Non siamo villette unifamiliari stile Mulino Bianco, con le pareti imbiancate di fresco e i vasi di fiori al balcone. Siamo vecchi castelli, magioni abbandonate, e tutti abbiamo i nostri scheletri negli armadi, le ragnatele in soffitta, il salone chiuso con la torta nuziale mai mangiata popolata dai topi, l’orologio fermo e una Miss Havisham perennemente vestita nel suo abito nuziale che aspetta chi non arriverà mai. E soprattutto, tutti noi abbiamo i nostri fantasmi.
Quelli che tengono svegli in piena notte. Quelli che fanno più paura, perchè non si possono vedere, nè sentire: quelli che opprimono il petto e non ti lasciano respirare, quelli che ti serrano la gola e la bocca dello stomaco. Quelli che ti lasciano ad annaspare, boccheggiante, alla ricerca di un po’ d’ossigeno.
Quelli che ti fanno temere quelle notti eterne, e tirare un sospiro di sollievo solo alle prime luci dell’alba. Quelli che ti fanno bramare l’oscurità, quel buio dolce e buono che scende come una coperta a proteggerti da quello che non vuoi vedere.
Quei fantasmi che sono strascici di sentimenti che non riesci a buttare via, le ultime scintille di incendi che non riesci a sedare del tutto, mai. Quei fantasmi che sono ombre di persone che ci sono state e non ci sono più. Dettagli. Barlumi di visi. Scorci di sguardi. Pezzi di sorrisi che si riflettono in uno specchio scheggiato.
Fantasmi di parole mai dette, di cose mai fatte, di lettere mai scritte. Di addii alla stazione. Fantasmi di persone che abbiamo lasciato andare via e ora sono solo ombre, gocce di memoria, lacrime distillate di rimpianto.
Tuttavia, credo che i peggiori siano quelli che ci portiamo dietro dall’infanzia. Quelli che vivono dentro di noi ma che cerchiamo di ignorare anzichè affrontarli a colpi di kick-boxing.
Quei compartimenti stagni che non permettiamo a nessuno di aprire. Quelle vicende che ci hanno segnati rendendoci inesorabilmente quello che siamo. Anche se non vogliamo, anche se non possiamo accettarlo, questi fantasmi sono parte di noi. La mattina, allo specchio, si possono intravedere, nel grigiore della pelle, nel nero delle occhiaie, in quel guizzo di vitalità in meno nello sguardo.
Noi siamo i nostri fantasmi. E non vogliamo ammetterlo perchè è scomodo, davanti a noi stessi prima che agli altri. Non vogliamo ammetterlo perchè abbiamo paura di giudicarci e di essere giudicati.
Ma solo vivendole, quelle paure, solo affrontandole nei corridoi e nei labirinti intricati dei nostri castelli infestati, saremo forse in grado di capirci qualcosa. Qualcosa di quel grande mistero che siamo noi stessi.
Per quanto ci costi ammetterlo, per quanto possiamo vergognarcene, siamo fatti di luce ed ombra, di leggerezza e pesantezza, per quanto quest’ultima spesso abbia la meglio, come nel mio caso.
Forse solo ammettendo questa tensione, questa dicotomia costante, e vivendola fino a fondo si può trasformarla in qualcosa di…positivo. In una turbolenza creativa. In un vortice di pensieri e parole, sogni e insonnia in cui cercare di rivederci per quei bambini che eravamo, spaventati dal buio o dal lupo o dall’uomo nero o dall’abbandono di un genitore. O traumatizzati da quest’abbandono.
Forse quello che facciamo, giorno dopo giorno, è comprimere, senza mai decomprimere. E’ cercare di soffocare quel bambino che continua a vivere dentro di noi, senza mai dargli voce, anche se richiede le nostre cure, la nostra attenzione, e, soprattutto, quello che gli abbiamo sempre negato: il nostro amore incondizionato. La nostra accettazione.

Siamo tutti vecchi castelli infestati da fantasmi. E no, non possiamo venderci come dimore storiche di lusso finchè non riusciamo ad esorcizzarne almeno un paio.
E non si può smettere di frequentare il passato se non si scende a patti con lui. Almeno in parte.