Ah but you got away, didn’t you babe
You just turned your back on the crowd
You got away, I never once heard you say
I need you, I don’t need you
I need you, I don’t need you
And all of that jiving around
Leonard Cohen, Chelsea Hotel
Marc Chagall, “Gli sposi della Torre Eiffel”, 1934

Quando ero piccola amavo le fiabe.
Guardavo con ammirazione alla principesse dai lunghi capelli biondi vestite di rosa, trepidavo per le loro disavventure, temevo per la loro sorte, messa a repentaglio da torri troppo alte e matrigne cattive, foreste incantate e stregoni, incantesimi e maledizioni. Attendevo con ansia l’arrivo del principe: coraggioso, sicuro di sè, onesto, leale, innamorato. Ma, soprattutto, attendevo con ansia e trepidazione il lieto fine, volevo ascoltare e riascoltare quelle parole magiche, chiavi di un futuro che non poteva che essere limpido come le stelle del cielo d’agosto, della notte di San Lorenzo, che scrutavo sdraiata a terra nella ghiaia del cortile di casa, sperando di scorgere una stella cadente.
Anche se.
Il lieto fine mi lasciava un po’ quella sensazione di..incompiuto. Una strana inquietudine. Non potevo mai fare a meno di chiedermi: e poi? e poi, cosa succede? cosa succede il giorno dopo la felicità?

Guardo con un po’ di nostalgia, un pizzico di ammirazione e tanta disillusione a quelle bambina pallida dagli occhi grandi, che viveva di sogni e di storie, che credeva tutto fosse possibile.

Guardo da una distanza immensa, incolmabile a quell’adolescente troppo magra dagli occhi troppo grandi che voleva cambiare il mondo, che era convinta di poter diventare tutto quello che desiderava. Che credeva nel potere delle parole e dei grandi ideali. Che avrebbe voluto vivere durante il Risorgimento o la Resistenza per poter morire per un’idea, e non riusciva ad afferrare il sarcasmo della canzone di De Andrè.

Ci prepariamo all’amore. Lo aspettiamo con ansia, lo attendiamo a braccia aperte, quasi fosse una chiave segreta capace di aprirci le porte che conducono ai misteri più reconditi della vita, della fede, della morte. Ne attendiamo il potere salvifico, taumaturgico, capace di farci levitare, di condurci in nuovi mondi.

Aspettiamo il primo bacio, la prima passeggiata mano nella mano. Tutte le prime volte.

Ma nessuna di queste fiabe, nessuna di queste attese ci insegna che lì, nascosta dietro l’angolo, dopo ogni amore aspetta in paziente e costante agguato del primo cuore spezzato. E nessuno ci prepara a quell’incommensurabile dolore, alla sensazione di essere frantumati in migliaia di fragilissimi pezzetti di cristallo, e di non poter mai più tornare ad essere noi stessi. Perchè non importa quanta colla venga adoperata, nè con quanta cura e paziente affetto ci applicchiamo, o altri si applichino a rimetterci a posto: le crepe si vedranno per sempre, ed ogni persona che se ne va porta via un pezzo di noi, piccolo o grande che sia.

Nessuna di queste storie insegna che l’amore è necessariamente imperfetto perchè la vita è imperfetta, che fare la cosa giusta è a volte maledettamente – e ossimoricamente – ingiusto e difficile. Nessuno insegna che l’amore non è un’equazione, non conosce logica, non è un sillogismo perfetto: spesso è sbagliato, spesso fa male, spesso è impossibile, spesso è irraggiungibile.

Spesso continua a vivere in noi come ideale astratto, protetto gelosamente dentro una teca di cristallo, per evitare che la vita quotidiana lo sporchi, lo svuoti della sua essenza vitale, lo faccia passare dalla poesia alla prosa.

Febbraio è un po’ il mese dell’amore, perchè c’è di mezzo san Valentino. Ed è un po’ strano perchè è un mese corto, e strambo, dal naso lungo e dalle gambe corte. Non a caso è il mese in cui sono nata io.

È un mese grigio e freddo, di piogge e di neve, nel corso del quale chi ha seminato vento raccoglie la sua tempesta, that’s all folks.

Se avessi potuto scegliere un giorno per celebrare l’amore, sarebbe stato forse il primo giorno di primavera. O maggio fragrante di fiori di pesco, profumi e sapori che promettono il tripudio di un’estate violenta e matura.

Quello che sto cercando di dire è che l’amore andrebbe celebrato per quello che è: nudo e crudo, senza troppi orpelli ed abbellimenti, perchè non è così che vorrebbe essere insegnato ai nostri figli, non è così che vorrebbe essere tramandato alla posterità. Non c’è semplificazione che regga il mistero di un fenomeno maledettamente ostico e complicato che definire semplicemente sentimento è riduttivo: è una sorta di malattia del corpo come dell’anima, una febbre che lacera e consuma. E ci lascia pallidi esausti ed esangui a lottare, e a raccogliere i pezzi al mattino dopo nottate insonni, e a cercare di far stare tutte le cose insieme, in un modo o nell’altro, ed andare avanti. Per quel che si può, come si può, fin che si può. Finchè c’è strada davanti a noi, e al prossimo incrocio, scegliendo la direzione giusta, inshallah, qualcuno con cui correre. Forse. Per un percorso più o meno breve, più o meno lungo. Col rischio di girarci indietro ed accorgerci ad un certo punto di essere rimasti soli.

Perchè non ci sono garanzie, nè promesse che tengano. E forse non esistono lieti fini, ma solo lieti inizi.