Il museo degli amori perduti

Up, Disney – Pixar
 
 

Mi sono spesso chiesta dove vada a finite tutto l’amore sprecato.
L’amore di quelli che amano invano. L’amore dall’odore di mandorle amare, non ricambiato.
L’amore che non può essere, per differenze d’età, di religione, convenzioni sociali, distanze fisiche e geografiche. L’amore che finisce.
L’amore straziato tra tribunali e avvocati divorzisti.

Forse, almeno in parte, esiste un luogo fisico dove confluisce. Una sorta di terza dimensione, un’isola fuori dal tempo e dallo spazio in cui osservare, con curiosità distaccata, quasi scientifica, le vestigia dei perduti amori. L’unica eccezione è che questo posto esiste davvero, e ha un indirizzo fisico.
Tutto nasce in Croazia, a Zagabria, ad opera di una ex coppia, Olinka Vištica e Dražen Grubišić.

Olinka Vištica

Una coppia un tempo inseparabile, che, arrivata ad una rottura definitiva, ha sentito ad un certo punto il peso della valigia. Si è vista la casa letteralmente invasa di ricordi.
Ma Olinka e Dražen, decisi a rimanere amici, riluttanti a buttare via le cose che un tempo erano state di proprietà comune, hanno avuto l’idea di esporle, di creare una sorta di museo. Una sorta di campo di battaglia dopo che la guerra è finita, con l’aria che odora ancora di polvere da sparo, di sudore, di paura e di stanchezza.
Così, i due allestiscono una mostra dei loro ricordi personali per partecipare ad una gara di esposizioni collettive a Zagabria. Di qui nasce il museo, Brokenships, oggi costantemente arricchito da donazioni.
Lo spazio espositivo è organizzato in otto ambienti, per dare al visitatore l’impressione di vivere la storia attraverso i suoi stadi emotivi: l’inizio di un amore; la passione e il desiderio; la rabbia; i matrimoni e i rituali, e via dicendo.
Benchè il museo abbia ormai una sede fissa, organizza costantemente esposizioni itineranti. I pezzi che si possono osservare sono della natura più svariata: anelli di fidanzamento; bottiglie di liquore vuote; la gamba artificiale di un veterano di guerra, innamoratosi della sua terapista, con la dicitura “Questa protesi è durata più del nostro amore. Materiale migliore”; chiavi di appartamenti non più condivisi: la lente di ingrandimento lasciata da una donna di Manila che ha dichiarato di sentirsi piccola a causa del suo partner. E ancora radiografie, pianoforti, cappelli, orsetti con il cuore, di quelli che si regalano a San Valentino. E parole, ricordi, testimonianze. Alcune sono davvero toccanti, come quella che accompagna uno spray nasale donato da una donna turca, che ha dichiarato “Lui l’aveva comprato perchè non riuscivo mai ad addormentarmi, perchè russava. Ora non riesco a dormire perchè ho il cuore spezzato”.

All’inizio quest’idea mi aveva incuriosito. Mi era parso assurdamente romantico, avere la possibilità di piangere i perduti amori in un cimitero di quello che è stato. Muoversi in questa sorta di limbo, tra le vite degli altri, ricostruire attraverso gli oggetti le trame dei loro destini, l’alfa e l’omega della loro vita insieme. Il primo appuntamento, il primo bacio, il primo tramonto. Il primo appartamento insieme, gli anelli, le promesse. Le lettere, i diari, le foto, i regali.
Poi ho pensato alla mia casa di infanzia e al mio cassetto dei ricordi. Un banalissimo cassetto in un vecchio armadio di mogano, che evito di aprire, con cura.
Lì, insieme alle mie vecchie pagelle delle elementari, ai temi delle medie, alle versioni di Latino e di Greco, riposano oggetti che difficilmente per qualcun altro potrebbero avere valore e significato. Scontrini, con la data cerchiata o evidenziata. Pezzi di carta scarabocchiati. Un’agendina colorata. Un ciondolo d’argento. E poi film, cd di musica, post-it scoloriti, foto, biglietti di treno e d’aereo. Biglietti del cinema, ticket di ingresso a mostre, cartoline, un manicotto spaiato. E se si cerca con cura, in fondo, tra i miei diari di bambina e di ragazzina, riposa un bicchiere di vetro, ancora macchiato di vino rosso, insieme ai pezzi di una collana d’argento, d’ambra e di ebano. E a un dvd sulla storia del Kosovo. E un badge con le parole My word is my sword, che sono un po’ diventate il mio motto.

Lo so, è un’accozzaglia di oggetti priva di connessioni logiche, priva di senso, priva di valore. Cose che potrei facilmante ammucchiare in uno scatolone di cartone, di quelli da traslochi, e buttare via.
Ma, come canta De Andrè in Cose che dimentico:

C’é un amore nella sabbia
un amore che vorrei
un amore che non cerco
perché poi lo perderei

C’e un amore alla finestra
tra le stelle e il marciapiede
non é in cerca di promesse
e ti da quello che chiede

Cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico

C’e un amore che si incendia
quando appena lo conosci
un’ identica fortuna
da gridare a due voci

C’e un termometro dei cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo
il gelo
e tutti ne sentiamo il gelo

C’e un amore che ci stringe
e quando stringe ci fa male
un amore avanti e indietro
da una bolgia di ospedale

Un amore che mi ha chiesto
un dolore uguale al mio
a un amore così intero
non vorrei mai dire addio

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme
non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio dei cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Sono cose che dimentico
sono cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico.

My point being: ognuno di noi è un museo degli amori che ha perduto.
E no, non potrei mai sbarazzarmi di quegli oggetti, anche se la mia regola è di non aprire quel cassetto. Perchè quegli oggetti fanno parte di quello che sono oggi.
E, per quanto sia giusto guardarsi avanti, senza rimorsi nè rimpianti, non è giusto sbarazzarsi dei ricordi. Perchè siamo il nostro passato, e solo riconoscendolo possiamo vivere il presente e costruire il futuro.
Siamo la nostra personalissima expo di amori perduti.

Soundtrack:

Non, Je Ne Regrette Rien (Edith Piaf)
Settembre (Ivano Fossati)
E di nuovo cambio casa (Ivano Fossati)
Since I don’t have you (Guns’N’Roses)
Arrivederci amore, ciao (Caterina Caselli)
Goodbye, my lover (James Blunt)
La chanson des vieux amants (Jacques Brel)
Ne me quittes pas (Jacques Brel)
Sabanas frias (Manà)
Cose che dimentico (F. De Andrè – C. De Andrè)
Eu nao sei quem te perdeu (Pedro Abrunhosa)
How to save a life (The Fray)

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4 thoughts on “Il museo degli amori perduti

  1. Rose Mel says:

    Questo museo mi ha colpito molto..non so se trovarlo suggestivo o inutile/fuori luogo. Da una parte mi affascina l'idea di trovare storie e poterle vivere anche io, dall'altra è davvero strano immedesimarsi nel modo in cui altre coppie dan valore a degli oggetti. Nel senso che quegli oggetti per una persona esterna non han quasi significato; hanno valore solo per chi li ha vissuti e mostrarli agli altri e' un po' come sminuirli, togliergli il valore (seppur doloroso) che hanno per noi. Io nn voglio liberarmi dei miei ricordi..anzi..vorrei conservarli per sempre, come te in una scatola o in un cassetto. Detto questo..se mi trovassi in quelle zone molto probabilmente spinta dalla curiosità visiterei con interesse quel luogo!

    La tua colonna sonora è super. Hai messo pure la mia adorata Edith Piaf 😀

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  2. Ophelinha says:

    Bon, je ne regrette rien..:) penso sia una canzone necessaria per chiunque decida di affidare i soi ricordi a un museo del genere.
    Concordo con te: i miei li porto con me, nel mio cuore più che in un cassetto, e mi chiedo se non sarei, in un museo del genere, nient'altro che un'osservatrice scientifica, scrupolosa, un po' voyeuristica, tentando di scivere tutto sul mio Moleskine e di ricostruire le ceneri dei perduti amori..

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