No necesito silencio
Ya non tengo en quien pensar

Non ho bisogno di silenzio
Non ho nessuno a cui pensare…

Atahualpa Yapanqui, Los ejes de mi carreta

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

La quinta lettera che vi propongo è tratta dal romanzo di Baricco, Seta.
Hervé Joncour, il protagonista, importa bachi da seta. A causa di un’epidemia che sta danneggiando i bachi, si spinge dal suo paesino della Francia meridionale, Lavilledieu, fino ad un Paese misterioso, sconosciuto e lontano.

 

“- E dove sarebbe di preciso, questo Giappone?
Baldabiou alzò la canna del suo bastone puntandola oltre i tetti di Saint-August.
– Sempre dritto di là.
disse.
– Fino alla fine del mondo”.

Ma chi è Hervé?
Di lui sappiamo che ha 32 anni e una moglie, Hélène, dai lunghi capelli neri e dalla voce bellissima.

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“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.
Se gliel’avessero chiesto, Hervé Joncour avrebbe risposto che la sua vita sarebbe continuata così per sempre”.

A strapparlo dai suoi progetti di un parco “dove sarebbe stato lieve, e silezioso, passeggiare…invisibile come la fine del mondo”, mentre la sua vita gli piove davanti agli occhi come uno spettacolo quieto, arriva la sua grande avventura: i viaggi in Giappone.
In questo paese magico e misterioso, alla corte del suo enigmatico mediatore, Hara Kei, Hervé incontra una donna bellissima, dal viso di ragazzina, dagli occhi che “non avevano un taglio orientale”.
I due non si scambiano una parola per tutta la vicenda, trovando forme alternative di comunicazione: durante il loro primo incontro, la donna misteriosa prende la tazza di té di Hervé e beve premurandosi di appoggiare le labbra dove le aveva appoggiate lui; entra nella stanza dove sta facendo il bagno, lo benda e, dopo averlo accarezzato con le mani e con la seta, gli lascia un biglietto “tornate, o morirò”.
Quando lui torna, in segno di gioia lei fa volare via tutti i raffinati, esotici e pregiatissimi uccelli della sua voliera, regali del suo signole come premio alla sua devozione e alla sua fedeltà.

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Questa lettera, che Hervé si fa tradurre dal giapponese dall’enigmatica madame Blanche, è una lettera d’amore, di celebrazione di quello che poteva esserci e non c’è stato e, al tempo stesso, una lettera d’addio.

Il linguaggio e le immagini sono  forti, intensi, disperati, pieni di una folle passione che non può essere e non può manifestarsi.

 

Mio signore amato,
non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà,
rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto
ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego,
resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti,
non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me,
la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego,
non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani,
le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere,
mi piace vederle sulla tua pelle, così,
ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,
nessuno ci può vedere ed io sono vicina a te,
accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,
è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere,
a me piace guardarla e guardarti,
signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,
non devi aver paura son vicino a te,
mi senti?
Son qui, ti posso sfiorare, è seta questa la senti?
È seta del mio vestito, non aprire gli occhi e vedrai la mia pelle,
avrai le mie labbra,
quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra,
tu non saprai dove, ad un certo punto sentirai il sapore delle mie labbra, addosso,
non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli,
sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,
forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia,
sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro,
o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù,
e le schiuderò scendendo a poco a poco,
lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra,
e spingendo la mia lingua,
la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano,
il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,
finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio,
morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio,
e con il cuore tra le mie labbra tu sarai il mio, davvero,
con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre,
se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami,
sono io, chi potrà mai cancellare quest’istante che accade,
e questo mio corpo senza più seta,
le tue mani che lo toccano,
i tuoi occhi che lo guardano,
le tue dita nel mio sesso,
la tua lingua sulle mie labbra,
tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi,
mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo,
tu dentro di me a muoverti adagio,
le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi,
la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,
il mio corpo sul tuo, la tua schiena mi solleva,
le tue braccia che non mi lasciano andare,
i colpi dentro di me,
è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei,
vogliono sapere sino a dove farmi male,
fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi?
Nessuno potrà cancellare questo istante che accade,
per sempre getterai la testa all’indietro, gridando,
per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia,
la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,
non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere,
doveva essere questo istante,
e questo istante è,
credimi, signore amato mio, quest’istante sarà,
da adesso in poi, sarà, fino alla fine.
Noi non ci rivedremo più, signore.
Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete.
Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre.
Serbate la vostra vita al riparo da me.
E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità,
a dimenticare questa donna che ora vi dice,senza rimpianto,
addio”.

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“Hervé Joncour continuò per giorni a condurre una vita ritirata, facendosi vedere poco in giro in paese, e passando il suo tempo a lavorare al progetto del parco che prima o poi avrebbe costruito. Riempiva fogli e fogli di disegni strani, sembravano macchine. Una sera Hélène gli chiese:
– Cosa sono?
– E’ una voliera.
– Una voliera?
– Si.
– E a cosa serve?

Hervé Joncour teneva gli occhi fissi su quei disegni.
– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via”.

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Alessandro Baricco, Seta, BUR