Intervista al poeta A. Angrisani + PRIMO GIVEAWAY!

La vita è altrove è una celebre frase di Rimbaud. Andrè Breton la cita nella conclusione del suo manifesto del Surrealismo e nel maggio del 1968 gli studenti parigini l’adottarono come slogan e la scrissero sui muri della Sorbonne. Ma il titolo originale del mio romanzo era L’età lirica. Lo cambiai all’ultimo momento, di fronte all’espressione dubbiosa dei miei editori che temevano di non riuscire a vendere un libro con un titolo così astruso.
L’età lirica è la giovinezza. Il mio romanzo è un’epica della giovinezza e un’analisi di ciò che io chiamo “atteggiamento lirico”. L’atteggiamento lirico è una potenzialità di ogni essere umano e una delle categorie fondamentali dell’esistenza umana. La poesia lirica come genere letterario è antica di secoli, perchè antica di secoli è nell’uomo la capacità di assumere l’atteggiamento litico. La sua personificazione è il poeta. A cominciare da Dante, il poeta è anche una grande figura che attraversa tutta la storia europea. E’ un simbolo di identità nazionale (Camoes, Goethe, Mieckiewicz, Puskin), è un portavoce delle rivoluzioni (Bèranger, Petofi, Majakovskij, Lorca), è la voce della storia (Hugo, Breton), è un essere mitologico cui si tributa un culto pressocchè religioso (Petrarca, Byron, Rimbaud, Rilke), me è soprattutto il rappresentante di un valore inviolabile che noi siamo pronti a scrivere con l’iniziale maiuscola: la Poesia.
Ma che cosa è accaduto al poeta europeo nell’ultimo mezzo secolo? Oggi la sua voce stenta ad arrivare alle nostre orecchie. Quasi senza che ce ne accorgessimo, il poeta ha lasciato la vasta e rumorosa scena del mondo (la sua scomparsa parrebbe uno dei sintomi della pericolosa epoca di transizione in cui si trova l’Europa e alla quale non abbiamo ancora imparato a dare un nome).

 (Milan Kundera, La vita è altrove. Prefazione)

Questa breve introduzione di Kundera, tratta da La vita è altrove, sul ruolo cruciale che la figura del poeta ha sempre giocato nella società e sulla crisi che da decenni questa figura stessa sta attraversando, mi è sembrato il modo migliore per presentarvi, attraverso le sue parole per giunta, uno dei miei “compositori” contemporanei preferiti, nonchè mio carissimo amico: Alfonso Angrisani.

Alfonso Angrisani

Ve lo presento brevemente..tanto per rompere il ghiaccio.

Alfonso Angrisani nasce a Bari, anno 1962, e vive a Roma.

Nel 1997 è premiato al Concorso Nazionale di Poesia indetto dal Comune di Castelnuovo di Farfa.

E’ tra i poeti pubblicati nella raccolta Poesie d’amore, Moncalieri poetica, Edizioni Il Proclama Saturnio, anno 2000.

Nel 2003 ottiene la “menzione di merito” in occasione della XVII edizione del Premio di Poesia “Lorenzo Montano”, indetto dalla Rivista Anterem, e la “menzione onorevole” nel “2° Premio di letteratura Eugenio Montale”, organizzato dalla Agenzia letteraria Campigli and partners.

E’, inoltre, tra gli autori premiati nel Premio Nazionale di Poesia “Ugo Betti”: due sue composizioni sono pubblicate nell’Antologia curata dal Centro Internazionale Studi Ugo Betti.

Sempre nel 2003 è risultato tra i vincitori del premio indetto dalla casa editrice “Edizioni il Filo” in collaborazione con la Rome University of Fine Arts (RUFA).

Nel 2004 pubblica la raccolta Costellazione aperta, Edizioni Il Filo, che ottiene la menzione d’onore nel Premio nazionale di poesia Città di Legnano, edizione 2005, e la segnalazione di merito al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Firenze Capitale d’Europa”, VII edizione, 2004.

Questa raccolta è stata, inoltre, inserita dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Yale nella sezione della biblioteca dedicata agli autori contemporanei.

La sua ultima opera Dentro. Dal deserto, è stata pubblicata dalle Edizioni Il Filo nel marzo del 2006, nella collana “Nuove voci – Le Cose”.

Ha scritto le poesie recitate nell’ambito della serata “Control Arms” organizzata, insieme al Gruppo Pop “Camomilla Isterica”, presso la “Palma Jazz Club” di Roma il 2 aprile 2006, per la raccolta di fondi in favore di Amnesty International.

Nel 2008 è tra i finalisti del Premio De Andrè, una sua composizione è pubblicata nella relativa Antologia curata dalla Casa Editrice Zona.

Di recente i suoi due libri “Costellazione aperta” e “Dentro. Dal deserto” sono recensiti nel catalogo autori Feltrinelli: http://www.lafeltrinelli.it/catalogo/aut/944232.html.

La sua ultima opera “Virus” (copyright SIAE 2010) è un romanzo in attesa di pubblicazione.

Per il resto è un avvocato, non esercita la professione forense, lavora presso una società che si occupa di servizi telematici.

Per ogni domanda, curiosità, informazione scrivetegli a: alfonsoangrisani@libero.it.

E ora…la parola al poeta  🙂

D: Alfonso, una tua definizione di poesia. Di getto, senza pensarci troppo.

R: La poesia è un sostantivo presente sul vocabolario idoneo a definire, secondo me, la dimensione artistica della parola secondo parametri e contenuti ormai desueti. Poesia in senso etimologico è un fare, un fare per significare. Ma in queste ultime stagioni del mondo la poesia non può più essere un fare, in nessun senso, a meno di volerle attribuire una valenza puramente artificiosa. Per questo motivo io non parlerei più di poeti e di poesia, ma di compositori e composizioni. Per lo meno, così preferirei essere qualificato.

D: Quando hai iniziato a scrivere? A quando risale la tua prima poesia?

R: Ho iniziato a scrivere – lo ricordo benissimo ancora adesso – il primo giorno di scuola all’asilo, quando la maestra (che era una suora) ci consegnò delle penne Pelican. Non sapevo ancora scrivere una vocale od una consonante, ma feci dei segni sul foglio e mi misi a respirare l’odore che proveniva dall’inchiostro. Quell’odore mi piacque molto, subito, così come l’odore del foglio. La mia vocazione a scrivere è nata in quel momento. Avevo cinque anni.

D: Quale poeta è stato in grado di donarti emozioni e di influenzare la tua produzione?

R: Tra i poeti un riferimento sicuro è stato Prèvert. Ma non posso negare anche l’influenza esercitata si di me da Majakovskij e, se pur molto diverso da questi, di Hikmet. Tra i compositori, trovo attraenti alcune opere di Bukowski, che non a caso si definiva un non-poeta.

D: Ancora una volta, senza pensarci…la poesia che hai amato di più. Che rileggi quando sei euforico o quando sei triste, con un bicchiere di vino bianco ghiacciato.

R: Barbara, di Prèvert. Non so se pensandoci poi meglio la metterei al primo posto, ma ricordo ancora la mia giovinezza passata a sognare su poesie come questa, fino a vedere in ogni volto femminile quello di Barbara. Per lungo tempo ho coltivato e sofferto di questa allucinazione: mi sono rifiutato di guardare le persone per quello che sono, attribuendo così loro ali che in realtà non hanno, per quanto stupido questo possa sembrare. Ancora adesso tendo a questo, ma ora so evitarmi gli aspetti negativi di questa dimensione immaginaria.

D: Ora una domanda un po’ più introspettiva..in quale delle tue poesie ti rispecchi di più? Quali dei tuoi versi ci rivelano il vero Alfonso?

R: Forse la poesia intitolata Tetti, perché richiama un momento magico sospeso nel tempo e nella memoria.

Tetti

Era  bello

rannicchiati  come  gatti

guardare  dal  nostro  rifugio 

arredato di  camini  e  antenne   televisive

la  fuga  dei  tetti  delle case

fino all’orizzonte

sospendere  i  piedi  nel  vuoto

come  se  si  potesse

camminare  nell’aria

sdraiarsi  e  fare  all’amore

con  il  cemento sulla schiena

e  il  cielo  negli  occhi

aprire  le  braccia  nel  vento

rubare  lenzuola 

e  giocare  a  volare

come  giovani  pazzi   vagabondi

angeli  di  città _
Alfonso Angrisani

D: dulcis in fundo..caro dottor Angrisani :)…e qui le do del lei…abbiamo saputo che sta muovendo anche i suoi primi passi nel mondo della prosa…può darci qualche succulente dettaglio in anteprima assoluta? 🙂

R: Chiamatemi semplicemente Alfonso, dottore o avvocato sono qualifiche che lascio ad altri ambiti della mia vita, magari altrettanto importanti, ma che non hanno relazioni dirette con la mia passione per la letteratura. Forse è bene non confondere troppo essere e dover essere, sbaglio? A parte questo, ecco, per la verità anche la narrativa l’ho sempre praticata, anche se più a livello di racconti. Nel 2010 ho però finito di scrivere un romanzo che ho depositato presso la SIAE e che è in attesa di pubblicazione. Le grandi case editrici cui mi sono direttamente rivolto l’hanno bocciato, nel migliore dei casi: altre non hanno nemmeno risposto. Forse non vale un granché dal punto di vista letterario, comunque scriverlo è stato per me molto motivante. Per quel che riguarda la trama, si tratta delle vicende di un gruppo di hacker e soprattutto del loro capo, che risponde al nome di Marco. Adesso ne sto scrivendo un secondo, ma non vorrei fare anticipazioni, anche perché il materiale su cui sto lavorando non è ancora definitivo.

Dentro. Dal deserto, Alfonso Angrisani, Edizioni Il Filo, 2006

Grazie ad Alfonso per la piacevole chiacchierata e per la panoramica che ci ha offerto del suo universo poetico…e le sorprese non finiscono qui! Alfonso ha infatti deciso di regalare una copia di Dentro. Dal deserto a uno di voi lettori.
Come fare per partecipare al primo giveaway di Impressions chosen from another time? Poche semplici regole:

– essere follower del blog su Blogger;
– essere follower della pagina Facebook o Twitter di Impressions chosen from another time;
– i punti 1 e 2 sono del tutto volontari, nel senso che, se vi va di farlo, mi fa piacere..la cosa davvero davvero importante è che invece passiate da questa pagina a lasciare un commento sulla poesia che Alfonso ha proposto, Tetti. I commenti verranno valutati dalla giuria insindacabile di Alfonso 🙂 …e il fortunato vincitore si porterà a casa una copia di Dentro. Dal deserto (che in ogni caso vi consiglio di leggere e di tenere sul comodino: le sue poesie vi faranno commuovere, emozionare, sognare).
Se commentate come anonimi e non vi va di lasciare un vostro recapito, scrivetemi ad ophelinha.pequena@gmail.com in modo che io ed Alfonso possiamo inviare il libro al vincitore.

Avete tempo fino al 15 Marzo….mi auguro davvero partecipiate numerosi e passiate a lasciare, ancora una volta, le vostre personalissime impressions chosen from another time.

Ophelinha & Alfonso

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28 thoughts on “Intervista al poeta A. Angrisani + PRIMO GIVEAWAY!

  1. Why says:

    Cara Ophelina, grazie di tutta la poesia che fai scivolare così spesso nella rete.
    E grazie anche ad Alfonso che si mette in gioco in prima linea e ti consente un così prezioso e inusuale give away.
    Sarei onorata di vincere.
    Ma voglio essere sincera: la poesia Tetti mi tocca molte meno corde che non la vostra chiaccherata. Ho trovato la prima troppo concentrata a trasmettere una spontaneità e ricerca di senso che la seconda conteneva con più efficacia, meno sforzo e meno retorica.
    Il titolo della poesia in palio mi intriga molto: sarei felice di ricredermi e trovare uno scritto che mi colpisca maggiormente.

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  2. Ophelinha says:

    cara Why, la poesia tocca sempre corde estremamente soggettive. Sono comunque contenta che la produzione poetica di Alfonso ti interessi e sono convinta che esplorando i suoi scritti troveresti versi più affini alla tua sensibilità.
    A presto!
    O.

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  3. SostienePereira says:

    'È difficile avere una convinzione precisa quando si parla delle ragioni del cuore, sostiene Pereira.' E quella poesia, sostiene Pereira, parlava con le ragioni del cuore anche se in tono pacato.
    'Era bello' cominciava la poesia, Pereira sentì una certa malinconia, sostiene, pensando a quella frase e alla descrizione successiva. 'Rannicchiati come gatti sui tetti', pensò Pereira che fosse la giusta posizione per guardare in due lontano e che proprio quella posizione assunta dei gatti richiamasse una sospensione del tempo.
    Quella poesia, sostiene tuttora Pereira, lo faceva sentire proprio come un gatto in un tempo sospeso nel rannicchiarsi e nell'isolarsi dal mondo insieme alla sua compagna a guardare i tetti in movimento.
    Sostiene Pereira che al leggere e prefigurarsi del camminare nell'aria e dello “sdraiarsi e fare all’amore/ con il cemento sulla schiena/ e il cielo negli occhi” gli vengon le vertigine in questo capovolgersi e invertirsi dell'alto e del basso sin a trovarsi col cemento sulla schiena guardando il cielo.
    Non tutte le poesie danno, sostiene Pereira, immediatamente forti emozioni, ma nella rielaborazione naturale, che segue di diversi attimi la lettura, emozioni intense si possono provare e immagini che nell'immediatezza sembravan sbiadite e troppo tenui posson diventare vigorose.

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  4. Ophelinha says:

    Caro Pereira, ho letto e riletto il tuo commento…perchè per me tutte le vostre “impressions”, scelte dal tempo, dallo spazio, dalla galassia che volete voi, sono davvero importanti.
    Mi viene in mente quello che Lalla Romano ha scritto sul libro dedicato al tuo celeberrimo omonimo, il dottor Pereira appunto, e scritto da Tabucchi: “E'possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perchè è troppo bello? Troppo, non perchè sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve…”
    Mia personalissima opinione: si, è possibile. Nel caso di uno scorcio di paesaggio, di una poesia, di una rima, di un verso, di un quadro, di una canzone.
    Grazie di essere passato da queste pagine.

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  5. Clara Brunschvicg says:

    Alcuni anni fa una persona che amavo molto mi ha regalato un segnalibro che riportava una citazione, di quelli che si comprano oggi nelle librerie. Le parole citate appartengono a T. S. Eliott, insignito del premio nobel per la letteratura nel 1948, e sono queste: “la vera poesia può comunicare ancor prima di essere capita”.
    Al tempo, avevo poco più di diciassette anni e, sebbene fossi già da un buon decennio una fanatica di libri e di lettura, avevo sempre prediletto la prosa alla poesia. La scrittura in versi raramente suscitava il mio interesse: mi limitavo a conoscere qualche componimento indiscutibilmente celebre, ad apprezzarlo più per il suo valore universale che per ragioni emotive, di trasporto o coinvolgimento. La poesia mi sembrava difficile, poco immediata, a volte artificiale. Il ragazzo in questione, per farla breve, mi aveva derisa, ma con delicatezza: quel segnalibro era un ammonimento, un invito ad approfondire quel vasto e dolce mondo nel quale uomini e donne si perdono da centinaia di anni.
    Così, qualche anno dopo, in un momento di distacco dalla lettura di romanzi, ho comprato ad un’amica Brecht-poeta, ingiustamente meno noto di Brecht-drammaturgo; la signorina stava per trasferirsi a Trento, dove avrebbe iniziato a studiare la lingua tedesca. Mi sembrava un regalo intelligente, meditato. Non so se questa è una consuetudine tra i lettori oppure sono l’unica a leggere e rileggere anche le virgole prima di regalare un libro a qualcuno, fatto sta che il resto è storia.
    In meno di due anni è nata in me in un’insaziabile passione per le poesie e per il collezionismo di imponenti libroni che recano il titolo ‘tutta la poesia di…’ e mini-raccolte in edizioni introvabili scovate principalmente per strada, da venditori ambulanti di tesori: da Kavafis a Edgar Lee Masters, dall’amata Szymbroska ad Antonia Pozzi, da Atzeni a Giovanni Giudici.
    Oggi, condivido il pensiero di T.S. Eliott.
    La poesia di Angrisani mi ha comunicato qualcosa, prima che potessi comprenderla, prima di assorbirla, prima di sezionarla con una seconda, una terza lettura.
    Ofelinha ci chiede le nostre ‘impressioni’, ed è curiosa così come istantanea l’etimologia di questa parola: l’impressione è l’atto dell’imprimere, del ‘premere contro o sopra’. Un senso di smarrimento mi ha travolta nella lettura di questa poesia, non so dire se mi abbia ‘impressa’ contro o sopra, ma la ricerca dei punti cardinali mi era impossibile.
    Lo spazio disegnato da Angrisani con le sue parole è immenso e al tempo stesso minuscolo. Un rifugio è un posto dove rannicchiarsi, un posto dove sentirsi al sicuro; nei nostri rifugi metropolitani – mi viene in mente l’imponente scrivania del mio papà, con delle spalle come le zampe di un pachiderma, dentro le quali mi nascondevo da piccina nei momenti di sconforto lasciandomi abbracciare – e nelle tante tane cittadine che solo noi conosciamo, incroci, scalinate, archi, piccoli angoli dove ritrovar se stessi, in quei cantucci segreti c’è il trucco per tornare sereni.
    Volare e fare l’amore, guardare l’orizzonte come al mare, ma senza quella linea verticale perfetta spaventosa, senza quel dubbio da Cristoforo Colombo del ‘cosa c’è oltre?’. In città lo sguardo non si perde, ma si adagia. Si acquieta su uno skyline di antenne e parabole come giavellotti e scudi a voler punzecchiare il cielo, a voler difendere i tetti dal cielo.
    Quel rifugio è un terrazzo: i panni stesi aggrappati a fili sospesi nell’aria, fratelli del vento, potenziali altalene per angeli invisibili.
    Mi sdraio col poeta lì sul pavimento grigio, ma pulito e guardo il cielo sopra (‘il cielo negli occhi!’) e lo invidio quel pavimento per tutto il sole che prende e per la pioggia che beve, da anni, lassù.
    Giovane, pazza e vagabonda è l’anima di chi quei tetti li conserva gelosamente nella sua memoria, come si fa con i ricordi migliori.

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  6. Ophelinha says:

    @Clara: my first impression: scrivi benissimo, ed è un piacere leggerti.
    Anch'io ho provato sensazioni simili leggendo la poesia di Alfonso…la ricerca di un rifugio, si, ma piuttosto il ricordo di un rifugio, in uno spazio-non-spazio, in un tempo-non-tempo, in una dimensione parallela, quasi onirica, cara al cuore ed alla memoria..perchè magari quel pavimento grigio su cui ci si sdraiava non esiste più, magari il palazzo è stato buttato giù per costruire un centro commerciale..probabilmente la persona che avevamo al nostro fianco se n'è andata anche lei, con la sua pesante valigia di esperienze condivise, lasciandoci una pesante eredità di parole mai dette e cose mai fatte, un vuoto dentro che non si potrà mai colmare…perchè alla fine, ad essere diversi, siamo noi. E anche se salissimo di nuovo su quel tetto, non ritroveremmo quello che eravamo.
    Grazie delle tue impressions.
    O.

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  7. Italian Girlfriend says:

    Mi hai invitata a partecipare al tuo give-away ed arrivando qui, convinta che si trattasse di un give-away qualunque e facile, scopro invece che e' difficilissimo!

    Prima di tutto complimenti all'autore perche' scrivere poesie e' un “mestiere” molto faticoso e anche un po' doloroso (almeno per me). Una volta scrivevo poesie anch'io, poi ho perso interesse e pazienza. Leggo volentieri di tutto invece, ma mi capita di rado di essere colpita immediatamente da una poesia. Credo che sia perche' le poesie sono molto piu' intime di qualsiasi altro tipo di testo, il che rende apprezzarle e commentarle un mestiere faticoso quasi quanto scriverle. Ci provo ugualmente. Questa poesia, come mi capita molto di rado, mi ha colpita sin dalla prima lettura. Con un linguaggio semplice, ma non banale, che “arriva” facilmente a chi legge, evoca sensazioni che accomunano tutti. Dopo averla letta solo una volta, ho provato una serie di piacevoilissime sensazioni: liberta', freschezza, speranza, sereno abbandono. Bella. Bravo!

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  8. Donatella says:

    Grazie di avermi fatto conoscere questo poeta 🙂
    Leggo che ama Prevert e Majakovskij e mi rendo conto di quanto peso abbia e di quanto renda più magiche le cose il fatto di amare gli stessi autori. E' come un marchio che ti predispone positivamente. Chissà, forse è una stupidaggine mia 🙂
    Comunque la poesia è molto bella, un bacio!

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  9. Ophelinha says:

    cara GF,
    grazie a nome mio e di Alfonso di essere passata da qui.
    Mi piace pensare che la poesia sia universale..che sia dentro tutti noi, e che l'unico ostacolo sia l'inibizione, e al tempo stesso il fatto che non tutti siamo bravi a “tirarla fuori”. Per questo ci sono i poeti che, come scrive la mia amata Emily Dickinson, “accendono lampade”.

    To see the Summer Sky
    Is Poetry, though never in a Book it lie –
    True Poems flee –

    Vedere il Cielo d'Estate
    È Poesia, anche se mai in un Libro costretta –
    Le vere Poesie fuggono –
    (Emily Dickinson)

    Un bacio, O.

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  10. Ophelinha says:

    non e' assolutamente una stupidaggine, anzi: credo che i versi di cui ti innamori,quelle poesie che proprio non riesci a mettere da parte, quelle raccolte che apri e leggi nei momenti di bisogno, di euforia come di tristezza, ti accompagnino tutta la vita.
    Un abbraccio,
    O.

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  11. year62 says:

    Chiedo scusa a tutti per non aver risposto prima ai vostri commenti, ma il fatto è – la verità spesso non è tragica, è ridicola – che non avevo mai attivato un account…e che ci posso fare, io adoro la penna stilografica…ma adesso che ci sono riuscito, volevo ringraziare tutti voi per i vostri commenti, anche per quelli critici in senso negativo. Alfonso A.

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  12. year62 says:

    Chiedo scusa a tutti per non aver risposto prima ai vostri commenti, ma il fatto è – la verità spesso non è tragica, è ridicola – che non avevo mai attivato un account…e che ci posso fare, io adoro la penna stilografica…ma adesso che ci sono riuscito, volevo ringraziare tutti voi per i vostri commenti, anche per quelli critici in senso negativo. Alfonso A.

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  13. year62 says:

    Ti ringrazio per il commento molto articolato e per il tempo che quindi hai voluto dedicare alla mia modesta composizione. Trovo che il tuo modo di sentire sia molto vicino al concetto di poesia che Ophelinha ci ricorda poco oltre, in una delle sue risposte, citando Emily Dickinson.
    Quanto a me, i miei diavoli ed i miei angeli sono tutti presenti in uno stesso luogo, la metropoli. A.A.

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  14. year62 says:

    Caro Pereira, tocchi un punto molto importante…quando uno è vissuto talmente tanto in una metropoli, mischiando ogni giorno nei propri occhi e nel proprio animo sia il cemento che il cielo (che è sempre confine del primo)non è strano che l'amore abbia – possa avere – per scenario questi due elementi, fra i quali anche il volare è lecito, anzi normale. AA

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  15. Anonimo says:

    “Ma per uno come me l' ho gia detto
    che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto”.

    Ricordiamo anche qui Lucio Dalla, con questi versi che possiamo idealmente ricollegare alla poesia di Angrisani

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  16. Ophelinha says:

    Anche le canzoni sono poesia. Dalla non fa eccezione, anzi.
    Peccato non esserci riusciti a volare, su quel tetto. Peccato non essere riusciti a giocare a volare. Peccato essere rimasti schiavi di griglie di convenzioni, non essersi tolti le scalpe e sciolti i capelli, non aver finito quella bottiglia di vino e non aver contato i capelli..e non essersi fidati di essi, uno per uno, capello a capello. Ogni capello un bacio.
    “Lontano si ferma un treno
    ma che bella mattina, il cielo e' sereno
    Buonanotte, anima mia
    adesso spengo la luce e così sia”

    PS: come sempre, nel caso di commenti anonimi, vi prego di mandarmi vs contatti all'indirizzo email ophelinha.pequena[@]gmail.com

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  17. ros says:

    Vorrei partire dalla definizione di poesia data dall'autore, che mi trova pienamente allineato, anche se a tale concettualità non avevo mai trovato le giuste parole.
    In tale definizione metterei in risalto due elementi: il primo è la spazialità, alla quale fa riferimento anche Clara nel precedente commento; il secondo, la composizione.

    La 'spazialità': si parla di 'dimensione'. E probabilmente proprio lo spazio, il rapporto con esso, che renderebbe i 'parametri e contenuti' della poesia oramai desueti.Nel corso degli ultimi secoli – e soprattutto in questo nuovo – è andato a modificarsi il rapporto dell'uomo con lo spazio, con lo spazio fisico, lo spazio sociale, lo spazio interiore, lo spazio della memoria. In un mutato rapporto spaziale verso l'interno e verso l'esterno si è quindi modificata anche la percettività… e il tempo…
    …Credo che sia una questione che riguardi l'”età dell'uomo”, ma in fondo l'uomo nella sua interezza, nonostante la seconda natura hegeliana – quella che potremmo
    definire della cultura – o la 'sovrastruttura' della filosofia marxiana, nonostante l'habitus insomma, non è cambiato di molto. La prima natura persiste anche se sovrastata dalla seconda, così il poeta è in fondo sempre presente. E a volte prende luce.. E in questa poesia, il 'non-poeta' nel descrivere la spazialità (lo spazio che si
    contrae, 'rannicchiati', 'la fuga dei tetti delle case fino all'orizzionte', 'i piedi nel vuoto', e così per tutto il testo…ancora.. 'il cemento e il cielo') ritorna
    'poeta', ritorna il bambino che:
    “sedeva spesso a gambe incrociate,
    e di colpo sgusciava via,
    aveva una vortice tra i capelli”
    (Peter Handke)
    Ritorna nella 'dimensione artistica della parola' per lo meno nei parametri, se non anche nei contenuti.

    Il secondo elemento di cui parlavo è la composizione: quando si parla di compositore, comunemente, si pensa al compositore di musica. Ecco, un'altro elemento di contaminazione che mette in risalto come parametri e contenuti della poesia siano desueti e non appartengano più al nostro tempo. Il riferimento quasi automatico alla
    musica ci porta però di nuovo in una forma di spazio: lo spazio musicale. Il compositore Angrisani lega parole con un filo appena accennato di malinconia ad echi di
    ricordi, e pur non essendo lirica – perchè ci mostra il mondo dal punto di vista di chi scrive, ci mostra il 'vero Alfonso' – ci tocca corde interiori come se con
    queste suonasse jazz. Non musica classica, non 'musica esatta' come la definiva Leonard Bernstein, cioè scritta per essere esattamente interpretata come l'ha pensata
    il compositore; ma musica jazz, composta per dare la massima libertà a chi legge di suonarla a proprio modo, come del resto risulta nei commenti precedenti a questo.
    E allora 'Suonala ancora Sam', componine un' altra Alfonso!

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  18. ros says:

    In conclusione…Leggendo prima l'intervista e poi la poesia una nota malinconica mi ha accompagnato, la nostalgia di un tempo che fu per tutti noi, dentro di noi e credo che la seguente poesia sia un buon modo per chiudere questo commento:

    SONG OF CHILDHOOD

    Quando il bambino era bambino,
    se ne andava a braccia appese,
    voleva che il ruscello fosse un fiume,
    il fiume un torrente,
    e questa pozza, il mare.

    Quando il bambino era bambino,
    non sapeva di essere un bambino,
    per lui tutto aveva un'anima
    e tutte le anime erano un tutt'uno.

    Quando il bambino era bambino,
    su niente aveva un'opinione,
    non aveva abitudini,
    sedeva spesso a gambe incrociate,
    e di colpo sgusciava via,
    aveva una vortice tra i capelli
    e non faceva facce da fotografo.

    Quando il bambino era bambino,
    era l'epoca di queste domande:
    “Perché io sono io e perché non sei tu?
    Perché sono qui e perché non sono li?
    Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
    La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
    Non è solo l'apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro?
    C'è veramente il male e gente veramente cattiva?
    Come può essere che io che sono io non c'ero prima di diventare?
    E che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?”

    (PETER HANDKLE)

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  19. year62 says:

    Carissimo Ros,
    la splendida poesia di Handke – certamente anni luce superiore alla mia – spiega a tutti noi molte più cose interrogando che rispondendo…e forse questa è la “chiave” più giusta per esprimere in composizione il senso di una bellezza e leggerezza difficili da salvare (almeno in questa vita): non se hai presente la scena della “candela” nel filma Nostalghia di Tarkovskij…per quanto riguarda il “suonare ancora” oh, beh, almeno su questo si può star tranquilli…ho scritto due raccolte, e sono in procinto di pubblicarne una terza: milita in me una tendenza perniciosa a voler tentare sempre di trasformare la parola in arte (con convinzione, ma senza presunzione).AA.

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  20. Elena says:

    Cara Ophelinha,

    ho raccolto il tuo invito a partecipare al tuo primo giveaway, dopo avere letto il tuo commento a un post sul blog di Michela Marzano. Lei è un'arguta e sensibile Persona, cui sono legata dal profondo desiderio di chiarezza e autenticità nell'esperienza del dolore che ci accomuna, non conoscendoci di persona, e che leggo da poco, pur riconoscendo che si tratta di un principio di letture parecchio salvifiche.

    Questa non è una premessa a caso sull'oggetto del tuo giveaway che sento di fare, ma credo che per chi sia un poco allenato alla lettura e soprattutto a scegliere cosa leggere, ravvisare raccordi spesso fortuiti in realtà svela una precisa esigenza: quella di essere liberati.

    Perchè le parole sono sempre convinta che aiutino a ritrovare un senso, alcuna filosofia ci indica che il linguaggio performa, libera il mondo e ci libera dalle nostre stesse gabbie, metropoli inclusa. Ed è una boccata d'aria fresca leggere di chi guarda al di là o al di sopra di questi tetti urbani, rifugio necessario e uniforme.
    Di chi vive un amore come percorrendo un sentiero alla gincana con piè leggero, senza gravare ulteriormente alle ovvie difficoltà quotidiane con piglio appesantito.

    Questa è l'abilità liberata di un artista, che un artista deve suggerire al resto del mondo, delle sue tensioni di liberazione e bellezza, da condividere. Auguro maggiore fortuna a Alfonso Angrisani, che non conoscevo, al quale consiglio la visione del film di Gus van Sant, 'Restless' (tradotto col brutto 'L'Amore che resta'), notevole fil rouge con quanto lui scrive, da quel poco che ho letto.

    Un caro saluto!

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  21. Ophelinha says:

    ciao Elena, grazie di essere passata e mi auguro tornerai a farlo in futuro….
    Già più volte abbiamo parlato in questa sede del potere delle parole. Non mi stancherò mai di ripetere le parole che non un poeta, non uno scrittore, ma una persona a me molto cara ha detto tanti anni fa: le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire.
    Credo profondamente nel potere taumaturgico delle parole. Quando mi sento persa, quando mi sento stanca, quando vorrei arrendermi…quando ho perso qualcuno o qualcosa, quando il corso degli eventi è stato deviato, quando mi sono sentita smarrita…ho sempre fatto ricorso alle parole, e continuo a farlo. Alle parole dei miei libri e delle mie poesie preferite, capaci di portarmi a dreamland, di creare per me, ancora una volta, la magia e l'incanto di un piccolo mondo inaccessibile agli altri dove le pene e i dolori di Emma, di Anna, di Kitty, di Lara, di Catherine, di Lizzie, di Heathcliff, del giovane Werther diventano i miei.

    …las palabras son las alas..

    un saluto, O.

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  22. Ophelinha says:

    Caro Ros,
    il tuo commento mi riporta all'incipit del post – la prefazione de La vita è altrove di Kundera. E' vero, inutile negarlo: la poesia sta diventando un genere desueto. La poesia non si legge. La poesia non vende. I poeti contemporanei lottano per un minimo di riconoscimento e di affermazione.
    Forse è uno dei mali del secolo, insieme all'insonnia e alla depressione. Tuttavia, voglio credere una cosa: la poesia è eterna ed universale, perchè la poesia è in ogni cosa. La poesia è dentro di noi, intorno a noi, in un gesto, in un profumo, in uma parola sussurrata a metà. Mi viene in mente la bellissima scena del Postino con Troisi e Philippe Noiret in cui il poeta cerca di spiegare a Mario cosa sia una metafora:
    Mario arriva per la consegna della posta a casa del poeta…e resta sull’uscio…
    Neruda: Che ti succede?
    Mario : Don Pablo?
    Neruda: No… te ne stai lì, ritto come un palo.
    Mario: Inchiodato come una lancia?
    Neruda: No, immobile come la torre degli scacchi.
    Mario: Più quieto di un gatto di porcellana.
    Neruda: Ho scritto altri libri oltre alle odi elementari, libri molto migliori. E’ indegno che tu mi sottoponi a queste similitudini e metafore.
    Mario: Don Pablo..?
    Neruda: Metafore!
    Mario: Che sarebbero?
    Neruda: Le metafore…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra.
    Mario: E che è una cosa che si usa nella poesia?
    Neruda: Sì, anche.
    Mario: Per esempio?
    Neruda: per esempio …quando dici il cielo piange, cosa vuol dire?
    Mario: che sta piovendo.
    Neruda: Sì, bravo, questa è una metafora!
    Mario: Ma allora è semplice, e perché c’ha un nome così complicato?
    Neruda: Gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose!”

    Citando ancora una volta la mia amata Emily Dickinson, i poeti non accendono che lampade. L'olio, o l'energia elettrica, o qualsiasi altro combustibile, è già contenuto al loro interno.
    Un abbraccio.

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  23. Ophelinha says:

    @Alfo: non mi avevi detto della terza raccolta, ma braaaavo!!! Mi spetta una copia con tanto di dedica 🙂

    “Bisogna sempre essere ubriachi…di vino, di poesia o di virtù, a vostra scelta” (Baudelaire)

    Personalmente, preferisco la poesia, accompagnata, perchè no? da un bicchiere di Petit Chablis bello freddo.

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  24. year62 says:

    Ophelinha,quanto alla mia terza raccolta leggi bene quello che ho scritto e cioè che sono in procinto di…quindi ancora non l'ho consegnata in vesti ufficiali e nemmeno ufficiose…però stai tranquilla che al tempo te ne darò una copia: onoratissimo, del resto!

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