It all started like this… (post in prima persona)

E’ iniziato tutto così…durante una giornata molto simile a questa*.
Una giornata troppo grigia perfino per Greyville, con la pioggia gelida e il vento che ti sferza il viso e dissemina intorno a se una foresta di ombrelli rotti. La cosa più deprimente è il colore. Non è fumo di Londra, è un…non colore. E’ la completa assenza di tonalità. E’ la negazione del colore stesso.
Guardo fuori dalla finestra del mio ufficio, questo cielo senza colore, questo palazzone dello stesso colore del cielo, and I cannot help but wonder (à la Carrie Bradshaw)…per l’ennesima volta nel corso dell’ultimo anno e mezzo…ma io, esattamente, cosa ci faccio qui? O, più precisamente, cosa sto facendo della mia vita?
Se, circa undici anni fa, qualcuno mi avesse predetto che sarei diventata la persona che sono, che avrei abbandonato qualsiasi forma di ambizione riducendomi a vivere come l’ombra di me stessa…beh, mi sarei fatta una bella grassa sonora risata. Perché non sarebbe mai potuto accadere. Perché non ero così.
Il problema deriva fondamentalmente da questo…non sono e non potrò mai essere diversa da quello che sono. Ma le circostanze sono cambiate, le persone intorno a me sono cambiate, c’è chi se n’è andato portandosi via pezzi di me e lasciandomi in eredità pesanti valige, chi è arrivato portando carichi di responsabilità che non ero proprio pronta ad affrontare…e ci sono giorni, come questo, in cui mi sento in bilico tra la leggerezza e la pesantezza dell’essere…non so se sono Tereza o Sabine, non so se sono Kitty o Anna Karenina**. Forse la verità è che non vedo i colori perché ho perso la capacità di vederli, insieme alla capacità di ridere, di tutto, di me stessa, di cuore.
Tornando a noi: il trasferimento a Greyville, inizialmente accettato come un dono per evadere da una routine un po’ provinciale e da quella vocina interiore che sussurrava “you can do it better, can’t you?” (sorry ma le mie vocine interiori parlando in Inglese….)si e’ rivelato un vero disastro. Mai e poi mai avrei immaginato di finire a vivere in una città così fredda, così poco accogliente, dove gli amici e gli stimoli culturali vanno cercati col lanternino.
Il lavoro non aiuta…così…burocratico, sempre uguale a se stesso, affatto stimolante…l’unico aggettivo che mi viene in mente è, ancora una volta, grigio…e mi chiedo…non dovrei essere da qualche altra parte a fare qualcosa di più meaningful, per me stessa e per gli altri? E mi viene in mente la dedica della mia tesi di laurea…You have to be the change you want to see in the world (Gandhi). Dov’è finita quell’idealista?
Forse nascosta dietro una facciata di cinica poco convinta…
Ho sempre pensato che quello che facciamo debba rispecchiare la parte migliore di quello che siamo. Che il posto in cui scegliamo di mettere radici debba essere l’Heimat.
Bref, dovendo per il momento vivere, lavorare e respirare qui a Greyville, ho deciso di crearmi la mia Neverland, dove rifugiarmi, sognare e, perché no? Scambiare idee, racconti, storie, opinioni, poesie con altre persone sparse qui e lì nella galassia satellitare.
Perché Impressions chosen form another time e perché Pessoa e Ophelinha.
Perché la canzone di Brian Eno rispecchia come mi sento, attualmente, la maggior parte del tempo (oltre ad essere una bellissima canzone, dolce e malinconica al tempo stesso)

By this river

Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that’s ever falling down, down, down
Ever falling down

Through the day
As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came

You talk to me
As if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time

Eccoci qui

Al fianco di questo fiume

Tu ed io

Sotto un cielo che continua a cadere giù, giù, giù

Sempre più giù

Attraverso il giorno

Come fosse un oceano

Fermi qui in attesa

Non riusciamo mai a ricordarci perché ci siamo arrivati

Mi chiedo perché ci siamo arrivati

Mi parli

Come da distanze remote

E io ti rispondo

Con impressioni provenienti da un tempo ormai lontano

Da un tempo ormai lontano

(Traduzione @OphelinhaPequena)

La traduzione è un po’ libera e rispecchia esattamente come mi sento: con la testa sott’acqua, le orecchie tappate e gli occhi chiusi, e tutto quello che mi arriva sono suoni e rumori attutiti dall’acqua e…ricordi, fantasmi del passato, cose e persone che mi trattengono sott’acqua e mi impediscono di risalire in superficie e let it go. Una cosa però mi arriva, anche sott’acqua: la voglia di scappare via, via….
Perché Nininho (Fernando Pessoa).  Un pomeriggio di tanti (ma non tantissimi J ) anni fa ero in biblioteca a studiare per l’esame di Lingua e Letteratura portoghese. Tra i vari libri, ho trovato questo libricino, Lettere alla fidanzata (a cura di Antonio Tabucchi), la corrispondenza tra Pessoa e l’unica donna della sua vita, Ophelia Queiroz (ne ho gia’ parlato qui).
Queste lettere mi hanno colpito: per la spontaneita’, l’irruente ingenuita’, il bisogno di amore di lei, il desiderio tutto femminile di passare dalla poesia alla prosa e di vivere concretamente il sentimento per Nininho nella vita quotidiana; e quel celeste distacco di lui, geloso, poi sfuggente, preso a farsi scudo dietro i suoi eteronimi, a cercare la vera vita lì dove non c’era, la vita. C’erano tante cose; c’erano parole, c’era poesia, ma c’era anche la sua incapacita’ di amare concretamente, di smettere di nascondersi dietro tanti nomi per offrirsi nudo e semplice a lei, a Ophelia, che in un attacco di deliziosa e maliziosa ingenuita’ in una delle sue lettere si firma “Ophelia Pessoa (magari!)”.
Il carteggio tra Nininho ed Ophelinha mi è tornato in mente al momento di aprire il blog, dopo aver letto un articolo di Tabucchi (Pessoa, Amori veri e amori ridicoli) nell’archivio storico del Corriere della Sera.
Era un momento in cui anch’io avevo bisogno di rifugiarmi dietro un altro nome, per essere capace di osservarmi dall’esterno ed eliminare quella fastidiosa sensazione che provo ogni volta che parlo di me in prima persona. Così nasce la mia Ophelinha, una figura ibrida, mezza me mezza creatura letteraria. Una creatura libera di sottrarsi al grigiore quotidiano e sognare, sognare, sognare, rifugiandosi in conversazioni immaginarie con personaggi romanzeschi, in amori letterari ed incompiuti che rimarranno sempre e per sempre pefetti perché non verranno mai intaccati nè corrosi dalla realtà che si vede, ma vivranno solo nella realta che si crede.
Anche il “mio” Nininho non è una persona, ma l’insieme delle persone che hanno toccato e continuano in parte a toccare la mia vita, l’hanno trasformata e mi hanno cambiata, portandosi via in alcuni casi pezzi di me. E’ l’insieme degli obiettivi mai raggiunti, la wishlist delle cose che avrei sempre voluto per me e non sono ancora riuscita ad ottenere.
E’ la speranza di tempi migliori. E’ lo specchio che mi riflette, criticamente, naked, unveiled, al giudizio del quale non posso sottrarmi. E’ la parte più autentica e genuina di me, quella che non si vergogna di parlare in prima persona e non sente il bisogno di fingere di essere di più. Più forte, più intelligente, più indipendente, più sicura di sè.
Sei mesi fa, ho inaugurato questo blog con una delle mie poesie, Un altro finale. Perchè è questo che desidero: per me, per Ophelinha, per tutti coloro che leggono queste righe e sono magari alla ricerca di risposte a domande che non hanno nemmeno il coraggio di formulare.
Un finale semplice, pulito, trasparente. Che non faccia male e ridoni la capacita di sorridere.

* strano ma vero, oggi che pubblico questo post, c’è il sole.
** ho riletto Anna Karenina, a dodici anni di distanza dalla prima lettura, e non ho dubbi: non potrei mai essere Kitty. I just cannot get rid of the feeling that she is kind of…settling down? Non potrei mai innamorarmi di Levin. Ma di Vronskij, si. Cosi’ come se fossi Cathy di Wuthering Heights non potrei mai prendere in considerazione l’idea di sposarmi con Linton, ma ci sarebbe Heathcliff, solo Heathcliff.

“… A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l’universo si cambierebbe per me in un’immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà , ne sono sicura, come l’inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile…”

 
E che dire di Elizabeth Bennet di Pride and Prejudice? Wickam e’ chiaramente solo una piccola infatuazione. Mr Darcy, Mr Darcy. Per questo, Nininho.
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3 thoughts on “It all started like this… (post in prima persona)

  1. Anonimo says:

    La canzone che Guccini dedico' a sua figlia Teresa (!)

    Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
    e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
    ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
    e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare…

    Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
    di longobardi, di celti e romani dell' antica pianura, di montanari,
    reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
    di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,

    anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortile e di strade
    e non saprai che sapore ha il sapore dell' uva rubato a un filare,
    presto ti accorgerai com'è facile farsi un' inutile software di scienza
    e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza…
    Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
    e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto…

    dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
    per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
    vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
    e dove è ancora tutto, o quasi tutto…
    vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
    e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare…

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  2. Ophelinha says:

    adoro quella canzone..mi fa venire i brividi ogni volta che l'ascolto..e la voglia di avere lo sguardo innocente, una coscienza senza rimorsi, una risata fresca e facile e tanta tanta curiosità verso il mondo e verso il futuro…

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