Guest post: Spazio piano, Martin Esposito

La vita disegna geometrie strane, agli angoli piu’ nascosti delle quali, se si e’ fortunati, si riescono a incontrare belle persone. Che magari vedi una volta sola ma continui a sentire tutta la vita. Che magari riesci a rivedere a intervalli di lustri, tra scali e fusi orari, e la conversazione riprende come se non fosse stata mai interrotta. Forse non si tratta di “amicizia” nel senso letterale del termine, ma sicuramente di celesti corrispondenze, di sinergie tra “anime belle”.

Oggi il mio spazio virtuale ospita una di queste persone, frutto di incontri fortuiti, tra l’altro nello scenario del mio luogo dell’anima, Londra: Martin Esposito, bilingue, interprete e traduttore, poeta, blogger a heartbeat in the city (http://bigcitymartin.blogspot.be/).

L’ordine degli attributi non e’ casuale: bilingue, perche’ credo la breve storia qui riportata illustri la sua condizione di individuo “diviso” tra Nord e Sud, tra Albione e la terra del sole. Una divisione che in realta’, piu’ che confondere il senso di individualita’ e di appartenenza, lo arricchisce.
Interprete e traduttore, perche’ l’ho conosciuto in questa capacita’, in tempi piu’ leggeri quando anch’io speravo di inseguire il mio amore per le lingue e le parole.
Poeta, una veste in cui l’ho conosciuto solo recentemente. Sul suo blog e’ a disposizione la sua raccolta Twelve Haiku. Per darvi un assaggio, vi riporto di seguito i miei preferiti…

Desireless (a lover’s haiku)

caught in the last light

I can just make out her steps

through late winter snow

Sunset (a haiku for letting go)

once more she has been

temporarily in love

with afternoon skies



Vi lascio ora alla lettura di questo breve racconto, un frammento di memoria, un briciolo di un’infanzia a fare da ponte tra due culture,

          Spazio piano

Nei paesi del nord Europa, fin dalla mia infanzia ogni coperto a pranzo e a cena (e anche al mattino) veniva contrassegnato da una piccola tovaglietta rettangolare, all’americana, di plastica o sughero. Veloce e sempre pronta all’uso, segnava il posto, rallegrava la tavola con i suoi disegni e colori, in genrere arabeschi con alberi o uccelli. Si puliva efficacemente con un panno umido. Vi si consumavano veloci merende, colazioni certamente non latine, pasti fatti di pietanze già sporzionate, biscottini, pane tostato. Accanto si poggiava il sottobicchiere, rigorosamente coordinato. Geometrico, logico, ergonomico.


Negli stessi anni, le tavole del Mediterraneo si presentavano ai commensali velate di grandi tovaglie in tessuto, povere. La tradizione le vuole a quadretti. Esse univano le grandi famiglie lasciando spazio al centro per il piatto da portata e soprattutto per il pane. Utilizzandola all’aperto sul terrazzo della casa al mare o alla vigna volava via, si sporcava, veniva tirata dai gomiti meno leggeri e dai bambini. Inevitabilmente si macchiava di vino. Alla fine del pranzo la si scrollava sommariamente, col pretesto della pulizia, ma con la consapevolezza che fosse bandiera, il segnalare a chi ci circonda per via che anche oggi si è mangiato, e col cuore rapito dall’imprescindibile superstizione la quale prescrive che non manchi omaggio e nutrimento anche all’amica terra. Che aveva accolto nel suo abbraccio le poche ore di riposo dalla fatica della nostra esistenza.


E la nostra esistenza, nonostante i tempi, non è mai cosa soltanto pratica.

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