani, sono del grande Gaber)

 

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2 thoughts on “Far finta di essere sani (memorie di una precaria perbene, tra Giorgio Gaber e Sylvia Plath)

  1. Rose Mel says:

    Ti consiglio un film: You and me and everyone we know 🙂

    “la gente si rassegna al mal di piedi, ma la vita ha in serbo di meglio”

    …e anche “Harold and Maude”

    “Sai, Harold, secondo me gran parte delle brutture di questo mondo viene dal fatto che della gente che è diversa, permette che altra gente la consideri uguale. (Maude)

    Due film che potrebbero piacerti molto 🙂 e che rispecchiano lo stato d'animo che descrivi!

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  2. Ophelinha says:

    il primo l'ho visto grazie ad un tuo suggerimento, tempo fa..:)
    il secondo lo guarderò, perchè qualsiasi film che valorizzi quel senso di diversità e di alienazione che ti fa sentire un pesciolino d'acqua dolce in un oceano fa al caso mio, decisamente…

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