Soledad (racconto breve)

“C’è una candela nel tuo cuore, pronta per essere accesa.
C’è un vuoto nella tua anima, pronto per essere riempito.
Lo senti, o no?”

Rumi

Il mio nome è Soledad. In spagnolo significa solitudine.
Mi chiamo così perché mia madre è ispano-americana, e perché sono nata con una maledizione cucita addosso: sarò sempre sola.
Non sarò mai madre nè moglie, a meno di non voler soffrire tutta la vita. Non sarò neanche semplicemente la donna di qualcuno. Tutti gli uomini che amerò se ne andranno sempre via da me, nel momento esatto in cui avrò iniziato ad amarli e ad avere bisogno di loro.
La mia è una famiglia matriarcale, e questa sorta di maledizione si tramanda di donna in donna. Forse, come sostiene mi abuela, se mamá avesse pregato di più perchè io fossi un maschio e non una femmina, o se non si fosse sposata con quel gringo da quattro soldi di mio padre, come lo chiama abuela, il mio destino sarebbe stato diverso.
Per ora sono condannata ad ereditare il passato della mia famiglia: mi bisabuela morta di parto, mi abuela, giovanissima vedova, mamá abbandonata per una gringa molto più giovane di lei e morta di crepacuore.
La cosa peggiore è che sono molto bella, o almeno così sostiene abuela. Ma io cammino sempre per strada con la testa bassa, e penso solo ai miei studi di medicina. Così potrò essere una donna forte ed indipendente, lasciarmi alle spalle questa terra rossa, arida, bruciata dal sole e, forse, chiudere per sempre questo circolo crudele, una volta per tutte, un giorno.
Soprattutto, lasciarmi alle spalle Esteban.
Esteban studia alla facoltà di Filosofia della mia università. È alto e abbronzato, e mi guarda sempre a lungo, senza parlare, coi suoi occhi liquidi d’ambra, da gatto, quasi gialli, che mi fanno sudare freddo anche quando ci sono quaranta gradi.

Esteban ha le mani allungate, da pianista, e le unghie piccole, rotonde, pulite, da bambino. Da qualcuno che non ha mai lavorato questa terra rossa, che si infila nella pelle, nei polmoni, nel naso. nel cuore.
Esteban profuma di mandorle amare. Il suo odore mi fa girare la testa, se mi viene troppo vicino.
Esteban mi guarda sempre da sotto le sue ciglia lunghe, con muto e rispettoso stupore.
Ma il suo sguardo non mi scioglie le ginocchia e non mi fa battere il cuore. Il suo sguardo scorre nelle mie vene come un fiume d’orrore, mi fa gelare il sangue, mi ottenebra la mente col suo profumo e con la consapevolezza che con lui sarei dannata, dannata, dannata, condannata ad una vita di delirio, crepacuore e lacrime, condannata al destino più antico del mondo che rimane il peggiore destino per una donna: perdere tutto per non ritrovarlo mai più, perdere me stessa e spegnermi in un lento stillicidio.
Abuela me l’aveva predetto, così come mi aveva avvertita di non avvicinarmi a quella facoltà maledetta, piena di gringos dagli occhi liquidi che fanno tremare le gambe come le foglie del nostro brevissimo autunno.
Ma io non sono abuela e non sono nemmeno mia madre, di cui resta solo una foto sul comodino della nonna. Da lì mi ammonisce ogni giorno, col suo sguardo giovane e innocente perso nel vuoto, quel mezzo sorriso che non arriva agli occhi, quegli occhi persi nel suo viso di bimba, fissati per sempre nell’espressione stupefatta di chi non ha compreso la sua vita, e il suo destino, e li ha accettati passivamente, lasciandosi morire di inerzia.
No, io non sono e non sarò mai così: io mi sono spezzata il cuore da sola, giorno dopo giorno, fin da quando ero piccola, per non provare più dolore.
Un esercizio lento, costante, ma inesorabile ed ineluttabile.
Ora studierò medicina, diventerò cardiologa e curerò i cuori degli altri perchè non sono riuscita a salvare il mio. Ma salverò la mia vita dal dolore e non affogherò in quegli occhi liquidi. Andrò lontano, lontano da lui, lontano da questa terra maledetta, cotta dal sole, da questa terra di polvere rossa, da questa terra di scarafaggi e iguane, da questa terra senza futuro, senza speranza, da questa terra di stracci e di povertà.
Vivrò in una grande città, in un appartamento bianco, pulito, asettico, senza macchie, in un appartamento disinfettato e disinfestato dagli spiriti e dal dolore, in un appartamento in cui entrare senza scarpe e lasciare la polvere e lo sporco sul tappetino d’ingresso (non mi libererò mai da quella polvere rossa, me la porterò dietro per sempre, lo so, a ricordarmi chi sono).
Un appartamento anestetizzato, senza sentimenti, dove bere ogni giorno tisane di cicuta e dormire lunghi sonni senza sogni, senza incubi, senza chupacabras che minacciano di succhiare la mia anima, senza occhi liquidi e torbidi come pantani in cui rischiare di affogare.

Advertisements

8 thoughts on “Soledad (racconto breve)

  1. Anonimo says:

    Bentornata 🙂
    Un racconto breve interessante, diverso dai tre pubblicati recentemente, più completo e articolato. Alcuni elementi di unione si ritrovano sempre, ma credo questi siano piacevoli per il lettore, una sorta di ancoraggio ad un vissuto anche quando la storia è completamente nuova.
    Brava Ophelinha!!

    Like

  2. Ophelinha says:

    grazie delle tue impressioni..le tue parole arrivano in un momento in cui mi chiedo: ma poi, alla fine, qualcuno leggerà le mie parole? O andranno tutte perse nel cyberspazio, dimenticate come sul mio Moleskine?
    E' vero, c'è qualcosa di diverso in Soledad. Non c'è un finale aperto, un altro finale, un finale da immaginare. C'è una giovane donna indipendente, condizionata dal suo passato, che decide di non aspettare all'infinito che qualcuno la aiuti a risolvere i suoi problemi. Prende invece in mano la sua situazione e si orienta verso “la lista dei sogni possibili”, anzichè quelli impossibili. E forse un po' la invidio, perchè questa domenica in settembre, un po' alla Guccini, mi ricorda che un'altra stagione finisce, un'altra inizia, e il bagaglio dei sogni che non riesco proprio a realizzare, dei cambiamenti che tanto dedidero, diventa sempre più pesante…

    Like

  3. Anonimo says:

    Il potere delle parole spesso non dipende da loro stesse, ma piuttosto dalla ricettibilità delle orecchie o dalle corde emotive che fanno vibrare a livello conscio o inconscio. Quindi non hanno un tempo di vita o una data di scadenza, sono li, pronte a riecheggiare quando il loro momento di rivivere sarà arrivato. E' quella la grande forza delle parole rispetto ai sentimenti: loro possono ritornare intatte, fresche e dirompenti come la prima volta, in tutta la loro potenza esplosiva in qualunque momento, i sentimenti no. Cio' che è stato difficilmente ritorna, e ancor più difficilmente sotto le stesse spoglie.
    Ma allora possiamo cibarci di parole? Possiamo costruire attorno ad esse una quotidianeità soddisfacente ed appagante? O dobbiamo piuttosto considerarle come un rifugio quando tutto il resto sembra sfuggirci o scivolarci in maniera incontrollata ed incontrollabile? Sono le parole un rifugio o un nascondiglio? Perché sentiamo il bisogno di parlare anche quando faremmo meglio a tacere? E perché preferiamo tacere quando l'unica cosa che vorremmo è sentire il suono di una voce e le parole che ne sono l'incarnazione uditiva? E poi mi chiedo…come sarebbero le parole se ad esse non fosse associato un suono? Per una persona audiolesa, le parole hanno la stessa valenza che per noi?

    Scusa la digressione sul valore della parola, ma so che è un tema a cui tu e i tuoi attenti lettori (come me) tenete molto

    Like

  4. Ophelinha says:

    Attenzione: le parole non sono semplici ornamenti. Non sono vuote. Non sono ornamentali.
    Verba volant. I sentimenti no.
    Cambia magari il modo di esprimerli. Ma un sentimento, se e' autentico, continua a vivere, anche nelle situazioni piu' difficili. Si adatta, come un cactus in un deserto. Si nutre della poca acqua di cui dispone e lotta per la vita.
    Perche' alla fine, nella grigia quotidianita', nella monotonia di festi sempre uguali a se stessi, le cose che rimangono sono una carezza, quella particolare intonazione della voce, quelle farfalle nello stomaco, quel tremito delle mani difficilmente mascherabile come Parkinson.
    E' normale, ovvio, naturale che una parola, pronunciata mille volte diverse in mille contesti diversi davanti a mille persone diverse, assumera' mille e poi mille connotazioni diverse. Questo e' il bello delle poesie: non le puoi ingabbiare dentro strutture di zucchero fatte di endecasillabi faleci e strofi saffiche. La Poesia verafugge, scriveva Emily Dickinson.
    Le parole vengono, le parole vanno. Quelle importanti restano. Magari un po' diverse. Forse un po' piu' nascoste. Forse bisogna andarle a cercare, dietro mille silenzi, dentro notti insonni, lettere non scritte, conversazioni immaginarie. Se sono vere, reali, autentiche, sentite, sono li', ci SONO.
    Questa difficolta' a reperirle non le rende amcora piu' prezione?

    Like

  5. Anonimo says:

    Nei bambini i sentimenti sono semplici, come le parole che usano. Poi si diventa grandi ed entrambi si complicano. Forse se ci si limitasse a guardarsi negli occhi, in silenzio, senza complicare tutto con parole e progetti, tutto sarebbe più naturale, vero ed appagante

    Like

  6. Ophelinha says:

    o forse ha vissuto un'infanzia a meta'.
    O forse vuole semplicemente riprendersi la capacita'di meravigliarsi, con occhi sempre nuovi ed innocenti, e quell'approccio aperto, fiducioso nei confronti della vita che si perde per strada

    Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s