C’era una volta, nemmeno tantissimo tempo fa, una ragazzina timida e abbastanza chiusa, di quelle con gli occhialoni rotondi e le codine cicciotte, tanto per intenderci.
Viveva in un mondo tutto suo, sempre con la testa per aria, convinta che la realtà non fosse quella che si vede, ma quella che si crede, e che sui libri si potesse sempre fare affidamento. Perchè non ti deludono mai. Non ti lasciano mai sola. Non ti prendono in giro o ti ostracizzano perchè sei “diversa”, perchè a saltare l’elastico o a giocare con la corda e l’hoola-hop preferisci allestire piccoli spettacoli teatrali, come in Piccole Donne della Alcott, libro che la ragazzina tanto amava.
C’era una volta una ragazzina che sognava di diventare scrittrice e, ogni volta che si sentiva strana, o triste, o sola, o scoraggiata, o particolarmente euforica, riempiva pagine e pagine di diari.
E poi delle sue prime poesie. E poi della sue prime storie.
E in quelle pagine ancora oggi vede scorrere tutto il suo mondo, dalle crisi adolescenziali e familiari alle prime cotte, dai primi amori alle prime delusioni amorose, dai primi temi ai primi esami. Dal primo curriculum all’ultima lettera di rifiuto.

Tutto questo per dire, in maniera contorta come sempre, che è difficile avere un sogno. E’ difficile coltivarlo, quando il mondo ti insegna giorno per giorno a diventare miscredente, sussurrandoti all’orecchio che non ce la puoi fare, che non ce la farai, che non sei l’eccezione ma la regola, che sei solo una tra tanti, che se uno su mille ce la fa tu fai parte degli altri novecentonovantanove.
E’difficile continuare ad allevare un sogno quando la vita ti cambia, ti marchia a fuoco, ti fa invecchiare precocemente, ti fa chiudere nel dimenticatoio quei progetti per cui ti eri preparata con tanta cura, quelle speranze che avevi coltivato con tanto amore.

Ma continui a scrivere. Continui a confessare alla carta (o allo schermo) quelle cose che non oseresti mai dire a nessuno. E scrivi quando sei felice, scrivi quando sei triste, scrivi in quelle nuits blanches che sembrano non voler finire mai. Scrivi aspettando l’alba. Scrivi in lutto per la perdita di un amore. Scrivi perchè (Pereira docet) in fin dei conti continuare a frequentare il passato è molto più facile che vivere il presente e aprirsi al futuro, lasciarsi andare. Scrivi perchè a volte il passato fa male, e ce n’è così tanto, di quel passato, che non riesci proprio a lasciarlo andare.
Scrivi per dimenticare. Scrivi perchè hai paura di non ricordare. Scrivi per fissare nero su bianco quei tratti, quelle mani, quel profumo, quella voce che il tempo si porta via con sè, oltre lo specchio, nelle nebbie dell’oblio.

Scrivi anche quando ti rendi conto che non basta voler fare la scrittrice: ci devi nascere, con la scrittura nel sangue, nella mente. Tatuata nel cuore.

Ma anche questa consapevolezza non basta a fermarti. E continui a scrivere.

Continui a scrivere perchè non puoi non farlo, perchè scrivere è obbedire a un dettame della tua coscienza e, come la pioggia d’estate di Levin, ti lascia pulita. Purificata.
Anche quando quello che resta sono solo le parole.

Tutta questa lunga premessa per annunciarvi (che verbo solenne!) che da ieri potete trovare online il mio primo e-book, pubblicato da Errant Editions: La ragazza del bar di Cuba, una trilogia, al modico prezzo di un euro (lo trovate qui).

Per saperne di più, vi rimando al sito di Errant Editions Small Digital Publisher, che ha recentemente lanciato una coraggiosa ed appassionante iniziativa volta alla pubblicazione in formato digitale di storie brevi scritte da autori esordienti. La mia trilogia inaugura appunto la serie Inaspettati/Unexpected Passions. I racconti brevi che parlano d’amore (per saperne di più leggete qui),

Colgo l’occasione per ringraziare Francesca, Coralie e gli altri editori erranti per aver realizzato uno dei più grandi desideri di quella bambina.

E, come sempre, ringrazio tutti coloro che vorrano passare da queste parti a lasciare le loro impressions.

Ophelinha P.