Un’ora con… Ilenia Zodiaco di Con amore e squallore

La blogger che ospito oggi è sagace come una Serpeverde, determinata come una Grifondoro, obiettiva come una Tassorosso e amante del sapere come una Corvonero.

Il cappello parlante di Hogwarts avrebbe insomma difficoltà ad assegnarla a una singola casa in maniera definitiva – vero, Ilenia?

Potete trovare Ilenia sul suo blog e sul suo canale You Tube. Buona lettura!

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1) Con amore e squallore: come e perché?

Mi rendo conto che “Con amore e squallore” è un nome che porta con sé delle aspettative, ma è semplicemente il titolo del mio racconto preferito di Salinger, contenuto nella raccolta Nove racconti. L’ho scelto perché la protagonista del racconto, Esmé, è una bambina atipica, dotata di una grande impertinenza ma anche di una grande sensibilità nell’intuire la sofferenza degli altri. Mi piace pensare che questo sia il mio approccio alle storie contenute nei libri e non solo. Almeno questa era l’idea nella mia testa, non so se sono riuscita a trasmetterla.

2) Chi c’è dietro Con amore e squallore?

Il mio volto e la mia identità non sono poi così misteriosi, avendo un canale YouTube in cui non solo imbastisco lunghi monologhi su tutto lo scibile umano, ma parlo spesso anche della mia vita da studentessa fuorisede. In poche parole: sono una siciliana trapiantata a Milano. Quante volte avete già sentito questa presentazione? Mi sono laureata prima in Lettere Moderne e poi in Comunicazione per le imprese e i media. Adesso mando curriculum e medito un Master in Editoria (che nel frattempo Ilenia ha iniziato, ndr), ovvero penso a fantasiosi modi per suicidare la mia carriera. Sono per natura curiosa e credo fermamente che i libri siano il mezzo migliore per imparare ciò che non conosci. Se non so fare qualcosa, di solito, è tra le pagine di un libro che cerco.

Guardo troppe serie tv, amo molto camminare e nuoto come un pesce (ma senza il fisico della Pellegrini). Tutti rimangono stupiti dal fatto che ascolto il rap. Non è tutto qui ma l’essenziale c’è. Ah, dimenticavo. Io dico arancino, non arancina.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il grande Gatsby su tutto e tutti. Ad finem fidelis. Cosmopolis di Don DeLillo. L’isola di Arturo di Elsa Morante. Middlemarch di George Eliot. Colazione da Tiffany di Truman Capote. La macchia umana di Philip Roth. La boutique del mistero di Buzzati. Il giovane Holden. Ehi, aspetta ma quanti libri ci stanno su uno scaffale? Meglio fermarsi qui.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Ahimè, Madame Bovary. Sempre ad aspettarsi che il meglio sia altrove. Il bovarismo credo sia inevitabile, anche in percentuali minime, per qualunque lettore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Like a rolling stone. Sempre irrequieta, senza una direzione precisa, un po’ persa ma almeno non ci si annoia, il viaggio è parecchio eccitante.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Mi piace scrivere ma la mia idea della scrittura è ormai troppo alta perché possa immaginare di avvicinarmici seriamente, visto che le mie doti sono mediocri. E poi sono molto pigra ed incostante con le parole. Le amo, le odio, ne cerco sempre di nuove e per questo preferisco affidarmi spesso al parlato che allo scritto. La conversazione e il dialogo, in questo momento, mi appartengono di più.

So che può risultare confuso ciò che ho detto. Appunto. Per quanto riguarda la lettura, mi limito a dire che leggere ha cambiato la mia identità. Capisco che per molte persone non sia così ma lo è stato per me. Come penserei, cosa farei, chi sarei, se non avessi passato così tanto tempo dentro le menti di altri, è per me un’incognita.

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Il viaggio di Nabokov alla volta di Lolita

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Non è un segreto che Lolita, il capolavoro di Nabokov, sia per me uno dei libri più belli della storia della letteratura. A causa degli spinosi argomenti di cui tratta, è anche uno dei libri più fraintesi, più censurati, più boicottati, vittima di una campagna di odio basata su ipocrisia e fraintendimenti, a partire da questa celebre stroncatura comparsa nel 1958 sul New York Times, che lo definisce un libro depravato e disgustoso.

In realtà, Lolita è molto di più della vicenda narrata: è la storia di un viaggio, quello iniziato a partire dalla fuga di Nabokov e della sua famiglia dalla Germania nazista e continuato con la loro esplorazione della parte orientale degli Stati Uniti; è un’epopea linguistica, l’esplosione dell’inglese di Nabokov nel suo periodo più maturo e fecondo, imperitura testimonianza degli eleganti virtuosismi a cui il raffinato russo è riuscito ad arrivare; sopra ogni altra cosa, Lolita è un impietoso, impassibile spaccato della vita e della società americana quali si erano presentate ai Nabokov alla fine degli anni quaranta.

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Lolita nella bellissima edizione di The Folio Society

Se nei romanzi precedenti Nabokov aveva elaborato la sua personalissima visione della Russia e dell’Europa, il suo romanzo americano diventa anche una sorta di diario della scoperta e della rielaborazione degli Stati Uniti, che lo scrittore aveva tanto sognato fin da ragazzino.

Divorando chilometri, Stati, motel e galloni di benzina, Nabokov diventa più americano degli scrittori a stelle e a strisce: sicuramente li percorre più di un Fitzgerald, di uno Steinbeck o addirittura di un Kerouac, specializzandosi nell’esplorazione di stradine secondarie e sentieri meno trafficati, giungendo così a penetrare il cuore segreto e nascosto dell’America. C’è voluto un Russo, insomma, per confermare quello che Mark Twain già sapeva: l’America non è un luogo, è una strada. Il viaggio dei Nabokov attraverso l’America diventa così un tutt’uno con la folle corsa contro il tempo di Humbert e Lolita: una monumentale fuga attraverso quarantotto stati, tra anonimi motel e stradine isolate, per arrivare in New Mexico e riuscire a sposare l’irrequieta, infelice, languida ragazzina, che nel frattempo coltiva sogni e machiavellici piani di fuga.

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Quello dei Nabokov è quindi un sogno americano on the road, alla volta dei vari college che offrono allo scrittore incarichi temporanei: dopo un breve soggiorno al Wells college (Aurora, New York) e al Wellesley College (in Massachussets) la famiglia al completo (Vladimir, la fedele moglie e aiutante Vera e il figlio Dimitri) parte nel 1941 alla volta di Palo Alto, dove Vladimir avrebbe insegnato all’università di Stanford. Né Vladimir né Vera se la sentono di guidare: si affidano quindi alla guida di Dorothy Leuthold, studentessa di Nabokov.

Il loro primo viaggio on the road dura ben tre settimane: il sistema delle strade numerate è ancora relativamente recente, alcune di esse non sono nemmeno state asfaltate. Inoltre, i Nabokov fanno soste regolari e dormono ogni notte in un motel diverso. Gli anni Quaranta sono gli anni d’oro del motel, che si sostituisce all’hotel come simbolo del viaggio on the road per eccellenza. Sempre più persone viaggiano infatti in macchina, mentre gli hotel tendono invece a trovarsi in prossimità di stazioni ferroviarie. Il motel risponde invece alla necessità di fermarsi in un punto qualunque lungo la strada, quando si ha fame o inizia ad essere troppo buio o si è stanchi e si ha bisogno di riposare: Nabokov inizia ad appuntarsi i nomi di tutti i motel nei quali soggiorna, con tanto di rating (un precursore di Tripadvisor, insomma), e diventa un lettore assiduo delle guide e delle mappe dell’American Automobile Association.

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Il cuore dell’intero viaggio è per Nabokov la sosta al Grand Canyon, che gli permette di indulgere nella sua più grande passione: la ricerca e lo studio delle farfalle. I Nabokov alloggiano al Bright Angel Lodge, ora parte dei National Historic Landmark, una classificazione ufficiale attribuita a luoghi o monumenti considerati di interesse storico a livello nazionale. Il Bright Angel Lodge era stato restaurato dall’architetto Mary Colter, che si era ispirata allo stile degli Hopi, una popolazione Navajo stanziata in Arizona.

A Palo Alto, i Nabokov si stabiliscono a Sequoia Avenue 230, non lontano dal campus di Stanford. Qui Nabokov fa amicizia con Henry Lanz, un professore di origini finlandesi che, appena trentenne, a Londra, durante il caos della prima guerra mondiale, aveva sposato una quattordicenne. Nonostante Nabokov abbia sempre negato, Lanz potrebbe aver influito sulla nascita di Humbert Humbert, il tristo protagonista di Lolita, folle d’amore, di passione e di ossessione.

Dopo l’estate passata a Stanford, i Nabokov tornano on the road, alla volta della California e dello Yosemite Park, tappa obbligata per un amante della natura come Vladimir, che aveva già visitato il Great Smoky Mountains National Park, l’Hot Springs National Park e il Grand Canyon nel viaggio precedente. La famiglia si reca poi a New York e da lì a Boston, dove per sette anni riesce ad andare avanti, anche se a stento, grazie ad incarichi irregolari offerti a Vladimir dal Wellesleyan College. I Nabokov fanno una vita molto frugale, ma non risparmiano sull’istruzione di Dimitri, prediligendo scuole private che gli possano permettere un’immersione a tuttotondo nella lingua, nella cultura e nella società americana. Si stabiliscono quindi a Cambridge, all’ 8 di Craigie Circle, tuttora meta di pellegrinaggi letterari degli aficionados di Nabokov, e lo iscrivono alla Dexter School, dove, a detta di Dimitri, non gli insegnano solo Cicerone e Cesare, ma anche ad eccellere negli sport, a perfezionare la stretta di mano, ad essere un buon cittadino americano.

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Vladimir e Vera Nabokov

Anche l’americanizzazione dei coniugi è in corso: Vera fa domanda per il porto d’armi, adducendo la necessità di difendersi dai pericoli durante le battute di caccia entomologiche nei territori più aspri ed isolati.

Nel frattempo, Nabokov sperimenta un frustrante blocco dello scrittore, dovuto prevalentemente alla sua insoddisfazione nei confronti del suo livello d’inglese. Scrive a Edmund Wilson, critico letterario e amico di Nabokov fino alla pubblicazione di Lolita, che crea un solco tra i due artisti, di sentirsi pronto a scrivere qualcosa di grandioso, ma di non poterlo più fare in russo e non sentirsi ancora pronto a farlo in inglese. Nabokov ama profondamente il russo, che trova più immaginifico, intimo e poetico di qualsiasi altra lingua, in grado di rendere il mondo più luminoso e più affascinante. Per perfezionare l’inglese, Nabokov si butta a capofitto nella scrittura scientifica, sviluppando uno stile robusto e sicuro. Nel frattempo, le sue esplorazioni continuano nel Midwest e nel Sud, dove fa visita a una serie di campus che lo invitano a fare lezioni, scrivendo a Vera lettere piene di curiosità, incontri più o meno comici e sgomento nei confronti del razzismo esibito da abitanti di stati quali la Georgia o il South Carolina. Con Vera e Dimitri lo scrittore si reca invece nello Utah per passare l’estate in uno stabilimento sciistico a Sandy, vicino a Salt Lake City. Lo Utah entusiasma Nabokov: scrive di sentirsi nella terra delle aquile, lontanissimo da tutto e tutti, in un punto di osservazione privilegiato. Il figlio undicenne viene iniziato alla montagna e alle scalate, passione che, insieme a quella per le macchine da corsa, lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato a Cambridge, Nabokov continua a perfezionare il suo inglese, dedicandosi nel corso degli anni a minuziose traduzioni letterarie dal russo all’inglese (come quella di Eugene Onegin di Pushkin).

Nonostante tutti gli anni trascorsi nella East Coast, il cuore di Nabokov rimane ad Ovest: continua a studiare e a reinventare la sua America passando l’estate del ’46 in Colorado, con un Dimitri ormai tredicenne e ansioso di ritrovarsi all’aria aperta e dedicarsi a scalate e passeggiate.

Dopo il Colorado, i Nabokov partono alla volta della Cornell University, a Ithaca, Rhode Island, che sarà la loro base per ben undici anni. Durante gli anni alla Cornell, Nabokov scrive parti di Lolita, di Pnin e del suo memoir Speak, memory, oltre a una manciata di storie, poesie, traduzioni – tra cui quella di Eugene Onegin di Pushkin.

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Nabokov a Ithaca, NY, 1958

A Ithaca, Dimitri diventa un adolescente difficile, testardo, dedito a bravate, amante delle ragazze. Non a caso, Lolita ha la stessa età di Dimitri e, come lui, viene mandata in una scuola privata, la Beardsley School una caricatura di scuola privata che ricorda un po’ la Pencey del giovane Holden, ubicata in una località non meglio specificata nel New England.

La Beadsley ha assurde pretese posh e British e si vanta di essere molto avantgarde, attenta alla maturazione sessuale e sentimentale delle ragazze – uno dei crucci della preside, Miss Pratt, è che la piccola Lolita si mostra ostentatamente disinteressata nei confronti dal sesso, reprimendo quella che pare essere una curiosità morbosa. È probabile che per la Beardsley Nabokov si sia ispirato alla St Mark, una delle scuole frequentate da Dimitri, nei confronti della quale sia lui che Vera avevano espresso una viva insoddisfazione. Dimitri e le sue bravate ispirano anche quegli ormonali ragazzotti americani dalle cui grinfie Humbert è determinato a preservare la sua piccola Lo, che ha la capacità sorprendente di attaccare bottone con tutti i muscolosi, gelatinati avventori delle pompe di benzina.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov scrive Lolita nell’arco di di cinque anni, dal 1948 al 1953. La stesura è lenta, sofferta e piena di ripensamenti: più volte Nabokov tenta di bruciare bozze e appunti raccolti mentre Vera è al volante, affidando all’azione catartica del fuoco il materiale esplosivo che ha prodotto. La provvidenziale Vera impedisce la fatale distruzione, esortando risolutamente il marito a portare a termine l’opera, mentre sulla carta si delinea, sempre più chiaramente, la costruzione nabokoviana dell’America: un continente colonizzato dall’europeissimo Humbert, che si fa a sua volta colonizzare dal rossetto, dal profumo, dai giornalini e dalla musica di Lolita; un’America senza maschere e senza veli, così vera da dare concretezza e legittimità alla triste storia di Humbert e Lo, rivelata nelle sue contraddizioni e in quella stessa volgarità che conferisce a Nabokov, scrittore ormai americano, il diritto di smascherarla, scavando in argomenti scomodi, sordidi. Nabokov lo fa usando lo slang americano, respirando l’aria dei sobborghi, dei parchi nazionali, delle strade polverose, alla ricerca della giusta combinazione di verità e di clamore per fare breccia nell’immenso, inquieto pubblico americano; lo fa accompagnando Humbert e Lolita in un viaggio privo di speranza, nel quale vedono tutto e non vedono niente. Le sole cose che restano sono mappe piene di orecchiette, guide consumate e i laceranti singhiozzi della bambina, ogni notte, fino al sopraggiungere del sonno. Il viaggio, tra realtà e allucinazione, distrugge l’innocenza di Lolita e dell’America al tempo stesso, lasciando Humber Humbert solo e col cuore spezzato davanti alle desolanti conseguenze dell’irreversibilità del male e alla solitudine eterna.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov non è interessato a regalare emozioni al lettore, né a riempirgli la testa di idee: vuole regalargli brividi lungo la spina dorsale, vuole folgorarlo di piacere estetico, vuole incantarlo con la potenze della sua illusione creativa.

Lolita diventa così una parodia del male resa reale dal dolore; qualunque sia la reazione del lettore, non riesce a distanziarsene, perché riconosce in ogni pagine le piaghe e le contraddizioni di un’America più vera, più schietta.

Nell’economia delle peregrinazioni dei Nabokov/ di Humbert e Lolita, il Wyoming gioca un ruolo essenziale: lo scrittore vi fa ritorno per la terza volta nel 1952, tra i camion decorati di luci come enormi, allucinogeni alberi di Natale e le gigantesche balle di fieno. I Nabokov alloggiano nell’ormai defunto Lazy U Motel a Laramie, prima di approdare a Riverside, un polveroso villaggio con un garage, due bar, tre motel e una manciata di ranch, a un miglio dalle strade polverose e dai marciapiedi di legno della vetusta Encampment, odorosa di abbandono.

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Afton, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Nabokov passa il 4 luglio 1952 a Riverside, tra i festeggiamenti per l’Independence Day, che rieccheggiano in Lolita: durante la fuga, l’europeissimo Humbert osserva con costernazione e stupore il gran numero di fuochi d’artificio, dei quali ignora la causa.

Da lì i Nabokov proseguono alla volta di Dubois, cittadina che, secondo Landon Y. Jones, sarebbe servita da ispirazione a Nabokov per la cittadina fittizia di Ramsdale (lo scrittore si sarebbe ispirato a Ramshorn, una strada molto rafficata e costellata di motel).

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Riverside, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Ramsdale avrebbe così dato  i natali a Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo, a Lola in pantaloni, a Dolly a scuola, a Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita, conclude un Humbert ebbro d’amore e di ossessione: e resterà sempre Lolita nell’immaginario collettivo, richiudendo in il mistero della sua oscena innocenza, del suo fascino perverso, della sua capacità di seduzione troppo grande per i suoi anni e per la sua piccola vita.

Quello di Lolita è un mistero insolvibile, impossibile da ridurre a chiavi di lettura quali il femminismo o la pedofilia, l’amore o la follia, il disgusto o l’adorazione; è un segreto vasto e profondo quanto l’intera America, destinato a continuare a incantare e depistare il lettore, trascinandolo con sé per le rosse strade polverose dello smisurato, camaleontico, impenetrabile West, regalando a Humbert Humbert e a Lolita, la coppia peggio assortita e più infelice della storia della letteratura, l’unica immortalità alla quale avrebbero mai potuto ambire.

Per saperne di più:

Nabokov in America: On the Road to Lolita, Robert Roper, Bloomsbury USA

On the Trail of Nabokov in the American West, Landon Y. Jones, The New York Time

Lolita, Vladimir Nabokov, Adelfi edizioni, trad. a cura di G. Arborio Mella

– Lolita, Vladimir Nabokov, edizione The Folio Society

Soundtrack: la colonna sonora composta da Ennio Morricone per Lolita di Adrian Lyne, con Dominique Swain nei panni dell’immortale ninfetta e Jeremy Irons in quelli del tristo Humbert Humbert

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Jeremy Irons e Dominique Swain in Lolita (1997)

Il cibo nei romanzi di Jane Austen

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

I romanzi e le lettere di Jane Austen sono cosparsi di riferimenti a pietanze, cene, picnic, tè, che riflettono le abitudini, il carattere, i sentimenti, le ambizioni, le ansie, le piccolezze della costellazione di personaggi che animano il suo mondo. Tuttavia, si tratta di riferimenti spesso esigui: se le eroine della Austen sono spesso troppo prese dal turbine di eventi – romantici e non – che le coinvolgono per raccontarci cosa hanno mangiato o i loro cibi preferiti, zia Jane sopperisce a questa mancanza di informazioni con le più dettagliate descrizioni presenti nelle sue lettere, che contribuiscono a farci capire l’importanza che la società georgiana (specie i ceti sociali più alti) attribuisce a cosa si mangia – e a quando lo si mangia.

Nelle sue lettere, Jane si dimostra interessata alla vita domestica a tuttotondo, descrivendo pasti, pietanze, ghiottonerie ricevute in regalo da parenti e amici. La sua prima casa, Steventon Rectory nello Hampshire, la inizia alle dolcezze della vita rurale: suo padre è uomo di chiesa e fattore, dedito all’allevamento di maiali e mucche. Sua madre si occupa del pollame, della produzione di latte, dell’orto e del giardino. La famiglia Austen riesce così ad essere autosufficiente, con l’eccezione di beni quali caffè, tè, arance, limoni e spezie. A venticinque anni, Jane si trasferisce con la famiglia a Bath, e le sue lettere iniziano a fare riferimento alla difficoltà di trovare latticini e carne di qualità – nonché all’annoso problema dei prezzi.

Tra i contributi più significativi, si annoverano senza dubbio quelli che arrivano da Martha Loyd, intima amica di Jane e sua sorella Cassandra che nel 1805 – dopo la morte del padre – va a vivere con le due sorelle e la madre, prima a Southampton, poi in un cottage a Chawton, nello Hampshire. È proprio a Chawton che Martha Lloyd inizia a compilare il suo libro di ricette, regalandoci così un’interessante, variegata panoramica delle pietanze che Jane consuma con la famiglia e gli amici. Dai suoi scritti, il cibo emerge anche come elemento di identificazione sociale: la gentry, che in periodo georgiano è in piena ascesa, mira infatti a differenziarsi dalle classi inferiori, adottando la moda di pranzare – e soprattutto cenare –sempre piu tardi. Se ci si alza tra le sei e le otto, la gentry inizia a fare colazione dalle nove in poi.

A colazione si servono tè, caffé e cioccolata, pane e panini caldi e freddi, torte, pound cake (così chiamata perché si prepara con un pound di burro, uno di zucchero, uno di farina e uno di uova), pane tostato con burro, buns (Jane Austen scrive alla sorella Cassandra il 3 gennaio 1801 dicendole di essersi rovinata lo stomaco con i Bath buns, ricchi di burro e di zucchero) e Sally Lunn Buns, un incrocio tra panino e brioche.

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

In Northanger Abbey, Catherine, ospite dei Tilney a Bath, rimane impressionata dalla quantità e dalla raffinatezza dei cibi serviti a colazione: tra i suoi preferiti campeggiano la cioccolata calda e la brioche, di cui parla a profusione una volta rientrata a casa, tanto che sua madre la sgrida, convinta che il soggiorno dai Tilney le abbia messo in testa ingiustificate idee di grandezza. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea del banchetto dei Tilney: tra i cibi che le vengono offerti figurano cioccolata, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La colazione diventa più consistente per lavoratori e viaggiatori: prima di lasciare Mansfield Park per recarsi a Londra, William Price mangia maiale e mostarda e Henry Crawford uova sode.

Il pranzo è un’innovazione vittoriana, introdotta quando la cena viene posticipata dal pomeriggio alla sera; tuttavia, è presente anche in epoca georgiana, seppure non abbia un nome né una fascia oraria fissa. In Orgoglio e pregiudizio, quando Lydia e Kitty vanno incontro a Jane e Lizzie di ritorno da Londra, si fanno offrire da loro un pranzo freddo al George Inn, a base di carne e insalata.

Come ci ha insegnato Downton Abbey (anche se ovviamente parliamo di momenti storici molto diversi), cambiarsi prima di cena è un momento topico per le signore della casa, che richiede circa un’ora, ma arriva anche a un’ora e mezzo nel caso di Miss Bingley e Mrs Hurst in Orgoglio e pregiudizio. La cena è infatti il momento per mettere in mostra la propria toeletta, i vestiti e le acconciature più alla moda; anche gli uomini cambiano d’abito, specie dopo battute di caccia o altre escursioni all’aria aperta.

Tè, caffè e dolci vengono serviti circa un’ora dopo la cena, una volta che i signori hanno bevuto il loro porto, fumato i loro sigari e si sono ricongiunti alle signore. Se la cena ha luogo in campagna, ci si intrattiene giocando a carte, suonando o improvvisando un ballo, mentre in città si va a teatro e si cena intorno alle nove. La cena può essere estremamente semplice e consistere di pane e formaggi o un assortimento di piatti freddi, oppure arrivare ad essere una cosa seria, un pasto di varie portate calde servite alla francese: tutte le pietanze della prima portata vengono servite insieme, con il pesce e la zuppa ai due capi della tavola.

In Orgoglio e pregiudizio, la signora Bennet invita Mr Bingley, con un misto di pretese di grandeur e accenni ad un’intimità che spera si sviluppi presto, a una cena in famiglia. L’invito si concretizza solo alla fine del libro, e la signora Bennet si rivela decisa a servire due portate. Potrebbe sembrare una soluzione modesta, al ribasso, che cozza con le sue pretese di grandeur: in realtà, una portata singola nel periodo georgiano arriva ad occupare l’intero tavolo, in un tripudio di zuppe, pesce, arrosti, torte, fricassee, ragù. Può essere seguita da una seconda portata di dolce e salato e dal dessert (frutta, frutta secca e sweetmeats, per i quali non serve un cambio di coperto). Non si tratta ovviamente di una modesta cena in famiglia, che avrebbe più verosimilmente un’unica portata: la struttura della cena ha un valore allusivo – come spesso succede con le scene di cibo nei romanzi della Austen – e riflette le mire espansionistiche di mamma Bennet, decisa ad avere Bingley come cognato a qualsiasi costo, anche quello di far beccare alla sua primogenita, la bella Jane, un brutto raffreddore pur di far sì che venga ospitata a casa dell’amato. La cena a casa Bennet riassume quelle che sono le patate bollenti della perfetta ospite georgiana: fare bella figura con i vicini più altolocati, stabilire la propria posizione sociale servendo selvaggina e cacciagione, le pietanze dei signorotti della gentry, e introdurre una nota di raffinatezza facendo l’occhiolino ai cuochi e alle pietanze francesi.

Sempre in Orgoglio e pregiudizio compare una misteriosa zuppa bianca, una pietanza apparentemente laboriosa e di lunga preparazione (Bingley, in procinto di organizzare un ballo a Netherfield, affida la tempistica alla preparazione della zuppa bianca della sua governante, la signora Nicholls; solo quando quest’ultima avrà preparato zuppa a sufficienza Bingley potrà mandare gli inviti). La zuppa bianca ha posto non pochi grattacapi ai traduttori del romanzo, a partire dalla prima traduzione di Giulio Caprin del 1932, dove la Nicholls diventa Nicolò e la zuppa la sua barba bianca. Vi rimando a questo articolo di Giuseppe Ierolli per le ulteriori peripezie della zuppa bianca nelle varie traduzioni del romanzo.

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White soup  – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Emma è il romanzo che contiene maggiori riferimenti al cibo, che assume anche una funzione di coesione sociale all’interno della comunità in cui la protagonista vive. Offrire cibo a chi ne ha più bisogno è l’atto di carità cristiana più naturale ed immediato, l’elemento che avvicina le famiglie più abbienti a quelle bisognose: la condivisione diventa così uno dei motori che tengono insieme il tessuto sociale dell’universo dei romanzi austeniani.

Le due signorine Bates, probabilmente i personaggi meno abbienti descritti dalla Austen, ricevono, cucinano e condividono vettovaglie con una gratitudine e una generosità tale che il loro amore per il cibo arriva incensurato al lettore. Sono estasiate oltre ogni dire quando il signor Woodhouse regala loro un pezzo di maiale o Knightley le omaggia di un sacco di mele; commentano con eccitazione i diversi modi in cui hanno intenzione di cucinare il maiale e condividerlo con i vicini, e cercano una soluzione per usare le mele in modo tale da stuzzicare il capriccioso appetito dell’elusiva nipote, Jane Fairfax.

Le due signorine non possiedono un forno, quindi mandano pane e torte a cuocere da Mrs Wallis, la panettiera del vicinato.

La frutta è uno dei simboli più forti nei romanzi della Austen, emblema di prosperità e di felicità per le sue eroine – basti pensare alla frutta in serra di cui Elizabeth godrà a Pemberley, alle fragole di Knightley a Downell Abbey, alla frutta secca presente in abbondanza nella torta nuziale della novella signora Weston, che pone all’ipocondriaco padre di Emma il dilemma della sua difficile digestione; la stessa Jane scrive alla sorella Cassandra nell’ottobre 1815 “good apple pies are a considerable part of our domestic happiness”, le torte di mele sono un elemento integrante della felicità domestica: e come darle torto?

Se tutto questo parlare di cibo vi ha messo fame e volete cimentarvi a preparare alcune pietanze in salsa Regency, ecco due ricette gentilmente offerte da Sigrid de Il Cavoletto di Bruxelles, che per l’occasione ha indossato crinoline e cuffietta e ha ricreato in cucina lo spirito dei romanzi di zia Jane, scattando anche tutte le foto presenti nel post.

Correte a indossare le vostre toelette migliori, e buon appetito!

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Sally Lunn Buns

Questi panini, che sono un delicato incrocio fra panino e brioche, eterei a sufficienza per sposarsi con burro e marmellata senza che l’insieme risulti altro che delizioso e leggero, a quanto pare arrivano da Bath, UK, dove li avrebbe sfornati per prima una fornaia francese, Solange Luyon. Contrariamente alle classiche brioche francesi, l’impasto delle Sally Lunn non è appesantito o arricchito con tanto burro, contiene invece della panna, che rende i panini più golosi e ricchi del pane classico, ma in un modo diciamo discreto e appena percettibile. Ho realizzato questi panini utilizzando la Pasta madre, riporto qui sotto entrambi i procedimenti, sia per il lievito di birra che per la lievitazione naturale.

Per 12 panini

farina 00 225g

farina manitoba (o 00) 225g

panna fresca 280ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

lievito di birra granulare 7g

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Se usate il lievito di birra a cubetto scioglietelo nella panna che tiepida. Mescolare la farina con il lievito granulare, la vaniglia, il sale e lo zucchero. Versare, in mezzo, le uova e la panna, e impastare per circa 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, coprire con della pellicola e lasciar lievitare in luogo tiepido per circa 2 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 45 minuti.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.

Per la versione con il lievito madre:

Lievito madre (100% idratazione) 230g

farina 00 175g

farina manitoba (o 00)175g

panna fresca 155ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Mescolare le farine con la vaniglia, lo zucchero e il sale, aggiungere le uova, il lievito madre e la panna tiepida. Impastare per 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, sistemarla in una ciotola di ceramica, coprire con della pellicola e lasciar lievitare a temperatura ambiente per circa 2 ore. Trasferire in frigorifero e lasciar riposare per 12 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 4-5 ore.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.
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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

White soup

Di base ho usata la ricetta del Telegraph, con qualche piccola modifica.

Pensavo di ammodernare il tutto usando del brodo pronto fino a quando ho capito che lo charme e nutrimenti di questa zuppa proviene proprio dal brodo fatto in casa, quindi alla fine, per quanto possa sembrare lungo e noioso (nemmeno tanto in realtà), il brodo di carne va fatto dal principio. L’altra piccola modifica che ho apportata è che invece di legare la zuppa con del pane, ho usato della brioche (questo perché mi piaceva molto l’idea del contrasto fra il brodo ricco e sostanzioso, e poi le aggiunte cremose e dolci (panna, mandorle) che si fanno prima di servirlo. Ho resistito, contrariamente alle indicazioni del Telegraph, a rimettere la carne bollita nella zuppa: non credo che all’epoca si fosse fatto, credo che il punto di questa zuppa sia proprio di sembrare delicata e sensibile ma di avere nel contempo una robusta sostanza nascosta (molte proprietà nutrienti della carne si trovano ormai nel brodo) quindi aggiungerci la polpa bollita sembrava cosa rozza da fare (puoi invece usare la carne, tritata con pane, uova, patate bollite, formaggio e buccia di limone per fare delle ottime polpette di bollito alla romana ;)) Nell’insieme, zuppa gradevole e elegante, una bella scoperta, grazie Jane! 😉

Polpa di vitello 400g

pancetta 50g

sedano 2 coste

cipolla 1

carote 2

grani di pepe 10

un cucchiaio di sale

un mazzetto di erbe fresche (ho usato origano, salvia, timo e alloro)

Tagliare tutti gli ingredienti grossolanamente, sistemarli dentro una pentola capiente, coprire con dell’acqua fredda, poi portare a ebollizione. Lasciar sobbollire il brodo per 2 ore circa, poi filtrare il tutto, mettere da parte la carne di vitello e buttare il resto. Lasciar riposare il brodo al fresco per una notte.

Mandorle spellate 100g

brioche 2 fette

panna 3dl

tuorlo 1

Il giorno dopo, togliere le eventuali impurità in superficie del brodo. Versarlo dentro una pentole, aggiungere le mandorle e la brioche, e portare a abolizione. Lasciar cuocere piano per 30 minuti. Frullare con il frullatore a immersione, poi filtrare di nuovo in modo da eliminare le mandorle e il pane non sciolto. Riversare nella pentola e portare a ebollizione. Poi, a fiamma bassissima, aggiungere la panna nella quale avrete sciolto il tuorlo, mescolare con un cucchiaio di legno per qualche minuto, senza far bollire. Spegnere, aggiustare sale e pepe, e servire subito.

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White soup – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

 

Per saperne di più

Il Calendario dell’Avvento Letterario: regali filosofici

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Vittoria di La filosofia secondo baby P, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’#AvventoLetterario, arricchendolo ogni giorni di spunti, curiosità, parole, storie. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei anche ringraziare tutti voi che ci avete letto/condiviso/commentato ogni giorno, e Paola Chiesa che ha parlato di noi su La Stampa.

Vi auguro un felicissimo Natale tramite l’immenso Leonard Cohen (nella mia testa, l’intero calendario è dedicato a lui, per ovvi motivi. Grazie delle parole, grazie della musica, Leonard. Grazie, sempre.)

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Il rasoio di Ockham.

Ockham, sostenitore dell’empirismo, mise in atto un principio economico che riducesse tutte quelle nozioni metafisiche che non facevano altro che complicare la vita.

Il rasoio è uno strumento unisex che taglia in maniera definitiva menzogne e illusioni: zac a amore eterno, corpo perfetto, anima bella. Resta il mondo quale è, quello in carne e ossa, quello con gli amori che vanno e vengono, con le cosce a materasso e le anime perdute.

Il mondo quale è va preso quale è: non c’è nient’altro da chiedere.

 

Il tacchino induttivista.

Russell raccontava la storia di un tacchino a cui veniva dato da mangiare sempre alle nove del mattino. L’animale, giorno dopo giorno, concluse, tramite l’osservazione dei casi particolari, che  “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. L’inferenza del tacchino fu smentita la mattina della vigilia di Natale.

Il tacchino, dunque, oltre che possibile piatto di portata per la cena di Natale, è un valido argomento contro la pretesa induttivista di fornire regole universali partendo da casi particolari. Se, per esempio, tutte le mie amiche con figli hanno enumerato, all’alba dei cinque anni, la genialità dei propri bambini in qualcosa (legge all’incontrario, vibra il violino come uno tzigano ungherese, fa la trottola sui pattini a rotelle fino a scomparire), non è detto che anche mia figlia si esibisca in un numero simile. Lei sa solo ridere con le ciglia e baciare con i piedi.

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Il cielo stellato sopra di me.

Passata la moda della stella, è ora di regalare il cielo intero, con tutte le sue stelle e i suoi pianeti e, forse, gli extraterrestri.

Il cielo stellato, suscitando venerazione per la sua grandiosità, restituisce l’idea di un’umanità piccola e insignificante (da una parte noi, le nostre lampadine, le nostre idee; dall’altra le stelle);  eppure siamo qua, ad ammirarlo.

 

Una bacinella.

A volte l’anima si mette a fare un grande bucato di pensieri: si riempie d’acqua saponata, simile a una bacinella, e lava tutto a mano, perché i pensieri sono capi delicati.

Domande marcescenti, e risposte da stendere. Rilavaggi continui dei pensieri, quelli più ostinati trattati a 90 gradi. Visioni piene di macchie. Risciacqui vigorosi. Generose dosi di ammorbidente. Sfregamenti di idea contro idea. Teorie sulla vita lasciate in ammollo.

Il lavaggio dei pensieri è un’operazione lunga e ostinata, i pensieri sempre sporchi.

L’anima vorrebbe esondare, gonfiare di felicità, ma non ci riesce; non può, i pensieri la trattengono dentro quell’acqua stagnante. Deve imparare a ristagnare. A rassegnarsi alla sua forma quando non sa essere null’altro che una bacinella di plastica.

Poi, a un certo punto, arriva la vita – con le ciabatte e lo scopettone, impaziente di sciogliere i pensieri – e getta in strada quell’acqua stagnante. Fluisce di nuovo.

 

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Un giocattolo anti borghese.

Barthes criticava i giocattoli moderni in quanto significano sempre qualcosa, qualcosa che rimanda al mondo degli adulti, a un destino segnato (sarai medico come il nonno, chef come quelli della TV, professoressa come la mamma). Il bambino si limita a utilizzare questo mondo già fatto: “gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia”. Via il set della dottoressa Peluche, gli utensili da piccolo chef stellato, il kit della professoressa con la matita rossa e blu. Il vestito di Frozen, no, dice mia figlia, perché non condizionerà affatto il suo futuro ruolo di principessa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: il sogno di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Pino di I fiori del peggio

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Sull’onda della richiesta sempre più pressante, da parte di cittadini e istituzioni, di un sistema di controllo della qualità delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione, un solerte burocrate, non si sa se per odio o paura dei libri, aveva pensato bene di estenderne gli effetti anche al mercato editoriale e aveva perciò scritto i dieci articoli dal 48 al 53 del Capo XVIII del Trattato Intercontinentale per il Controllo e la Verifica delle Fonti Informative (Tr.I.Co.Ve.F.I.), che conteneva le Misure per il contrasto della pubblicità ingannevole. Gli articoli in questione così recitavano:

Articolo 48

Al fine di contrastare la pubblicità ingannevole e la diffusione di informazioni non verificabili sulla qualità delle opere pubblicate, e garantire a tutti gli operatori uguali opportunità di accesso al mercato editoriale e le condizioni per una concorrenza leale, è fatto obbligo a tutti i Paesi aderenti di pubblicare le opere editoriali senza alcun riferimento all’autore, al titolo e alla casa editrice e utilizzando copertine prive di qualsiasi immagine.

Articolo 48 bis

Le opere soggette all’obbligo di cui al precedente articolo sono quelle la cui data di prima pubblicazione è successiva alla data di ratifica del presente Trattato.

Articolo 48 ter

Al fine di evitare possibili associazioni a una Casa editrice sulla base della grafica o del carattere utilizzato per la stampa, i libri dovranno essere commercializzati esclusivamente con copertine in brossura di colore corrispondente al codice Pantone 408 e stampati utilizzando il font Arial.

Articolo 48 quater

In tutti i Paesi aderenti il titolo del libro sarà sostituito dall’International Serial Book Number (ISBN)

Articolo 48 quinquies

La seconda, terza e quarta di copertina potranno essere utilizzate esclusivamente per riportare la sinossi dell’opera. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’articolo 52, le Case editrici dovranno evitare qualsiasi riferimento dal quale si possa risalire all’identità dell’autore dell’opera.

Articolo 49

L’obbligo di cui all’articolo 48 ha una durata di cinque anni dalla data di prima pubblicazione, termine trascorso il quale le opere potranno essere pubblicate in chiaro.

Articolo 50

Al fine di garantire il rispetto di quanto previsto dagli artt. dal 48 al 49, per la stampa delle opere le case editrici dovranno avvalersi esclusivamente di Centri Stampa accreditati dai singoli Paesi aderenti.

Articolo 51

Fatta salva la possibilità da parte delle Case editrici di stringere accordi contrattuali di tipo privatistico con i singoli autori, i diritti d’autore sulle singole opere, calcolati sulla base della normativa vigente nei singoli Paesi aderenti, saranno corrisposti sulla base dei volumi di vendita effettivi nel periodo di cinque anni di cui all’articolo 49.

Articolo 52

Qualsiasi violazione a quanto sopra disposto comporterà una sanzione a carico della singola Casa editrice di importo non inferiore ai 20 milioni di euro o valuta equivalente al cambio vigente alla data di ratifica del presente Trattato. L’importo dovrà essere applicato per ogni singola infrazione.

Articolo 53

La vigilanza sul rispetto di quanto previsto dagli articoli dal 48 al 52, è di competenza dei Paesi aderenti.

La perversa fantasia del legislatore, peraltro, non si era limitata alle oltre ottocento pagine di cui si componeva il Tr.I.Co.Ve.F.I., visto che al trattato erano allegate migliaia di pagine di complicatissimi regolamenti attuativi che avevano affrontato ogni minimo aspetto applicativo della norma, rendendo di fatto impossibile ogni deroga o scappatoia.

Eppure quando, secondo i diversi fusi orari, alla mezzanotte del 25 dicembre del 2016 il Trattato venne ratificato contemporaneamente da 203 Stati mondiali (mancavano all’appello solo l’Ossezia del Sud, la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk), il mondo che gravitava attorno ai libri aveva ostentato una certa tranquillità, ritenendo che addetti ai lavori e semplici lettori si sarebbero ben presto adattati alle novità introdotte dalla legge. In fondo, si sosteneva, titolo, autore ed editore erano solo dettagli di cui si poteva fare a meno: nel giro di pochi mesi tutti avrebbero acquisito la stessa abilità di un esperto sommelier messo alla prova in una degustazione alla cieca perché la qualità delle opere avrebbe parlato da sola.

Le cose non andarono proprio così.

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I primi a manifestare segni di sofferenza furono gli uffici editoriali addetti alla “creazione dei casi editoriali”, visto che non era più possibile lanciare un libro vantando l’anticipo milionario con cui l’editore X lo aveva acquistato, e per due ottimi motivi: innanzitutto non si poteva nominare l’editore che aveva anticipato, né lo scrittore che aveva ricevuto l’anticipo, e neanche il titolo del libro; e poi nessuna casa editrice si azzardava più a sborsare cifre a sei zeri sapendo di non poter contare sul battage degli osannanti marchettari a libro paga.

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Subito dopo furono le centinaia di festival/fiere/saloni del libro in giro per il mondo a dover fare i conti con il Tr.I.Co.Ve.F.I., e in particolare con il fatto che gli stand erano tutti uguali e che, quindi, era inutile e antieconomico continuare ad allestirli (sia i saloni che gli stand). Nessuno, a parte i direttori (dei saloni), ne sentì la mancanza.

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Fu poi il turno delle recensioni che, sia sulla carta stampata che online, iniziarono a essere sempre più vaghe e anodine fino a diventare un esercizio di “cerchiobottismo estremo”, per evitare di incensare troppo un’opera che cinque anni dopo poteva essere attribuita a Flavio Dolo oppure, all’opposto, stroncare un opera che ex post si sarebbe scoperta “fondamentale”, perché scritta da Alberto Sariano. Si narrava, addirittura, che lo scrittore Paolo Pizziroli fosse stato colto da malore perché non riusciva più ad appioppare a un libro la sua prediletta definizione di “opera mondo”. Nonostante il massimo delle cautele, tuttavia, si verificarono diversi incidenti come quando, alla scadenza del primo lustro di applicazione del trattato, si scoprì che un libro di cui non aveva parlato nessuno (un indigeribile polpettone noto fino ad allora come “978-3807072881”), era in realtà “Il cartellino” di Don Tartina (vincitore per due volte del premio Pallitzer, per questo soprannominato “du’ Pallitzer”). Nonostante i tentativi di recupero fuori tempo massimo (come quello di Manola Laboria che lo definì: “una imperdibile parabola sul disagio della modernità ambientata nello spietato mondo dei travet”) i lettori non abboccarono e il libro vendette pochissimo.

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A causa delle difficoltà nel recensire i libri, anche i supplementi culturali dei quotidiani furono costretti a drastiche cure dimagranti, riducendosi a un paio di pagine, occupate per gran parte da illeggibili classifiche (i titoli erano tutti composti da serie di tredici numeri) e per il resto da brevi recensioni che, si favoleggiava, fossero in realtà frutto di un algoritmo computerizzato che assemblava associazioni più o meno sensate di sostantivi e superlativi. Inutile aggiungere che nessuno, a parte chi ci scriveva, ne sentì la mancanza.

Anche i premi letterari entrarono in crisi. Il premio Sbraga inventò il “premio condizionale postumo”, che veniva assegnato con cinque anni di ritardo rispetto alla data di pubblicazione con la dicitura “Il libro che avrebbe vinto il premio Sbraga cinque anni fa”. Tuttavia, quando gli editori si accorsero che l’assegnazione di questi riconoscimenti non aveva più alcun effetto sulle vendite, cessarono di interessarsi ai premi e i premi, semplicemente, cessarono di esistere. E anche in questo caso nessuno, a parte le giurie e i presidenti (dei premi), ne sentì la mancanza.

Pure le trasmissioni televisive dovettero smettere di parlare di libri. Particolarmente colpiti furono Lorenzo Formica e Dario Dazio, costretti a riservare il loro campionario di iperboli e di incenso solo a film e dischi, almeno fino a quando il Tr.I.Co.Ve.F.I. non avesse regolamentato pure quelli.

Le noiosissime presentazioni (e gli ancora più noiosi reading) nelle librerie, poi, scomparvero quasi del tutto.

Le conseguenze sul mondo dei social non furono meno eclatanti. Qualche account si salvò specializzandosi sui classici, ma molti altri furono completamente spiazzati. Fra i creatori compulsivi di hashtag, ci fu chi pensò di cavarsela proponendone uno “omnibus” (il celeberrimo #AdMinchiam), ma ben presto venne abbandonato dai suoi follower e, soprattutto, dalle case editrici che non potevano più contare su un ritorno pubblicitario a costo zero. Anche i blogger che postavano in continuazione foto con i libri omaggio o in anteprima ricevuti da questo o quell’editore non sapevano più che fare, visto che i pieghi di libri erano ormai anonimi (come i libri in essi contenuti). Il problema si risolse da sé quando i mittenti si accorsero che i destinatari non potevano più umettarne a dovere le terga e smisero di inviare copie omaggio. In questo modo anche i blogger dovettero comprare i libri come tutti i comuni mortali.

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Eppure, alla lunga, gli effetti di tutto questo non furono del tutto negativi, anzi.

Innanzitutto le case editrici dovettero ricominciare a fare il proprio lavoro, selezionando con attenzione i libri da pubblicare e stampandoli con più cura. Furono perciò costrette a valorizzare (e retribuire adeguatamente) il lavoro degli scout, degli editor e dei traduttori. Il risultato fu che si stamparono molti meno libri e che questi raramente superavano le trecento pagine (a questo proposito si narra che Leonardo Albernati fosse quasi impazzito al ventesimo rifiuto della sua “La scuola mormonica” che non riusciva a tagliare al di sotto delle quindicimila pagine e fu costretto a ricorrere al self publishing – anonimo anche quello, peraltro). E anche i lettori, che non perdevano più tempo a twittare hashtag o postare foto di copertine/presentazioni/saloni/festival/inserti culturali, lessero molto di più.

Insomma, la perfidia di un invisibile burocrate aveva prodotto un risultato assolutamente inaspettato e paradossalmente rivoluzionario: per parlare di un libro era diventato indispensabile averlo prima letto.

E adesso scusate, ma devo andare: è ora che prenda le pillole che mi ha dato il dottore.

Buone feste a tutti.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #23: i dodici giorni di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca di Lo sto quasendo

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Per me il Natale è sinonimo di belle storie e buon cibo. Christmas Days: 12 Stories and 12 Feasts for 12 Days di Jeanette Winterson soddisfa entrambe le richieste. La scrittrice inglese, autrice del celeberrimo Non ci sono solo le arance, ha infatti appena pubblicato per la Jonathan Cape una raccolta di dodici storie e dodici ricette per accompagnarci nel periodo più bello dell’anno.

Si comincia con un’introduzione sulla nascita del Natale come lo conosciamo noi oggi, sulle tradizioni pagane che il cristianesimo ha adottato e fatto sue, sui puritani e il loro divieto di festeggiare il Natale, fino ai canti popolari, la Coca Cola e chi più ne ha, più ne metta. La Winterson ci mette anche in guardia fin da subito: il Natale è spesso associato ad un consumismo spietato, ad una corsa ai regali fatti solo perché si deve, ma non dovrebbe essere così. Il Natale, ci ricorda, è quello che noi ne facciamo, e non era certo nato per girare intorno ai soldi, né ai piatti cucinati in fretta mentre si cercano di fare altre mille cose.

“I know Christmas has become a cynical retail hijack but it is up to us all, individually and collectively, to object to that. Christmas is celebrated across the world by people of all religions and none. It is a joining together, a putting aside differences. In pagan and Roman times it was a celebration of the power of light and the co-operation  of nature in human life. […] Whatever we make of Christmas, it should be ours, not something we buy off the shelf”

Ecco quindi che le dodici storie possono accompagnarci nel nostro tram tram quotidiano (magari non necessariamente mentre siamo sul water, come suggerisce scherzando l’autrice) e riportarci indietro nel tempo, pur essendo quasi tutte ambientate ai giorni nostri.

Fra i racconti ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle storie di fantasmi dal sapore vittoriano ai racconti per bambini, dalle ambientazioni cittadine a quelle sperdute nel mezzo del nulla. C’è il lieto fine, ma ci sono anche alcuni finali un po’ agrodolci.

Ogni storia è alternata ad una ricetta, per cui la Winterson ha attinto al suo ricettario personale e ai consigli di sue amiche scrittrici, fra cui anche la moglie Susie Orbach. Il tocco dell’autrice, che conosce a fondo l’arte del raccontare, si fa notare anche nelle ricette, tutte corredate da aneddoti e introduzioni che anche quando sembrano non avere nulla a che fare con il piatto descritto in realtà arrivano dritte al punto.

Questo libro si presta ad essere letto tutto d’un fiato, anche se non ha un vero e proprio ordine di lettura: nulla ci vieta di saltare da un racconto all’altro seguendo l’ispirazione dei titoli, di leggere un capitolo al giorno, o di provare ricette dell’ultimo dell’anno prima del loro momento.

Sotto tanti punti di vista è il classico libro natalizio, perché ci sono i buoni sentimenti, il cibo e un pizzico di magia e paura, ma andando un po’ più a fondo si trova anche un ritratto onesto della nostra società e riflessioni sui valori che ci contraddistinguono.

Anche la letteratura trova ampio spazio nella raccolta, non solo per i riferimenti letterari di cui sono disseminati i racconti, ma anche per le storie attorno alle storie: gli aneddoti, le conversazioni con autori e librai che infondono stupore nel lettore, ma che per l’autrice sono avvenimenti di tutti i giorni, con gli amici di una vita.

Il Natale, in fin dei conti, è un modo per ricordarsi quali sono le cose davvero importanti nella vita e per ritornare in contatto con quello che ci rende umani. Con buona pace dei cinici che potrebbero darmi della sentimentale, io credo che libri come questo racchiudano in sé il significato del Natale senza essere pretenziosi, ma riuscendo comunque a entrare nel vivo. E se anche dovesse essere solo attraverso un libro, l’esercizio alla bontà, ai buoni sentimenti e al trovare serenità nelle cose semplici non è mai sprecato.

“We hear a lot about disruptive start-ups, like Uber, or Airbnb, challenging the existing order. We’re told this is creative and necessary. Maybe it is.

My feeling is that we could do with more stability in our outward-facing lives so that we could risk disruption to our inner lives; our thinking, feeling, imaginative lives.

When we’re just like the animals, concentrating on food, territory, survival, mating, being the leader of the pack, then what is the point of being human?”

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*Stando al sito dell’agenzia letteraria che ne detiene i diritti, Christmas Days verrà pubblicato anche in italiano. Purtroppo non sono riuscita a trovare quando verrà pubblicato, né tantomeno il traduttore e la casa editrice, ma in caso qualcuno fosse più informato di me lo prego di diffondere la buona novella nei commenti*

Il Calendario dell’Avvento Letterario #22: il dono dei Magi

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Questa casella è scritta e aperta da Tamara di Citazionisti avanguardisti

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Era il 1995 e avevo undici anni. La peluria si diffondeva uniformemente sul mio labbro superiore così come qualche timido pelo sotto le ascelle. Un accenno di tette che in pochi mesi sarebbe esploso e una strana attrazione per un compagno di classe dotato di orecchie elefantiache completavano il quadro.

Era il 1995 e io credevo nell’esistenza di Babbo Natale. Non che mi mancassero prove del contrario, solo che non volevo rinunciare, un po’ come la faccenda dello spirito santo.

Era il 1995 dicevo, l’anno in cui l’amica del cuore mi forniva un maligno indizio, indizio che avrebbe fatto crollare la fede nel bianco natal.

“Io so cosa ti hanno comprato i tuoi per il 25, cerca in casa e capirai che non dico fandonie”.

La curiosità è stata più forte di tutto e un pomeriggio mi sono messa ad aprire armadi, cassetti, ripostigli alla ricerca di qualcosa che la smentisse. Come si permetteva lei di distruggere la mia idea di Natale? Come si permetteva lei che già indossava assorbenti tutti i mesi?

Lo trovai alla fine. Era un pacchetto discretamente grande, avvolto da una carta rossa e bianca, con dei piccoli pupazzi di neve. Sollevai delicatamente una delle linguette superiori, stando ben attenta a non modificarne in alcun modo la consistenza. Lessi l’etichetta: una Barbie. Non una bambola qualunque ma proprio quella, quella con l’usignolo e il vestito azzurro pieno di fiori, quella che sembrava una nuvoletta di zucchero filato, quella di cui avevo scritto nella mia lettera. Crollai sul letto, travolta dalla rabbia. Era tutto vero allora! Babbo Natale non esisteva! Quell’uomo grasso a cui avevo lasciato latte e biscotti per anni durante la notte della vigilia non era altro che una rubiconda bugia. Mi avevano lasciato crederci! Non mi avevano dissuaso dal farlo! Avevano continuato a farmi passare per una babbasona!

Cosa fare allora? Meritavano una lezione, meritavano che finalmente sfoderassi tutta la mia cattiveria, quella che avevo sempre tenuto buona a suon di preghiere e guance offerte.

Accoglierli con in mano la bambola decapitata? Infilargliela nel letto come la testa del cavallo che avevo visto in quel film? Distruggere a caso qualche giocattolo di mio fratello, così, a sfregio? No, avrei dovuto ragionare a mente fredda, pianificare lucidamente ma ero troppo ingenua per farlo, ero ben lontana dall’avere quella saggezza lieve dei protagonisti di Il dono dei magi di O. Henry, edito da Orecchio Acerbo.

Della e Jim sono una giovane coppia di sposi che vive in un appartamento modesto. Il Natale si avvicina e con esso anche la preoccupazione di non poter donare all’amato un regalo speciale. Un dollaro e ottantasette centesimi è tutto ciò che hanno risparmiato.

Che fare allora? Entrambi pensano a quello che più di prezioso posseggono: per Della sono i suoi splendidi capelli; per Jim l’orologio d’oro appartenuto a suo nonno.

Della decide così di vendere la sua folta chioma a un negozio di parrucche, ricavandone il necessario per comprare una catenina da abbinare all’orologio tanto caro al suo sposo. Jim invece si disfa del suo prezioso ricordo per comprarle degli adorabili pettinini, che Della ha sempre desiderato.

Si ritrovano così in cucina, con la cena sul fuoco durante la vigilia: i loro regali di Natale sono inservibili ma hanno qualcosa di più prezioso, il loro amore e il loro spirito di sacrificio. Sono saggi Della e Jim, come i re magi.

Diversamente da me, che nemmeno quella volta ho imparato qualcosa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #21: l’inverno inglese e altri animali

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Che il Natale sia argomento principe della letteratura per l’infanzia, soprattutto quella inglese, è cosa nota. E non così complicato lasciare incantare dai racconti che lo scandagliano in lungo e in largo.

Kenneth Grahame, Beatrix Potter e Jill Barklem, autori conosciuti, con toni differenti affrontano il tema natalizio o lo sfiorano in qualche modo.

Kenneth Grahame in Il vento nei salici dedica una storia alle festività, Giorni di Natale.

Topo e Talpa rincasano dopo una giornata di esplorazioni attraversano un villaggio. Il timore che possano essere scoperti dagli uomini è alto, ma a quell’ora tra le strade innevate

“non si vedeva più quasi nulla, se non i foschi riquadri arancioni delle finestre ai due lati della strada, da dove si riversava nel buio di fuori la luce dei caminetti o delle lampade.

I due spettatori, così lontani dalla propria casa, guardavano con occhi pieni di nostalgia un gatto che veniva accarezzato, un bambino addormentato preso in braccio e messo a letto, un uomo stanco che si stiracchiava e vuotava la pipa battendola su un ceppo.”

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Tale è la tristezza che Talpa, durante il cammino, sente il richiamo della sua vecchia dimora, che ha lasciato da molto tempo. Tenta di seguire l’istinto ma Topo continua sui suoi passi. Finché preso dallo sconforto non singhiozza, solo allora Topo acconsente di esaudire il desiderio dell’amico.

La casa è polverosa, modesta e in batter d’occhio il calore del camino la rende accogliente.

In cortile i topolini di campagna intonano canzoni natalizie

“che i loro antenati avevano composto nei campi campi stretti dalla morsa del gelo o mentre la neve li costringeva a stare intorno al fuoco; canzoni tramandate per essere cantate lungo le strade fangose, alle finestre illuminate dalla lampade, nel periodo natalizio.”

Bisogna festeggiare il ritorno a casa.

Con Beatrix Potter (quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita) invece, ci spostiamo in città e più precisamente in Westgate Street, a Gloucester. Un sarto deve terminare una giacca e un panciotto per il sindaco, in occasione dell’imminente matrimonio che si svolgerà il giorno di Natale. A corto di filo di seta color ciliegia per le asole, delega l’acquisto del materiale, insieme alla cena, al suo gatto Simpkin. Nel frattempo la neve imbianca la città.

Mentre il gatto è in giro per le commissioni, nella stanza si solleva un tramestio via via sempre più intenso: sotto ciascuna tazza è nascosto un topolino in elegantissimi abiti. Saranno la ricompensa per Simpkin, dice il sarto.

Al ritorno il gatto nasconde sotto una tazza la matassina perché troppo impegnato alla ricerca della sua cena. Il vecchio stanco e deluso, ignoro del dispetto, cade in uno stato di torpore. Durante la notte la febbre aumenta e in preda agli incubi riecheggia nella sua testa «Non ho più filo». Il 25 dicembre è alle porte.

Così nel laboratorio i topolini mossi da tanta pietà si mettono al lavoro per aiutare il poveruomo.

Qui il Natale, menzionato nella sua festività, ha una connotazione precisa come aiuto al prossimo in difficoltà, ha un suo contesto il Gloucestershire. A quanto pare storia in qualche modo vera, come afferma la Potter nella dedica iniziale all’amica Freda.

A differenza della Potter, Jill Barklem ha una profonda devozione per i dettagli che si consumano nelle tonalità vive, negli oggetti. Tutto è ben definito. La Potter scrive e dipinge in punta di matita, il racconto e le illustrazioni si sfumano nella delicatezza.

Nella realtà incantata di Jill Barklem si festeggia il Mezzinverno, ossia il solstizio, un brindisi alla lontana estate e alla primavera. A ridosso del Natale. E lo richiamano gli agrifogli che decorano Palazzo della Vecchia Quercia insieme all’edera e al vischio.

Primulina e Peverino hanno in serbo per la serata un breve inframmezzo teatrale, ma è impossibile concentrarsi in mezzo al baccano per i preparativi. Così la signora Margherita de Topis, la madre di Primulina, intenta a sfornare biscotti e altre prelibatezze, gli indica la soffitta come luogo ideale, che si rivelerà una vera distrazione per giochi, lettere,vecchie memorie.

Durante l’esplorazione, Peverino ha scoperto una porta chiusa ma solo con la chiave trovata da Primulina in un cassetto riescono ad aprirla.

Si perdono in un cunicolo che apre su un’enorme scalinata. Timorosi e incuriositi raggiungono una sala dismessa, riccamente decorata in cui la polvere fa da padrona. Qui scoprono un luogo per i prossimi giochi e i costumi antichi per inscenare la loro sorpresa agli ospiti.

I festeggiamenti riecheggiano nei lustrini, il calore del fuoco scalda l’ambiente e la musica allieta i partecipanti. Come nel racconto successivo, Storia d’inverno. Un’abbondante nevicata sorprende gli abitanti del bosco che si risvegliano completamente sommersi: «Ce n’è abbastanza per un Ballo della Neve, che dice?» gridò il signor Dal Pruno alla signora Pomelli.

Solo la signora Smeraldina ha un ricordo vivo di questa tradizione interrotta. E così per riprendere la vecchia consuetudine, si allestisce una sala da ghiaccio degna delle grandi occasioni.

“Quando la neve cade lenta lenta

a poco a poco tutto si addormenta,

quando si gela all’usignolo il canto

e scende l’inverno il suo manto,

al Ballo della Neve

dalla sera al mattino

danza e si diverte l’allegro topolino.”

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È un mondo in miniatura quello portato sulle pagine dai tre scrittori – Potter, Graheme, Barklem -, gli animali sono i protagonisti assoluti e in questi casi assumono caratterizzazioni antropomorfe, espediente per analizzare la natura umana. La caratteristica più evidente è la facoltà di parola:

“Ma la leggenda vuole che tutti gli animali possano parlare nella notte tra la vigilia e il mattino di Natale (benché siano pochi quelli che riescono a sentirli o a capire quel che dicono).

[…]

Da tutti i tetti e gli spioventi e le vecchie case di legno di Gloucester giunse il suono di mille voci liete che intonavano gli antichi canti di Natale, quelli che tutti conosciamo, e altri mai sentiti.”

Attraverso la piccola lente si riesce a restituire un quadro più vicino alla realtà, molto evidente in Beatrix Potter e in Grahame. Quest’ultimo sottolinea la disparità nella società inglese rurale.

L’elemento fantastico si accompagna a una sottile vena ironica in grado di sottolineare la durezza della vita, il divario sociale, nonché pregi e difetti dell’animo umano. Insomma, una narrazione in grado di educare gli animi.

Il più emblematico è il gatto Simpkin che dimostra di essere egoista e scaltro, qualità o meglio difetti che gli sono stati attribuiti dalla notte dei tempi e che la storia di Beatrix Potter non scalfisce.

I topolini, la grande comunità del sottosuolo della Potter e della Barklem, sono animati da un forte spirito collaborativo, si aiutano e aiutano. Il Sarto di Gloucester è l’unico racconto in cui mondo animale e umano si incrociano: il vecchio è ignaro del soccorso che i topi daranno al suo lavoro, li nota nascosti sotto il servizio di porcellana e pensa al suo gatto. Nel Vento nei salici, Topo e Talpa contemplano di soppiatto le scene familiari intorno al fuoco mentre fuori nevica ma sollevare il morale dell’amico quando rientrerà nella vecchia tana.

Proiettare la storia in un scenario accogliente come il Natale è motivo per enfatizzare il significato profondo. Niente è lasciato al caso.

Nei racconti della Barklem, a Boscodirovo l’idillio è in ogni pagina, anche la neve è un’occasione per rinsaldare il legame comunitario attraversano i ricordi di un tempo. Ancor di più alcuni valori quali l’amicizia, il rispetto verso gli altri, l’amore per i doni della terra, la gentilezza e soprattutto la meraviglia. Meravigliarsi sempre e fare di un problema una virtù. Come narra Storia d’inverno.

È stato Charles Dickens ad aprire una finestra sul Natale celebrandolo nei suoi scritti e inaugurando una fortuna tradizione di libri e raccolte sul giorno più bello dell’anno; poi la regina Vittoria e Alberto di Sassonia hanno corredato il Natale dei suoi elementi e riti caratteristici. Beatrix Potter e Kenneth Grahame scrivono nei primi anni del 900, Jill Barklem erediterà quel mondo nascosto.

Il vento nei salici, Kenneth Grahame, PescaMela Edizioni, 2001

Il sarto di Gloucester, Beatrix Potter, Sperling & Kupfer, 1988

La scala segreta. I racconti di Boscodirovo, Jill Barklem, EL, 2001

Storia d’inverno, Jill Barklem, EL, 1980

Il Calendario dell’Avvento Letterario #20: il Natale di Giacomo Leopardi

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Il Club dei Libri

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Giacomo Leopardi è uno dei poeti italiani più conosciuti e più amati del suo tempo.

Nacque a Recanati nel 1798 da una coppia di nobili cugini e, probabilmente per questo e per le infinite ore di immobilità dovute allo studio matto e disperatissimo, il poeta non godrà mai di buona salute. È questa sua condizione, che più volte gli fa credere di essere vicino alla morte, che scatena in lui il pessimismo cosmico per il quale è tanto conosciuto.

È sempre la sua condizione fisica che lo porta ad allontanarsi da Recanati per climi più favorevoli, come scrive nelle lettere che invia al padre:

Ma le confesso che con questa stagione il viaggiare mi è insopportabile, ed Ella sa bene come la mia complessione è sensibile e nemica del freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 Dicembre 1825)

 

Il primo Natale che il Leopardi passa fuori casa è quello del 1822: nel novembre di quell’anno, infatti, si reca, ospite di uno zio materno, a Roma e vi rimane fino all’aprile dell’anno successivo.

Le feste per il nostro poeta sono ulteriore fonte di tristezza, passate così lontano dalla famiglia, ma egli si tiene costantemente in contatto epistolare con il padre, i fratelli e gli amici e questo gli procura un po’ di leggerezza in cuore.

In una lettera al padre, discute del tipo di regalo adatto da fare ai suoi ospiti:

[…] io dubito assai che, valendo molto il quadro (come pare anche a me), il dono non sia gettato; […] credo anch’io che il dono d’un quadro sarebbe forse il più a proposito.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 20 Dicembre 1822)

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Dopo aver fatto ritorno a casa nell’aprile del 1823, rimane in terra natia fino al 1825 anno in cui si reca a Milano, invitato dall’editore Stella. L’ambiente culturale però non gli è congeniale e anche il clima è dannoso alla sua salute e così, nel dicembre di quello stesso anno, lo ritroviamo a Bologna dove si mantiene dando lezioni private.

Il Natale del 1825 porta tristi notizie in quel di Bologna:

Carissimo Signor Padre.

Ella può figurarsi con quanto dolore leggo la carissima sua dell’altro ieri che ricevo in questo momento. La bontà del povero Zio e l’amore che mi portava mi fanno dolore della sua perdita fino all’anima.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

 

Il Natale del 1827 il poeta lo passa a Pisa, dove il clima mite dell’inverno toscano è un toccasana per la sua salute:

Qui non v’è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, come in tutte le città grandi. […] qui per tutto Dicembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 24 Dicembre 1827)

 

Se però Giacomo è felice per il clima di quel Natale, non lo è altrettanto per quello che la missiva di suo padre gli scrive: il conte, infatti, si aspettava che il figlio passasse a Recanati le festività natalizie e gli scrive una missiva piena di amorosi rimproveri:

Ella mi riprende dell’aridità delle mie parole, la quale deriva da mancanza di materia, ed è comune a tutte le mie lettere, perché la mia vita e monotona e senza novità. Ella desidererebbe che io vedessi il suo cuore per un solo momento, e a questo proposito mi permetta che io le faccia una protesta e una dichiarazione, la quale da ora innanzi per sempre le possa servir di lume sul mio modo di sentire verso di Lei. Le dico dunque e lo protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l’amo tanto teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno amare il suo padre.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

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L’ultimo Natale della sua vita il nostro amato poeta lo passa in una Napoli colpita dal colera che, con la morte di tre impiegati alla posta, causa la mancata consegna delle amate lettere paterne.  Solo l’11 dicembre ne riceve sette, tutte arretrate, insieme a 41 colonnati. Leopardi non se la passa bene, sono sette anni ch’io ho passati fra i giunchi marini e non tra le rose come credono i genitori; vive alla giornata, spesso gli manca il pane e, altrettanto spesso, si è ritrovato in angustie della terribile natura. Inoltre pareva che il colera, a Napoli, fosse passato invece

 

[…] la mortalità è rialzata di nuovo. Io ho notabilmente sofferto nella salute dell’umidità di questo casino nella cattiva stagione.

[…] Mio caro Papà, Iddio mi conceda di rivederla, Ella e la Mamma e i fratelli conosceranno che in questi sette anni io non ho demeritata una menoma particella del bene che mi hanno voluto innanzi, salvo se le infelicità non iscemano l’amore nei genitori e nei fratelli, come l’estinguono in tutti gli uomini. Se morrò prima, la mia giustificazione sarà affidata alla Provvidenza.

Iddio conceda a tutti loro nelle prossime feste quell’allegrezza che io difficilmente proverò. […]

(Lettera a Monaldo Leopardi, 11 dicembre 1836)

 

Al colera napoletano del 1836 Giacomo sopravvivrà, ma morirà nel giugno dell’anno dopo a causa dell’aggravarsi delle sue già precarie condizioni di salute.

È stata una tragedia la sua morte, ma ci sono rimaste, oltre alla corrispondenza che intratteneva con i suoi cari e gli amici, anche le poesie, le Operette Morali e lo Zibaldone.

E non mancò nemmeno di scrivere, in tenera età, un componimento sul Natale.

Per il Santo Natale

 

Tacciano i venti tutti,

Del mar si arrestin l’acque,

Gesù, Gesù già nacque,

Già nacque il Redentor.

 

Il Sommo Nume eterno

Scese dall’alto cielo,

Il misterioso velo

Già ruppe il Salvator.

 

Nascesti alfin nascesti,

Pacifico Signore,

Al mondo apportatore

D’alma felicità.

 

L’empia, funesta colpa

Giacque da te fiaccata,

Gioisci, o avventurata,

Felice umanità.

 

Sorgi, e solleva il capo

Dal sonno tuo profondo;

Il Redentor del mondo

Omai ti liberò.

No più non senti il giogo

Di servitù pesante,

Son le catene infrante

Da lui che ti salvò.

 

Gloria sia dunque al sommo

Onnipossente Iddio,

Guerra per sempre al rio

D’Averno abitator.

 

Dia lode e cielo, e terra, 

Al Redentor Divino,

Al sommo Re Bambino

Di pace alto Signor. 

 

Le lettere e la poesia finale sono tratte da Scrivimi se mi vuoi bene. Lettere e pagine fra Natale e anno nuovo, Interlinea edizioni.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #19: è sempre la vigilia di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture Sconclusionate

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“Era la Vigilia di Natale. Inizio così, perché questo è il modo corretto, ortodosso e rispettabile di cominciare, e io sono stato educato in modo corretto, ortodosso e rispettabile e mi è stato insegnato a fare sempre la cosa più corretta, ortodossa e rispettabile; e resto fedele all’abitudine.

Naturalmente, a titolo puramente informativo, non c’è nessun bisogno di nominare la data. Il lettore esperto sa che era la Vigilia di Natale, senza che io glielo dica. È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”

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Ho scoperto questo libercolo del grande Jerome K. Jerome a ridosso di una vigilia di Natale di qualche anno fa. Per me il Natale non dovrebbe essere uno sfoggio inutile di cibarie, di ovvietà di parenti che vedi poco e via dicendo, ma è un momento di silenzio e di chiacchiere soffuse, di odor di mela e cannella, di risate in cui ognuno regala agli altri l’opportunità di chiacchiere allegre e poco impegnative – se ci si conosce poco, sarebbe d’obbligo! – e nel quale, fra una bevanda calda e un buon liquore, potersi ritrovare, riconoscere e apprezzare.

In realtà, invece, è una corsa agli armamenti: supermercati svuotati, negozi presi d’assalto -manco si fosse prossimi allo scoppio della guerra! – e ansia da prestazione per i regali. Il risultato è che arrivi alla notte del 24 dicembre che non vedi l’ora di andare a letto!

In generale molti libri raccontano storie di Natale che ci riportano verso i buoni propositi mentre, per ora, fra i classici, solo Jerome con il suo umorismo tagliente riesce fra una risata e l’altra a portarci in una casa dove si sta “elegantemente” festeggiando con una bella cena e subito dopo ci ritroviamo seduti, non sotto l’albero e nemmeno a scartare regali in maniera chiassosa, bensì a sorseggiare del ponce, davanti un bel fuoco, con una compagnia di composti gentiluomini che fanno a gara a chi ha la storia di fantasmi più spettacolare.

In quest’assetto così tranquillo si inseriscono un sacco di fattori che caratterizzano ancora oggi le nostre vigilie di Natale. Ci sono le chiacchiere vuote, fatte per compiacere l’ospite che ci ha invitato, c’è il parente che ha sempre qualcosa da insegnare agli altri ma che cade rovinosamente alla prima domanda competente, c’è anche una canzone e ci sono storie sempre più mirabolanti per stupire l’uditorio e c’è quello che, alla fine, è l’alticcio della situazione. E, come in ogni vigilia che si rispetti, ci sono le chiacchiere post-cena che son sempre pettegolezzi. Il tutto, però assume una connotazione ironica grazie proprio alla costruzione della storia di Jerome.

I personaggi che popolano questa storia sono il narratore con suo zio John, signore anziano e composto, il vecchio dottor Scrubbles – il curato-, Mr Samuel Coombes e il membro di consiglio di contea Teddy Biffles: l’anziano curato è quello che ha da insegnare, Coombes è il competente, Teddy Biffles è insieme allo zio John quello che partecipa senza farsi coinvolgere più di tanto e il nostro narratore è l’alticcio dopo che per metà serata, a detta sua per far onore a quello che gli proponeva, ha bevuto un ponce dietro l’altro.

Ma fermi tutti! Scatta l’ora in cui si comincia a diventare un po’ stanchi, i temi di cui chiacchierare cominciano a scarseggiare e si comincia a parlare di fantasmi! Ecco, i fantasmi di Jerome non sono fantasmi di coloro che nella vita precedente hanno fatto chissà che cosa e che ritornano per terrorizzare chi li incontra; sono invece fantasmi ingenui, a volte burloni e, perché no, anche fantasmi che tengono all’etichetta anche nell’aldilà. Anzi per dirla tutta, i fantasmi di Jerome sono carenti di “ghigni demoniaci” come quelli di cui si parla nell’introduzione e sono decisamente tontoloni come quello descritto nella storia di Teddy Biffles, in cui il fantasma “innamorato” compare tutte le sere per piangere la sua amata che non lo ha aspettato mentre cercava di far fortuna per poterla sposare; c’è anche quello burlone e c’è quello che invece ci tiene all’etichetta e ad essere ricordato per i suoi efferati delitti, magari con la compiacenza di vossignoria, in ordine cronologico e nel numero corretto! Delitti che per la precisione, ancora oggi, verrebbe condannato ma anche un po’ capito…

Non c’è omogeneità nelle storie, proprio perché sono raccontate per stupire, ma questo non sembra rovinare l’insieme proprio perché la storia è costruita come un divertissement per il quale l’autore parte dai comportamenti usuali amplificandoli con ironia, interponendo fra una storia e l’altra particolari divertenti come il curato che ad un certo punto cerca di costruire anche lui una storia a braccio creando non poca confusione, e costruendo un crescendo che ci accompagna fino quasi all’ultima parola prima della fine del racconto. Come in ogni gara che si rispetti, a chi ha una storia più strana delle altre, anche qui si crea una specie di crescendo che porta alla storia finale che riguarda il narratore stesso che, sul finire della serata, decide di dormire nella camera infestata per incontrare i fantasmi dell’assassino e degli assassinati nella casa di zio John. Questa è l’unica storia che è realmente contemporanea allo svolgimento dei fatti rispetto alle precedenti. È in questo momento che la parabola si inarca in maniera decisa verso un finale che uno non si aspetterebbe e che alla fine ci fa rimanere come degli allocchi.

Questo racconto mi è sempre piaciuto moltissimo: un po’ perché Massimo D’Onofrio, che è il lettore dell’audiobook che me l’ha raccontato la prima volta, è decisamente bravo a tenere, con la sua voce, l’attenzione del suo uditorio e un po’ perché, alla fine della fiera , Jerome ci svela il segreto del perché ha scritto veramente quel racconto: farci vedere come possiamo essere creduloni, soprattutto alla vigilia di Natale. Ecco, essere presa in giro così mi ha sempre, stranamente, dato soddisfazione e, nonostante abbia letto il libro, gli preferisco sempre la trasposizione in audiobook, peraltro l’unico – insieme a Jane Eyre (letto da Silvia Cecchini) -, tra i più ascoltati fra quelli che ho.

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Se infatti bisogna trovare un difetto a questa storia è che, per essere compresa nel suo essere goliardica rappresentazione dell’umana natura, andrebbe letta con il tono giusto e, quindi, al lettore poco avvezzo all’humor nero inglese potrebbe sembrare senza né capo e né coda.

Quindi, se alla vigilia di Natale, sarete stanchi, messi lì a cucinare manicaretti per gente che vi invaderà casa, e magari vi sarà passato un po’ d’entusiasmo fate come me che, ogni anno, alla vigilia di Natale mi ritaglio un paio d’ore -anche meno forse- per ascoltare il libro di Jerome e sorprendermi a riderci su, anche se lo conosco oramai a memoria, perché , credetemi, non c’è giorno più adatto. Dopotutto… “È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”


Buone letture e buon Natale!

I riferimenti del libro e dell’audiobook sono:

Storie di fantasmi per il dopocena

Jerome K. Jerome

Mattioli 1885, ed. 2007

Traduzione a cura di Paolo Cioni

Collana “Experience Light”

Prezzo 9,00€

Storie di fantasmi per il dopocena

Edizione integrale letta da Massimo D’Onofrio

Jerome k. Jerome

Il Narratore audiolibri, ed. 2012

Collana “Narrativa straniera”

Prezzo: 3,90€ (Prezzo riferito allo store apple)