Un giorno di silenzio per Wislawa

Oggi niente lettere, niente racconti, niente parole: solo le sue. La grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la Letteratura 1996, si è spenta ieri nella sua casa di Cracovia a causa di un cancro ai polmoni. Era una fumatrice accanita, e mi piace pensarla così, mentre fuma un’ultima sigaretta prima di chiudere gli occhi per sempre, piena di ironia nei confronti della morte come lo era stata nei confronti della vita.

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È triste perdere una poetessa e una donna del suo calibro, ed è triste perdere le sue parole, le sue parole leggere “Non avermene se prendo in prestito parole patetiche e poi fatico per farle sembrare leggere”.

 

Non avresti mai potuto usare parole patetiche, cara Wislawa. Le tue parole penetravano come lame, erano luminose, erano tenere senza mai essere smielate.

 

Il tuo epitaffio te l’eri già composto, perché non avevi paura della morte, avresti avuto invece paura di essere accompagnata nel tuo viaggio più lungo da parole pesanti, parole sgraziate, parole poco adeguate. Da un’agiografia in cui non ti saresti mai rispecchiata, perché, nonostante tu abbia scritto poesie per decenni, ne hai pubblicate solo quattrocento.

 

    “Qui giace come virgola antiquata

 

    l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata

 

    dell’eterno riposo, sebbene la defunta

 

    dai gruppi letterari stesse ben distante.

 

    E anche sulla tomba di meglio non c’è niente

 

    di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.

 

    Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,

 

    e sulla sorte di Szymborska medita un istante”.

 

    (Epitaffio, Sale, 1962)

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Stamattina, in un bellissimo articolo del Wall Street Journal, leggevo questo aneddoto, che voglio riportare:

 

After arriving in Stockholm to receive her Nobel, reporters at the airport asked Szymborska about the first poem she ever wrote.

 

She replied with modesty and humor familiar to her readers.

 

“It is hard to say what the first one was about because I started very early to write poems. I was about 4 years old,” she said. “Of course they were clumsy and ridiculous. But when one poem was right, my father took it and gave me some money to buy chocolates.

 

“So I can say I started living by my poetry when I was 4.”

 

Voglio salutarti con le sole parole che ritengo appropriate: le tue.

 

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    Il gatto in un appartamento vuoto

 

 

    Morire – questo a un gatto non si fa.

 

Perché cosa può fare il gatto

 

in un appartamento vuoto?

 

Arrampicarsi sulle pareti.

 

Strofinarsi tra i mobili.

 

Qui niente sembra cambiato,

 

eppure tutto è mutato.

 

Niente sembra spostato,

 

eppure tutto è fuori posto.

 

E la sera la lampada non brilla più.

 

Si sentono passi sulle scale,

 

ma non sono quelli.

 

Anche la mano che mette il pesce nel piattino

 

non è quella di prima.

 

Qualcosa qui non comincia

 

alla sua solita ora.

 

Qualcosa qui non accade

 

come dovrebbe.

 

Qui c’era qualcuno, c’era,

 

e poi d’un tratto è scomparso,

 

e si ostina a non esserci.

 

In ogni armadio si è guardato.

 

Sui ripiani è corso.

 

Sotto il tappeto si è controllato.

 

Si è perfino infranto il divieto

 

di sparpagliare le carte.

 

Cos’altro si può fare.

 

Aspettare e dormire.

 

Che provi solo a tornare,

 

che si faccia vedere.

 

Imparerà allora

 

che con un gatto così non si fa.

 

Gli si andrà incontro

 

come se proprio non se ne avesse voglia,

 

pian pianino,

 

su zampe molto offese.

 

E all’inizio niente salti né squittii.

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Un amore felice

 

Un amore felice. E’ normale?

è serio? è utile?

Che se ne fa il mondo di due esseri

che non vedono il mondo?

 

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,

i primi qualunque tra un milione, ma convinti

che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;

la luce giunge da nessun luogo –

perchè proprio su questi e non su altri?

Ciò offende la giustizia? Sì.

Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?

Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

 

Guardate i due felici:

se almeno dissimulassero un po’,

si fingessero depressi, confortando così gli amici!

Sentite come ridono – è un insulto.

In che lingua parlano –

comprensibile all’apparenza.

 

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,

quei bizzarri doveri reciproci che si inventano –

sembra un complotto contro l’umanità!

 

E’ difficile immaginare dove si finerebbe

se il loro esempio fosse imitabile.

Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,

di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,

chi vorrebbe restare più nel cerchio?

 

Un amore felice. Ma è necessario?

Il tatto e la ragione impongono di tacerne

come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.

Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.

Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,

capita, in fondo, di rado.

 

Chi non conosce l’amore felice

dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

 

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

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  Amore a prima vista

  Sono entrambi convinti

  che un sentimento improvviso li unì.

    È bella una tale certezza

    ma l’incertezza è più bella.

 

    Non conoscendosi prima, credono

    che non sia mai successo nulla fra loro.

    Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

    dove da tempo potevano incrociarsi?

 

    Vorrei chiedere loro

    se non ricordano –

    una volta un faccia a faccia

    forse in una porta girevole?

    uno “scusi” nella ressa?

    un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

    – ma conosco la risposta.

    No, non ricordano.

 

    Li stupirebbe molto sapere

    che già da parecchio

    il caso stava giocando con loro.

 

    Non ancora del tutto pronto

    a mutarsi per loro in destino,

    li avvicinava, li allontanava,

    gli tagliava la strada

    e soffocando un risolino

    si scansava con un salto.

 

    Vi furono segni, segnali,

    che importa se indecifrabili.

    Forse tre anni fa

    o il martedì scorso

    una fogliolina volò via

    da una spalla all’altra?

    Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

    Chissà, era forse la palla

    tra i cespugli dell’infanzia?

 

    Vi furono maniglie e campanelli

    in cui anzitempo

    un tocco si posava sopra un tocco.

    Valigie accostate nel deposito bagagli.

    Una notte, forse, lo stesso sogno,

    subito confuso al risveglio.

 

    Ogni inizio infatti

    è solo un seguito

    e il libro degli eventi

    

    è sempre aperto a metà.

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    Il vecchio professore

 

Gli ho chiesto di quei tempi,

    quando ancora eravamo così giovani,

    ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.

 

    È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro

    cosa è bene e male per il genere umano.

 

    È la più mortifera di tutte le illusioni

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto del futuro,

    se ancora lo vede luminoso.

 

    Ho letto troppi libri di storia

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto della foto,

    quella in cornice sulla scrivania.

 

    Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,

    moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,

    gatto in braccio alla figlioletta,

    e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio

    un uccello non identificato in volo

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.

 

    Lavoro

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.

 

    Alcuni miei ex assistenti,

    la signora Ludmilla, che governa la casa,

    qualcuno molto intimo, ma all’estero,

    due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,

    il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto della salute e del suo morale.

 

    Mi vietano caffè, vodka e sigarette,

    di portare oggetti e ricordi pesanti.

    Devo far finta di non aver sentito

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.

 

    Quando la sera è tersa, osservo il cielo.

    Non finisco mai di stupirmi,

    tanti punti di vista ci sono lassù

    -mi ha risposto.

 

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    Il primo amore

 

 

    Dicono

    che il primo amore sia il più importante.

    Ciò è molto romantico

    ma non è il mio caso.

    Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,

    è accaduto e si è perduto.

    Non mi tremano le mani

    quando mi imbatto in piccoli ricordi

    e in un rotolo di lettere legate con lo spago

    nemmeno con un nastrino.

    Il nostro unico incontro dopo anni,

    la conversazione di due sedie

    intorno a un freddo tavolino.

    Atri amori

    ancora respirano profondamente in me.

    A questo manca il fiato per sospirare.

    Eppure proprio così com’è,

    è capace di ciò di cui quelli

    non sono ancora capaci:

    non ricordato,

    neppure sognato,

    mi familiarizza con la morte.

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3 thoughts on “Un giorno di silenzio per Wislawa

  1. Donatella says:

    “A prima vista” è una botta al cuore.
    (Per fortuna) non è legata a una persona ma a un momento bellissimo in sé, a un mio ritorno ad amare dopo tanto ghiaccio e tanto girare a vuoto.
    Questa donna mi ha accompagnato, e il suo ricordo ci accompagnerà.
    Che fortuna poterla sentire vivere tra le pagine da leggere.

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