Mirò, serie Parler seul

Questo è lo sport principale, a Greyville: si comprime tutto il giorno. Ci si allena a comprimere, ci si fanno i campionati, si può perfino arrivare alle Olimpiadi.
Si comprime di tutto: si comprimono emozioni e sentimenti, si comprimono aspetti della propria personalità, si comprime addirittura la propria personalità. Ci si comprime.
Si comprimono le frustrazioni, si comprimono quelle parole che non si possono proprio dire anche se stanno lì, sulla punta della lingua. Si comprime la voglia di scappare, di andare all’avventura, di arruolarsi nella ciurma di capitano Uncino al posto di Spugna…che tanto, dopo il liceo che potevo fa’, non c’era che l’università, e il resto è una vergogna…e alla fine trovare la mia strada in pirateria forse non mi dispiacerebbe neanche tanto…comunque.
Si comprime la voglia di gridare di fronte ad alcune situazioni, alla noncuranza generale, agli sforzi che si fanno in nome di qualcosa a cui si tiene davvero…when you try your best but you don’t succeed, when you get what you want but not what you need, when you feel so tired but you can’t sleep, could it be worse? cantano i Coldplay.

Solo che alcuni giorni comprimere è più difficile, e non ci sono luci ad illuminare il cammino e guidarci verso la strada di casa, mentre nella retina rimane impressa QUELLA immagine.
E allora ci si trasferisce a Neverland, sperando di potersi “decomprimere” con l’aiuto di un pò di polvere magica, inseguendo i bambini sperduti alla volta dell’isola che non c’è. Ma non è facile trovare le parole giuste per dirlo.
Se esistono le parole per dirlo, allora è possibile, scrive Veronesi in XY: e allora…I cannot help but wonder..à la Carrie Bradshaw..cosa succede, quando le parole non si trovano perchè si sono perse per strada, o, even worse, non sono mai state trovate?

Cosa succede quando le prime parole, timidamente, si affacciano e prendono vita sulla carta o sullo schermo, ma una volta che sono lì, fissate per sempre, fanno male?

Anche stanotte, qui a Greyville, le parole fanno male. O meglio, fa male la consapevolezza della propria incapacità di trovare quelle giuste.

Vorrei trovare parole leggere

Vorrei dirlo con parole semplici
vivere per raccontarlo
questo assurdo buffo mondo che ho dentro
i vuoti spaventosi
nei quali ho paura di guardare.

Vorrei trovare parole leggere
alleviare la pesantezza
essere schietta, franca, genuina,
non usare anacoluti, nè rime baciate, nè onomatopee.

Vorrei che le mie parole fossero un’alba profumata di primavera in campagna,
un mazzo di primule, ranuncoli e margherite,
uno spruzzo d’acqua marina sullo scoglio,
il riso argentino di un bimbo che gioca,
il pane appena sfornato, l’esame appena finito,
il profumo di mia madre quando andava al lavoro,
il primo caffè del mattino appena uscito,
un rossore sulle guance, un primo sguardo,
il primo bacio,
il primo appuntamento,
l’ombra di un rimpianto,
il rossore del tramonto.

Vorrei fossero fresche, conviviali,
il primo gelato della stagione,
una pizza in compagnia, ridere senza ragione,
brezza leggera, foglie primaverili e autunnali,
un golf appoggiato sulle spalle,
una carezza sulla guancia
una parola sussurrata.

Mi vergogno a parlare in prima persona.
Alla fine nessuno mi ha invitata.
E vorrei nascondermi dietro parole sdrucciole,
endecasillabi saffici, distici elegiaci,
latinismi, citazioni,
terze persone.

Forse non si possono trovare parole leggere
quando dentro si è vuoti e pesanti,
quando si trascinano catene,
le vertigini sono troppo buie
e si ha paura a restare soli
e a cercarle, quelle parole,
che nuotano come pesciolini impazziti
 – non si riesce mai ad acchiapparle,
       proprio mai.
 

Hubert Vincent, Portraits

Soundtrack:

Le mie parole (Samuele Bersani)

Dopo il licevo che potevo far (Edoardo Bennato)

Fix you (Coldplay)