Anna Karenina secondo Joe Wright

”Tutti cerchiamo in qualche modo di imparare ad amare”
Joe Wright su Anna Karenina
 
 

Prima impressione: chi non conosce la storia di Anna Karenina non apprezzerà probabilmente appieno le scelte registiche di Joe Wright. Scelte audaci. Azzardate. Coraggiose. Geniali.
Il film è girato interamente in un vecchio teatro russo – con eccezione di qualche scena esterna – il che da una parte è affascinante, dall’altra fa in modo che, come a teatro, gli eventi a volte si susseguano molto velocemente, tra sipari che calano e scenografie che cambiano.
Questa sensazione di “teatro nel cinema” può lasciare destabilizzati, giusto nella prima mezz’ora, in cui mi sono ritrovata a pensare: sceneggiatura geniale (ad opera di Tom Stoppard), ma vorrei vederla rappresentata a teatro. L’inizio è molto veloce: scene di infelicità familiare di Oblonskij (interpretato da Matthew MacFayden) gaudente si alternano a scene di Anna a San Pietroburgo che gioca col suo amato Seriozha (Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo). Il trenino di Seriozha diventa improvvisamente quel treno, imponente, minaccioso, che porta Anna a Mosca, a far rappacificare il fratello Oblonskij, damerino di professione, e la paziente Dolly, madre di un’infinita progenie.
Quanto è tragicamente sarcastico di per sè il fatto che Anna si rechi a Mosca per aiutare una famiglia infelice a ritrovare la propria serenità e perda la propria, il proprio cuore, se stessa?

La scena dell’incontro com Vronskij alla stazione è veloce, ma l’occhio attento si accorge che i particolari sono tutti lì: negli occhi luminosi di Anna nascosti dalla veletta di pizzo nero, in uno sguardo, in quello sguardo che si scambia con Vronskij, nel poveretto imbrattato di fuliggine che nella fretta urta Anna, mentre si appresta a riparare un danno del treno, che riparte, ahimè troppo presto. E lì, in quella stazione, in quell’uomo dilaniato, Anna luminosa e chiaroveggente vede se stessa, la sua morte, il suo destino. E il rumore delle rotaie, il fischio del treno torneranno ad infestare le sue notti di laudano.
Geniale la scelta del regista di far fermare tutti gli astanti, di congelarli nel momento, meri figuranti senza battute in un dramma che non è il loro, in una tragedia più grande di loro, mentre loro, Vronskij e Anna, iniziano a viverla.

 
 

 

La scena del ballo è grandiosa. Kitty di bianco vestita, (interpretata da Kelly MacDonald),  i fiori tra i capelli biondi, Kitty dal piedino leggiadro vorrebbe esserne la protagonista: ma, dalla sua entrata, è chiaro che il ruolo le viene rubato da lei, Anna, bellissima vestita di nero, come Tolstoj l’aveva descritta. Anna che brilla di luce propria e non di luce riflessa, Anna che balla con Vronskij e ancora una volta tutto intorno a loro si spegne, gli altri scompaiono. E Anna è perduta.

Ma chi è Anna Karenina, per Joe Wright?
Anna è bella. E non di una bellezza comune: possiede in sè questa qualità irridescente capace di illuminare qualsiasi posto ove si rechi, e di nascondere la pesantezza e le ombre che nasconde nel cuore martoriato, diviso tra l’amore per Vronskij e quello per Seriozha. Perchè questi sono i due uomini della vita di Anna. Anna dal ventre martoriato, Anna dal ventre dilaniato, un figlio perduto, una figlia (Anya, avuta da Vronskij) non voluta.

Anna è una donna colta, elegante ed intelligente che scappa dalla gabbia impostale dalla vita coniugale con Karenin per ritrovarsi dentro altre gabbie, come dentro una matrioska. La gabbia di quest’amore per Vronskij che rasenta l’ossessione, la morbosità, la follia. La gabbia del suo isolamento sociale, in cui Vronskij la lascia sola, sottoponendosi ai giochi della madre che spera di darlo in sposa alla ricca Sorokina. Magistrale la scena in cui Anna, incredibilmente bella, vestita di bianco, entra all’Opera provocando scandalo. Ancora una volta gli altri personaggi giacciono immoti, mentre sul viso di cera di Anna la bella scorre una furtiva lacrima.

La scelta di girare il film dentro un teatro riflette secondo me anche la volontà di proiettare la claustrofobia sperimentata da Anna all’interno dell’aristocrazia russa di un Impero che si accinge a dirigersi verso la sua fine, lentamente ed inesorabilmente. Una società che perdona tutto agli uomini – dopo tutto, come dichiara la madre a Vronskij, un’avventura con una donna dell’alta società è il tocco finale alla sua educazione – ma non condona niente alle donne. Una società in cui niente è lecito e tutto è concesso. In cui va bene essere una peccatrice perduta, ma con discrezione.

Cosa manca al Vronskij di Wright, interpretato da Aaron Johnson? Gli manca carisma. Gli manca quell’ossessione amorosa che caratterizza così bene l’eroe tolstojano  -non a caso, la scena del tentato suicidio di Vronskij non compare nel film.
Insegue Anna finchè non può averla quasi più per sfida che per passione, per soddisfare un capriccio che per amore: una volta tornati in Russia, la lascia abbandonata a se stessa, alle sue risorse. No, non ho provato simpatia per il Vronskij di Wright, dongiovanni senza particolare spessore. Senza l’incredibile carisma di Keira Karenina.
Perchè, diciamocelo, la Knightley è perfetta per il ruolo di Anna. E’ l’Anna dai grandi occhi luminosi, l’Anna fragile, è donna, madre, amante, moglie, a tuttotondo. Karenin, interpretato magistralmente da Jude Law, brilla in contrasto a lei per la sua inettitudine. Per il suo grigiore. Se Anna alterna nero, bianco e rosso porpora, Karenin non conosce nessuna sfumatura di grigio.

Intanto, Anna ebbra di laudano, di gelosia, di straziante nostalgia del figlio, di rimpianto di quello che è stato, di quel Vronskij che crede perduto, estraneo a lei, alienato, si prepara, con cura, alla sua fine.
Non a caso, decide di indossare un abito rosso porpora. Il colore che indossava il giorno in cui decide di cedere all’amore per Vronskij. In cui lo attende invano, disperata perchè lui ha già lasciato il salotto della cugina, la principessa Betsy.

Lo attende, e lui compare, alle sue spalle. La minaccia di partire per il fronte, se lei non ricambia il suo amore. Perchè lui non può ridonarle la sua pace, la sua serenità: non ci può essere pace per loro, solo questo amore-maledizione, nel quale perdersi e ritrovarsi, gioire immensamente e dannarsi.
Anna ha paura, gli chiede di non partire. Ed è sua. Così, semplicemente, inevitabilmente.

Quel primo incontro in stazione ha segnato il suo destino. Anna lo ha sempre saputo, dal primo istante, dal viaggio di ritorno a San Pietroburgo, in cui si accarezza la guancia troppo calda con la lama del tagliacarte, in cui scende per prendere aria e incontra lui, Vronskij. Che l’ha seguita. Che non le darà più pace.

Tutto questo Anna sa, amplificato dalla gelosia per Vronskij e la Sorokina. Anna ammalata di amore e intossicata di laudano. Anna dalle lunghe notti insonni, dagli incubi mattutini, dai deliri diurni.

Tutto questo Anna sa, mentre si prepara ad incontrare il suo destino, ad accettarlo, come ha accettato l’amore per Vronskij. Nelle orecchie il rumore del treno, il cigolio delle ruote, il fischio della locomotiva. Si fa aiutare ad indossare un bellissimo vestito porpora, come se stesse andando ad un appuntamento importante, da lungo atteso. Negli occhi quel treno.
Siede sul sedile del treno, esausta. Scende in quella stazione e guarda i vagoni passare. Attende. Sembra esitare. Finchè la tragedia si consuma, tra figuranti impassibili ed immobili, ed Anna, col semplice grido “God, forgive me!” compie il suo destino. E rimane lì, gli occhi spalancati, il sangue sul suo viso di cera, a contemplare per gli ultimi istanti quel mondo in cui non ha saputo vivere.

In parallelo alla vicenda di Anna, quella di Levin è Kitty è appena accennata, delineata a tratti tenui. Alla scena della morte di Anna si contrappone la scena di Kitty che fa il bagno al suo bambino e Levin che li raggiunge. Tutte le famiglie felici sono uguali.

Segue la scena finale: un prato, l’erba alta. Lo stesso paesaggio in cui mesi prima Anna di bianco vestita sognava ad occhi chiusi del suo Vronskij: scena di una purezza pari a quella di un quadro impressionista.
Stavolta, Karenin legge, e Seriozha gioca a nascondino, come faceva con la madre tanto amata. Stavolta, la sua compagna di gioco è la sorellastra Anya, figlia di Anna e Karenin. Nel tono del bambino che grida il suo nome c’è tutta l’angoscia di una perdita, la paura di non trovarla di nuovo, quest’altra Anna, Ma la trova, e la abbraccia, sollevandola, stringendola a sè. Il vento soffia lievemente sull’erba alta. E la vita continua.

Il risultato dell’esperimento ardito di Wright è una tragedia epica e maestosa, che non consente di staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un secondo. Che consente allo spettatore di vivere la storia di Anna dal punto di vista di Anna stessa, di immedesimarsi nei suoi travagli, nel suo dolore, nel suo immenso amore, nei suoi abissi di disperazione. Fino alla scelta, l’ultima, estrema, inevitabile. Rieccheggiano richiami alla tragedia greca, all’Edipo Re pasoliniano, “la vita finisce dove comincia”: il nesso colpa-responsabilità, l’invidia degli dei, l’ineluttabilità del destino.

L’Anna di Joe Wright incanta con la sua grazia e commuove con la sua fragilità.

There are as many hearts as there are loves,scriveva Tolstoj. E il film di Wright offre una panoramica dei tipi di amore sperimentati dai protagonisti del dramma. Con un’attenzione speciale a lei, l’eroina incontestata, divisa tra il suo amore di madre e il suo amore di donna, più che tra amore e dovere, ricerca della felicità e obblighi etici e morali.

Anna Karenina secondo Wright è un esperimento teatrale, imponente, grandioso, in cui Anna non è necessariamente l’ombra contrapposta alla luce di Kitty, il nero contrapposto al bianco, la perdizione contrapposta alla dannazione. In cui l’amore puro e romantico non è incarnato solo da Kitty e Levin: può esserci purezza e bellezza in qualsiasi tipo di sentimento o rapporto, purchè vi sia amore. Amore vero. Anche nell’amore ossessione, nell’amore logorante di Anna e Vronskij.
Anche nell’amore disperato di Anna per suo figlio, la cui lontananza le spezza il cuore e i ricordi.

Tra tutto, tra tutti spicca Anna, bellissima e luminosa, che lotta per il suo amore.
Perchè ci sono tanti cuori quanti sono gli amori.

Advertisements

11 thoughts on “Anna Karenina secondo Joe Wright

  1. Silvia says:

    Complimenti per questa recensione così toccante e piena di passione! Leggendola… ho come avuto l'impressione di aver già visto il film, grazie!
    Ho particolarmente apprezzato il passaggio in cui dici che alla società russa dell'epoca si perdonava tutto all'uomo e nulla alla donna: io la penso allo stesso modo relativamente al romanzo e alla storia; spesso Anna viene considerato un personaggio controverso e addirittura negativo… e forse lo è, ma è anche e soprattutto vittima della sua epoca che perdonava gli errori degli uomini, ma non quelli delle donne che venivano biasimate e additate in quanto donne. Perciò Anna è solo vittima della sua epoca, del suo mondo e della sua incolpevole infelicità… perché se avesse potuto scegliere come vivere… certamente non avrebbe fatto la fine che ha fatto. Del resto, io considero Vronskij il vero “cattivo” della storia, lunatico e capriccioso, vera causa del tragico epilogo di Anna.
    Joe Wright è un grande regista, ha un occhio tutto speciale per raccontare le storie e quando lavora con Keira crea sempre dei capolavori!

    Bellissima recensione!

    😉

    Like

  2. Ophelinha says:

    Grazie Silvia, spero questa rilettura del romanzo che tanto amiamo ti piaccia quanto è piaciuta a me..
    Anna è sicuramente un personaggio controverso, ma, come hai evidenziato correttamente, è vittima. Del marito, della società, dell'amante, poco importa: Anna è vittima e carnefice di se stessa. Nessuno dovrebbe essere così infelice, nemmeno la persona peggiore del mondo. Ma, quando si concede quella felicità alla quale tanto agogna, quella felicità alla quale spera di arrivare attraverso Vronskij, Anna non è capace di viverla. Mai. Perchè ottenebrata dal senso di colpa, da questa fthonos theon (invidia degli dei) che permea l'intera vicenda, dandole quel sapore amaro di tragedia greca…

    Like

  3. Why says:

    Mamma quanto mi è piaciuto questo film…!!!
    Poi però ho iniziato a leggere il libro, nella traduzione di Leone Ginzbourg, e non ce l'ho fatta…Sembra tradotto da uno che non sa di cosa sta parlando…Mi rifiuto di credere che Tolstoj abbia scritto un libro così brutto. Hai suggerimenti per edizioni migliori?!?!
    Grazie!

    Like

  4. Francesca says:

    Ho visto il film ieri sera e me ne sono innamorata!! Cercando di capire in quale teatro fosse stato girato il film sono arrivata al tuo blog….ti consiglio la bellissima versione teatrale magistralmente diretta da Nekrosius. Davvero bella la tua recensione! A presto

    Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s