A cosa serve la poesia?

Riflessioni (in prima persona) di un lunedì sera di un marzo che stenta ad ingranare e a farmi sperare in un po’ di primavera.

E’ una sera così: rientro stanca, affamata, bagnata e senza poterne più di tutta questa neve, tanta che è bianco ovunque guardi e sembra non dover finire mai, non doversi sciogliere mai. Non dover mai lasciar spazio al tepore di un raggio di sole, al sorriso di una margherita, a una giacca leggera, a colori vivaci.
Una sera in cui rientro più precaria che mai, più che mai spaventata dall’impossibilità di pianificare alcunchè, io che ho sempre voluto avere in mano il controllo della situazione, e improvvisamente vorrei riuscire a organizzarmi la vita come organizzavo le sessioni di esami, in maniera razionale, analitica, ordinata, quel tanto che bastava da avere qualche sabato libero e un po’ di vacanze.

E invece here I am, expat desiderosa di evadere da Greyville ma senza nessuna idea di dove andare, senza nessuna idea di chi sono professionalmente e di quello che posso – o non posso – fare. E con la prospettiva di riprendere in mano le sudate carte per tentare gli ennesimi concorsi con un tasso di riuscita dell’1%, e di mettere da parte il teatro, i libri, la scrittura, lo studio del Portoghese, per lasciare spazio alla realtà vera, nella quale non posso che desiderare di essermi laureata in qualcosa di “serio”, di essere, che so io, un ingegnere petrolifero o un chirurgo plastico. Tutto fuorchè una giocoliera senz’arte nè parte, innamorata delle lingue, delle parole, della poesia. Chè di poesia non si mangia, e arrivo a chiedermi: qual è l’utilità sociale della poesia? cui prodest?
Qual è l’utilità sociale di una persona come me e dei suoi scarni versi insonni? In un mondo tormentato dal dubbio, dall’incertezza, dalla crisi, dalla volatilità, dalla precarietà, dal senso di sradicamento, come può la poesia salvarci?

E mi viene in mente quella poesia di Guido Gozzano, La Signorina Felicita ovvero la felicità; una poesia che chiede quasi scusa di esistere, scritta da un poeta che timidamente si vergogna della sua vocazione:

(…) Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi.
Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma non ci credi… E non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d’un intellettuale gemebonda…
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!

(…)

Gozzano non avrebbe potuto esprimere meglio quello che provo esattamente in questo momento: non vorrei essere più io. Vorrei essere placida e inquadrata, avere un piano pensionistico e un libretto di risparmi. Vorrei dormire almeno otto ore a notte e mangiare sano, non sperperare una piccola fortuna in libri e vestitini che non posso indossare (causa clima polare di Greyville). Vorrei non avere più paura del futuro, essere più nichilista e meno socratica. Sognare solo di notte, con moderazione, e smettere di credere che nel potere taumaturgico delle parole si nasconda la chiave ultima per arrivare alla felicità, per comprendere le persone e la realtà che ci circonda.
Vorrei imparare a cucinare, a cucire, a montare i mobili Ikea. Ad essere una persona più pratica e con i piedi ben saldi per terra, che la sera a cena guarda il telegiornale e poi discute di politica, con moderazione.

Essere, in sostanza, un’altra me.

Accendo il pc, scorro il feed dei miei siti preferiti…e il mio sguardo si ferma su una poesia di Sylvia Plath, Kindness:

Kindness glides about my house.

Dame Kindness, she is so nice!

The blue and red jewels of her rings smoke

In the windows, the mirrors

Are filling with smiles.

What is so real as the cry of a child?

A rabbit’s cry may be wilder

But it has no soul.

Sugar can cure everything, so Kindness says.

Sugar is a necessary fluid, Its crystals a little poultice.

O kindness, kindness Sweetly picking up pieces!

My Japanese silks, desperate butterflies,

May be pinned any minute, anesthetized.

And here you come, with a cup of tea

Wreathed in steam.

The blood jet is poetry,

There is no stopping it.

You hand me two children, two roses.

E penso alla giovane e ribelle Sylvia, che fa fatica ad accettare la logica nichilista del mondo capitalista, che si sforza di adeguarsi al suo ruolo di casalinga, mamma e soprattutto moglie del grande Ted Hughes. Che vive nella sua ombra, e non riesce a trovare dentro sè la forza necessaria a brillare di luce propria.
E in pochi versi, usando immagini casalinghe, familiari – il tè, lo zucchero, le farfalle che rifiutano di essere fissate con degli spilli sulla sua veste di seta giapponese, di giacere anestetizzate; la falsa gentilezza del marito, l’ipocrisia di quest’aura che incombe sulla loro apparente quiete domestica come una maledizione – la Plath riassume quell’ ennui, quel disagio esistenziale, quella paura del presente e del futuro, quel rendersi conto che la vita che si sta vivendo non è esattamente quella  accarezzata lungamente. Nei sogni, nei progetti, nei discorsi “quando sarò grande”.

Tuttavia, tutte queste immagini falsamente rassicuranti, lo zucchero amaro, i sorrisi forzati, il vapore del tè caldo che appanna la vista confluiscono in un finale forte, ma al tempo stesso pieno di speranza: l’inchiostro insanguinato è la poesia, e l’unico dono che il marito sia davvero riuscito a fare a Sylvia sono i loro due bambini, due rose.

Allora, c’è speranza: e se non ce n’è nel presente ce n’è nella vita futura, nella vita che verrà, in questi bambini dalle gote rosee il cui pianto ha un’anima.

Forse la poesia non serve a molto, e la funzione sociale dei poeti diventa sempre più esile, più magra, più ridotta. Eppure, versi come questi sono un balsamo per l’anima infreddolita e scoraggiata, in una sera di quasi primavera che sembra quasi inverno.

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8 thoughts on “A cosa serve la poesia?

  1. Erwing says:

    I post li ho letti attentamente fino a qui: confermo la mia prima impressione questo è un luogo speciale nel quale il piacere di leggere supera spesso l'intenzione di commentare.
    Ho letto e assaporato, in rete capita raramente.

    Like

  2. Ophelinha says:

    ti ringrazio, Erwing.Cio' che rende questo piccolo,piccolissimo spazio speciale e'la possibilita' di confrontarsi, di scambiarsi opinioni, storie, idee, impressioni. Spero continuerai a passare da queste parti

    Like

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