In a sentimental mood (racconto breve)

Sophie Blackall, from Mixed Connections. Lost and Found.

 

Lui e lei sono in macchina. È una mattina piovosa e grigia, benché la primavera sia iniziata ormai da un pezzo.  Si è appena affacciato un timido e pallido raggio di sole.

 

Lui è nervoso, odia guidare durante l’ora di punta, in mezzo al traffico. Lei ha i piedi per terra e la testa per aria, assorta in chissà quali pensieri, che non vuole rivelare, in quanto non rilevanti ai fini di questa storia. O forse si, dopotutto.

 

La radio in sottofondo trasmette le ultime notizie. Lei con fare distratto ed assente cambia e la sintonizza su una stazione jazz.  Partono le note, intense e malinconiche, di In a sentimental mood, cantata da Sarah Vaughan. Lei si gira e guarda fuori dal finestrino, canticchiando sottovoce, sempre con fare distratto, ma stavolta dolcemente assente, e con l’aria vagamente sognante.

 

Arrivano ad un semaforo rosso e si fermano davanti alle strisce pedonali. Lì, sul marciapiede, in attesa di attraversare, c’è un uomo, o forse un ragazzo, sembra davvero giovane, con un lungo ciuffo castano dai riflessi ramati che gli ricade sugli occhi scuri. Guarda la giovane donna dentro la macchina e il tempo sembra fermarsi. Rimane fermo lì, sul marciapiede, come inebetito. Continua a guardarla.

 

 

La scena prosegue al rallentatore: Lei scende dalla macchine, le guance arrossate, il trench blu piegato sul braccio, bellissima sotto il sole pallido, o almeno così sembra a lui. Raggiunge il marciapiede con uno sguardo imbarazzato, con un timido sorriso. Si guardano. Le cade il trench. Lui glielo raccoglie. E le sorride, di un sorriso familiare, perché lui in quel primo sguardo ha ritrovato antiche sintonie che credeva dimenticate, una musica ascoltata da bambino e dimenticata da tempo, odori, colori e sapori che si sono mescolati e mille e poi altri mille e mille ancora ma rimarranno sempre lì, unici ed inconfondibili, per poi venire di nuovo a galla quando il momento è quello appropriato, è quello giusto, in quelle incomprensibili geometrie disegnate dalla vita. Inizia uno scambio di battute zoppicanti, un gioco di sguardi, di sospiri trattenuti. La ragazza mormora di avere proprio voglia di un cappuccino e di una cupcake, lì vicino c’è proprio la sua pasticceria preferita, e adora le cupcakes alla violetta. Lui la segue, e in quel momento, nel momento, realizza – cosa sdolcinata e scontata – che la seguirebbe sempre, ovunque.

 

 

Cosa l’ha spinta a scendere da quella macchina, in quel momento, nel momento?

 

La somma di tanti momenti.

 

Una riunione interminabile nel corso della quale si era resa conto di non essere minimamente interessata a nessuno degli argomenti all’ordine del giorno, e aveva smesso di prendere appunti, e si era guardata attorno, stupita, assorbendo le luci che si riflettevano sulla scrivania circolare di legno chiaro, quasi biondo, il grigiore dell’abbigliamento e delle facce che la circondavano, e si era chiesta, attonita, quasi inebetita: ma io, cosa ci faccio qui? Non dovrei fare qualcosa che amo, che mi faccia sentire viva? Non dovrei lottare, sforzarmi di seguire le mie inclinazioni e le mie passioni, prima che sia troppo tardi, prima che soccomba del tutto a questa routine meccanica, senza colori, senz’anima? Non mi sarò arresa troppo presto, rassegnandomi al suono della sveglia, odiando ogni mattinata in ufficio, vivendo in attesa del fine settimana?

 

 

Una passeggiata in un pomeriggio stranamente assolato, in cui si era fermata davanti alla vetrina di un’agenzia di viaggi e si era messa a viaggiare con la fantasia.

 

 

Una giornata passata a leggere in un parco, da sola, in cui si era ritrovata con le lacrime agli occhi ad osservare una giovane donna, un uomo e un bambino che giocavano a nascondino. Ogni volta che la conta toccava al bambino, la coppia si nascondeva sempre dietro lo stesso albero, per farsi trovare facilmente, e i due approfittavano dell’occasione per un rapido abbraccio, un bacio furtivo.

 

 

Una sera, come tante altre. Lei che torna a casa, stanca. Sfiduciata. Lui al computer, che solleva appena gli occhi e mormora un veloce saluto. Quel letto diventato troppo grande per due nel quale si sente sempre più sola.

 

 

Tutto questo non importa. L’importante è che ora lei sia lì, seduta ad un tavolino di ferro battuto, con labbro sporco di glassa violetta, con lui che la guarda negli occhi e immagina di guardarla ancora così, dieci anni dopo, magari attorno all’albero di Natale coi loro figli che scartano i regali; o in spiaggia d’estate, con i bambini che schizzano loro acqua fresca e salata mentre giocano con paletta e secchiello; o ancora, in posa dietro una torta di compleanno, rosa o azzurra, poco importa…

 

Tutto questo lui immagina, e immagina anche di raccontare ai loro bambini di quel lontano pomeriggio grigio, di quel semaforo rosso, di quella cupcake alla violetta, di quell’incontro fortuito che era in realtà dietro l’angolo da sempre, in attesa, e si era tradotto in una vita insieme, in una famiglia, in infinite fotografie, in viaggi, in compleanni, in anniversari, in lacrime e sorrisi, in liti appassionate sorte per i motivi più ridicoli, in piatti rotti, in momenti difficili, in infinite volte in cui uno dei due o entrambi avrebbero voluto gettare la spugna, in colazioni a letto, nella volontà ferma ed indissolubile di stare insieme nonostante tutto, nella consapevolezza di essere una squadra e di aver costruito qualcosa, insieme.

 

Il semaforo diventa verde. Il ragazzo attraversa, all’ultimo momento, lentamente, e si ferma dall’altra parte della strada, continuando ad osservare lei, nella macchina, che si allontana, e lui che la porta via

 

Lui accelera, sollevato. La radio trasmette Strangers in the Night cantata da Sinatra.

 

Lei si gira e gli chiede: “Quel ragazzo..continuava a fissarmi..perché mi guardava così? Aveva qualcosa di familiare, ma non riesco a ricordarmi dove l’ho visto..a pensarci bene, credo di non averlo mai nemmeno incontrato..e poi continuava a guardarmi in modo così strano..come se volesse leggermi dentro…”

 

Lui ridacchia: “Sarà un altro dei tuoi spasimanti”. Una punta di gelosia, malcelata dal sarcasmo e dal tono indifferente.

 

“Ti ripeto, non credo di averlo mai incontrato prima”.

 

“Si sarà trattato di colpo di fulmine, di amore a prima vista allora”.

 

“Smettila di ridere! E poi, l’amore a prima vista non esiste…”

 

Infastidita dal suo atteggiamento, lei, sempre con fare distratto, riprende a guardare fuori dal finestrino, verso un punto lontano, con gli occhi che le brillano di una luce indefinita, e, stavolta, con l’aria sognante.

 

 

Something in your eyes was so inviting
Something in you smile was so exciting
Something in my heart told me I must have you
Soundtrack:
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4 thoughts on “In a sentimental mood (racconto breve)

  1. Anonimo says:

    Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti, senti io ti vorrei parlare…”,
    poi prendendo la sua mano sopra al banco: “Non so come cominciare:
    non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
    Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via.”

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  2. Ophelinha says:

    Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
    si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
    sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
    “ed io… “, ma poi arrivò una coppia di sorpresa…

    E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d' ogni cosa,
    cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
    mi chiamò la strada bianca, “Quant'è?” chiesi, e la pagai,
    le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai…

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