Qu’est-ce que je fais ici? (tutto è partito da una lezione di Francese)

Photo courtesy La Duchessa

Tutto è partito da una lezione di Francese, lingua che sono costretta a perfezionare per motivi vari. Da una giornata grigia e piovosa. Monotona. Uguale a tante altre.
Da un esercizio di teatro (lei, l’insegnante, usa il teatro per rendere l’apprendimento della lingua più interessante). Un esercizio di improvvisazione, a partire dalla frase: Qu’est-ce que je fais ici?
E la domanda mi è venuta fuori più sofferta – e insofferente – di quello che avrebbe dovuto essere, scatenando l’ilarità generale nei miei colleghi e in me quella sensazione di soffocamento ormai tristemente nota. Quella consapevolezza che ti porti dentro, giorno dopo giorno, ma che cerchi di ignorare, respingendola, nascondendola nei recessi più remoti dell’anima. Quella sensazione di guardarti dall’esterno e non riconoscerti, di vivere una vita che non è la tua, non è quella che vorresti, il cui corso devi cambiare. Ma si sta facendo semrpe più tardi, e le forze vengono meno, come un corridore che investe troppo nello scatto iniziale e non ce la fa in quello finale.
La sensazione soffocante di vivere nella scatola-corso-di-francesce dentro la scatola-ufficio dentro la scatola-Greyville. Dentro la scatola-me-stessa. Un gioco di matrioske. In cui la me vera è diventata la più piccola. Così piccola che non riesco più a ritrovarla.

E’ strano come arriva, il dolore. Arriva quando meno te l’aspetti, o per lo meno quando tutti meno se l’aspettano da te. Quando dopo tanto roller-coasting pensi di poter scendere e stare un po’ tranquilla.
E appena il respiro è tornato regolare e riprendi a camminare tranquillamente, sui tuoi piedi, ecco che ritorna il groppo alla gola, quella mano invisibile che sembra quasi volerti strozzare e ti blocca il respiro. E annaspi in cerca di aria.

Oggi ho finito di leggere I married you for happiness di Lily Tuck. E’la storia di una donna che trova il marito morto mentre fa una siesta prima di cena e decide di passare un’ultima notte con lui, accanto a lui. Ricordando.

Ricordando una vita – due vite – ben lungi dall’essere perfette. Ricordando il primo incontro e l’ultimo, i momenti belli e i momenti brutti, i figli nati e quelli mai nati. La passione. I tradimenti.
Quando ho riletto per l’ennesima volta le ultime due pagine – lei si sveglia al mattino e vede un angelo, simile a un putto rossiccio e riccioluto di un quadro di Caravaggio che aveva visto insieme a lui, e che la conduce alla finestra, dalla quale lei vede il marito che lavora in giardino, e le sorride – mi sono fermata a pensare. E non solo a quelle ultime due pagine, che mi hanno tanto colpito – Nina, la moglie, racconta nel corso della vicenda di sentirsi morbosamente attratta dalle altezze, e al tempo stesso di esserne spaventata. E non perchè soffre di vertigini, ma perchè ha paura di volerle sperimentare, quelle altezze. E io mi chiedo cosa sia successo in quelle ultime due pagine. Ti sei fermata sulla soglia della finestra o hai provato a volare, Nina?

Fear of the heights – paura delle altezze

Heartbreaking unhappy endings

In realtà, non è solo per questo che continuavo a rileggerle. E’ perchè pensavo che sicuramente un giorno mi guarderò indietro e rivedrò le mie notti bianche, la mia rabbia, la mia amarezza, le mie insicurezze, le mie inquietudini. E rimpiangerò di non aver permesso alle persone che mi stanno accanto – quella grande e quella piccola – di non aver loro permesso di avvicinarsi di più.
Più in generale, rimpiangerò di essermi chiusa ermeticamente, di aver diviso la gente per compartimenti stagni, di aver versato i sentimenti in cubetti per il ghiaccio e averli ibernati in attesa di tempi migliori.

Rimpiangerò di non aver permesso a nessuno, nemmeno a quei pochissimi che magari lo avrebbero voluto, di capirmi.

Ma non posso, perchè non capisco nemmeno io stessa cosa sia questo vuoto che si allarga e si allunga fino a diventare una voragine che mi fa venire le vertigini se ci guardo dentro. Un vuoto vecchio di anni, sedimentato di attese, di rimpianti e di rancori. Un vuoto che a volte mi sembra non possa essere riempito nemmeno da tutto l’amore del mondo. Da tutto il calore del mondo. Come se niente fosse mai abbastanza. Come se niente bastasse.

E quella sensazione di essere un po’ come quel girasole che ho visto oggi. Un grande girasole, colorato, che qualcuno ha legato ad un palo, in una giornata senza colori, una giornata di nebbiolina color fumo e di pioggia fitta e densa come una colata lavica.
Un girasole che, per quanto tenti di essere un puntino colorato e fare nel suo piccolo la differenza, per quanto tenti di essere o quantomeno mostrarsi forte e indipendente, soccomberà prima o poi agli elementi esterni. Agli agenti atmosferici. Al traffico dell’anima. All’inquinamento dei ricordi. All’incapacità di smettere di vivere nel passato.

E mi rendo conto che, alla fine dei conti, questo è il post più in prima persona che abbia mai scritto.
E che forse ha avuto ragione chi, per descrivermi, ha usato una frase con la quale Churchill aveva descritto l’ex Unione Sovietica:

I cannot forecast to you the action of Russia. It is a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma

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5 thoughts on “Qu’est-ce que je fais ici? (tutto è partito da una lezione di Francese)

  1. cyrdebergerac says:

    …… i soffi della sua anima ….. una spada fra il se e l'ignoto per …… definirlo e non averne più paura …..
    …non ” si sta facendo sempre più tardi “…..
    …. “il tempo è immobile” ….. Madame

    cyrdebergerac Twitter

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  2. Ophelinha says:

    C'è tempo per questo mare infinito di gente, canta Fossati. Il tempo è un concetto un po' strano, che non risponde sempre alle leggi degli orologi o dei calendari:al contrario, è liquido,duttile, malleabile, e la sua estensione, forma e durata cambiano a seconda di umori e spazi…e a volte tutto quel tempo sembra davvero troppo. A volte sembra invece che il tempo, quello migliore, sia un tempo perduto, che non tornerà mai più. E che ce ne sia rimasto poco, e di quello peggiore..

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  3. Ophelinha says:

    how funny..la ascoltavo proprio due sere fa, mentre rispondevo ai commenti..

    “E tu,quanto tempo hai?
    tu,quanto amore hai?
    io,non ti perdo mai ti aspetto al fondo di questa strada,sai;tu,quanto tempo hai,quanto tempo hai,quanto amore hai?”

    sarebbe bello sapere che qualcuno ci aspetta,alla fine della strada. E ci tende la mano.

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