Aspettando Keira Karenina..rileggendo Anna

In trepidante attesa dell’adattamento di Anna Karenina a cura di Joe Wright, con una splendida Keira Knightley…riprendo in mano questo romanzo che tanto amo, e che ho letto in due momenti topici della mia vita, a distanza di dieci anni.
Adoro Anna. E’ una figura di donna splendida, a tuttotondo, complessa, fragile, coraggiosa, determinata, spaventata. Innamorata dell’amore. Innamorata della vita. Innamorata di suo figlio.

C’è una frase che amo in particolare, e che per me rivela tutto sul carattere di Anna. In realtà è una condanna feroce, mossale dalla madre di Vrònskij dopo la sua morte:

No, qualunque cosa diciate, una persona cattiva. Via, che passioni disperate sono queste! E’ sempre un dimostrare qualcosa di speciale. Ecco che lei appunto l’ha dimostrato. ha rovinato sé e due ottime persone: suo marito e il suo sventurato figliolo!

Questa è Anna e non è Anna al tempo stesso. Lo è perchè lei è così: vuole succhiare il midollo della vita, vuole vivere le passioni fino in fondo, vuole sentirsi viva, viva, viva, di quella vita che tanta vita fa male, di quella vita che scorre per le vene, infiamma il sangue e brucia l’anima.
Anna non vuole esistere, vuole vivere. Anna non vuole un marito che le sia affezionato e che lei ricambia senza passione, con la forza della quotidianità. Anna vuole essere la più bella in un salone da ballo sotto la luce di un lampadario, nel suo vestito di velluto nero, con le belle braccia bianche tornite e i riccioli neri raccolti.

Per tutto il romanzo c’è questo parallelismo costante – genialmente ripreso e sottolineato dalla mia amatissima Muriel Barbery ne L’elegance du herisson, L’eleganza del riccio – tra luce ed ombra, bianco e nero, mussoline e velluto. In breve, Anna e Kitty.

Lo confesso, non provo simpatia alcuna per Kitty. La bella, giovane e viziata principessina Scherbatskaya che, dopo essere stata illusa e respinta da Vronskij, si rifugia nell’affetto di Levin..ma lo ama veramente poi? Levin che pensa costantemente alla morte, Levin che non riesce a provare affetto per il figlio, Levin che venera sua moglie ed è possessivo e geloso, ma la conosce poi veramente?

No, io parteggio per Anna. Nonostante – e anzi forse a maggior ragione – il tono di condanna che accompagna Anna per tutte le 933 pagine (edizione BUR tradotta da Leone Ginzburg).
Non sono certamente una critica letteraria, ma la mia impressione è che Anna venga condannata senza appello. Il suo suicidio non è ordito da un fato capriccioso, non si inserisce in uno schema del tipo “La vita finisce dove comincia”, come nell’Edipo Re di Pasolini, in cui il più innocente degli innocenti viene punito per colpe ereditate dai suoi avi. No, è una condanna consapevole, pagina per pagina, parola per parola: Anna sbaglia, Anna pecca, Anna muore. Come dichiara la madre di Vronskij – sempre lei! e non era nemmeno sua suocera! –

Si, ella è finita come appunto doveva finire una donna così. Persino la morte se l’è scelta brutta e vile.

Leggendo Anna Karenina,  la domanda che pervade tutte le sue pagine è per me la seguente: l’essere umano ha diritto alla felicità? anche a scapito dell’infelicità di altre persone, delle critiche dei benpensanti, dell’esclusione sociale, della solitudine, della dannazione?
La vita è una sola e non c’è posto per le seconde possibilità. Meglio sguazzare tra rimorsi o rimpianti?
Meglio guardare la vita dal finestrino polveroso del treno o scendere da e viverla, anche a scapito di finirci, sotto quel treno?
Meglio esistere o vivere?

Anna è già stata punita. E’ una donna mutilata. Ha perso il suo amatissimo bambino, come punizione inflitta da Karenin e dalla sua consigliera (così una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto…) e non riesce a trasferire il suo amore materno sulla piccola Anny, figlia di Vronskij.

Non c’era bisogno di farla schiacciare dalle rotaie. Anna era già a pezzi. Dentro, dove nessuno poteva vederla. Nel suo cuore. Nella sua anima. Nel suo povero amore deluso ed umiliato.

Anna e Vronskij

Anna e Karenin

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21 thoughts on “Aspettando Keira Karenina..rileggendo Anna

  1. Anonimo says:

    No, nessuno ha il “diritto” di perseguire la proprià felicità (concetto astratto e solitamente temporaneo) attraverso azioni che, in maniera consapevole e premeditata, porteranno all'infelicità altrui.

    Io credo fortemente che il dolore non si vinca con altro dolore, ma cercando l'amore che permea il mondo in cui viviamo, le persone, gli animali le arti varie

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  2. Ophelinha says:

    Io credo – o almeno voglio crederlo e sperarlo – che tutti abbiamo il diritto alla felicità, e a smettere di vivere circondati dai rimpianti. Personalmente e autolesionisticamente, preferisco i rimorsi.
    E comunque, solo gli amori impossibili sono quelli che durano per sempre…

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  3. Strawberry says:

    Che bel post…
    Anna muore perchè una fine del genere era inevitabile per un Tolstoj chiamato a dare un esempio morale…non erano tempi per adulteri quelli…ma credo che Lev sotto sotto, fosse affezionato al personaggio di Anna…altrimenti non avrebbe creato un persona così vitale, struggente, emozionante che si muove nel piattume della società borghese russa…la lezione che ne trassi una volta letto il libro fu che comunque vivere vale davvero la pena e che finire sotto un treno è il minimo dei mali…molto meglio di un esistenza priva di qualsivoglia emozione…

    ti seguo! 🙂

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  4. Ophelinha says:

    Grazie Strawberry, ti seguo anch'io 🙂
    A rischio di essere ripetitiva, ciro i bellissimi versi che Lee Masters dedica a Sarah Brown nella sua antologia di Spoon River:

    “In cielo non ci sono matrimoni,
    ma l'amore, si”.

    Spero tanto recensirai il film quando uscira' e passerai ancora a trovarmi (il prossimo post sara'un giveaway un po'letterario, un po' no 🙂

    Bisous, petite fraise 🙂

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