A tutte quelle che. (Riflessioni atipiche sulla maternità)

Tutto su mia madre. Manuela e Esteban

“ A tutte le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre”.
                                   (Pedro Almodovar, Tutto su mia madre)

A tutte quelle che non se l’aspettavano proprio.
A tutte quelle che non erano pronte. A tutte quelle che non lo saranno mai.
A quelle che ancora aspettano, con una spina nel cuore. A tutte quelle che sperano di diventarlo, e a quelle che hanno perso la speranza.

A tutte quelle che hanno vissuto la maternità fino in fondo, ne hanno succhiato il midollo e sanno bene che non è tutta rose e fiori e che la mamma non è una sorta di creatura angelicata che si sveglia all’alba, che prepara torte di mele e non perde mai la pazienza. O almeno non solo.

Le madri sono donne, amiche, amanti, compagne, figlie, sorelle, mogli. Sono giocoliere che vorrebbero che il giorno avesse una durata infinita, direttamente proporzionale alla quantità di impegni. Sono quelle che escono la mattina di corsa e si truccano nel bagno dell’ufficio. Che escono dalla riunione col pretesto di andare in bagno e telefonano al figlio perchè ne sentono la mancanza. Sono quelle che la sera arrivano distrutte, che si sentono un fallimento quando parlano con le supermamme che giurano di non aver mai dato al loro pargolo cibi surgelati, nutella o merendine che non siano state accuratamente preparate da loro, mentre per l’ennesima volta la sera prima, esauste, hanno servito bastoncini prima di crollare.

Le madri spesso piangono. A volte piangono di stanchezza. A volte di tristezza, per tante cose che prima erano diverse e non cambieranno più. A volte di commozione, per una letterina stropicciata e piena di errori grammaticali.
Le madri si fanno tante domande. Si chiedono se l’apporto calorico giornaliero del figlio sia giusto e se non stia assumendo troppi zuccheri. Si chiedono se abbiano fatto bene ad accettare quel posto di lavoro che proprio non va loro giù o se, in condizioni diverse, avrebbero potuto fare la carriera che tanto desideravano. Si chiedono se sarebbero riuscite a vincere il dottorato con borsa, se ci avessero provato davvero, o a diventare diplomatiche o giornaliste.
Si chiedono se sono felici, o se la loro vita è troppo stretta. Si chiedano se poi ci riescano davvero, a rendere felici le persone e personcine che le circondano.

Vorrebbero non sentirsi in colpa se non riescono a essere solo mamme. Vorrebbero non sentirsi in colpa per le lezioni di flamenco o il corso di teatro, lo shopping o il weekend con le amiche.

Queste poche righe sono dedicate a tutte quelle che. A tutte quelle che sanno che far nascere un’altra vita significa far morire un po’ di se stesse. Per poi rinascere, certamente, ma senza mai tornare ad essere quelle di prima.
A tutte quelle che spesso si sentono frustrate, che a volte si sentono fallite, che volevano il pacchetto Mulino Bianco e non l’hanno ottenuto, o l’hanno avuto per poi scoprire che non era poi questo granchè.

A tutte quelle che vivono un conflitto interiore tra l’io-donna e l’io-mamma e non riescono a uscirne.
A tutte quelle che, invece, hanno abbracciato la maternità con la consapevolezza di essere, e voler continuare ad essere, soprattutto se stesse. A loro va tutta la mia stima e la mia ammirazione.

Ma soprattutto, per motivi che l’autrice di queste poche righe non vuole rivelare perchè non rilevanti ai fini di questa ricorrenza, sostiene, queste parole sono dedicate a tutte quelle che sono diventate madri troppo presto. Che hanno scelto the road less travelled, che hanno deciso di far nascere una nuova vita, un pezzo di loro against all odds, rinunciando alla spensieratezza dei loro anni, ai sogni nel cassetto coltivati e conservati con così tanta cura, a quel corso di studi che avrebbero tanto voluto intraprendere, a quella carriera che avrebbero tanto voluto fosse la loro.
A tutte quelle che si guardano indietro e vedono tanti rimpianti. A tutte quelle che si sentono “meno brave”, “meno adatte”, e che hanno paura del futuro.
Per motivi diversi, ma che ancora una volta non voglio rivelare, queste parole sono dedicate a tutte quelle che vorrebbero diventare madri con tutto il cuore, e aspettano. Non perdete mai la speranza, e non smettete mai di donare l’amore immenso che avete dento voi.

Chiudo con un breve riferimento al bellissimo film di Almodovar, Tutto su mia madre. Huma (Marisa Paredes), l’attrice che per circostanze controverse diventa così vicina alla vita della protagonista, Manuela (Cecilia Roth), racchiude embleticamente il dolore di ogni madre, interpretando la madre del poeta Federico Garcia Lorca, appena ucciso dall’esercito franchista: “Alcuni pensano che i figli siano fatica di un giorno. Ma ci vuole molto di più. Molto. Per questo è così atroce vedere il sangue di un figlio sparso in terra: Un ruscello che scorre per un minuto eppure a noi è costato anni..quando ho scoperto mio figlio, giaceva lì, in mezzo alla strada…ho immerso le mani nel sangue e le ho leccate con la lingua, perchè era mio..gli animali li leccano, no?Non mi disgusta mio figlio..tu non sai cosa sia..in una custodia di cristallo e topazio metterei la terra imbevuta del suo sangue…”

A tutte le mamme. A tutte le donne. Ad ogni pagella positiva o negativa, ad ogni festa di compleanno, ad ogni letterina di Natale o della festa della mamma. Ad ogni lacrima, ad ogni sorriso, ad ogni notte insonne, ad ogni buco nel cuore, ad ogni incudine sul petto, ad ogni voragine. Ad ogni primo battito di un cuoricino, ad ogni primo sorriso, ad ogni primo passo, ad ogni primo dentino. Al primo giorno di scuola e a tutte le prime volte.

A tutte quelle che.

Auguri, di cuore, dal mio universo parallelo.

O.

Tutto su mia madre. Manuela

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2 thoughts on “A tutte quelle che. (Riflessioni atipiche sulla maternità)

  1. Donatella says:

    Sai quanto sia doloroso per me il tema della maternità. Credo che siamo tutte impreparate, alcune sanno di esserlo, altre pensano che ce la faranno. In mezzo ci sono contingenze che non possiamo dominare ma una cosa è certa:
    nessuno può pretendere da noi quello che non siamo e quello che non vogliamo essere.
    Smettere di credere a chi prepara cibi salutari per i figli, a chi è sempre perfetto.
    Esistiamo noi, donne, mamme, amiche, figlie, amanti. Il resto sono schemi.
    E cosa facciamo noi degli schemi?
    Ce li mangiamo a colazione.

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  2. Ophelinha says:

    Oggi ho visto un'insegna che mi ha colpito molto per la sua semplicità così vera che però tendiamo a dimenticare: life is all about labels.
    Non sarebbe il momento di smettere di etichettare tutto e tutti, sentimenti e persone, e lasciare vivere?Ben lontano dal relativismo morale o da atteggiamenti alla laissez faire, ma nel segno della tolelranza e del rispetto reciproco.
    Questo è il mondo che vorrei sognare per mio figlio.

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