This is your life. Do what you love, and do it often. If you don’t like something, change it. If you don’t like your job, quit. If you don’t have enough time, stop watching TV. If you are looking for the love of your life, stop; they will be waiting for you when you start doing things you love  (The Holstee Manifesto)
 
The Holstee Manifesto
from Alice in Wonderland by Lewis Carroll, with Artwork by Yayoi Kusama

  

Un altro anno agli sgoccioli. Un’altra manciata di giorni, gocce distillate, ore agrodolci in cui stendere gli ultimi bilanci. In Inglese c’è un’espressione che rende benissimo sia l’idea che l’immagine di questo (im)paziente lavorio di fine anno: take stock of, fare il bilancio di qualcosa, valutare una situazione, esaminarla attentamente e tirare le somme.

E’ stato un 2012 molto lungo, che mi vede boccheggiare attraversando i suoi ultimi giorni, le sue ultime ore, quasi in punta di piedi, come per non lasciare traccia, ansiosa di depositare l’anno che sta per finire come un fardello, chiuderlo dentro una scatola e archiviarlo dentro l’armadio dei ricordi. E ricominciare, leggera, leggera, risvegliarmi la mattina del primo dell’anno come una farfalla appena uscita dal bozzo. Non avere, almeno per un momento, timori, o rimpianti, o ansie. Aprirmi semplicemente al nuovo, all’inesplorato.

Parto ogni anno con la mia bella lista di buoni propositi, raccolti nel corso dei mesi, scribacchiati distrattamente e disordinatamente qui e lì. Archiviati nella memoria.

La lista per il 2012 era lunga e ambiziosa. Volevo fosse un anno all’insegna della ricerca della felicità, perchè alla fine non è possibile che ogni essere umano non abbia il diritto di cercare di essere felice almeno una volta al giorno, da prescrizione medica, anche se è difficile, anche se le circostanze non sono ideali, anche se si rischia di fare male a chi ci circonda – e a noi stessi. Volevo fosse un anno orientato alla riscoperta della vera me stessa, della me stessa che volevo essere.

Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso ancora amare appassionatamente anche senza credere. Questo significa che amo umanamente.
Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.
Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza.

Anaïs Nin
 

E, giunta alla fine di questo lunga corsa ad ostacoli, di queste montagne russe emozionali che sono state il 2012, non riesco ad esimermi dalla tentazione di redigere una lista. Ma, traendo ispirazione da Olivia, contemporanea eroina d’altri tempi, protagonista di Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili di Paola Calvetti, quest’anno non si tratta di buoni propositi, ma di sogni possibili. Sort of.
Anche perchè non credo nei numeri dispari. Mi parlano di asperità, di ruvidità, di angolosità. Di inenarrabili solitudini. Ergo, ho bisogno di partire preparata.

Eccoli:

1) Cambiare lavoro. Lo so, non è un sogno probabile di questi giorni, anzi quasi impossibile. Ma le motivazioni di base sono due.

– il mio contratto scade tra un anno, quindi trovare un altro lavoro diventa una sorta di imperativo categorico;

– odio il mio lavoro. Lo odio così tanto che perfino io stessa mi sono stancata di ascoltare le mie lagne. Doveva essere una sistemazione provvisoria, di un paio di mesi che sono rotolati in un paio di anni, tipo valanga. Detesto il freddo e il grigio di Greyville, quella solitudine forzata. Avverto che il tempo passa, e ogni mese, ogni stagione mi allontana ancora di più dallo scoprire qual è la mia vera vocazione – se poi ne ho una. Dal riuscire a creare, produrre qualcosa che mi renda orgogliosa di me stessa, almeno un pochino. Dal trovare il mio posto nel mondo;

2) Cercare di dormire più di quattro ore a notte, anziché addormentarmi quando si avvicina il mattino, ritardare la sveglia, alzarmi in preda al panico e arrivare in ritardo al lavoro tanto odiato menzionato al punto 1).

3) Mangiare sano, anziché alternare orge caloriche ad alto tasso di carboidrati, zuccheri e sensi di colpa a pasti saltati.

4) Esercitarmi al pensiero positivo, che per una pessimista cronica è un andare contro natura. Tornare a fare yoga? La seconda volta che ci ho provato mi si è infiammato il nervo sciatico…

5) Scrivere un pensiero felice al giorno (vedi punto 4). Anche, e soprattutto, nelle giornate peggiori, nelle giornate più storte. Esercitarsi a cercare momenti di bellezza, quelli che la Barbery definisce i sempre nei mai.

6) Gestire meglio il mio tempo. Perché la scusa del non ho tempo non regge. C’è sempre tempo da dedicare alle cose che si amano. Distinguere, come faceva quella cultura elegante e raffinatissima che è quella greca, così attenta alle sottigliezze del linguaggio, il chronos, il tempo cronologico, nozione meramente quantitativa, dal kairos, il tempo di qualità, un intervallo indefinito durante il quale accade qualcosa di speciale.

7) Smettere di pretendere così tanto da me stessa e di aspettare che le cose accadano, o avere la pretesa di farle accadere. Imparare l’arte della pazienza, anche se è una medicina amara.

8) Scrivere. Tanto. E non per essere letta, non nella speranza di pubblicare qualcosa di significativo, un giorno. Riassegnare alla scrittura quel valore che le davo da bambina: quello di una dimensione magica, curativa, balsamica. Dove le gioie, piccole o grandi che siano, vengano sublimate, i dolori attenuati. Una safety net. Qualcosa che sia mio e mio soltanto, dove lasciarmi libero sfogo, senza inibizioni.

9) Seguire un corso di scrittura creativa (vedi punto 8). Il mio sogno sarebbe la summer school ad Harvard, ma questo non rientra nella lista dei sogni possibili, mi sa..almeno per ora.

10) Imparare ad amarmi. O quantomeno, a volermi un po’ di bene.

11) Essere meno arrabbiata. E’ andata così, in fondo.

12) Accettare che ci sono alcune perdite dalle quali non ci si riprende mai, che hanno radici profonde, che affondano nell’infanzia. Accettare che ci sono vuoti che non si possono riempire. Accoglierli, anziché respingerli e negarne l’esistenza, e andare avanti.

13) Leggere di più. Stilare una lista degli autori mai letti e di quelli da approfondire: Zadie Smith, Bukowski, Simone de Beauvoir, Kurt Vonnegut, John Fante, Sylvia Plath, le due Marguerite (Duras e Yourcenar), David Foster Wallace, i grandi della letteratura russa. Leggere sempre in lingua originale, quando possibile. Leggere tanta poesia.

14) Leggere i giornali ogni giorno (non solo i titoli!)

15) Non vergognarmi di piangere.

16) Non vergognarmi di parlare in prima persona.

17) Circondarmi di colori. Intorno e addosso. Per combattere Greyville a armi pari.

18) Non cullarmi nell’idea di un altro master. Cercarne uno che mi piaccia, e seguirlo.

19) Il dottorato. Idea folle e balzana. Sogno impossibile. Ma assicurarsi di aver fatto di tutto per escludere ogni possibilità.

20) Imparare a fidarmi. Degli altri. Di me stessa.

 

Quali sono i vostri sogni possibili? Raccontantemeli per ricevere sotto il vostro albero una copia di Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili (il giveaway è aperto fino al 31 dicembre).

Che il 2013 sia propizio a tutti i miei venticinque lettori di manzoniana memoria. Auguri, sognatori.

Sylvia Plath