Recensione di Tu l’hai detto: Sylvia Plath, Ted Hughes e Connie Palmen

Il mio amore per Sylvia Plath non è un mistero: è una scrittrice e poetessa complessa e affascinante, una donna forte e fragilissima al tempo stesso, un’abile artigiana che lima i testi fino alla perfezione. Per questo motivo, quando la bravissima Serena del blog Follow The Books- Racconti di una lettrice in viaggio mi ha proposto di lavorare insieme sulla mia ragazza di vetro, ho accettato con grande entusiasmo. Oggi sarà quindi Serena a parlarvi di un romanzo di Connie Palmen, edito da Iperborea, che ripercorre, in chiave romanzata, le tappe della burrascosa, infelice storia d’amore tra Sylvia Plath e il poeta Ted Hughes. Lascio la parola a Serena, buona lettura!

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Oggi vorrei parlarvi di Tu l’hai detto, scrivendo la mia recensione del romanzo, e raccontandovi di Sylvia Plath, Ted Hughes e Connie Palmen. Questo meraviglioso romanzo, edito da Iperborea,  è semplice da riassumere: 255 pagine di incanto. Ma andiamo per ordine. Tu l’hai detto di Connie Palmen racconta la relazione amorosa tra Sylvia Plath e Ted Hughes. Entrambi scrittori e poeti, lei americana e lui inglese, sono conosciuti per le loro opere (La campana di vetro è il romanzo più noto della Plath, mentre Hughes ha scritto numerosi libri per bambini, tra cui L’uomo di ferro), e per aver vissuto una delle storie d’amore più tormentate, e tristi, di sempre.

Cosa si conosce di questa storia? Lei soffriva di depressione, lui la tradiva, lei un giorno prepara la colazione ai bambini e poi infila la testa nel forno e si toglie la vita. Sono la prima ad essere impreparata su Sylvia Plath: ho letto soltanto La campana di vetro, e qualche poesia qui e . Non ho mai approfondito i suoi diari, o le sue lettere; la sua tesi di laurea né le sue raccolte poetiche; i lavori di critica letteraria o le biografie a lei dedicate. Ma, dopo aver letto Tu l’hai detto, ho intenzione di farlo.

Connie Palmen racconta dunque la storia di Sylvia Plath e Ted Hughes, ma da un punto di vista molto interessante: quello di lui. Per la prima volta abbiamo accesso a una versione diversa della storia, la viviamo da un’angolazione nuova.

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L’incipit del romanzo ci trascina da subito in un vortice inevitabile: non si può lasciare la lettura in sospeso neanche per un secondo.

Sebbene questa storia vera sia chiaramente romanzata, e in quanto romanzo, si tratti pur sempre di fiction, Connie Palmen ha svolto un lavoro magistrale di ricerca e studio, che traspare da ogni singola parola, tanto da farci credere che sia tutto vero, o quantomeno verosimile.

Scavando tra le opere di entrambi, approfondendo le biografie e i diari di Sylvia, la Palmen ha ricostruito ricordi, avvenimenti, impressioni e presentimenti, l’animo più intimo dei due protagonisti della sua storia, a partire da qualcosa di reale, qualcosa che loro stessi ci hanno lasciato: le parole delle loro opere.

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Un esempio pratico? Oltre ai protagonisti, c’è una presenza costante nel libro, che ci accompagna a partire dalla meravigliosa copertina (oh, la copertina!): una volpe. Per esempio la troviamo in questo passaggio (è Hughes che parla):

“Studiavo a Cambridge, lingua e letteratura inglese, presumendo erroneamente che quegli studi fossero la base ideale per un poeta. Sbuffavo annoiato alla scrivania, con avversione sempre crescente, sul saggio settimanale in cui per l’ennesima volta vivisezionavo l’opera di uno scrittore. D’un tratto sentii la presenza di qualcuno o qualcosa, dietro di me, che si avvicinava lentamente. Quando mi voltai di lato vidi una volpe, o meglio un uomo magro con la testa di volpe annerita e sanguinante, come fosse appena sfuggita a un incendio. Pietrificato, rimasi seduto aspettando, teso, ma non intimorito. La volpe si avvicinò ancora, alzò la testa fino a incontrare i miei occhi e mi fissò, con sguardo tormentato. Prima che me ne rendessi conto sbatté la mano insanguinata sulla pagina bianca che avevo davanti. Si chinò verso di me e mi sussurrò all’orecchio: “Smettila, ci stai distruggendo.” Poi, com’era comparsa, svanì. Sul foglio rimase la lucida impronta rosso sangue di una mano. Il giorno dopo annunciai in facoltà che avrei lasciato gli studi di letteratura. Passai ad antropologia sociale.”

Ebbene, questa volpe ritorna con insistenza tra le pagine di Tu l’hai detto.

Non avendo mai letto nulla di Hughes mi sono incuriosita, e cercando su Google ho trovato che esiste una sua poesia intitolata Pensiero-volpe:

Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:

altro è vivo

oltre la solitudine dell’orologio

e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita.

 Attraverso la finestra non vedo stelle:

qualcosa più vicino

sebbene sia più profonda entro l’oscurità

sta penetrando la solitudine:

freddo, delicatamente come la neve scura,

il naso di una volpe tocca un ramoscello, una foglia;

due occhi servono un movimento che adesso

e ancora adesso e adesso e adesso

depone chiare tracce sulla neve

tra gli alberi, e cautamente un’ombra

storpia si trascina tra ceppi e nell’incavo

di un corpo che ha l’audacia di giungere

attraverso radure, un occhio,

un verde fondo e dilatato,

brillante e concentrato,

che se ne viene per i fatti suoi

sino a che, con improvviso acuto caldo puzzo di volpe

non penetri la buca nera della testa.

Ancora senza stelle è la finestra; batte l’orologio,

la pagina è tracciata.

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Da qualcosa di reale, un testo poetico che possiamo tutti consultare, la Palmen ha creato qualcosa di più, ma in un ordine temporale invertito: ha ricreato, a posteriori, il momento dell’ispirazione, per raccontarci al meglio Ted Hughes: non il poeta, non l’uomo, ma il suo personaggio letterario.

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Leggere Tu l’hai detto è stata per me un’esperienza unica, che si è decisamente divisa tra le pagine del libro e lo schermo del cellulare, perché era impossibile, di pagina in pagina, non approfondire con qualche ricerca il contesto letterario dell’opera.

E poi, forse per deformazione professionale, dal momento che con Follow The Books  io “seguo i libri”, ho trovato altrettanto interessante la ricerca degli itinerari proposti in questo romanzo. Da Boston a Parigi, dalle brulle colline dello Yorkshire a Londra, la valanga di riferimenti e indirizzi ha creato nella mia mente una mappa letteraria che non vedo l’ora di seguire… chissà che non sia l’occasione perfetta per organizzare un altro viaggio, magari con una raccolta di poesie di Sylvia Plath, e un’altra di Ted Hughes, nello zaino.

Follow The Books- Racconti di una lettrice in viaggio

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Cartoline da Londra: tè letterari, Harry Potter, librerie bellissime e tanto amore

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Per chi mi conosce o mi legge da più di cinque minuti, non è un mistero: Londra è il mio posto preferito al mondo. Ci ho vissuto quando ero ancora una studentessa e poi appena laureata: per me, la capitale del Regno Unito è il simbolo, decadente e romanzato, di tutti quei sogni che sono stati a punto di realizzarsi ma non ce l’hanno fatta, di quelli andati a male e di quelli che aspettano speranzosi nel cassetto, chiedendo a gran voce una possibilità.

Cerco di andare a Londra almeno una, due volte all’anno: quando vivevo a Bruxelles era molto più semplice grazie all’Eurostar, da Lussemburgo è un po’ più complicato, ma nessun ostacolo riuscirebbe a trattenermi dall’andare ad abbracciare gli amici, barcamenarmi tra mostre, musical e mercatini e rilassarmi con l’immancabile rituale dell’afternoon tea.

A questo giro, si è trattato di un tè davvero speciale: quello offerto dal Charlotte Street Hotel e ispirato al Bloomsbury group, un rivoluzionario circolo artistico e letterario degli anni Venti che annovera tra i suoi membri Virginia e Leonard Woolf, Vanessa e Clive Bell, E. M. Forster e l’economista John Maynard Keynes.

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I membri del Bloomsbury group si contraddistinguono per la creatività e il desiderio di cambiamento e innovazione, per la libertà e l’irriverenza. Vivono nell’area intorno a Charlotte Street, dove si incontrano per discutere ed esprimere la loro ribellione nei confronti dei soffocanti costumi vittoriani, tanto che si dice che vivessero in quadrati, dipingessero in circonferenze e amassero in triangoli.

Gli interni del Charlotte Street Hotel sono stati fortemente influenzati dagli illustri vicini; l’hotel ospita capolavori originali di Vanessa Bell, Roger Fry e Duncan Grant.

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Per i membri del Bloomsbury, sedersi a tavola a mangiare tutti insieme è un momento unico e irrinunciabile di condivisione e dialogo; le ricette ricreate dagli chef del Charlotte Street Hotel sono state ispirate da ‘The Bloomsbury Cookbook – Recipes for Life, Love and Art’ di Jans Ondantje Rolls.

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Nessuna passeggiata londinese che si rispetti sarebbe completa senza una tappa potteriana: questa volta è toccato a House of Minalima, negozio-museo dei graphic designer Eduardo Lima and Miraphora Mina, che hanno dato vita alle grafiche e ai prop dei film di Harry Potter e sono poi passati alla saga di Fantastic Beast. Il negozio-museo è situato in un adorabile, fatiscente edificio che non sarebbe affatto fuori posto a Diagon Alley.

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Il terzo piano è un tuffo nella New York degli anni Venti e ospita illustrazioni, riproduzioni e stampe dal magico mondo di Fantastic Beasts and Where to Find Them; il primo e il secondo piano ospitano invece una mostra dedicata a Harry Potter e all’incredibile universo di Hogwarts.

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Il piano terra ospita il negozio vero e proprio, dove ho potuto ammirare dei fantastici libri di favole pop up (i miei preferiti sono La Bella e la Bestia e La Sirenetta).

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Ovviamente, le librerie. Londra ne ha tante, di tutti i tipi, da quelle di settore a quelle di seconda mano, da quelle estremamente curate a quelle piccole e polverose, da quelle che hanno ispirato film celebri (Notting Hill, anyone?) alle piccole opere d’arte, come Daunt Books a Marylebone.

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Lo ammetto: il mio sguardo su Londra è quello di una persona innamorata e leggermente ubriaca, che inforca i suoi occhiali rosa e imposta il filtro ‘ricordi più belli’. Mi rendo conto che sia del tutto irrazionale, ma Londra mi fa battere il cuore, arrossire e perdere la testa, facendomi sentire viva, vitale, piena di speranze e possibilità. È una storia d’amore che dura da quasi vent’anni, e che è difficile da spiegare e da condividere: dopotutto, quella che vedo, quella che amo è la mia Londra, mia e di nessuno. Ho provato a spiegarlo qualche anno fa in questi versi, ma non so se ci sono riuscita: le cose più belle, più intime e personali sono le più difficili da condividere.

My London would never be your London, you said,

because you never fell in love in the city, with the city;

let me set this straight

the city

as seen through your eyes

was the city

seen for the first time

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Per saperne di più sul Bloomsbury group:

Per sbirciare nella mia collezione di cartoline:

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Cartoline da Parigi: la libreria Shakespeare and company

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Quando si abita in un posto piccolo e raccolto come Lussemburgo, passare un fine settimana a Parigi è più che una boccata d’aria fresca : è una scossa elettrica, dalle radici dei capelli alle punte delle dita. La capitale francese vibra di una vitalità incontenibile, che ti trascina per le lunghissime file per entrare in qualsivoglia museo, per i gradini di Montmartre su fino al Sacre Cœur, per il flusso incessante di ragazzi che a tutte le ore fanno l’aperitivo fuori, nonostante il freddo e la pioggerellina costante, per le stradine del Marais o vicino all’Opera.

Ogni mia gita a Parigi inizia o si conclude con una visita a un tempio sacro per gli amanti dei libri e della letteratura, a duecento metri dall’imponente cattedrale di Notre Dame : la libreria Shakespeare & company, nella quale, nonostante le file e la marea di gente che spesso impedisce di guardarsi intorno a piacimento, si respira un’aria di altri tempi. Mentre al piano di sotto si consultano libri, si mettono a confronto edizioni o si chiedono informazioni ai gestori, al piano di sopra è in corso un workshop di scrittura creativa : un gruppo di ragazze, con la voce un po’ rotta dalla consapevolezza di sentirsi e vedersi circondate da turisti curiosi, leggono a turno, in un inglese chiaro e squillante, i loro esercizi di scrittura. Mentre faccio la fila per pagare la mia copia di The Power di Naomi Alderman e contemplo se regalarmi o meno un libro sulla Parigi letteraria della Generazione perduta, non posso fare a meno di immaginarmi negli anni ’20, con Joyce, Fitzgerald, Sylvia Beach e Gertrude Stein seduti sui cuscini di velluto polverosi, tutti presi da un’acceso e appassionato dibattito, esacerbato dal vino di bassa qualità che ingurgitano.

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L’ideatrice e ospite di questo salotto letterario è Sylvia Beach, un’americana tanto rivoluzionaria da pubblicare l’Ulisse di Joyce, giudicato osceno e messo al bando sia in America che in Gran Bretagna. La Beach, arrivata a Parigi durante il primo conflitto mondiale, apre nel 1919 una piccola libreria al 12 di Rue de l’Odéon.

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La libreria della Beach è un vero e proprio porto nel vento, una casa lontano da casa per scrittori e artisti: funge da albergo temporaneo, ufficio postale e biblioteca. In Fiesta mobile, Hemingway descrive la Beach come la persona che più al mondo è stata gentile con lui: una ragazza bruna dagli occhi vivaci e il cuore grande, amante delle battute e dei pettegolezzi. Lo scrittore francese André Chamson ha dichiarato che la Beach ha fatto per l’Inghilterra, gli stati Uniti, la Francia e l’Irlanda il lavoro di quattro ambasciatori messi insieme. Immaginiamoci la giornata tipo della libreria: Joyce non arriva prima di mezzogiorno e chiede spesso prestiti; la Stein arriva seguita dal suo barboncino; Fitzgerald legge in veranda; Hemingway prende in prestito i classici russi ; la Beach sovrintende ai lavori.

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Nel dicembre del 1941, tutto cambia: un ufficiale nazista entra in libreria e chiede alla Beach l’ultima copia di Finnegans Wake. La libraia si rifiuta di vendergliela, l’ufficiale la minaccia di confiscarle tutti i libri e di costringerla a chiudere. La Beach sposta tutti i libri in un appartamento al piano di sopra. Viene poi internata per sei mesi in un campo di concentramento a Vittel : la sua storia di libraia finisce qui, ma non quella della sua libreria.

Quando George Whitman arriva a Parigi dopo la guerra, conosce perfettamente la storia di Sylvia e condivide il suo amore per i libri e la letteratura. Studia alla Sorbonne, colleziona testi di seconda mano comprati dai bouquinistes e sogna ‘un’utopia socialista mascherata da libreria’. Nel 1951, acquista per poco più di 500 dollari tre stanzette a rue de la Bûcherie 37, a pochi metri da Notre Dame. Il sogno della Beach continua a vivere : il cuore della Shakespeare and Company batte di vita nuova.

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Il motto di preferito Whitman, ancora oggi presente in una lavagna all’entrata della libreria, recita ‘Non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere degli angeli mascherati’.

Whitman scrive di aver creato la sua libreria come uno scrittore scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come un capitolo : la Shakespeare & co. diventa casa dei poeti della beat generation, che vivono in un hotel da quattro soldi sulla Rive gauche. La libreria è frequentata assiduamente da William Burroughs, Allen Ginsberg, Henry Miller, Roland Barthes e Anaïs Nin, che lascia il suo testamento sotto il letto di Whitman.

Con Whitman, la Shakespeare&co. diventa una sorta di collettivo letterario, pieno di parole, libri, musica. Chi non ha un posto da chiamare casa, o non può farvi ritorno, si ferma a dormire in libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro e la promessa di leggere almeno un libro al giorno.

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La libreria oggi è cambiata tanto, forse commercializzandosi troppo : d’altro canto, bisogna ingegnarsi per sopravvivere, e sappiamo bene che la cultura non sempre paga. Tuttavia, parte della magia rimane inesorabilmente legata al fascino d’altro tempo delle sue pareti, ai libri ammassati ovunque, ai polverosi cuscini di velluto e a quelle panche che permettono al lettore moderno di staccare per un attimo dalla frenesia della vita di tutti i giorni e indugiare nella fantasia della Parigi letteraria degli anni venti e poi degli anni cinquanta, riscoprendo la città con occhi nuovi e innamorati.

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Per saperne di più:

 

Una stanza tutta per sé

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Chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero nel corpo di una donna?

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad, a cura di J. e L. Wilcock, Feltrinelli)

Il rapporto tra donne e scrittura è per la Woolf un’equazione complicata, un legame prezioso e fragile: può alludere alle donne e alle loro identità; alle donne e alle storie scritte da loro; alle donne e alle storie scritte su di loro; oppure, può riferirsi alla complessa, labirintica coesistenza di tutti questi fattori.

Nel suo saggio ‘Una stanza tutta per sé’, Virginia Woolf immagina l’esistenza di Judith Shakespeare, immaginaria sorella del Bardo e aspirante scrittrice.  Che tipo di vita avrebbe condotto Judith? Mentre William si dedicava ai bagordi a Londra, bevendo, amando e succhiando la vita fino al midollo – quella stessa vita che sarebbe diventata poesia – la fittizia Judith, vivace ed estremamente talentuosa, sarebbe rimasta a casa. Nonostante l’intelligenza vivissima, sarebbe stata costretta a dedicarsi alle faccende domestiche, forzata nei ritagli di tempo a sottrarre un libro al fratello ed appartarsi a leggere, nascondendo la sua intelligenza e la sua vocazione teatrale e letteraria.

Nonostante amasse il teatro tanto quanto il fratello, sarebbe stata respinta e derisa, o, peggio, tacciata di pazzia e stregoneria. Alle donne non era richiesto essere intelligenti, colte, abili con inchiostro e piuma: dovevano essere docili, mansuete, coltivare le virtù casalinghe e sottostare senza ribellioni alla volontà del padre prima, del marito poi. Judith Shakespeare sarebbe stata costretta a sposarsi, senza ‘disìo né voglia’, come recitano i versi struggenti di Compiuta Donzella, forse la prima poetessa italiana: una sconosciuta fiorentina, vissuta nel XIII secolo, della quale ci sono stati tramandati tre sonetti di gusto trobadorico e giullaresco. In uno dei suoi sonetti, A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora, l’infelice donzella lamenta il suo destino infelice: quella stessa primavera che dona gioia e speranza a tutti gli innamorati ha perso ormai per lei ogni colore e attrattiva, perché il padre la costringe a sposarsi.

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora

acresce gioia a tutti fin’amanti,

e vanno insieme a li giardini alora

che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,

e di servir ciascun tragges’inanti,

ed ogni damigella in gioia dimora;

e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,

e tenemi sovente in forte doglia:

donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,

e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;

però non mi ralegra fior né foglia.

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Forse la fittizia sorella di Shakespeare sarebbe riuscita a sfuggire al suo destino, scappando a Londra e andando incontro a un fato ancora più crudele: ogni teatro le avrebbe chiuso le porte in faccia e sarebbe stata costretta a cercarsi un protettore, che l’avrebbe abbandonata non appena si fosse stancato di lei. Judith avrebbe magari scoperto di aspettare un bambino: sola e priva di mezzi, avrebbe deciso di mettere fine alla sua giovane vita.

La Woolf conclude, con malinconia e non senza una vena di rabbia, che, nonostante il genio, una donna non sarebbe riuscita a scrivere capolavori affini a quelli di Shakespeare nell’epoca elisabettiana. Non perché fosse meno intelligente o meno dotata o meno ispirata dalle muse capricciose, ma perché donna. La donna vive una contraddizione costante, che si ripete nei secoli: cantata e celebrata in innumerevoli poesie, non ha una voce sua; protagonista di centinaia di commedie, tragedie e storie d’amore – forte, sensuale, ammaliatrice, misteriosa, seducente, innocente, affascinante – non è protagonista delle pagine dei libri di storia, tanto che la Woolf si trova molto limitata nel cercare di ricostruire la vita delle sue antenate aspiranti scrittrici, vissute nei secoli precedenti.

Le storie di donne sono quasi sempre raccontate da penne e voci maschili: le donne non hanno i mezzi, lo spazio e l’indipendenza necessaria per raccontare la loro storia. Nel corso dei secoli, funzionano da specchi, amplificando la figura dell’uomo, rassicurandolo della sua importanza, proiettandone l’ombra nella storia.

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Quali sono dunque i motivi che hanno limitato i successi delle donne di penna nel corso dei secoli? La mancanza di indipendenza: indipendenza intellettuale, ma soprattutto indipendenza economica. La mancanza di esperienza: mentre Tolstoj girava il mondo e viveva con gli zingari, scrittrici come le sorelle Brontë e perfino l’emancipata George Eliot vivevano esistenze limitate, piatte, prosaiche, senza frequenti contatti col mondo esterno, guardando la vita accadere senza poi mai viverla veramente. La mancanza di una voce propria, che ha spinto tante scrittrici a operare nell’anonimato: così le sorelle Brontë sono diventate i fratelli Bell, Amantine Aurore Lucile Dupin è diventata George Sand, Mary Anne Evans è diventata George Eliot.

Alla donna scrittrice, per poter fare il suo lavoro in piena indipendenza, senza ostacoli né limitazioni, serve allora una stanza tutta per sé: un ufficio, uno spazio fisico e mentale all’interno del quale dare libero sfogo alla propria ispirazione e creatività, senza doversi necessariamente preoccupare di stufati e ricami, senza rumori, pianti infantili e continue interruzioni; un reddito di 500 sterline all’anno, per conseguire l’indipendenza necessaria a dedicarsi alla sua arte, senza doversi preoccupare di come tirare avanti; il riconoscimento della sua dignità professionale e artistica; la restituzione, totale ed effettiva, di quella voce che è stata troppo a lungo negata, sminuita, derisa, ignorata, soffocata. Solo così le donne potranno finalmente raccontare le loro storie, custodite gelosamente in attesa che arrivasse il momento giusto per poterle liberare.

 

Libri e serie TV#2: caro Holden, everything sucks

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Ho approfittato di un weekend stranamente soleggiato, ma particolarmente gelido (a -8 gradi scatta praticamente l’ibernazione) per fare binge-watching di una delle nuove serie Netflix, Everything sucks, una celebrazione del disagio tardo-adolescenziale, nonché della musica, dell’abbigliamento e delle mode degli anni ’90. Me ne sono innamorata.  Everything sucks è un po’ come un tuffo nel passato, a quegli anni di liceo tanto sofferti nei panni della secchiona di turno: mi sono ritrovata a sedermi al mio vecchio banco, ad ascoltare a ripetizione gli Oasis nel mio lettore CD portatile e a chiedermi mille volte perché paragonassero la loro amata a un muro meraviglioso e a guardare MTV con la mia amica Elisa.

La serie è ambientata nella sonnolenta cittadina di Boring (il nome è già un programma) nell’Oregon. Luke, Tyler e McQuaid hanno appena iniziato le superiori: Luke sogna di fare il regista e soffre per l’abbandono del padre, Tyler lotta con la dislessia e McQuaid è un nerd che si veste come un sessantenne e non riesce a parlare alle ragazze. Luke si prende una bella cotta per Kate, la figlia del preside, timida e chiusa. I due iniziano ad uscire insieme, ma Kate è tormentata dalla morte della madre, che si è suicidata, e dalla sua attrazione per la bella Emaline, attrice in erba e membro del gruppo di teatro della scuola.

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Emaline vive in funzione del suo ragazzo, il narcisistico Oliver, che cerca di dimenticare quanto Boring sia piccola e limitata e noiosa buttandosi a capofitto nel teatro e sognando di scappare a New York. Emaline e Oliver fanno parte dei cool kids, mentre Kate, Luke, Tyler e McQuaid oscillano tra il girone dei nerd, quello degli invisibili e quello degli sfigati. In particolare, Kate è molto isolata nella ricerca di se stessa e della sua sessualità, ma si rifiuta ostinatamente di conformarsi, risultando uno dei personaggi più belli della serie.

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I destini di questi ragazzi così diversi si incrociano quando, per una serie di alterne vicende, Luke è costretto a offrirsi come regista del nuovo progetto del drama club: un film sugli alieni, dalla trama a dir poco improbabile.

La soundtrack di Everything sucks è il punto di forza della serie: spazia dagli Oasis a Tori Amos, da Elton John ai Duran Duran, da Alanis Morrisette ai Deep Blue Something. Una colonna sonora adatta ai dubbi, alla confusione e alla rabbia adolescenziale, una sorta di celebrazione malinconica di quei giorni in cui si vorrebbe solo buttare tutto all’aria e andare via perché tutto everything sucks, tutto fa schifo, tutto delude, tutto è diverso da come lo si immaginava.

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Quale lettura migliore da accompagnare alla serie della storia dell’adolescente più famoso d’America, Holden Caulfield, nato dalla penna di JD Salinger?

Anche la storia del giovane Holden comincia in una sonnolente cittadina, Agerstown, in Pennsylvania, dove si trova la scuola dalla quale il ragazzo è appena stato espulso, la Pencey. Pieno di disprezzo verso i professori e i compagni della vecchia Pencey, decide di ritornare a New York, dove vive una serie di avventure che gli lasciano l’amaro in bocca e si portano via le ultime illusioni della sua età.

Holden è l’adolescente arrabbiato per antonomasia: goffo, involontariamente buffo, disadattato, sempre fuori posto, cerca disperatamente qualcuno che lo capisca e da capire, qualcuno che lo aiuti a superare isolamento e solitudine. Qualcuno che lo prenda sul serio. Tuttavia, Holden capisce che gli adulti non vogliono mai andare in fondo alle cose: trattano i ragazzini come esseri inferiori e danno sempre e solo risposte superficiali. Questa cosa gli fa perdere la testa: per questo si fa espellere da tutte le scuole costose in cui la sua ricca famiglia lo manda e cerca di scappare di casa.

Il vecchio Caulfield si fa tante domande alle quali nessuno sa rispondere: perché sembra che ai suoi genitori non importi niente di quello che pensa? Perché suo fratello Allie è morto a soli tredici anni? Perché suo fratello maggiore, DB, ha smesso di cercare di fare lo scrittore e scrive robetta per il cinema? La sua intera storia è un tentativo di cercare delle risposte ai problemi dell’adolescenza, in un mondo pieno di adulti che non sono disposti ad ascoltare e capire.

”Se proprio volete la verità, io non so cosa ne penso. Mi spiace averlo raccontato a tanta gente. Alla fine so soltanto che tutti quelli di cui ho parlato un po’ mi mancano. (…) È strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque”.

(Il giovane Holden, trad. a cura di M. Colombo, Einaudi Super ET)

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Soundtrack: un tuffo negli anni ’90 con Breakfast at Tiffany’s dei Deep Blue Something

It’s my party (and I’ll read if I want to)

Raise me a dais of silk and down;

Hang it with vair and purple dyes;

Carve it in doves and pomegranates,

And peacocks with a hundred eyes;

Work it in gold and silver grapes,

In leaves and silver fleurs-de-lys;

Because the birthday of my life

Is come, my love is come to me.

(Christina Rossetti)

 

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Credits: A Royal Day Out

 

So che è un giorno come tutti gli altri e che è sciocco affidare a un arco temporale di ventiquattr’ore una valenza emotiva e un carico di aspettative e revisioni pari e quello affidato al primo dell’anno, da sempre festival dei bilanci e dei buoni (o cattivi) propositi.

Il mio compleanno per me è sempre stato un big deal, un ‘evento’ significativo, un giorno a cui non assegnare un sassolino bianco o nero nello stile dei Romani, ma un sassolino rosa (perché rosa è il mio colore preferito, noblesse oblige).

Ci sono compleanni che ricordo più degli altri: i miei ventiquattro anni, arrivati quasi a tradimento in un dormitorio universitario a Islington, Londra. Ero arrivata a gennaio e conoscevo ancora pochissima gente: a mezzanotte mi ero quindi trascinata verso la cucina comune per festeggiare con una tazza di tè caldo e un pacchetto di Hobnobs, sentendomi sola e triste. Ho incontrato in cucina un ragazzo afro-portoghese che avevo visto solo di sfuggita, nei corridoi della residenza: mi ha chiesto perché avessi gli occhi così tristi, il ghiaccio si è rotto e abbiamo trascorso la notte a chiacchierare. La mattina, quando mi sono svegliata, ho trovato un post-it giallo attaccato sulla porta della mia stanza, con un aggettivo – quixotic, donchisciottesco – e la sua definizione – persona astratta, idealista, prone a rincorrere illusioni (e a combattere contro gli eventuali mulini a vento). Continuo a pensare che sia una delle definizioni più calzanti ed esplicative del disordine discreto, della malinconia e dell’infinita irrequietudine che mi porto dentro.

Ci sono stati i trent’anni, per i quali non mi sentivo assolutamente pronta e che si sono tradotti in una festa improvvisata nel mio vecchio appartamento di Bruxelles, tra fiumi di champagne (ovviamente rosa) e un karaoke incentrato sull’intera colonna sonora di Mamma mia! (la mia versione di Dancing queen, della quale rimangono imbarazzanti testimonianze fotografiche, è passata alla storia). Di quel compleanno ricordo i fiumi di lacrime (le mie, da vera drama queen quale sono) versate la notte precedente di fronte alla prospettiva di abbandonare la comfort zone dei vent’anni e l’assortimento di amici che si sono presentati alla mia festa improvvisata: diversissimi per età, lingua e nazionalità, uniti dal generoso impulso di aiutarmi a salutare i miei vent’anni con un party decadente ‘degno di Kate Moss’ (parole di una delle invitate).

Ci sono stati i miei trentadue anni, festeggiati in anticipo con un afternoon tea a Covent Garden, nella mia Londra (e dove, se no?) e con una visita alla libreria della mia casa editrice preferita, The Folio Society, dove mi sono regalata le edizioni di Anna Karenina e Lolita più belle del mondo. Avrei poi trascorso il mio compleanno effettivo in un triste hotel business di Helsinki per un colloquio di lavoro, festeggiando con una barretta di noccioline comprata da Tiger (non mi hanno nemmeno offerto il lavoro, ma questa è un’altra storia).

Cosa vorrei per questo compleanno incipiente (a parte essere a Londra, cosa che quest’anno non si verificherà, a parte miracoli dell’ultimo momento?) Vorrei essere sorpresa. Vorrei la capacità di sorprendermi ancora. Vorrei la capacità di sperare che, anche se l’ultimo anno non è andato come avrei voluto e mi sento quasi imprigionata in una serie di situazioni che mi rendono claustrofobica, le cose possono cambiare, e cambieranno presto. Vorrei ventiquattr’ore di leggerezza.

Nel frattempo, se non posso fermare il tempo in attesa che le cose prendano un corso diverso, vorrei la capacità di riuscire a guardare fuori dal finestrino e godermi il paesaggio e quei momenti preziosi – i sorrisi, le risate, le pagine, i bicchieri di vino, i tramonti inaspettati – che rischiano altrimenti di passare inosservati.

Dato che sono (anche) una ragazza materiale, ci sono anche alcune cose più o meno tangibili che mi piacerebbe ricevere per il mio compleanno:

  • uno dei Libri Muti di Slow Design, bellissimi taccuini realizzati a mano che riproducono le copertine di celebri classici (quello che mi piace di più è Lolita);

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  • un inglesissimo afternoon tea con A Royal Day Out, un servizio londinese ideato da una coppia di creativi, Lauren e Max, che promettono di far trascorrere una giornata nel XVIII secolo, con tanto di abiti d’epoca, parrucche, trucchi e picnic a Kensington Gardens. Ho sempre pensato di essere nata nel secolo sbagliato, quindi un giorno di lenta, decadente celebrazione stile Marie Antoinette (meno la faccenda della decapitazione) sarebbe un’esperienza indimenticabile;
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Credits: A Royal Day Out

 

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Credits: A Royal Day Out

 

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Credit: Paris Boutik Hotels

 

  • una notte ad Edinburgo, una delle mie città del cuore, in un appartamento ispirato a Hogwarts;

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Soundtrack: Strokes come se piovesse, da I’ll try anything once (Soon you were born/ In 1984) a What ever happened? (Oh, that’s an ending that I can’t write/’Cause I’ve got you to let me down)

I diari di Sylvia Plath

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“Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…”

Scritti tra il 1950 e il 1962 e pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di Simona Fefè, i diari di Sylvia Plath sono una testimonianza nuda e diretta della difficile coesistenza della poetessa con se stessa e con le sue molteplici identità, nonché dell’evoluzione del suo rapporto con la scrittura come catartico antidoto al dolore e ricerca di una perfezione che possa penetrare il tempo.

“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura. E allora, come vivere con i mali minori e sminuirli ancora?”

Vita e letteratura si intrecciano quasi fino a confondersi, in una precoce ricerca di immortalità: Sylvia ha infatti sempre registrato minuziosamente la sua vita, tanto nelle sue lettere (la cui pubblicazione è stata supervisionata dall’amata-odiata madre-vampiro Aurelia) quanto nei diari, la cui redazione inizia quando Sylvia ha solo undici anni. I diari della maturità vanno dal suo primo anno al prestigioso Smith College (1950) fino alla sua morte.

Sylvia scriveva sempre come se si rivolgesse a un pubblico ben più vasto del suo diario, di sua madre o degli altri destinatari delle sue lettere: era infatti convinta di essere destinata al successo e che quindi tutti i suoi scritti fossero potenzialmente pubblicabili. Era abituata a essere la prima della classe, a vedere le sue storie pubblicate, a vincere premi e riconoscimenti, non ultimo il prestigioso stage presso la rivista più à la mode del momento, Mademoiselle.

“Invidio quelle che hanno pensieri più profondi dei miei, che scrivono meglio, che disegnano meglio, che sciano meglio, che amano meglio, che vivono meglio, che sono più belle di me.”

Non a caso il suo primo episodio di grave depressione (e il suo primo tentativo di suicidio) coincidono con la delusione e il senso di vuoto lasciatole da New York, e dalla mancata accettazione ad una scuola estiva di scrittura creativa ad Harvard (di tutto questo la Plath parla diffusamente nel suo unico romanzo pubblicato, The Bell Jar, La campana di vetro).

“Oggi molto depressa. Incapace di scrivere. Gli dei sono minacciosi. Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.” (…)

Sylvia era una ragazza bella e vitale, ansiosa di sperimentare tutte le esperienze che la vita potesse offrirle; amava le persone, adorava essere corteggiata, era consapevole del suo fascino pur vivendo un rapporto conflittuale col suo corpo (si chiedeva spesso se non sarebbe stato meglio per lei nascere uomo, per potersi avvicinare al sesso senza tutte le limitazioni, le inibizioni, i vincoli imposti alle ragazze ancora non sposate).

The Haunted Reader and Sylvia Plath COVER FINAL

Tutta la vita di Sylvia, come traspare anche dalle sue poesie (potete leggerne alcune qui, qui, qui) è una lotta per la ricerca di un equilibrio tra l’amore per la vita, per la conoscenza, per la scrittura e la paura di non essere mai abbastanza, la depressione, la malinconia, la mancanza del padre (Otto, venuto a mancare quando Sylvia era ancora piccola, celebrato nella poesia Daddy) e il rapporto conflittuale con la madre, che aveva altissime aspettative e non avrebbe mai – fino alla fine – accettato la fragilità di Sylvia, le sue paure, la sua depressione.

Sylvia era davvero una ragazza di vetro, andata alla fine a pezzi per il fallimento del matrimonio con Ted (che l’aveva abbandonata per la poetessa Assia), per non essere riuscita a emergere in vita come grande poetessa, ma aver vissuto sempre all’ombra dell’ingombrante marito, per averla abitata veramente, quella campana di vetro (il piccolo appartamento londinese in cui Sylvia avrebbe poi messo fine ai suoi giorni).

“Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio – o la donna-uomo universale – o una qualsiasi cosa che conti. Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tuttala pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo. Ma se devo esprimere ciò che sono ho bisogno di avere un certo livello di vita, un punto di partenza, una tecnica: cioè di organizzare arbitrariamente e provvisoriamente il mio caos personale, minuscolo e patetico. Comincio ad accorgermi di quanto dovrà essere falso e provinciale questo livello, questo trampolino di lancio. È questo che mi è tanto difficile da affrontare.”


Spesso sento associare la Plath unicamente al suicidio e alla depressione (a tal proposito, vi consiglio la lettura del magistrale articolo di Katie Crouch che trovate in traduzione qui), ma non è affatto così: Sylvia era una ragazza sana e vitale, che amava la natura e il mare, amava sentire il sole sulla pelle, amava piacere e uscire con diversi beaux.

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Il suo diario è il diario di una ragazza che ha lottato tutta la vita per essere felice, ma ha dovuto soccombere al peso del suo stesso genio. La ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio e controllare la morte, sorgendo dalla cenere con i suoi capelli rossi e divorando gli uomini come se fossero aria, la poetessa appassionata, la studentessa ammalata di perfezionismo, la moglie innamorata, la madre combattuta, la Sylvia bionda e la Sylvia bruna: tutte queste identità non riescono a convivere pacificamente e implodono tragicamente.

“Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.”

ps

Bibliografia:

Diari, Sylvia Plath, Adelphi edizioni, traduzione di Simona Fefè

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. a cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Per saperne di più:

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Soundtrack: Clem Snide – No One’s More Happy Than You

 

Harper Lee, una simpatica eccentrica

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Harper Lee, l’immortale autrice di To Kill A Mockingbird (Il buio oltre la siepe) era un’eccentrica, accanita paladina della sua vita privata; la dedica de Il buio oltre la siepe (for Mr Lee and Alice in consideration of Love & Affection) riesce già a sottolineare quanto le vicende biografiche e familiari della scrittrice siano al centro del suo romanzo. Di qui la necessità di proteggere se stessa e la sua famiglia dalla curiosità generata prima dall’incredibile successo del libro, poi dal suo adattamento cinematografico, che valse l’Oscar a Gregory Peck nei panni di Atticus Finch.

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Harper Lee e Gregory Peck

 

Nelle Harper Lee cresce a Monroeville, Alabama, rifiutando ostinatamente gonne e vestitini rosa e passando l’infanzia in salopette, come la sua controparte Scout nel romanzo.

La persona più importante della sua vita è – e resta – suo padre, l’avvocato Amasa Coleman Lee (A.C). Sua moglie Frances è praticamente assente dalla vita di Nelle e di sua sorella Alice: soffre di disturbi bipolari e agorafobia e trascorre le giornate facendo giardinaggio e le notti suonando il piano. A.C. non si lamenta della sua situazione, non lascia né tradisce la moglie, sostenendo che ognuno nella vita abbia una croce da sopportare: l’importante è riuscire a farlo al meglio. Non fa mancare niente alla piccola Nelle, anzi: passa ogni serata a fare cruciverba con lei, a leggere con lei i giornali, a inventare giochi per incrementare il vocabolario della figlia, che è anni luce più avanti rispetto ai suoi compagni di scuola. Nelle inizia anche ad imitare il tic paterno di giocare incessantemente col suo orologio da taschino (tic che Gregory Peck avrebbe fatto suo nella versione cinematografica de Il buio oltre la siepe). La descrizione di A.C. risulta familiare, vero? A.C. è Atticus Finch, padre meraviglioso e faro morale per Nelle/Scout, pilastro della comunità, strenuo nemico di ogni forma di razzismo.

Monroeville

Monroeville, Alabama

 

Una delle scene chiave del romanzi (Atticus Finch, che ha deciso di difendere in tribunale Tom Robinson, giovane di colore accusato – ingiustamente – di stupro, passa la notte sotto la finestra della cella in cui Tom è imprigionato in attesa del processo, per evitare che un gruppo di fanatici lo linci) è ispirata a un evento realmente accaduto: nell’agosto del 1934, un centinaio di membri del Ku Klux Klan organizzano una marcia per Monroeville, passando anche per la casa dei Lee. A.C. interrompe la manifestazione recandosi di persona dal Gran Dragone (il Ku Klux Klan era organizzato in “regni”, che comprendevano diverse province ed erano gestiti da un Gran Dragone), mettendolo di fronte ad un ultimatum: il Dragone avrebbe interrotto la manifestazione e fatto tornare a casa gli astanti o sarebbe stato citato in giudizio da A.C. stesso. C./Atticus Finch impartisce a Nelle/Scout una lezione morale difficile da dimenticare: spesso la cosa giusta da fare non è quella più facile, né quella più popolare, ma bisogna farla ad ogni costo, anche se significa attirarsi antipatie e inimicizie o addirittura restare isolati (come succede ad Atticus dopo l’impopolare decisione di difendere Tom Robinson in tribunale).

Harper Lee e suo padre A.C.

Harper Lee e suo padre A.C.

 

Ultima curiosità che dimostra quanto Il buio oltre la siepe sia effettivamente legato alla biografia di Nelle: il suo compagno di merende era il suo vicino di casa, Truman Streckfus Persons (si si, proprio lui, Truman Capote), che nel romanzo è impersonato da Dill, il migliore amico di Scout. Per appagare l’intelligenza precoce e la vivacità intellettuale dei due bambini, A.C. aveva regalato loro una macchina da scrivere Underwood, dalla quale i due si separavano raramente. Probabilmente A.C. non immaginava che quei ragazzini sarebbero diventati due degli scrittori americani più conosciuti e celebrati (e che il loro successo sarebbe poi diventato motivo di attrito tra i due, specie per Truman, invidioso del fatto che la fama della sua vecchia amica Nelle avesse eclissato la sua. Truman, fattene una ragione!)

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Truman Capote e Harper Lee

 

Ultimissima curiosità: nel 2015, ben 55 anni dopo la pubblicazione de Il buio oltre la siepe, Harper Lee ha autorizzato la pubblicazione di un prequel de romanzo, Go Set A Watchman, suscitando un mare di polemiche e dubbi sulla sua lucidità mentale (Lee, che sarebbe morta nel febbraio 2016, soffriva all’epoca di forti vuoti di memoria). Se siete curiosi di saperne di più, ne ho parlato qui.

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Il Calendario dell’Avvento letterario: buon Natale 2017!

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Valentina di Meno male che non sono una mucca, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’Avvento Letterario, arricchendolo ogni giorni di sorprese, spunti e curiosità sul Natale letterario. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei inoltre ringraziare (sono ripetitiva, lo so, ma quale momento migliore del Natale per esprimere la propria gratitudine e condividere le cose belle?) tutti voi che siete passati a leggere, a commentare, a condividere le nostre caselle, rendendo ognuna di esse unica e speciale.

Vi auguro il Natale più felice di sempre attraverso le immortali parole del genio incompreso Billy Mack.

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Oggi è il 25 dicembre. Ho pensato di regalare ai lettori di Ophelinha un assaggio natalizio (poche righe, l’equivalente di un cioccolatino, di un mozzico di panettone) di libri che ho molto amato, con l’augurio che almeno uno tra questi possa scatenarvi una voglia irrefrenabile di correre in libreria.

Buon Natale!

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Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Johan Harstad, M. V. D’Avino

Iperborea

“Era il Natale del 1978 e mi era stato regalato il mio primo libro sulla luna, che mi tenne occupato per tutte le feste. Studiai le figure, le cartine, fu allora che cominciai a collezionare libri, li cercavo nei negozi, nelle librerie dell’usato, bisognava leggere tutto, volevo sapere tutto. E la primavera del 1979 decisi: sarei scomparso là fuori nella folla, sarei stato il numero due, uno che si rendeva utile invece di cercare di farsi notare, che faceva quello che gli chiedevano di fare. Ma questa naturalmente è solo una riflessione a posteriori, il tentativo di inchiodare il vero punto di partenza di una vita. È solo nella finzione, nei film e nei romanzi, che si può stabilire l’istante esatto del cambiamento. Nella realtà la scelta arriva strisciando, il pensiero si forma a poco a poco, e forse fu solo a un certo punto del primo anno delle medie che decisi attivamente di non essere visibile. ”

Il petalo cremisi e il bianco

di Michel Faber, Elena Dal Pra, Monica Pareschi

Einaudi

“Mentre prende tempo, si chiede se dire a Sophie la verità. Non sul bordello gestito da sua madre, naturalmente, ma sul Natale. Sul fatto che a casa Castaway la festività non si è mai celebrata; che Sugar aveva ormai sette anni quando ha capito che c’era un’occasione collettiva in cui i musicanti di strada suonavano motivi particolari, verso la fine di un mese chiamato dicembre. Sí, aveva sette anni quando ha trovato infine il coraggio di chiedere a sua madre che cos’era il Natale, e Mrs Castaway aveva risposto (una volta sola, perché da quel momento era diventato un argomento proibito): «È il giorno in cui Gesú Cristo è morto per i nostri peccati. Senza alcun risultato, visto che li stiamo ancora scontando».”

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di Amy Hempel, S. Pareschi

Mondadori

“A La Rondalla, le luci colorate sulla Vergine annunciano ogni giorno il Natale. Le pietanze arrivano su vassoi simili a coperchi di tombino, e il bar è pieno di mariachi. Il dottor Diamond disse che a Guadalajara c’è un college per mariachi, che ne sforna classi intere. Ma secondo me questi qui non avevano fatto neanche le superiori per mariachi.”

burgess

Da dove sto chiamando

di Raymond Carver, Riccardo Duranti

Einaudi

“C’era la macchina di Vera, nessun’altra, e Burt ringraziò il cielo. Entrò nel vialetto e fermò la macchina proprio accanto alla torta che gli era caduta la sera prima. Era ancora lí: la teglia di alluminio rovesciata, un alone di ripieno alla zucca sparso sul cemento. Era il giorno dopo Natale. Il giorno di Natale era venuto a trovare la moglie e i figli. Ma Vera l’aveva avvertito. Gli aveva detto come stavano le cose. Se ne doveva andare prima delle sei, perché il suo amico e i figli di lui sarebbero arrivati per cena.”

Il nuovo sesso: cowgirl

di Tom Robbins, H. Brinis

Baldini & Castoldi

“La mia prima cowgirl l’avevo vista su un catalogo dei Sears. Avevo tre anni. Fino a quel momento avevo sentito parlare soltanto di cowboy. Dissi: «Mamma, papà, ecco cosa voglio che mi porti Babbo Natale». E per Natale mi regalarono un completo da cowgirl. Il Natale dopo ne ebbi un altro, perché il primo l’avevo ridotto ormai a brandelli. Chiesi un costume da cowgirl ogni Natale fino a che arrivai a dieci anni, poi i miei mi dissero: «Sei troppo grande, ora; Babbo Natale non ha dei costumi da cowgirl che ti vadano bene». «Balle», dissi io.”

 

Nessuno scompare davvero

di Catherine Lacey,‎ Teresa Ciuffoletti

SUR

È di nuovo Natale, mia cara. Ma dove va il tempo così in fretta? E guardò in su verso i rami dell’albero, ma i rami dell’albero non risposero, e comunque se avessero risposto le avrebbero detto che il tempo va a dormire, va di matto, va in vacanza, va a Milwaukee, va e va e va e non fa che passare, passare, passato. O forse il tempo è più come una persona che cammina per strada con due buste della spesa e una grata si spezza e quella persona e tutta la sua spesa piombano giù nelle fogne, e di colpo si ritrovano da un’altra parte, di colpo un casino di uova rotte e spiaccicate e latte versato dappertutto, perché la gente se ne va in giro pensando che non succederà mai niente fino a quando non succede qualcosa, proprio come il tempo, che adesso è qui e noi non lo notiamo se non quando non c’è più.”

 

Il peso

di Liz Moore,‎ Ada Arduini

Neri Pozza

“Fuori è ancora buio e alcune case hanno appena messo fuori le luminarie di Natale. Penso a Lindsay Harper e alle cose che a volte sogno di darle e per un momento sono felice. Credo che non sia troppo tardi per noi due. Se mi scuso con lei. Se mi apro con lei e le racconto le cose che finora ho tenuto nascoste a tutti gli amici che ho. Immagino la situazione: seduto a gambe incrociate davanti a lei nel suo seminterrato che profuma di fragola, le prenderei le mani, lascerei che le parole scorrano fuori da me come acqua, confesserei a Lindsay Harper tutti i miei peccati, tutte le mie paure, tutte le mie speranze. Poi le poserei la testa in grembo, la testa leggera, scarica. Potrei farlo. ”

 

Colla

di Irvine Welsh , M. Bocchiola

Guanda

“Sicurissimo. Non è stato Gally, lui non è fatto così. Aveva accoltellato alla mano quel ragazzo là, Glen, a scuola, ed è stata una cretinata, ma è tutta diversa che squarciare la faccia a uno. Adesso a Gally lo metteranno dentro. Il giorno di Natale è il suo compleanno. Mi ricordo quando chiedevamo se gli facevano il doppio dei regali, uno per Natale e uno per il compleanno. Adesso non gliene faranno un bel niente. Il piccoletto. È il migliore amico che potevo avere, cioè.”

Ho pensato che mio padre fosse Dio

di Paul Auster,‎ F. Oddera

Einaudi

“Avevo l’animo colmo dello spirito del Natale. Sapevo che in un modo o nell’altro era stato papà a guidarmi. Quella notte lo sentivo vicino come non mai. Mi sembrava di vederlo nelle stelle alte sopra di me, in ogni finestra illuminata, nell’albero che mi stavo portando a casa. Non ricordo se incontrai qualcuno lungo la strada. Probabilmente sí, e se cosí fu, dovetti offrire uno spettacolo ben strano: una bambina abbracciata a un abete grosso il doppio di lei, intenta a cantare sottovoce carole natalizie. Ma in quel momento non mi preoccupavano affatto i commenti della gente, lo so.”

 

L’albero velenoso della fede

di Barbara Kingsolver, Alessandra Petrelli

BEAT

“Per Natale la mamma ci regalò biancheria da ricamare. Sapevamo di non doverci aspettare troppo e, per non farcelo dimenticare, il sermone natalizio di papà fu tutto incentrato sulla grazia che bisogna avere nel cuore, per scacciare la bramosia delle cose terrene. Va be’. Come albero di Natale avevamo un ramo di palma conficcato in un secchio pieno di pietre. Mentre eravamo radunate lì intorno aspettando di aprire a turno i pacchetti dei nostri miseri e costruttivi doni, io fissai quel pietoso albero di Natale decorato con angeli di pasta di mandorle bianca che si stava scurendo ai bordi, e decisi che era meglio ignorarlo. Anche se hai appena compiuto quindici anni senza nemmeno una torta di compleanno, è duro essere così mature a Natale.”

 

I ragazzi Burgess

di Elizabeth Strout, S. Castoldi

Fazi Editore

Una settimana prima di Natale Susan comprò un alberello alla stazione di servizio. Zach l’aiutò a decorarlo in soggiorno e la signora Drinkwater scese al piano di sotto portando l’angelo da sistemare come puntale. Susan glielo lasciava fare tutti gli anni da quando la vecchia signora si era trasferita in casa sua, ma dentro di sé non le piaceva quell’angelo, un cimelio appartenuto alla madre della signora Drinkwater, con delle lacrime azzurre ricamate sulla faccia sbrindellata, gonfia per l’imbottitura di cotone. «È gentile da parte tua, mia cara, metterlo sul tuo albero», disse la signora. «A mio marito non piaceva, perciò non lo usavamo mai».”

 

Bar sport

di Stefano Benni

Feltrinelli

“Al bar ci scambiamo i regali. Sigari, cambiali, abbonamenti di tribuna. L’albero, decorato con krapfen e candele di motorino, lampeggia e spande intorno un calore confortante. È indubbiamente Natale. Tacchino per tutti. Ai malati dell’ospedale, dentro al brodo. Al carcere, al manicomio e in caserma. E a mezzanotte, ragazzi, un bel presentatarm a Nostro Signore. Oggi siamo tutti uguali: soprattutto i poveri, ospiti d’onore nei discorsi dei cardinali, nelle riunioni conviviali, nei servizi dei telegiornali. Oggi siamo tutti uguali. Il 26, però vado al Sestrière. Buon Natale.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #24: buon Natale, Raymond

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di ringhiera

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Ricordo benissimo la prima volta che ti ho incontrato. Te ne stavi lì, con le tue parole troppo semplici e risolutive. Io ti guardavo, ma non capivo. Forse non ero pronta. Poi ricordo ancora meglio quella sera. Tu eri sempre lo stesso, semplice e risolutivo, solo che nel frattempo io ero cambiata. Mi sentivo tanto sola, anche se al di là della parete si teneva una partita a carte molto affollata e molto alcolica. Sentivo solo il bisogno di essere compresa.

Mi ero sdraiata sul letto, la luce della lampada da tavolo accesa e una sigaretta nella mano sinistra. Poi ho pensato a te. Vedi Ray, io ti avevo sottovalutato completamente.

Pensavo che quel tuo essere così semplice e risolutivo fosse solo mancanza di parole. Pensavo che nella notte di Natale non ci si dovrebbe sentire mai così tristi e inadeguati. Pensavo che “che cazzo avranno questi da ridere così di gusto?” Pensavo che io a carte non ci so neanche giocare. Pensavo che in fin dei conti al mio dolore nessuno ci stesse facendo davvero caso.

Così ti ho visto entrare nella mia testa, nei miei occhi, nel mio cuore temporaneamente pietrificato dall’ennesima delusione. Era come se ti avessi lì, di fronte a me, pronta finalmente a farti tutte quelle domande che mi tormentavano da una quantità indefinibile di mesi, giorni, minuti. Ti lessi tutto d’un fiato, chiusi il libro e lo abbracciai così forte da farmi salire due lacrimoni spaventosamente reali. Non credevo fosse possibile, dopo essermi costruita l’ultima corazza di ghiaccio e pietra, sentirmi di nuovo vulnerabile.

Dopo credo di essermi addormentata, ti ho sognato mentre mi leggevi Da dove sto chiamando ed io ridevo e ti dicevo che prima dovevi chiamare tua moglie, anche se quello avrebbe significato correre il rischio di non ricevere risposta. Che la vita è tutta lì Ray, nel rischio di una non risposta.

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