Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville a Virginia Woolf

Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.
Perché le donne sono tanto più interessanti per gli uomini che gli uomini per le donne?

Virginia Woolf

vita-woolfarchidoc

 

21 gennaio 1926

Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni – che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.

bloom.jpg

The Bloomsbury Group, Rory Midhani

La lettera di cui parliamo oggi è stata scritta da Vita Sackville-West, eccentrica, aristocratica scrittrice inglese, nota per la sua liaison con la celeberrima Virginia Woolf.

Victoria Vita Mary Sackville, la poetessa giardiniera, era moglie del diplomatico Harold Nicolson.

I due erano entrambi membri del celebre Bloomsbury group, un circolo di artisti e scrittori sviluppatosi in Inghilterra, proprio nel quartiere londinese di Bloomsbury. Ne facevano parte, tra gli altri membri, Virginia e Leonard Woolf, l’economista John Maynard Keynes e sua moglie, la ballerina russa Lydia Lopuchova. Sebbene il gruppo sia infatti conosciuto soprattutto come circolo letterario, gli interessi dei suoi membri spaziavano dalla poesia alla danza, dall’economia alla prosa, dalle arti plastiche agli studi sociali, dalla musica al giardinaggio.

Il gruppo, tra le altre cose, ospitava diversi membri omosessuali, e, quasi come regola tacita, i suoi aderenti avevano diverse relazioni con più di un partner di entrambi i sessi.

In questo contesto bohèmien si inquadra la relazione tra Vita e Virginia.

Vita oggi probabilmente è conosciuta prevalentemente per le sue avventure omosessuali e per il suo carteggio con la Woolf; ai suoi tempi, più che per la sua produzione letteraria, era nota per la sua passione per il giardinaggio. Nel 1946 era diventata collaboratrice dell’Observer, curando una rubrica di giardinaggio che ebbe all’epoca una forte influenza sulla cura dei giardini nella societa inglese.

È stata inoltre in prima persona foriera dell’architettura paesaggistica: ha ideato e curato infatti insieme al marito il giardino del castello di Sissinghurst, nel Kent, che oggi è il più visitato in Inghilterra ed è di proprietà del National Trust.

Sissinghurst_Castle_Garden_aerial_view.jpg

 

Virginia Woolf si è ispirata a lei per il romanzo Orlando, in cui emerge la Vita più vera, quella che Virginia ha intuito, amato e ritratto appassionatamente.
Solo una scrittrice che possedeva la grazia, la profondità e la delicatezza di Virginia poteva ideare un libro come Orlando. Un romanzo scintillante, in cui un giovane aristocratico cinquecentesco, coraggioso e melanconico, aspirante poeta, soffre del crudele tradimento di una graziosa e volubile principessina russa fino a diventare, verso il 1700, ambasciatore in Persia e tramutarsi, dopo un misterioso sonno, in una fanciulla, dopo aver conosciuto i personaggi più incredibili: la regina Elisabetta I, poeti, commediografi, naviganti, osti di taverne, prostitute, dignitari, principi, zingari, musici.

Il 28 marzo 1941, Virginia si suicida. Vita scrive il suo addio alla sua “adorata creatura”:

 

“Quella mente stupenda, quello spirito stupendo… Insisto a credere che avrei potuto salvarla se solo fossi stata sul posto e avessi saputo lo stato mentale in cui stava affondando”.

(da Cara Virginia. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf, La Tartaruga, 1985, pagine 452).

bg

 

 

 

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2 thoughts on “Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville a Virginia Woolf

  1. Eleonora says:

    partendo dal presupposto che 'il materiale umano' sia di gran lunga il più interessante offertoci dal mondo, non tanto perché di qualità, ma perché, indagando rapporti e relazioni tra donne e/o uomini, si imparano moltissime cose, specialmente su noi stessi, quello che mi ha colpito in questa lettera è un passo, soprattutto.
    forse l'unico veramente importante. non per sminuire la carica emotiva di questa lettera, ma vita appare talmente devastata da questo sentimento che le sue parole, come lei stessa dice, suonano come un lamento, 'uno strillo', e non come un groviglio di verità. una verità però, la scrive lì, nero su bianco, quando dice:
    “Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese.”

    ed io mi chiedo, e chiedo a te e agli altri lettori: non è forse questo il senso dell'amore? non è forse questo l'approdo di rigide ricerche? mi spiego meglio. superato l'amore infantile, puro, adolescenziale, l'amore innocente, il primo, il più potente, rimanendone feriti, confrontandosi con il dolore di una storia finita è naturale (o almeno così succede nella maggioranza delle persone 'sane') instaurare una serie di difese: una barriera, un cancello, un meccanismo di protezione. c'è chi, addirittura, nasce diffidente.
    ci proteggiamo, dentro al nostro io, dentro al nostro corpo. diamo confidenza, ma neghiamo la fiducia.. stuzzichiamo gli altri, ma subito ci chiudiamo a riccio impedendo la comunicazione. la diffidenza 'è un'arte raffinata', ma come vita ci svela funziona solo quando non amiamo qualcuno.
    è proprio l'amore che vince ogni strategia, che ci rende vulnerabili, indifesi; l'amore altrui che ci fa perdere la testa, che attenta alla nostra razionalità, che fa vacillare le proprie certezze. e vita lo sa, lo sa e lo accetta. lo sa e se ne infischia di cosa virginia potrà pensare di lei, che in questa lettera si mostra nuda, vestita soltanto di un amore trasparente e purissimo.

    'solare' è uno splendido aggettivo, ma tuttavia non penso di meritarlo.
    un abbraccio fortissimo,

    Eleonora

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  2. Ophelinha says:

    @Eleonora: qualche giorno fa, una mia amica mi chiedeva: quanti grandi amori si possobo avere nella vita?
    Io invece ho un'altra domanda, partendo dalle tue riflessioni, da condividere con te, con voi: cosa succede quando si vive un amore – non necessariamente il primo, anche un amore duraturo – cosi' forte da scottarci, da bruciarci, da svuotarci? Che fine fa tutto quell'amore? saremo in grado di amare allo stesso modo la persona che segue, e che magari e' la persona “giusta”, o comunque una parte, un pezzetto di noi ce lo siamo giocato, e non saremo mai piu'in grado di recuperarlo?
    E ancora: qual e' il destino degli amori “dannati”, degli amori che non possono essere, non possono vivere, non possono concretizzarsi per ostacoli e impedimenti vari? Dove va a finire tutto quell'amore? Lo”recuperiamo” e siamo in grado di “riutilizzarlo”, trasformandolo in nuova energia emotiva, o e' perso per sempre, lasciandoci per sempre un po' svuotati?

    Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
    e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
    che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
    Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
    dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
    ed ognuno c'ha un numero e sopra ognuno una croce,
    ma va bene lo stesso, va bene così.
    Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.
    (Mimi' sara', Francesco de Gregori)

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