Singolari e plurali, in direzione ostinata e contraria

L’Urlo, Munch

Good feeling
won’t you stay with me just a little longer
it always seems like your leaving
when I need you here just a little longer
                         Violent Femmes, Good Feeling                 

Ultimamente, per diversi motivi, mi trovo ad interrogarmi spesso e volentieri (complici mes nuits blanches) sulle relazioni umane.
Su quanto sia difficile passare da un femminile singolare a un duale o un plurale. Su quanto si abbia paura di perdere quell’indipendenza caparbia, ostinata, sfacciata, in parte frutto della necessità ma in grandissima parte conquistata con le unghie e con i denti, in direzione ostinata e contraria, a colpi di rinunce e spesso di solitudine.
Penso a quanto sia difficile costruire ma così facile e immediato distruggere.
A quanto si lotti per anni per cercare di definirsi come persona, a quanto si combatta per portare aventi i propri valori e i propri ideali, per scoprire che la società ha belli e pronti dei ruoli da cucirci addosso, come cibi precotti: ed eccoti l’etichetta di single-fidanzata-moglie-madre-figlia-sorella-amica-conoscente-segretaria-infermiera-impiegata-subalterna-presidente. Eccetera. Non so se rendo.
C’è qualcuno che guarda oltre le etichette? Come se tutti noi fossimo bellissime bottiglie di vino, tutte splendide e uniche nella loro diversità, ma gli acquirenti si soffermassero solo a leggere il tipo di vino l’annata e la casa di produzione e nessuno si accorgesse del colore, della forma, del vetro smerigliato o soffiato o quant’altro.
Oltre alle etichette…ci sono le percezioni. Quelle che noi abbiamo di noi stessi. Quelle che gli altri hanno di noi stessi. La nostra necessità e insieme la nostra paura di guardarci negli occhi degli altri.
Il tentativo di apparire loro come ci vogliono.
E quando quel safety net viene a mancare..quella rete di affetti familiari e amicali che ritenevamo inossidabile, imperitura, are you really ready to jump?
Quando si sono perse le proprie radici. Quando non c’è più un senso di appartenenza. Quando ci si sente stranieri ovunque, precari sempre, di passaggio per professione. Quando. E’davvero possibile costruire, insieme a qualcun altro o da soli, quando non si ha nemmeno piena cosapevolezza di chi – o cosa – si è, o si vuole essere?
Almodovar ha detto (in Tutto su mia madre) che una donna è tanto più autentica quanto più si avvicina all’idea che ha di se stessa, a come lei si vede. Bene, good news: io sono a migliaia di miglia da lì.
E continuo ad avere questo strano sospetto: forse esiste davvero, la serendipità, e quanto più siamo impegnati a controllare, a porre mattoni, quanto più siamo distratti, più le cose accadono.
Anzi, proprio nell’esatto momento in cui ci giriamo di spalle, in cui siamo distratti o poco attenti, in cui ci siamo scordati di vivere che la vita accade. Lì, nel momento. Quindi, la vita sarebbe quello che accade mentre siamo occupati a fare altro. E ci ritroviamo a trovare cose che non avremmo mai saputo di desiderare nei momenti, nei luoghi, nelle persone più impensate. E quelle cose ci diventano
essenziali, vitali.
Forse allora esiste una sorta di legge di compensazione. Per tutte le persone che abbiamo perso, gli abbracci spezzati, gli sguardi interrotti, i baci mancati, per tutte le occasioni lasciate scivolare tra le dita come spiaggia bianchissima e finissima al mare, ne esisteranno delle altre.
E forse la vita è una specie di labirinto un pò sadico, che comunque, ogni volta che ci perdiamo, ogni volta che ci sentiamo inesorabilmente, irrimediabilmente soli e confusi e spaventati, ci apre un piccolo valico tra le siepi. E, come nei migliori film di Ozpetek, tutte le vite sono in un certo modo collegate, e le persone che ci hanno toccato l’anima e che hanno cambiato la nostra percezione del mondo – anche se solo per un istante – non se ne vanno mai veramente. Sono lì, dietro l’angolo. Dietro un’altra siepe del labirinto. E a volte ritornano, con ruoli e facce diverse.
O almeno, mi piace pensare che sia così.

Lost in Translation, Sofia Coppola

 Soundtrack: Good Feeling, Violent Femmes

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14 thoughts on “Singolari e plurali, in direzione ostinata e contraria

  1. ClaraB says:

    C'è una canzone di Bob Dylan che si intitola “it's alright, Ma (I'm only bleeding)”, ti potrebbe piacere.

    C'è un pezzo che dice: “it is not he or she or them or it that you belong to: it's life and life only”. Che ne dici?

    Per cominciare, rispondo anche al commento anonimo che ho trovato. Quello che Ophelia scrive vale per tutti, ma vale soprattutto per le donne… per la loro tendenza a perdere di vista se stessa, per il loro senso del dovere o di responsabilità o di irresponsabilità. E' la vita a cui apparteniamo, con tutto quello che quest'affermazione comporta.

    Puoi allontanarti anni luce da quello che sei, ma dentro di sé rimarrà sempre una piccola fiamma della tua assenza, pronta a trasformarsi in fuoco ogni volta che si presenterà l'occasione… e tu lo sai e alterni momenti in cui fai cessare il vento e momenti in cui alimenti la fiamma, con le cose che ti piacciono, con i pensieri a notte fonda (senza i quali di certo non saresti tu!), con i tuoi futuri inverosimili, i sogni sepolti negli armadi.. Nessun ruolo ti si potrà cucire addosso se sceglierai da sola i tuoi abiti, se curerai con amore la tua indole, se scriverai per tenere la tua vita al sicuro.

    E per quanto riguarda 'lo scontro' con altre persone, io credo che chi difende la propria indipendenza con le unghie e con i denti abbia soltanto paura. Ci vuole immenso coraggio ad incontrare gli altri, ad accogliergli, a comprenderli… e quando questi incontri avvengono sotto la buona stella dell'amore, allora stai sicura che non ci sono compromessi o rinunce, ma solo realizzazione di una parte di sé. Chi ti ama davvero ti lascia essere te.. Nessuna parte viene perduta, si imparano solo il doppio delle cose della vita: “perché con quattr'occhi forse si vede di più”… e così con sei, otto, dieci e tutti gli occhi troppo belli delle persone che prendono parte alla nostra vita, per lungo tempo o per un giorno soltanto.

    Un abbraccio

    Clara

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  2. Claudia says:

    E' così difficile, vivere. Talmente difficile che facciamo passare giorni, mesi, anni, cercando di farlo, ma senza cavarne fuori un granché.
    E poi arriva quell'incontro, nuovo o vecchio che sia, quel momento di unione e “com-partecipazione” con un'altra persona per cui si diventa in grado di stravolgere la propria vita, nonostante tutto il tempo impiegato a costruirsi delle fondamenta.
    Noi donne, forse per costituzione, più degli uomini abbiamo bisogno di lottare, con gli altri ma prima di tutto con noi stesse, per affermarci, per darci dei principi, per piacere agli altri e piacerci, per mantenere la nostra indipendenza ma al contempo legarci a qualcuno.
    E' così difficile mantenere insieme le due facce di questa medaglia…

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  3. Ophelinha says:

    Elizabeth Bishop scriveva che l'arte di perdere e' molto difficile da imparare.
    Secondo me, anche l'arte di trovare lo e'.
    L'arte di accettare che una ricerca si e' conclusa. L'arte di abbracciare chi o cosa si e' trovato, senza lasciarsi prendere dalle paure, o dalla voglia di scappare..

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  4. Ophelinha says:

    “Meantime life outside goes on
    All around you”
    questa e' la parte della canzone che mi e' piaciuta di piu'
    avere la sensazione di guardare la vita vivere, anziche' viverla, come da dietro il finestrino polveroso di un treno dal quale non si ha mai il coraggio di scendere
    come quando non trovi piu' i colori dentro di te
    come quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci piu', e nemmeno negli occhi degli altri
    come quando ti senti infinitamente piccolo e solo..ma andare al di la' di quello specchio, rompere quello specchio, infrangere quella solitudine fa ancora piu' paura

    A proposito di vestiti..ho letto recentemente un libro che mi e'piaciuto molto, The Secret Lives of Dresses. Per la serie: l'abito (non solo quello metaforico) a volte fa, il monaco. E anche quello che indossiamo racconta la nostra storia, assorbe pezzi della nostra storia, arriva ad avere una storia tutta sua.
    Forse a volte chiudiamo un po' troppo abiti (e sogni) in scatoloni che poi lasciamo a marcire nei seminterrati, o a impolverirsi in fondo agli armadi, senza avere il coraggio di vestirli, di indossarli, di farli vivere, quegli abiti, e quei sogni.
    Un bacio Clara

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  5. Ophelinha says:

    @ Clara:

    Agonia (Cesare Pavese)

    Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
    saprò vivere sola e fissare negli occhi
    ogni volto che passa e restare la stessa.
    Questo fresco che sale a cercarmi le vene
    è un risveglio che mai nel mattino ho provato
    così vero: soltanto, mi sento più forte
    che il mio corpo, e un tremore più freddo
    accompagna il mattino.

    Son lontani i mattini che avevo vent'anni.
    E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
    ne ricordo ogni sasso e le striscie di cielo.
    Da domani la gente riprende a vedermi
    e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
    e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
    ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
    di esser io che passavo-una donna, padrona
    di se stessa. La magra bambina che fui
    si è svegliata da un pianto durato per anni
    ora è come quel pianto non fosse mai stato
    .
    E desidero solo colori. I colori non piangono,
    sono come un risveglio: domani i colori
    torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
    ogni corpo un colore-perfino i bambini.
    Questo corpo vestito di rosso leggero
    dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
    Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
    e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,
    mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
    uscirò per le strade cercando i colori.

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  6. Rose Mel says:

    Questo post l'ho letto ieri notte e mi ha dato ispirazione per il mio di oggi 🙂 volevo commentare con più calma però..ecco perché scrivo solo ora 🙂
    Io credo che la vita sia differente per gli uomini e le donne; le donne per me devono combattere di più..per vari motivi. Sia per affermarsi, sia per quanto riguarda il creare legami e conciliare i propri sogni con il desiderio di creare una famiglia. In un certo senso le donne per quanto viaggino, facciano esperienze di vita e di lavoro, spesso hanno un forte legame con le radici, ovvero quel sentimento che ti porta a voler trovare un luogo dove fermarti e creare qualcosa o cmq un sentimento che ti porta a desiderare di avere attorno un nucleo di persone fidate.Quindi, anche quando non si pensa al domani c'è sempre un desiderio nascosto di trovare un luogo e delle persone con cui stare bene, un desiderio di legarsi a qualcuno o qualcosa. Questo sentimento poi deve conciliarsi con la voglia di essere indipendente e seguire i propri sogni. Questo è il mio pensiero per quanto riguarda la lotta delle donne.
    Poi credo anche che incontrare gli altri non sempre sia facile, ma ogni incontro è prezioso e lascia qualcosa. A volte la vita prende strade imprevedibili, si lega con persone che non avremmo mai immaginato, ci si lascia ispirare dall'inaspettato. Per dirla breve, la vita è imprevedibile…per quanto uno abbia un piano, ci sono troppi fattori che lo cambiano e che ci portano in luoghi nuovi, tra persone nuove e lungo sentieri che non avevamo progettato. Ecco..scrivo così perchè ora sono i balia dell'inatteso…ho un forte legame con la mia regione e tante persone qua, ma il mio desiderio di esplorare altri luoghi mi porta lontano da qua e mi fa conoscere nuove ambienti e nuova gente. Allo stesso tempo ho paura di perdere quello che ho pur sapendo che non mi basta e che sono costretta a muovermi per rimanere viva. E non so ancora dove mi porterà il mio domani 🙂 in piena lotta in pratica 🙂

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  7. Ophelinha says:

    “Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d'oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile.” (S. Aleramo – Una donna)

    Sicuramente non si può generalizzare. Personalmente, mi sento una sorta di Dr Jekyll e Mr Hyde: bisognosa di conferme, alla ricerca del suo posto del mondo, di un pezzettino di terra al sole dove mettere radici..ma anche quella dai ventimila dubbi, dalla valigia sempre pronta, dalle case temporanee, dagli scatoloni mai disfatti perchè tanto la vita è altrove, dalla volontà di sperimentare sulla propria pelle fino a farsi male.
    Come si fa a fermarsi quando si è stanchi di cercare ma al tempo stesso si è rosi dalla frenesia di non fermarsi mai?
    Mi consola non essere la sola.
    Un bacio Mel

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  8. Strawberry says:

    Un post molto interessante…essere indipendenti per me è uno stato d'essere e non penso mai che una persona possa diminuire la mia indipendenza, se è una persona che come te ne capisce il valore non ti crea inutili legami…c'è da dire che a mio parere nessuno su questa Terra è solo e slegato dal resto del mondo…siamo tutti connessi, abbiamo tutti radici e anche quando cerchiamo di sradicarle, sono queste che poi ci aiutano nei momenti difficili…che siamo parenti o amici o amori, i legami sono la nostra forza…

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  9. Ophelinha says:

    Nessun uomo è un'Isola,
    intero in se stesso.
    Ogni uomo è un pezzo del Continente,
    una parte della Terra.
    Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
    la Terra ne è diminuita,
    come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
    o una Magione amica o la tua stessa Casa.
    Ogni morte d'uomo mi diminusce,
    perchè io partecipo all'Umanità.
    E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
    Essa suona per te.

    John Donne

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