Notte prima degli esami (racconto breve)

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“Quindi lo specchio era veramente rotto? Era stato distrutto dalle bombe?” mi chiede Elisa, occhioni azzurri sgranati, mentre sotto il tavolo scrive un sms sperando che non me ne accorga.

 

“Ma no, Elisa, lo specchio non era veramente rotto. È una metafora. L’uomo del dopoguerra ha perso la sua identità, si guarda allo specchio e non si riconosce. Per questo ti ho detto di immaginarlo che si guarda ad uno specchio rotto in tanti pezzetti, che simboleggia la frammentazione della sua identità. Uno, nessuno e centomila. Capito adesso?”

 

La guardo, Elisa, che si avvolge un boccolo biondo intorno all’indice e sorride allo schermo del suo telefonino rosa. Le do ripetizioni dall’inizio dell’anno scolastico. Frequenta il terzo anno del liceo classico, è carina, adorabile e con la testa perennemente tra le nuvole. Domani inizia gli esami di maturità.

 

“Sei preoccupata, Elisa?” le chiedo. Solleva un attimo lo sguardo dal telefono e risponde: “Spaventata, un pochino. Vorrei soltanto che finissero presto, mi aspetta l’estate, il viaggio in Spagna con le mie compagne di classe, e poi la liberta! Andrò all’università e finalmente non dovrò più vivere con i miei! Me ne andrò da questa cittadina anonima, conoscerò tanta gente nuova e…mi innamorerò.”

Arrossisce, sorride, si illumina tutta al pensiero. Dopo la fine della lezione, mi metto a riordinare libri e appunti e mi preparo una tisana. Contemplo l’ipotesi di mangiare qualcosa, ma non ho fame. Mio figlio è uscito avvertendomi che farà tardi. La casa è più vuota e silenziosa che mai. Mi sento sola. Sono sola. Sono vuota, vuota come questa stanza, vuota come il giorno in cui tutto è cambiato, vuota come il giorno in cui ti ho lasciato andare via, vuota come la mia vita.

 

Non riesco a non pensare a Elisa e a me stessa, a com’ero a diciotto anni, diciotto anni fa. A come la mia notte prima degli esami mi abbia cambiato la vita.

 

Ero una giovane di belle speranze, come si suol dire. Ero un’ottima studentessa, ero ritenuta bella, il classico brutto anatroccolo che improvvisamente sboccia in cigno, ed ero innamorata per la prima volta.

 

Sì, ero innamorata, del ragazzo più perfetto del mondo, e pensavo di avere il mondo nel palmo della mano: avrei fatto un ottimo esame, avrei studiato nelle migliori università, avrei avuto una carriera brillante, avrei viaggiato tanto, con lui, e poi avuto una famiglia. Ero praticamente invincibile.

 

La notte prima degli esami ha cambiato tutte le mie convinzioni, per sempre. Ancora mi rivedo, un libro di letteratura latina da una parte e un test di gravidanza positivo dall’altra, mentre guardo tra le lacrime le spalle del mio perfetto ragazzo, ben deciso a continuare la sua vita più che perfetta, senza neanche avere la forza di trovare la voce per richiamarlo indietro.

 

Non poteva assumersi una tale responsabilità, non poteva prendere decisioni di questa portata. Doveva concentrarsi sugli esami di ammissione all’università. La sua famiglia non gliel’avrebbe mai perdonato.  Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto capirlo. Avrei solo voluto gridare: e io? e io, che fine faccio? e i miei progetti? e la mia, di vita?

 

I giorni, i mesi, gli anni successivi mi hanno svuotato, si sono portati via quel poco di buono che c’era in me se ce n’era, ogni sogno, ogni speranza, ogni colore. Di me non è rimasto altro che un’immagine in bianco e nero, sbiadita.

 

Eccomi qui, a trentasei anni, madre e donna sola, con un lavoro poco interessante e poco stimolante e troppi sogni e troppi libri in un cassetto diventato ormai troppo stretto per contenerne di nuovi.

 

Eccola qui, l’immagine in bianco e nero di me stessa. E, come tanti anni fa, eccola qui, l’ondata di rabbia e di ribellione. Vorrei strapparmi di dosso questa maschera e questi stracci, correre per strada ed inseguire i colori: quei colori che per me sono persi per sempre.

 

Eccola qui, l’immagine di me stessa che ti dice addio, seduta in un ristorante troppo elegante davanti a te, nel mio vestito più bello, truccata come piace a te, piena di attesa per quello che devi dirmi. Hai deciso una cosa importante, mi hai detto, e me ne devi parlare. Una cosa importante per te, per me, per noi. Almeno così credevo.

 

Quella sera mi hai annunciato il tuo trasferimento a Hong Kong. Mi hai chiesto di venire con te. Il bambino può restare con tua madre, è meglio così, meglio per tutti e due, anzi per tutti e tre, come sei sensibile e pieno di attenzioni per lui, d’altro canto il bambino (ha un nome! ha un nome! ha un nome?) è nato qui, appartiene (si può davvero appartenere a qualcuno o qualcosa?) a questa piccola e sonnolenta città, non sarebbe felice in una realtà così grande, così diversa, così estranea.

 

È meglio così, Emma, meglio così per tutti, io devo concentrarmi sulla nuova filiale, tu potrai finalmente riprendere a studiare e poi trovare un lavoro che ti sia congeniale, in cui ti senta realizzata. Cominceremo finalmente una vita insieme, costruiremo una famiglia insieme. Il bambino andrai a trovarlo tutte le volte che vuoi e, quando sarà più grande, potrà decidere di venire a vivere con noi.

 

Sono stata tentata dalla tua proposta? Non voglio rispondere, mi vergogno di ammetterlo.

 

Mi hai messo con le spalle al muro. Come potevo scegliere tra te, l’amore della mia vita, e mio figlio?

 

Ti ho lasciato andare e mi sono ingrigita. Ho continuato a morire ogni giorno un poco, ma non per gioco. Ho smesso di lottare.

 

Ma stasera non riesco a smettere di ricordare. Vado in camera da letto e ripesco in fondo all’armadio il vestito che avevo quella sera, il mio vestito più bello. Sono ingrassata ma mi sta ancora, anche se non riesco a tirare su tutta la lampo.

 

Mi siedo davanti allo specchio. Questi ultimi otto anni mi hanno regalato rughe e capelli bianchi, Mi trucco come piace a te e raccolgo i capelli. Mi guardo e mi sento ridicola. Che immagine buffa sono. Che immagine triste. Che immagine sbiadita.

 

Mentre le lacrime fanno colare il mascara e mi fanno assomigliare sempre di più ad una maschera grottesca, sento la chiave di casa che gira nella serratura. È troppo tardi per cambiarmi, o fingere di dormire. Lorenzo (ha un nome!) cammina a passi veloci ed entra nella mia stanza, con le guance rosse, parlando come al solito in maniera rapida e concitata: “Mamma? Cos’hai? Sei uscita? Sei arrabbiata? Come sei bella! Perché hai pianto? Eri preoccupata per me? Mi dispiace aver fatto tardi, siamo andati in un paese vicino, c’era una sagra e io ho visto questi, e non ho saputo resistere, sarà stata l’aria della festa di paese, ho pensato avrebbero portato un po’ di colore qui a casa e ti avrebbero fatto sorridere”. Arrossisce, e mi porge un filo al quale sono attaccati un gruppo di palloncini colorati.

 

Per un attimo, la stanza si illumina e io torno la diciottenne di allora, la trentenne di allora, la ragazza e la donna che pensava che tutto fosse possibile.

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One thought on “Notte prima degli esami (racconto breve)

  1. Anonimo says:

    Il giorno dopo

    Una luce livida

    il giorno dopo

    Un foglio deserto

    il giorno dopo quella notte

    La carta vetrata

    delle strade grigioazzurre

    nella testa un’eco

    il giorno dopo

    Quanti giorni sono stati

    il giorno dopo

    Una solitudine che si ripete

    il tuo profumo sul cuscino

    il giorno dopo _

    AA.

    (@http://www.estro-verso.net/community/alfonsoangrisani/?&sitemap)

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