Diverso da chi? (un racconto breve)

Dal mio punto di vista sembra tutto grande.
Forse perchè la mia casa segreta è costruita sotto il grande tavolo di legno scuro del salotto. Ho tanti rifugi segreti – uno l’ho costruito sotto un vecchio stendipanni nella stanza che mamma, o meglio Ana, la signora che aiuta la mamma a pulire e cucinare, usa come lavanderia. L’ho ricoperto di vecchi asciugamani e il tetto l’ho ricavato da un lenzuolo strappato. Mi rifugio lì sotto ogni volta che voglio riflettere su qualcosa che è successo e non riesco a capire, o disegnare, o scrivere il mio diario.
Ma non mi sono ancora presentato, e mamma dice che bisogna sempre presentarsi educatamente porgendo la mano, e non iniziare mai le frasi con “ma”, anche se io l’ho appena fatto…
Mi chiamo Leo e ho otto anni. A casa tutti mi chiamano Boo, perchè la mamma un giorno, sorridendo con gli occhi tristi, mi ha detto che le ricordo tanto uno dei personaggi del suo libro preferito – però devo copiare il libro dalla copertina, perchè è in Inglese e non lo so scrivere, anche se in Inglese so dire come mi chiamo, i numeri fino a trenta e i colori. Ecco, l’ho trovato: To Kill A Mockingbird di Harper Lee.
Comunque, questo Boo è un uomo proprio strano, nè giovane nè vecchio, che sta sempre chiuso in casa e non si fa mai vedere da nessuno – mamma dice che io faccio esattamente la stessa cosa quando mi nascondo per ore nelle mie case segrete.
Quando le ho chiesto perchè Boo si nasconde, mi ha risposto che lui preferisce il suo mondo al mondo esterno, con tutte le ingiustizie, la cattiveria e l’ignoranza delle persone – non tutte ma alcune, molte forse.
Probabilmente in parte questo è il motivo per cui mi nascondo: non capisco il mondo che mi circonda, e non sono sicuro che mi piaccia.
La mia casa ha tutti mobili di legno scuro. A mia madre piace tenere le tende chiuse, così non c’è mai molta luce, “la polvere non si vede e i mobili non si rovinano”, dice. A me il buio non piace: anche la notte dormo con la mia lampada magica, che riflette sul soffitto e sulle pareti stelle e pianeti, che mi fanno compagnia.
A casa mia c’è sempre tanto silenzio. Ho una sorella, Aurora. Lei è più grande di me ma sembra sempre più piccola. Io non ci posso mai giocare.
Una sera mamma e papà parlavano e non si sono accorti che ero nella mia casa sotto il tavolo a giocare con il Lego, coperto dalla lunga tovaglia ricamata.
Mamma diceva a papà, piangendo, che forse era per colpa delle cure che aveva fatto perchè non riusciva ad avere bambini che Aurora era nata così. Papà diceva invece che non era vero, altrimenti poi non sarei nato io, che sono “normale”.
Mamma allora si è messa a piangere e ripeteva mi sento in colpa mi sento in colpa mi sento in colpa è colpa mia è colpa mia devo prestarle più attenzioni.
Papà lavora tutto il giorno, esce presto e torna tardi, sempre più tardi, nemmeno in tempo per la mia buonanotte. A volte lavora anche il fine settimana o parte per viaggi di lavoro. Devono essere viaggi strani, dove la gente non si diverte, con aerei e treni pieni di papà con l’abito scuro e il portatile con la mela mangiucchiata. Non come la crociera che ho fatto quand’ero più piccolo con i nonni, in cui io stavo tutto il giorno al miniclub, la nonna si abbronzava a bordo piscina e il nonno giocava a minigolf.
La mamma lavorava prima che Aurora nascesse. Non so bene cosa facesse, ma penso un lavoro importante. Una volta ho trovato una foto di lei tutta bella, elegante e truccata che parlava al microfono.
Ora sta tutto il giorno con Aurora. La porta alla sua scuola speciale e la va a prendere. Poi la porta da tanti dottori: una dottoressa che si chiama Lafisioterapista, anche se non so se è proprio il suo cognome; un’altra che l’aiuta a parlare meglio e si chiama la signora Logopedista.
Ana mi accompagna a scuola e mi viene a prendere, mi prepara la merenda, mi stira la divisa e controlla che faccia tutti i compiti.
Due volte a settimana viene miss Susan ad insegnarmi l’Inglese, e sono le mie ore preferite. Con lei mi diverto tanto perchè inventa sempre tanti giochi per farmi imparare le parole e mi racconta storie. Una volta abbiamo preparato insieme i cookies, dei biscotti grandi con le gocce di cioccolato. Abbiamo sporcato tutta la cucina, ma miss Susan non si è arrabbiata, anzi ha sorriso. Volevo dare un biscotto ad Aurora, ma mamma non ha voluto.
Una volta a settimana viene il Signor Verruca, anche se non è il suo vero nome. E’ il mio maestro di piano e, anche se suonare mi piace, lui non mi piace per niente, perchè ha l’alito cattivo e la faccia sempre severa. Non sorride mai, e quando si arrabbia con me perchè sbaglio o mi distraggo (gli insetti mi affascinano tantissimo) gli spunta una brutta ruga in mezzo alla fronte.
Per il resto, non posso invitare i miei compagni di scuola a casa. Comunque, non penso di piacergli granchè, perchè nessuno vuole mai sedersi vicino a me in classe, e ormai sono pochi quelli che mi invitano alle loro feste di compleanno.
Io non festeggio mai il mio. Quando frequentavo la prima elementare tutti mi invitavano, allora ho insistito tanto con mamma e papà perchè anch’io volevo una festa vera, con i cappellini di carta e i regali e la torta al cioccolato con le candeline e i sacchetti di caramelle per gli invitati.
Dopo tanti giorni in cui ho rifiutato di mangiare frutta e verdura e di leggere la sera prima di andare a letto, mio padre è crollato e ha convinto la mamma.
La casa era bellissima il giorno del mio compleanno, quasi come se si fosse vestita a festa anche lei: le tendine erano tirate su e decorate con coccarde, c’erano ovunque palloncini colorati e festoni col mio nome e il numero sette.
Quel giorno mamma mi ha permesso di stare senza occhiali e di scegliere insieme all’animatrice i giochi che mi piacevano di più. Anche Aurora indossava il suo vestito più bello e un fiocco rosa tra i lunghi capelli scuri.
Alla prima scampanellata il cuore mi è schizzato in gola e sono corso subito ad aprire. Uno ad uno i miei compagni di classe sono arrivati tutti. Abbiamo giocato, riso, ballato, rotto la pignatta, versato a terra la coca-cola, aperto i regali. Poi è arrivato il momento del taglio della torta e mamma ha portato anche Aurora per la foto. Appena l’ha vista, tutta nervosa che balbettava, Pietro, uno dei miei compagni di classe che mi prende sempre in giro per gli occhiali e per il mio taglio di capelli “anni sessanta”, si è messo a gridare: “Ma tua sorella è handicappata! Leo Quattrocchi ha una sorella handicappata! Handicappata! Handicappata!”. Questa parola sconosciuta, dal suono vagamente minaccioso, continuava a risuonarmi nelle orecchie. Aurora si è messa a gridare e, tutta tremante, si è coperta le orecchie con le mani e si è accasciata su se stessa, come fa sempre quando si spaventa o ci sono estranei. Mamma l’ha portata via tutta preocupata, l’animatrice ha iniziato un torneo di sciarade e la mia torta, la mia bellissima torta al cioccolato, col mio nome e coi miei anni, è rimasta tutta sola, lì, sul tavolo, sulla tovaglia bianca, quella buona, in salotto, dimenticata da tutti, con le candeline mai accese. E io non riuscivo a concentrarmi sul gioco: continuavo a pensare al suono di quella parola misteriosa e proibita – handicappata – e alla mia bellissima torta. Volevo che tutti tornassero di là, anche mamma e papà, e si dimenticassero per una volta di Aurora, e mi facessero spegnere le mie candeline. Volevo cancellare quel suono orribile, quella strana parola dal potere malefico – handicappata.

Quella sera, mamma e papà sono venuti in camera mia, con la faccia tutta seria, e mi hanno spiegato, abbassando la voce come se qualcuno ci potesse sentire – ma se non c’era nessuno! – che Aurora è “diversa”.
“Diversa come?” ho chiesto. “Diversa da chi?”
Mio padre si è stropicciato gli occhi e se n’è andato. Sembrava molto stanco, quasi sconfitto.
Mia madre mi ha spiegato che Aurora è nata con la sindrome di Down. Per questo sembra piccola come me, anche se ha quattordici anni. Per questo va alla sua scuola speciale. Per questo gli altri bambini la prendono in giro. Io mi sono messo a piangere, perchè non è vero, così gridavo, perchè Aurora è mia sorella ed è bellissima e speciale, perchè loro – lui e lei – devono lasciarla giocare con me di più, portarla fuori, all’aria aperta, farle venire le gote rosee. Farla sorridere.
Mia madre mi ha guardato con la faccia triste e mi ha dato la buonanotte.

Dal giorno del mio compleanno ho smesso di giocare con Pietro e con quasi tutti i bambini della mia classe. La mia unica amica è Simona, che si siede sempre con me e passa ogni ricreazione con me. A volte ci scambiamo la merenda, perchè sua madre le fa portare pane e Nutella, mentre la mia mi fa portare sempre e solo cose salutari e bio – anche se non so cosa significa – come le mini carote.

Simona ha i genitori divorziati, che significa che ha due case diverse e il doppio dei regali a Natale e al suo compleanno, ma significa anche che deve vivere quindici giorni nella casa della mamma e quindici in quella del papà, con la sua nuova moglie e il nuovo fratellino.
A volte Simona è molto triste, specie quando sta dal papà, perchè le manca la mamma. Pietro e gli altri dicono che è “strana”, è “diversa”, perchè a volte piange in classe e perchè sta tutto il tempo con me, che sono un quattrocchi, con una sorella handicappata, e parlo poco e non gioco mai a calcio.
Che sono “diverso”.

Ci chiamano Morticia e Gomez Fester, ma a me non importa, perchè un giorno forse la sposerò, così non dovrà più vivere in due case diverse, e Aurora potrà vivere con noi, e le compreremo un unicorno, e avrà una stanza con un arcobaleno dipinto sulla parete, e il suo parco giochi personale.

Così mamma potrà riposarsi un po’, perchè passa tutto il suo tempo con Aurora, che sembra sempre più piccola e nervosa. Mamma passa il pomeriggio a leggerle storie, a parlarle con quel tono di voce dolce che vorrei usasse con me, a farle ascoltare musica e spesso dorme anche con lei, perchè mio padre non torna quasi mai a casa. Nemmeno la notte.
L’altra notte mi sono alzato per andare a bere un bicchiere d’acqua e ho sentito mamma piangere, nella sua stanza, dietro la porta. Parlava al telefono, e diceva cose strane, frammentate tra i singhiozzi: “lei così giovane..ormai lui non può più nascondersi..l’hanno visto..li hanno visti..non torna più nemmeno a casa..lui e lei insieme..non pensa ad Aurora…povera figlia mia, sfortunata e dimenticata…”.
Mi sono chiesto perchè papà – perchè ho capito parlavano di papà, mica sono stupido – dovesse pensare solo ad Aurora e non a me.
Ora sono un po’ arrabbiato con mia madre, perchè sta sempre con lei, e tanto con mio padre, perchè avrà fatto qualche cosa di terribile per far piangere mamma e per non tornare mai.
Non sono venuti nemmeno alla mia recita di Natale, dove io facevo la renna e Simona la piccola aiutante di Babbo Natale. Nessuno dei due.
Ma ho Simona, e Ana, e Miss Susan, e i miei libri di avventure, con tutti i loro personaggi fantastici.

La mia maestra ha chiamato mia madre e le ha chiesto di parlare “della mia situazione”.
Io ho aspettato fuori dalla stanza dei professori.
Le ha chiesto se mi stesse succedendo qualcosa in questo periodo, se avessi qualche problema, perchè, anche se a scuola sono sempre sono sempre molto bravo, ultimamente sono troppo distratto, silenzioso, assente, triste. La maestra ha detto: “E’ sempre stato un bambino particolare…ma ultimamente è ancora più silenzioso e assente. E’ un caro bambino, ma è pur sempre un bambino speciale…un bambino diverso”.
Mi sono allontanato, perchè non volevo sentire la risposta di mamma, e perchè in quel momento ho capito che l’opinione dei bambini, per quel che vale, sta meglio relegata nelle case immaginarie, sotto il tavolo del salotto o sotto lo stendino della biancheria, in ogni caso ben nascosta, perchè nessuno la percepisca. Perchè nessuno si accorga che ci sia.

E ho pensato: Aurora è diversa. Simona è diversa. La sua famiglia è diversa. Io sono diverso. Ma siamo diversi da chi? E chi è normale?

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