in_the_mood_for_love.jpg

 

Ho sempre provato invidia ed ammirazione per le persone coraggiose. Quelle capaci di inventarsi e reinventarsi. Quelle capaci di cambiare se stesse, di realizzare in sé il cambiamento che vorrebbero vedere realizzato intorno a loro.
Quelle che cambiano il mondo, pezzetto a pezzetto, e lo rendono un posto migliore. Perché ogni persona più felice, più soddisfatta, più realizzata, ogni persona capace di mettere sottosopra la sua realtà per trovare il suo posto nel mondo lo rende automaticamente un posto migliore.

Amo le persone che non si rassegnano. Amo, di quell’amore che si può provare solo per gli sconosciuti che ci diventano improvvisamente vicinissimi ed affini per attimi di serendipità istantanea, coloro che rifiutano l’infelicità. Che fuggono verso nuove mete, i cuori leggeri come palloncini, citando Baudelaire. Che non si appiattiscono sotto il peso delle convenzioni, dei dover essere e dei dover fare. Amo coloro che fioriscono in mezzo alle sfide e alla necessità.
Guardo con sospiri segreti e silenziosi coloro che si riservano il diritto di avere davanti a sé una gamma infinita di possibilità multicolori.

Ma.

Ultimamente, dopo giornate come quella di ieri, come quella di oggi, notte bianca dopo notte bianca, penso che in fondo tutti vorremmo poter scappare a realizzare quei sogni nel cassetto prima che il cassetto diventi troppo stretto e i sogni vengano travasati nel dimenticatoio.
E, forse, restare è a suo modo una manifestazione di coraggio. Forse affrontare la quotidianità è la cosa che in fondo fa più paura. Specie quando la routine è così grigia, e alzarsi la mattina richiede uno sforzo sempre maggiore, e addormentarsi la notte diventa un’impresa impossibile.
Quando si vorrebbe perdere la strada di casa e perdersi in generale per non ritrovarsi e non farsi più ritrovare e scappare, scappare, indulgendo nella fantasia che non è troppo tardi per ricominciare, che c’è ancora qualche asso nella manica. Che non si sta facendo sempre più tardi, ma c‘è tempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente, per dirla con Fossati.

Eppure si rimane. Perché si deve rimanere. Anche se fa male. Anche se si vorrebbe urlare, ma si urla dentro e si cerca di sorridere, rischiando la paresi facciale.
Anche se un pezzetto di noi muore ogni giorno. Si piantano piccoli semi, sperando diventino un giorno alberi nodosi, sotto le fronde dei quali ripararsi dalla pioggia come dal solleone.

Si rimane, anche quando per rimanere si rinuncia a qualcuno, a qualcosa, a quella che è la parte migliore di noi stessi, forse.

Mi piace pensare che anche questa sia una forma di coraggio e non di codardia.