L’eleganza del riccio

Rubando le parole di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi, È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello? Troppo, non perché sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve….

L’autrice, Muriel Barbery, docente di filosofia, ama le parole. Seduce con i loro suoni. Gioca con la lingua, portandoti in un mondo magico e misterioso, dove tutto può accadere.

E cosa c’è di più bello delle parole?Niente. Sono il sangue, la linfa, il cuore pulsante di una lingua, ciò che la rende viva. Niente si dice “tanto per dire”: tutto significa qualcosa. Le parole hanno forme, e suoni, e colori. Ci sono persone in grado di odorare suoni, sentire colori. Tali fenomeni vengono definiti sinestesie. La forma più comune di sinestesia il fenomeno per cui lettere, parole e numeri diventano in grado di esprimere colori in modo automatico. Più che una malattia, mi sembra un dono. Una magia. “Si muriera el alfabeto, moririan todas las cosas. Las palabras son las alas”.

Ma mi sto dilungando troppo: tornando al libro in questione, applicherei lo stesso giudizio di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi: può un libro fare paura perché troppo bello?

Senza tediarvi più di tanto: in breve, è la storia di un condominio abitato da famiglie aristocratiche visto attraverso gli occhi di Renée, portiera filosofa che ama la letteratura ma si finge ignorante per corrispondere in tutto e per tutto allo stereotipo della portiera DOC, e Paloma, brillante ragazzina di dodici anni superdotata che cerca in tutti i modi di mascherare la sua ipersensibilità e la sua intelligenza fuori dal comune scrivendo due diari: i Pensieri Profondi ed il Diario del Movimento del Mondo. Questo perché ha deciso di suicidarsi il giorno del suo 13esimo compleanno, e di dare fuoco al suo appartamento, per distruggere l’ottusità e la superficialità di un mondo del tutto privo di bellezza; un mondo di apparenze, che la bellezza non riesce a coglierla.

Trascrivo qualche estratto.

“Dove si trova la bellezza?Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?”

“La nostra vita

servizio militare

per tutti quanti”


“Fammi sapere

cosa bevi e leggi

a colazione

e io posso sapere

veramente chi sei tu”


“L’eternità ci sfugge”

“La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo”


“Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. Allora, come la mettiamo? E’questo il movimento del mondo?Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibilità della perfezione?Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono?Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità…Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs (occasioni) folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e sono sprofondati nel nulla…Lo smacco appena un pelo più in là..Ma soprattutto mi è venuta un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?
Complimenti al movimento del mondo!Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.
Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?”


“Le perle bianche

sulle mie maniche scese quando il cuore ancora colmo

ci lasciammo

le porto con me

come un tuo ricordo” (Kokinshu)

“Io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione, o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede ad un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa….Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica”.

“E’ così estenuante desiderare incessantemente…Ben presto aspiriamo ad un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio né fine e in cui la bellezza non sia più finalità né progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è l’Arte”.

E poi, pioggia d’estate.
Me la ricordo questa pioggia d’estate.
Sapete cos’è una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pure che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri come un respiro infinito.

Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.

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11 thoughts on “L’eleganza del riccio

  1. Donatella says:

    “E cosa c'è di più bello delle parole?Niente.”
    Dire che sono in disaccordo è dire poco, ma forse lo immaginavi.
    Le parole fanno di tutto, costruiscono, distruggono, convincono, seducono, abbracciano, allontanano, ma sono anche pericolose. E il pericolo sta nell'amarle così tanto.
    Si devono amare sempre meno di quello che esprimono, altrimenti è la fine.
    Comunque questo libro non l'ho trovato tutto questo granché sai? E la spocchia dell'autrice si percepisce insopportabilmente a ogni riga.

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  2. Ophelinha says:

    conosci invece il mio motto: le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire. E inevitabilmente, nei momenti più bui, faccio ricorso ad esse.
    E le trovo catartiche.
    Un bacio

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  3. Anonimo says:

    Anche seondo me l'attenzione e il valore che si da alle parole a volte diviene esgerato, soprattutto quando le parole sono soggette ad “interpretazioni”.
    Ma è anche veo che la capacità di arlare è una delle principali (in alcuni l'unica) differenze che ci distingue dagli anumali, dalle piane o dai sassi.

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  4. Ophelinha says:

    ‎”Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un'altra parte, e non ti raccapezzi più.” (L. Wittgenstein)
    Le parole,i libri,non ti tradiscono mai.Sono sempre lì,a portarti in mondi diversi,a raccontarti storie.Sono argilla da modificare a proprio piacimento per creare altri mondi e altre realtà.
    Di tutte le facoltà umane, la capacità di esprimersi e creare attraverso il linguaggio,e amare attraverso le parole,non smette mai di lasciarmi piena di meraviglia.

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  5. Anonimo says:

    Certo, ma quello che io volevo dirti è che le parole che creano altri moni e altre realtà dovrebbero anche confrontari con LA realtà, quella del quotidiano, del nostro lavoro, dei nostri interessi,dei nostri amori. Cotruirsi un mondo finto fatto di parole per fuggire da quello vero pieno di silenzi? No, grazie. Si vive una volta sola, e sarebbe da sciocchi e vigliacchi sprecare questa pssibilità cosí.
    Le parole devono innanzitutto servire a ivere meglio

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  6. Ophelinha says:

    Una volta – tanto tempo fa – qualcuno mi ha insegnato che quando è proprio impossibile avere qualcosa che desideri con tutta te stessa e con tutto il tuo cuore, puoi provare a immaginarla, una realtà parallela e perfetta in cui sia possibile modificare alcune cose, e viverne delle altre.
    Trascrivo un pezzo di Novecento di Baricco:

    “Io che non ero stato capace di scendere da questa nave per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

    Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. E’ genio quello. E’ geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli ma non ci sono riuscito.

    Allora li ho incantati.

    E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando lei si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l’ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l’ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte nel mondo, l’ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal Nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d’inverno, i lupi la notte, quando quell’uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho visto entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. E’ un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te”.

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