C’è un termometro del cuore che non rispettiamo mai

un avviso di dolore , un sentiero in mezzo ai guai

Sono cose che dimentico…

(Cristiano e Fabrizio de Andrè)

Che organo strano, il cuore.
Finché batte, siamo in vita.
Il suo funzionamento viene studiato, approfonditamente.
Le sue malattie vengono curate.
Si opera a cuore aperto. Che strana espressione. Mi immagino un cuore aperto a metà, un pezzo del quale viene asportato perché divenuto ormai rotten, marcio, rancido. Inutile. Pleonastico. Un’appendice posticcia di se stesso.

Si curano le malattie del cuore, ma non si possono curare le malattie causate dal cuore, questo strano organo che non si assoggetta alla scienza né alla conoscenza né alla coscienza, ma, saccente, beffardo, si prende gioco di loro.

Il cuore batte sempre, granted. Da svegli e addormentati. Ma perché improvvisamente batte tanto, così tanto da voler saltare fuori dal petto, da salire fino alla gola? Quando avere il cuore in gola smette di essere una metafora. Quando fa male. Perché fa sudare freddo, e succhia via tutto il calore del mondo? Perché a volte tutta la gioia tutto il dolore sono semplicemente troppo e vanno a concentrarsi a coagularsi lì, in quel punto, al di sotto e leggermente a sinistra dello sterno?
Un cuore è grande quanto un pugno, più o meno. Come fa a contenere tutta quella rabbia, tutta quella paura, tutta quella gioia, tutta quell’ansia, tutta quella felicità, tutto quel dolore, tutto quell’amore? Come fa a non scoppiare? Mistero.

I cuori si spezzano. Ed è un po’ una cosa strana, perché continuano a battere, ma in maniera diversa. Rallentata. Attutita. Svogliata. Senza speranza.
Ed è davvero una cosa strana, dal momento che un cuore che si spezza apparentemente non fa rumore, all’esterno non si sente niente; eppure, dentro un petto un cuore si sta spezzando, lì, nel momento, nell’attimo, e per il diretto interessato improvvisamente tutto si ferma, per un nanosecondo, e qualcosa esplode. E la detonazione è così forte che si rimane momentaneamente sordi.
E si resta lì, attoniti, immobili, sbigottiti, mentre la vita intorno continua a vivere e il mondo continua a girare, mentre sopraggiunge, acuta come una lama sottile ma ben affilata, la puntuale, istantanea consapevolezza di doversi portare dietro un peso morto, un fardello inutile. Un organo che a detta dei medici sarà pure in condizioni perfette, ma che di fatto batte sempre più lentamente. Per quanto tempo, non si sa.

E mi vengono in mente quei versi di Leopardi:

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

(A se stesso, Giacomo Leopardi, Canti)

Un tempo si moriva di crepacuore. Che malattia romantica e decadente. Fa pensare a Mimì de La Bohème, ad una Violetta de La Traviata.
Oggi le patologie sono diverse. Hanno nomi freddi, scientifici, spaventosi.
Sta di fatto che abbiamo smesso di catalogare le tipologie di batticuori.
Abbiamo dimenticato la meccanica del cuore. Quella che sfugge ad ogni logica, ad ogni scienza. Ad ogni tentativo di razionalizzazione.

Perchè il cuore è in fondo è come un vecchio orologio a cipolla, tra il vintage e quel demodè che fa un po’ pena: basta una semplice rotella mancante, e il meccanismo smette di funzionare. Le altre rotelle non girano più.

E non c’è orologiaio, nè cardiochirurgo che tenga.

E non ci resta che rassegnarci all’illogicità del batticuore. All’assurda ed incontrollabile anarchia della meccanica del cuore.