Walking back to you
Is the hardest thing that
I can do
That I can do for you
For you…
Just like honey, The Jesus&Mary Chain

Anzitutto: la traduzione in Italiano è improponibile. Non solo perchè l’amore non si può tradurre (si hanno infiniti problemi a tradurre da una lingua all’altra, e i sostenitori di Google translator o software per traduzioni meccaniche e perfette non possono che far rabbrividire chi prova per le parole un piacere sensuale, chi ha mai sperimentato l’estasi tattile del contatto con vecchi dizionari di Greco e di Latino ereditati da genitori o da nonni; enfin, è difficile tradurre le lingue, figuriamoci un linguaggio complesso come l’amore) ma anche, e soprattutto, perchè i due protagonisti si sono persi, nel senso proprio del termine. Irrevocabilmente, inesorabilmente, inequivocabilmente persi.
E non solo perchè si trovano entrambi a Tokyo, città della quale non comprendono non solo la lingua ma anche le dinamiche, la velocità, i ritmi diversi, e le luci, tutti quei neon che la Coppola inquadra magistralmente. Il risultato è una Tokyo claustrofobica, ben lontana dall’immagine del Giappone rassicurante e sorridente che è un po’ lo stereotipo comune: è una città alienante, che fa paura, soprattutto a due persone, per motivi diversi, sole.

Bob (Bill Murray) è un attore agli sgoccioli della carriera, a Tokyo per interpretare lo spot di un whiskey, assistito da una balzana interprete. Finisce poi per partecipare, tra le altre cose, ad un ridicolo ed umiliante talk show giapponese. E mentre si rivede in televisione, è costretto a spegnere, perchè vede la parte peggiore di sè, quella che ha toccato il fondo.
Bob ha una moglie che gli telefona spesso e gli invia anche tanti fax con domande essenziali e assolutamente non rimandabili come il colore della tappezzeria da scegliere per il suo studio, ma non sembra preoccuparsi poi molto di quando torni, dove sia o cosa faccia.
Bob ha dei figli che si arrabbiano per le sue assenza, ma poi si abituano, tanto da non voler nemmeno parlare al telefono col padre.
Bob non sa dove sta andando. Bob è solo.

Charlotte (Scarlett Johansson) è la giovane moglie di un fotografo rampante, che ha seguito a Tokyo il marito per motivi di lavoro. Charlotte si è laureata in filosofia a Harvard, ma non ha un lavoro. Ha tentato con la fotografia e con la scrittura, ma senza successo.
Charlotte si porta con sè una nube di domande, travolgente cone il suo profumo, addosso, intorno a sè, sotto il suo ombrello, mentre cammina per le strade di Tokyo: si è sposata troppo giovane? Ha sposato quello che non era poi davvero il grande amore della sua vita? Ha rinunciato troppo presto alla definizione e alla ricerca di se stessa, assumendo il ruolo di moglie?
Sono domande sospese a mezz’aria, che lo spettatore deve indovinare, perchè Charlotte non si svela. No signori, Charlotte non si dà. Ma i suoi occhi tristi e disillusi, quel sorriso che non arriva ad illuminarle lo sguardo, dicono forse più di mille parole.
Emblematica la scena nella quale Charlotte si trova involontariamente ad assistere ad un matrimonio giapponese: la sposa indossa abiti ed acconciatura tradizionali, è bianca e truccata come una bambola di porcellana, sembra artefatta. Cosa pensi, Charlotte? Ti rivedi in lei?
Charlotte non sa dove andare. Charlotte è sola.

Due solitudini (e due insonnie) si incrociano in un hotel bicromo e monotono.

Queste due solitudini si toccano, e ancora una volta non ci è dato di capire in che misura e con che consequenze. Forse germoglia il bocciolo di un sentimento, tant’è che quando Charlotte fa una gita a Kyoto e Bill, ubriaco, passa la notte con una cantante, la ragazza è rigida e risentita nei suoi confronti.
Il loro addio è gelido, brutale.
Ma Bill, passando in macchina diretto all’aereoporto, la vede, scende, la raggiunge, la abbraccia, le sussurra qualcosa, che le fa luccicare gli occhi. Le parole sono solo sussurrate, e la stessa Coppola ha dichiarato che non c’era un copione deciso, e solo gli attori sanno quello che è stato detto.

A me piace pensare che lui le abbia detto che è troppo giovane per arrendersi. Che deve andare a cercare se stessa, realizzarsi come donna, sbocciare, brillare di luce propria. Che è troppo presto per credere che un amore pallido e mediocre, che altro non è che la riflessione del sentimento stesso, sia tutto quello al quale è destinata. Che se c’è qualcuno che ha imparato a scrivere a novant’anni ed è diventato uno scrittore (come James Arruda Henry e il suo A Fishermen’s language) allora è davvero possibile sognare, e non è mai troppo tardi per cominciare, o ricominciare. Magari insieme.

In ogni caso, penso il messaggio della Coppola sia che siamo tutti persi. Perchè abbiamo perso la capacità di tradurre ciò che abbiamo dentro, e le ragioni del cuore, sostiene Pereira).

Soundtrack

Just like Honey, The Jesus and Mary Chain