Di ispirazione, esordi e Jack London

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Da quasi due mesi a questa parte non riesco a scrivere niente.

Il 2016 è stato un anno lungo e difficile, puntellato di piccoli e grandi eventi – o non eventi – che mi hanno mio malgrado profondamente segnata, rendendomi più chiusa, più restia, più silenziosa. Facendomi diventare diffidente – degli altri, delle mie e delle altrui parole, dei sentimenti altrui, dei miei sentimenti.

Mi sono detta e ripetuta che, una volta passato questo lungo e freddo inverno, fatto di cambiamenti poco desiderati, valigie e scatoloni, le parole sarebbero tornate. Sono sempre stata tremendamente meteoropatica, e otto anni di cieli nordeuropei hanno acuito ancora di più la mia tendenza alla malinconia quando il cielo è grigio e a smisurati attacchi di allegra irrequietezza al primo, timido raggio di sole.

L’arrivo della primavera nordeuropea è stato salutato quest’anno da splendide giornate di sole, ma le parole non sono tornate. Mi sembra di avere un tappo sulla bocca dello stomaco che comprime con forza tutti quei sentimenti e quelle emozioni che nell’arco degli ultimi mesi ho archiviato con cura, seguendo il credo del “ci penserò domani, domani è un altro giorno” (Rossella O’Hara, c’est moi). Forse ho paura di tirarlo via, questo tappo, e di scoprire una sorte di vaso di Pandora; forse sono semplicemente stanca, o soffro di bloggo esistenziale, per citare La Cocchi (a proposito, seguite il suo blog? Se non lo fate, vi consiglio di rimediare).

In compenso, sto leggendo tantissimo, e, nel tentativo di superare il bloggo, ho cercato un paio di articoli su aspiranti scrittori/scrittori alle prime armi/ esordienti sedotti e delusi dal fascino camaleontico delle parole. Su Letters of Note, fonte di costante ispirazione per gli amanti del genere epistolare (avevamo già letto una bellissima lettera di Steinbeck al figlio, sempre tratta da Letters of Note), ho trovato questa missiva molto tranchant indirizzata da Jack London a tale Max Fedder, che ha avuto l’ardire di propinargli una copia del suo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. La trovate di seguito nella mia traduzione, sperando che contribuisca a farmi (e magari a farvi, se ne avete bisogno) ritrovare l’ispirazione.

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Oakland, California

26 ottobre, 1914

Gentile Max Fedder,

Rispondo alla sua recente lettera, arrivatami senza data, e restituisco con la presente il suo manoscritto.

Per iniziare, lasci che le dica che, come psicologo e come qualcuno che c’è passato, ho apprezzato la sua storia per la sua psicologia e per il punto di vista. In tutta franchezza e onestà, non ne ho apprezzato l’attrattiva o il valore letterario. A onor del vero, ha poco valore letterario e praticamente zero fascino. Il fatto che lei abbia qualcosa da dire che potrebbe interessare agli altri non la esime dallo sforzarsi di esprimerla al meglio della forma e del mezzo. Lei ha del tutto trascurato sia mezzo che forma.

Tornando a quanto stavo dicendo nel paragrafo precedente, cosa ci si può aspettare da un ragazzo di vent’anni, privo di esperienza, in termini di conoscenza del mezzo e della forma? Perdinci, ragazzo, se volesse diventare un abile fabbro avrebbe bisogno di almeno cinque anni di apprendistato. Oserebbe dichiarare di aver dedicato non dico cinque anni, ma almeno cinque mesi al duro, irreprensibile, continuo lavoro di imparare a usare gli strumenti dello scrittore professionale, in grado di vendere le cose che scrive ai giornali e ricevere in cambio un compenso? Ovviamente non può: non l’ha mai fatto.

Tuttavia, dovrebbe già aver capito che il motivo per il quale gli scrittori di successo vengono pagati così bene è che ben pochi aspiranti scrittori raggiungono la fama. Se sono necessari cinque anni per diventare un fabbro provetto, quanti anni di studio intensificato, concentrato in diciannove ore al giorno cosicché un anno di lavoro duro equivalga a cinque, sono necessari per un uomo di talento e con qualcosa da dire per studiare il mezzo e la forma, l’arte e il mestiere? Quanti anni per fargli raggiungere una posizione tale nel mondo delle lettere da permettergli di guadagnare un migliaio di dollari in contanti ogni settimana?

Avrà capito il succo del discorso. Se qualcuno vuole sfruttare una stella da 1000 dollari a settimana, in proporzione dovrà lavorare molto più duramente di colui che sfrutta una piccola lucciola da 20 dollari a settimana. L’unica ragione per cui ci sono più fabbri di successo che scrittori di successo è che diventare un abile fabbro è più facile e meno faticoso che diventare uno scrittore famoso. Non è possibile che lei, a vent’anni, abbia già fatto il lavoro necessario per raggiungere il successo con la scrittura. Non ha nemmeno iniziato il suo apprendistato. Ne è prova il fatto che abbia avuto l’ardire di scrivere questo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. Se si fosse preso la briga di fare qualche ricerca, avrebbe scoperto che storie come la sua non vengono pubblicate sui giornali. Se vuole scrivere per la fama e per i soldi, deve proporre al mercato prodotti che possano essere venduti. Il suo scritto non rientra in questa categoria, e se si fosse preso la briga di andare la sera in una sala di lettura e avesse letto tutte le storie pubblicate sugli ultimi giornali, avrebbe già capito che il suo scritto non si può vendere.

Ragazzo mio, le parlo dal cuore. Si ricordi una cosa molto importante: il suo ennui dei vent’anni è il suo ennui dei vent’anni. Nel corso della sua vita, attraverserà ben altri periodi di ennui, ancora più complicati. Io ho sperimentato l’ennui dei sedici anni e quello dei vent’anni, e la noia, e l’apatia, lo squallore dell’ennui dei venticinque e dei trent’anni. Eppure sono sopravvissuto, e ingrasso, e sono molto felice, e rido per la maggior parte delle mie giornate. Vede, la mia malattia ha raggiunto uno stadio ben più avanzato della sua. Come superstite che esibisce le cicatrici della battaglia, guardo ai suoi sintomi come a quelli dell’adolescenza.

Lasci che le ripeta che conosco questi sintomi, ne ho sofferto, e, come nel mio caso, anche lei dovrà subire cose ben peggiori. Nel frattempo, se vuole trionfare ed essere ben pagato, si prepari a lavorare duramente.

C’è un solo modo di iniziare, ed è fatto di duro lavoro, e pazienza, e preparazione per tutte quelle delusioni che Martin Eden ha dovuto sperimentare prima del successo – che io stesso ho dovuto sperimentare prima del successo – dal momento che ho equipaggiato il mio personaggio fittizio, Martin Eden, delle mie stesse esperienze in quel duro gioco che è la scrittura.

Se dovesse venire in California, mi farebbe piacere che venisse a farmi visita qui al ranch. Posso aiutarla ad arrivare al nocciolo della questione, e martellarla con quelle cose della vita che probabilmente non ha ancora esperito.

Suo,

Jack London

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Soundtrack: Inside of love, Nada Surf

Un’ora con…Michele Nenna di Casa di ringhiera

Protagonista della puntata di oggi è una penna versatile e generosa, pronta a scrivere di fotografia, serie tv e letteratura, se americana ancora meglio. Michele anima una casa di ringhiera affollata e poliedrica, un esperimento collettivo spontaneo e coraggioso, foriero di spunti e contenuti interessanti che spaziano dai libri alle arti visive.

Pronti a conoscerlo meglio?

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1) Casa di ringhiera: come e perché?

Prima di dar vita a questo magazine, avevo in mente un blog che riuscisse a raccogliere tutta una serie di cose che amo leggere in giro. Sembra una di quelle risposte buttate lì, magari studiate a tavolino, eppure è stata proprio questa la forza motrice che ha portato alla nascita di Casa di Ringhiera. Venivo da una prima esperienza con un altro blog collettivo, si chiamava La magia di un libro. Scrivevo le recensioni dei libri che leggevo, poi nel 2013 chiuse i battenti. In quel periodo avevo respirato un’aria molto stimolante, così dopo qualche anno ho proposto a Mariateresa Pazienza di avviare insieme un nuovo progetto, ed eccoci giunti agli inizi del 2015 con questo umilissimo blog. Per quanto riguarda il nome, la storia è un po’ goffa. Stando ai racconti di uno zio emigrato a Milano dal sud per esigenze lavorative, con la sua famiglia si ritrovò in una delle famosissime case di ringhiera di Corso Italia. Quando scoprirono che i bagni erano in condivisione con il resto degli altri appartamenti del pianerottolo, rimasero di sasso. Ecco, dietro Casa di Ringhiera c’è proprio questo, la voglia di condividere approfondimenti che vanno dalla letteratura alla fotografia, dalla musica al cinema, comprese le serie tv, proprio come è capitato a questo mio zio di condividere il cesso nella fine degli anni sessanta. Il tutto è unito da quel fil rouge che sono le storie di ogni genere, croce e delizia di noi lettori.

2) Chi c’è dietro Casa di ringhiera?

Dietro Casa di Ringhiera ci sono io, povero ventisettenne con la fissa per la letteratura americana e per i racconti, e Mariateresa Pazienza, che col cognome che si ritrova ricopre perfettamente il ruolo del coach che motiva i suoi ragazzi. Noi due siamo le due presenze fisse, nonostante abbiamo i nostri fedelissimi collaboratori che ci fanno visita secondo le loro esigenze. Da noi vige la filosofia del fai-quel-che-ti-pare-quando-ti-pare, e credo sia la migliore. Non ci sono forzature e gli articoli che pubblichiamo sono davvero sentiti. Inoltre non abbiamo alcun argomento fisso. Se Mariateresa vuole scrivere di letteratura, o di fotografia, può farlo tranquillamente. Stessa cosa vale per me e per tutti gli altri.

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3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio personalissimo scaffale d’oro, stando a quel che sono oggi, non devono mai mancare Philip Roth, Raymond Carver e Paolo Cognetti. Se mai vorrai farmi un regalo, non dimenticare che insieme alle chiavi della baita che si affaccia su uno di quei laghi dove l’acqua è verde per via del riflesso degli alberi che la circondano, dovrai farmi trovare Lamento di Portnoy, Principianti e Manuale per ragazze di successo, in quest’ordine preciso – c’è un valido motivo, non ridere!

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è una questione spinosa, dato che i personaggi sono molteplici come la vastissima serie di eventi improbabili con cui possiamo ritrovarci a fare i conti. Potrebbe sembrare banale, ma se guardo al passato direi sicuramente di essermi trovato a mio agio nell’immedesimarmi con Alexander Portnoy. L’uragano adolescenziale e post adolescenziale, tutte le vicende che segnano un punto di svolta della propria vita insomma. Il trambusto provocato da quell’energia vitale che ti scaraventa da un lasso di tempo all’altro senza nemmeno lasciarti lo spazio necessario per renderti conto delle cose che ti sono passate davanti. A mio avviso quelli sono gli anni in cui si corre senza nemmeno avere in programma il raggiungimento di una meta ben predefinita. Come se quello a cui aspiriamo fosse il frutto di un’illusione talmente gigante da passare inosservata. Se invece guardo al presente, sono pronto a immedesimarmi in uno dei qualsiasi personaggi carveriani. Escludendo la caratteristica negativa – che a me non smette di affascinare – di persone sconfitte dalla loro stessa vita, adoro riscoprirmi nelle loro riflessioni, nei loro silenzi, quasi come se fosse questo il momento giusto per decomprimere il proprio fisico dopo uno sforzo immane. Carver mi ha trasmesso molto e per questo lo tratto come se fosse un amico da cui poter apprendere il posto giusto dove poter sistemare la Legna da ardere durante l’inverno.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Senza alcuna ombra di dubbio Holy shit di Father John Misty – Mariateresa sarà sicuramente d’accordo con la mia scelta. È un po’ la riproduzione fedele dei tempi che la società di oggi sta vivendo, il tutto confezionato da una melodia struggente e malinconica.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Devo molto alla lettura come mezzo attraverso cui allargare i confini della propria conoscenza. Sarei un matto a sorvolare su una cosa del genere. Apri un libro e ti ritrovi catapultato da tutt’altra parte e magari in quel posto riesci anche a ritrovarti. La letteratura è l’agenzia viaggi più precisa in assoluto, anche se a volte sa deluderti come tutte le altre – a chi non e mai capitato di provare la sensazione di voler lanciare un brutto libro fuori dalla finestra? Ho iniziato a scrivere recensioni e articoli perché volevo dare una forma a quello che provavo ogni volta che chiudevo un romanzo, un racconto. È la lettura che col tempo mi ha portato a sperimentare le prime forme di scrittura, racconti in primis – tranquilli, sono tutti rinchiusi nelle quattro mura di casa, anzi, nell’hard disk del laptop, dato che non uso stampare quello che scrivo. Sono due pratiche legate indissolubilmente l’una all’altra. Si parte dapprima con l’emulazione dello scrittore preferito per poi trovare la propria strada. Una scrittura che nella maggior parte dei casi ti svuota perché riesce a farti sentire bene, che sia essa fiction o non fiction. Dentro la pagina c’è sempre qualcosa di tuo, anche se cerchi di camuffarla a tutti i costi. Naturalmente scrivo quando ho la spinta giusta, odio le forzature – per fortuna non ho contatti con gli uffici stampa.

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7) Progetti in cantiere

Attendere la consegna dell’ultimo ordine che i corrieri si stanno lanciando da una parte all’altra dell’Italia. Scherzi a parte, andare avanti con Casa di Ringhiera, continuare la bellissima e inaspettata collaborazione con L’indiependente e attendere con ansia il coinvolgimento nelle tue iniziative – tipo quella del Calendario dell’avvento letterario. Ultimamente escogito cose che puntualmente rimangono chiuse nel celebre cassetto, quindi sono pronto per fare tutto e niente. E poi c’è Medium che bussa continuamente alla porta – magari un giorno, chissà.

UPDATE 21 febbraio 2017: Casa di Ringhiera è diventato un magazine a tutti gli effetti, sopratutto da quando lo scorso ottobre è riuscito ad ottenere – dopo numerose imprecazioni – l’hosting su Medium. Insomma, alla fine qualcosa è riuscita ad uscire da quel cassetto.

Ps. Dimenticavo, oggi comunico tranquillamente con tutti gli uffici stampa che hanno il piacere di scrivere una email al nostro indirizzo.

Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

Pain, parties, work: l’estate newyorchese di Sylvia Plath

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Nell’ormai lontano 2008, fresca di laurea, vincevo uno stage a Londra. Un piccolo risultato, ma alla me di allora sembrava l’inizio di un futuro gonfio di mirabolanti capacita: passare tre mesi nell’ufficio stampa dell’ambasciata italiana nella città che più amavo al mondo era esattamente quello che volevo (e quante volte nella vita i risultati ottenuti si allineano perfettamente a desideri ed aspettative?)
Ero partita con due valigione di Carpisa stracolme di tutto quello che pensavo potesse servirmi per la mia prima esperienza professionale: un guardaroba assemblato con l’aiuto di mia madre e mia nonna, il tailleur della laurea triennale e quello della specialistica, la borsa regalatami dalle mie amiche dell’università e un paio di scarpe a tacco. Ero pronta, pronta come non sarei mai più stata. Sarebbero stati mesi in cui per risparmiare avrei comprato solo riso, latte e biscotti, yogurt e cereali; mi sarei diplomata nella nobile arte di farmi invitare a pranzo da chiunque e imbucarmi  in qualsiasi evento che prevedesse champagne e canapè; mi sarei innamorata e avrei avuto il cuore spezzato. È stato uno dei periodi più confusi e più belli della mia vita: ne conservo un ricordo edulcorato,  idealizzato, scevro di quelle notti insonni e di quelle insicurezze che caratterizzano il debutto dell’ex studente nella vita vera.

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Nel 1953, Sylvia Plath lascia Boston alla volta di New York, per un mese di stage presso la prestigiosa rivista Mademoiselle, che ha pubblicato scritti di Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams, Flannery O’Connor e Joan Didion (che, come Sylvia, partecipa al programma di stage). Mademoiselle si rivolge ad una lettrice a tuttotondo, che combini il suo amore per la buon letteratura all’amore per i vestiti e per la moda. La lettrice di Mademoiselle ama il teatro di Arthur Miller, ma anche le partite di football delle Ivy League; va a fare shopping, ama ballare e fa volontariato, mantenendo al tempo stesso una media di tutto rispetto. È pronta a tutto: andare al college, diventare una donna in carriera, sposarsi e dedicarsi ai cocktail e alla vita di società.
Il prestigioso programma di stage, partito nel 1939, permette a un gruppo selezionato di studentesse universitarie di lavorare alla prestigiosa college issue, un numero di Mademoiselle interamente dedicato alla vita universitaria. Le venti prescelte, selezionate tra migliaia di candidate, ricevono uno stipendio regolare e la possibilità di alloggiare al Barbizon, celebre hotel che ha ospitato Grace Kelly, Liza Minelli e l’attrice di Love Story, Ali McGraw, altra celebre stagiaire della rivista.

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La college issue del 1953 ospita pubblicità di shampoo, trucchi, lingerie e vestiti studiati per le starlette dei campus universitari e per le novelle donne in carriera: Sylvia compare come modella a pagina 54, vestito color argento e rossetto scuro, e pagina 252, con una rosa in mano. A pagina 213 della rivista, Sylvia intervista invece Elizabeth Bowen, scrittrice irlandese. A un’altra delle fortunate partecipanti tocca il graditissimo compito di intervistre Dylan Thomas, con grande disappunto della Plath, innamorata del poeta maledetto (che sarebbe morto qualche mese dopo, a novembre). La rivista contiene anche suggerimenti per arredare la propria stanza nei dormitori del college (quando ancora non c’era Pinterest), articoli sull’uomo ideale, pubblicità di corsi di stenografia e scuole di segreteria, pubblicità di porcellane e anelli di fidanzamento, ma anche articoli sulla donna moderna, che non ha paura di fare l’autostop e di affermare la sua indipendenza.

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Sylvia Plath intervista Elizabeth Bowen, Mademoiselle College Issue, 1953

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Mademoiselle College issue, 1953


Quando Sylvia arriva a New York, la città è in piena evoluzione: è il momento delle donne single, che arrivano nella Grande Mela per lavorare e vivere da sole, senza un fratello, un fidanzato, o un marito come chaperon. Le donne iniziano ad essere più interessate al proprio sviluppo personale e alla propria carriera che ai figli e al matrimonio: Truman Capote avrebbe catturato e reso eterna questa New York al femminile nelle pagine del suo Colazione da Tiffany, mentre la fotografa Lisa Larsen nel 1954 pubblica su Life uno speciale sulla vita di sei ragazze che condividono un appartamento nel Greenwich Village, tra toast alla marmellata, zuppe Campbell, pacchetti di Chesterfield, letti improvvisati e coperte patchwork portate da casa.


Sylvia fa il suo ingresso in questa New York riveduta e corretta come una vera e propria principessa, il primo giugno 1953, accompagnata da due militari conosciuti sul treno, che, come due bodyguard, le portano la valigia, la guidano tra la folla di Grand Central, le chiamano un taxi e la accompagnano fino al Barbizon.
La valigia è l’elemento cruciale del trasferimento newyorkese: contiene outfit studiati alla perfezione per scongiurare l’immagine di Sylvia ragazzina (gonne ampie di cotone, maniche a sbuffo, vestiti tirolesi). La Plath ama i vestiti: le piace fare shopping, seguire la moda mantenendo il suo stile. Organizza le spese in base al budget che ha a disposizione: sogna ad occhi aperti, fa liste, scrive dei suoi acquisti. Ha una netta preferenza per il rosso: un pullover rosso aderente su una gonna bianca per un cocktail party, una fascia rossa nei capelli biondi, ballerine rosse, l’onnipresente rossetto rosso. Sylvia predilige il rossetto Cherries in the Snow di Revlon; non ama invece ciprie e polveri, dal momento che l’abbronzatura è una delle sue vanità principali.
Prima di partire per New York, la ragazza acquista una borsa rossa e un paio di scarpe abbinate; un reggicalze, un paio di calze e un rossetto nuovo, tutti in rosso. Passa mesi a ricercare e acquistare bluse di nylon, gonne dritte, maglioncini e scarpe a tacco nere, nel tentativo di costruirsi un look più sofisticato, adatto a una guest editor di Mademoiselle.
Il 27 aprile 1953, Sylvia spende ben 85 dollari per un tubino nero di seta, con bolero abbinato, e un tubino di cotone blu e bianco, con una giacchina col colletto alla coreana, ispirata alle creazioni di Dior. Conclude il guardaroba da Cenerentola un vestito col collo a barca e il corpetto attillato, rallegrato da una fantasia messicana in bianco, nero e marrone. La cura dell’aspetto esteriore e dell’abbigliamento è estremamente importare per la Plath, che coltiva attentamente il suo look da sweetheart americana amante del mare, del tennis, del cibo, dell’aria aperta. I vestiti nuovi le regalano una felicità inattesa: ama fare shopping da sola e considera le shopping list vere e proprie poesie. Il suo spiccato senso artistico cerca soddisfazioni estetiche nella vita di ogni giorno: preparare la tazza perfetta di caffè scuro, tirare su le calze, disporre i frutti rossi in una ciotola (insomma, Sylvia avrebbe amato Pinterest alla follia e sarebbe diventata un’influencer su Instagram!).
Nel corso del decenni, Sylvia è diventata una vera e propria icona fashion, e la cosa non avrebbe potuto che farle piacere: ho trovato su Polyvore e su Pinterest numerose idee di oufit e collage ispirati al suo stile inconfondibile.


Oltre ai vestiti e alle composizioni artistiche con le tazze di caffè, Sylvia avrebbe riempito il suo feed Instagram di cibo. Affamata di vita e di esperienze nuove, la ragazza non rifugge dalle seduzioni del palato: durante un pranzo con la managing editor di Mademoiselle, Cyrilly Abels, Sylvia si appropria della ciotola di caviale, disposta a centrotavola come aperitivo per tutti i commensali, e la divora con un cucchiaio, davanti agli occhi increduli di una collega di stage. Sylvia ama i colori del cibo: il giallo del mais e dei tuorli, il blu cangiante delle ostriche, il biancume della mayonnaise sulle insalate di tonno o di granchio. Dilapida il suo budget riservato alle spese alimentari in condimenti troppo costosi per una studentessa: pasta di acciughe e di capperi, mostarda francese, frutta secca.
Questa è la Sylvia che arriva a New York nel 1953, una ragazza curiosa, entusiasta, desiderosa di sperimentare tutto quello che la città le può offrire in termini di appuntamenti, amicizie, moda, sapori esotici, esperienze inedite: un caffè con un interprete delle Nazioni Unite; una folle uscita nel Queens, terminata con la fuga di Sylvia e della sua amica da un peruviano troppo intenso; una nottata di appostamento al Chelsea Hotel, nella speranza di intravedere Dylan Thomas; tutte le notti passate con le nuove amiche a chiacchierare e complottare, in una New York troppo grande e un hotel che può diventare troppo piccolo e soffocante per un gruppo di ragazze alle prese con la prima esperienza di vita indipendente lontano da casa o dal campus, in una torrida estate piena di aspettative e di speranze.
Con premesse del genere, cosa può andare storto? Come può un’esperienza così esclusiva ed ambita lasciare Sylvia disincantata, delusa dalle mille luci e dal buio di New York, emotivamente fragile, più che mai vittima di quella depressione che le sarebbe quasi costata la vita in un primo tentativo di suicidio?

La poetessa si scopre fragile, incapace di conciliare la ferma volontà di vivere New York, le rigide aspettative di Mademoiselle e il suo stesso perfezionismo. In una lettera del 13 maggio 1953, a due settimane dalla partenza, Sylvia confida alla madre Aurelia le sue speranze (poi disattese) di intervistare J.D. Salinger, Shirley Jackson, E.B. White e Irwin Shaw; in un’altra lettera del 4 giugno, confessa il suo disappunto per non essere stata nominata fiction editor.
In una lettera datata 8 giugno, Sylvia racconta di passare le sue giornate lavorative leggendo numerosi manoscritti e scrivendo lettere di rifiuto, cercando al contempo di soffocare la paura di non essere accettata alla celebre scuola estiva di scrittura creativa a Harvard (paura che si rivelerà fondata: il rifiuto esacerberà la depressione di Sylvia, conducendola al tentativo di suicidio).
In una lettera al fratello Warren, scritta durante gli ultimi giorni di permanenza a New York, Sylvia dichiara di voler solo andare a casa per mangiare, dormire, giocare a tennis e abbronzarsi, lontano dall’afa opprimente della città. Scrive inoltre di sentire la necessità di fermarsi, per riuscire a riflettere sui significati, i cambiamenti, le conseguenze del suo mese a New York, troppo frenetico e pieno di eventi per permetterle di pensare. Sylvia scrive a Warren di aver perso di vista se stessa e i suoi obiettivi: nel corso del suo mese a New York, si è sentita a fasi alterne estatica, orribilmente depressa, shoccata, eccitata, nervosa, stanca, confusa; ha bisogno di tornare a casa, di essere circondata dalle sue cose e dalle persone che ama. Conclude scrivendo di essere contenta di aver fatto quest’esperienza, ma di essersi anche resa conto della sua giovinezza e inesperienza. La Smith le evoca il ricordo di una vita semplice, bucolica, incantevole, in netto contrasto con l’afa, umidità, la sporcizia di New York. Si firma “la tua esausta, estatica, elegiaca newyorchese”.

Uno degli elementi più stressanti e confusionari dello stage è il fatto che le ragazze abbiano sia il compito di realizzare un prodotto, la college issue, che di viverlo, arrivando ogni mattina ben vestite, fresche e pimpanti dopo giornate (e nottate) di cocktail party e sfilate di moda. New York a giugno è asfissiante e umida, ma le ragazze sono tenute a presentarsi ogni mattina fresche come rose e senza tracce di stanchezza. Imperversa tra loro la mania di vedere ed essere viste, entrare in contatto con la gente giusta, uscire con i ragazzi più invidiabili ed affascinanti, essere intellettuali e modelle a tempo stesso.
Tutta questa pressione è troppa per Sylvia, che, durante i festeggiamenti per l’ultima notte al Barbizon (il 26 giugno), lancia dalla terrazza dell’hotel tutto il contenuto della famosa valigia: ogni singola blusa, sottoveste, gonna svolazza nella notte newyorchese, nel tentativo di esorcizzarne il grigio, l’asfalto, l’oppressione, i fantasmi. Il giono dopo, Sylvia riparte da Grand Central indossando una blusa e una gonna prestatele da una delle ragazze dello stage, non volendo portare con sé nemmeno un pezzo di quell’esperienza newyorchese che ha messo fine a tante delle sue illusioni.

Soundtrack: City of stars, da La La Land, per celebrare tutti quei sogni che non sempre si realizzano (o almeno, non come vorremo)

Per saperne di più:

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. A cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Rileggendo i classici #3: la saga dei Forsyte

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La saga dei Fosyte,  capolavoro del premio Nobel  John Galsworthy, abbraccia tre generazioni e una generosa fetta di storia inglese: l’epoca vittoriana, il suo achmé e il suo declino, foriero di un futuro sconosciuto e misterioso, fatto di Labourismo, ascesa della piccola borghesia e altre diavolerie moderne, che mettono a repentaglio uno stile di vita dai confini tracciati col righello, senza mai uscire dai margini.
Quella dei Forsyte è una famiglia numerosa, i cui personaggi principali emergono però con caparbia determinazione: il vecchio Jolyon, orgoglioso e sentimentale; suo figlio, il giovane Jolyon, dalla natura artistica e dal passato sentimentale tormentato; sua nipote June, una ragazza minuta con un’aureola di capelli biondo rame, testarda come tutti i Forsyte.

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Su tutti spicca Soames Forsyte, il possidente, “l’uomo di proprietà”, un personaggio facile da odiare, ma che ispira anche un’involontaria pietà. Soames incarna perfettamente lo spirito del tempo, quell’irresistibile necessità di trattenere il passato e il presente senza far spazio a un futuro confuso: un futuro che vede l’Impero a repentaglio,  tra le guerre anglo-boere e la morte dell’immensa regina Vittoria. Un futuro che vede l’alta borghesia dei Forsyte, priva di titoli nobiliari e ancorata nelle proprietà, minacciata dalla piccola borghesia e dalle sue pretese.

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Quello dei Forsyte è un circolo chiuso, disturbato dagli estranei che entrano a far parte della famiglia senza condividerne l’essenza, lo spirito; fra tutti, la più estranea è la bellissima Irene, che ha sposato Soames per i suoi soldi e lo disprezza con tutto il cuore. Irene non parla mai per se stessa: arriva al lettore filtrata dalle descrizioni e percezioni altrui. Prima che come personaggio o come donna, arriva come zaffata di bellezza: quella stessa bellezza, eterna ed evanescente, che i Forsyte, nonostante le loro ricchezze, non riescono a comprendere, né a possedere, essendo la loro dimensione spirituale soffocata da quella materiale.
La giovane donna dall’eleganza innata, il portamento eretto e orgoglioso, i capelli dorati e gli occhi di velluto, rimane un mistero per Soames; non lo guarda se non con freddezza e con disprezzo, non gli rivolge la parola se non per rispondere in sussurri forzati.

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La sua algida indifferenza viene messa a dura prova da Bosinney, affascinante architetto fidanzato con June, cugina aquisita e amica più cara di Irene; I due diventano amanti, e la faccenda fa venire alla luce gli istinti più bassi di Soames, per il quale amare significa possedere.
Soames non riesce a capire come sia possibile che la bellissima moglie, tutta pizzi e spalle bianche e capelli dorati, possa non appartenergli, di fatto come di diritto; passa notti insonni alla ricerca della chiave che gli permetta di aprire la porta della camera di Irene, sempre chiusa per lui; arriva a usarle violenza, a pretendere con la forza quello che dovrebbe essere suo, perché non c’è niente che un Forsyte non possa comprare.

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Eppure, Soames è condannato a una vita di solitudine: Irene se ne va e si risposa col cugino, il ribelle Jolyon Jr; la sua seconda moglie, la giovane Annette, adempie al dovere di dargli un figlio e rimane distante e sfocata; perfino l’amatissima figlia, Fleur, finisce per innamorarsi del figlio di Irene e Jolyon, Jon, infilandosi nel cul de sac di una faida familiare che ha poco da invidiare a quello dei Montecchi e dei Capuleti.
Il triangolo amoroso tra Irene, Soames e Jolyon riflette la vicenda autobiografica dell’autore: Galsworthy brucia infatti di passione amorosa per Ada, moglie di suo cugino Arthur. I due sono amanti per quasi dieci anni, fino alla morte del padre dello scrittore; dopo la sua dipartita, Ada chiede il divorzio e i due possono finalmente sposarsi, allontanandosi però da una società bigotta che guarda di mal grado ai matrimoni finiti.

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Nonostante tutto, è difficile, nell’arco dei tre romanzi della saga – Il possidente (A man of property);  Nella ragnatela – In chancery, pubblicato anche col titolo Alla Sbarra da Mondadori nel 1939, nella traduzione di Elio Vittorini;  Affittasi (To let) – non provare pietà per Soames, erede dell’abbacinante filosofia dei Forsyte, secondo la quale essere è possedere, amare è possedere, e possedere equivale a non morire. I Forsyte si sentono immortali: provano shock e indignazione quando qualcuno di loro tira le cuoia, ma si consolano pensando al suo ricco testamento, sempre escogitato in modo che i beni siano vincolati ai Forsyte di sangue.

Tra di loro, Soames si muove con una sorta di ottundimento: non è brutto, non è illetterato, non è zoppo, non è sfigurato, ma non riesce a farsi amare. È ricco, in salute, ha una ricca collezione di opere d’arte, ma non possiede quell’altruistica devozione capace di ammetterlo al cospetto della Bellezza. Perfino la sua devozione per Irene, per Fleur lo condanna alla solitudine: devozione che confonde l’amore col possesso, senza volerlo, senza esserne consapevole.

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Il mondo solido, robusto, apparentemente intoccabile di Soames si sgretola poco alla volta: con la fuga di Irene e il successivo, lungamente ritardato divorzio; col matrimonio di Irene con Jolyon; con la morte dell’eterna regina Vittoria, il cui funerale segna il tramonto dell’epoca a lei intitolata, che ha sancito le libertà del possidente e ha canonizzato l’ipocrisia di un’intera società; col matrimonio della figlia Fleur, autocondannatasi ad un’unione senza amore dopo aver perso Jon, il figlio di Jolyon e Irene, per colpa di una faida che nessuno riesce a dimenticare.
Se non sono riuscita a provare simpatia per Irene, arroccata nel suo odio per Soames – non totalmente giustificato – e nell’autocommiserazione, ne ho provata tanta per Soames, l’infelice prodotto di un’epoca ormai al tramonto, il rampollo di una società che ha occultato I suoi valori sotto un velo di ipocrisia e di cupidigia. La sua costante tensione verso l’amore, nell’incapacità di capirlo, e verso la bellezza, nell’impossibilità di avvicinarsi ad essa, lo assolvono dal suo ruolo di cattivo, rendendolo un personaggio straordinariamente vulnerabile ed umano;  a mio parere, uno dei personaggi più belli e meglio riusciti della storia della letteratura.

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La saga dei Forsyte è completata da due racconti che Galsworthy definisce interludi: L’estate di San Martino, contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) e Risveglio (Awakening), che però non ho letto.
Ho letto i tre romanzi della saga in inglese; in italiano sono disponibili nella traduzione di Gian Daùli e in quella di Lucio Angelini per Newton Compton (che, a una prima ricerca, sembrerebbe fuori catalogo).
Le immagini che ho usato per il post sono tratte dalla serie omonima della PBS.

Soundtrack: Death of a ladies’ man, Leonard Cohen

Un’ora con… Ilenia Zodiaco di Con amore e squallore

La blogger che ospito oggi è sagace come una Serpeverde, determinata come una Grifondoro, obiettiva come una Tassorosso e amante del sapere come una Corvonero.

Il cappello parlante di Hogwarts avrebbe insomma difficoltà ad assegnarla a una singola casa in maniera definitiva – vero, Ilenia?

Potete trovare Ilenia sul suo blog e sul suo canale You Tube. Buona lettura!

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1) Con amore e squallore: come e perché?

Mi rendo conto che “Con amore e squallore” è un nome che porta con sé delle aspettative, ma è semplicemente il titolo del mio racconto preferito di Salinger, contenuto nella raccolta Nove racconti. L’ho scelto perché la protagonista del racconto, Esmé, è una bambina atipica, dotata di una grande impertinenza ma anche di una grande sensibilità nell’intuire la sofferenza degli altri. Mi piace pensare che questo sia il mio approccio alle storie contenute nei libri e non solo. Almeno questa era l’idea nella mia testa, non so se sono riuscita a trasmetterla.

2) Chi c’è dietro Con amore e squallore?

Il mio volto e la mia identità non sono poi così misteriosi, avendo un canale YouTube in cui non solo imbastisco lunghi monologhi su tutto lo scibile umano, ma parlo spesso anche della mia vita da studentessa fuorisede. In poche parole: sono una siciliana trapiantata a Milano. Quante volte avete già sentito questa presentazione? Mi sono laureata prima in Lettere Moderne e poi in Comunicazione per le imprese e i media. Adesso mando curriculum e medito un Master in Editoria (che nel frattempo Ilenia ha iniziato, ndr), ovvero penso a fantasiosi modi per suicidare la mia carriera. Sono per natura curiosa e credo fermamente che i libri siano il mezzo migliore per imparare ciò che non conosci. Se non so fare qualcosa, di solito, è tra le pagine di un libro che cerco.

Guardo troppe serie tv, amo molto camminare e nuoto come un pesce (ma senza il fisico della Pellegrini). Tutti rimangono stupiti dal fatto che ascolto il rap. Non è tutto qui ma l’essenziale c’è. Ah, dimenticavo. Io dico arancino, non arancina.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il grande Gatsby su tutto e tutti. Ad finem fidelis. Cosmopolis di Don DeLillo. L’isola di Arturo di Elsa Morante. Middlemarch di George Eliot. Colazione da Tiffany di Truman Capote. La macchia umana di Philip Roth. La boutique del mistero di Buzzati. Il giovane Holden. Ehi, aspetta ma quanti libri ci stanno su uno scaffale? Meglio fermarsi qui.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Ahimè, Madame Bovary. Sempre ad aspettarsi che il meglio sia altrove. Il bovarismo credo sia inevitabile, anche in percentuali minime, per qualunque lettore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Like a rolling stone. Sempre irrequieta, senza una direzione precisa, un po’ persa ma almeno non ci si annoia, il viaggio è parecchio eccitante.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Mi piace scrivere ma la mia idea della scrittura è ormai troppo alta perché possa immaginare di avvicinarmici seriamente, visto che le mie doti sono mediocri. E poi sono molto pigra ed incostante con le parole. Le amo, le odio, ne cerco sempre di nuove e per questo preferisco affidarmi spesso al parlato che allo scritto. La conversazione e il dialogo, in questo momento, mi appartengono di più.

So che può risultare confuso ciò che ho detto. Appunto. Per quanto riguarda la lettura, mi limito a dire che leggere ha cambiato la mia identità. Capisco che per molte persone non sia così ma lo è stato per me. Come penserei, cosa farei, chi sarei, se non avessi passato così tanto tempo dentro le menti di altri, è per me un’incognita.

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Il viaggio di Nabokov alla volta di Lolita

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Non è un segreto che Lolita, il capolavoro di Nabokov, sia per me uno dei libri più belli della storia della letteratura. A causa degli spinosi argomenti di cui tratta, è anche uno dei libri più fraintesi, più censurati, più boicottati, vittima di una campagna di odio basata su ipocrisia e fraintendimenti, a partire da questa celebre stroncatura comparsa nel 1958 sul New York Times, che lo definisce un libro depravato e disgustoso.

In realtà, Lolita è molto di più della vicenda narrata: è la storia di un viaggio, quello iniziato a partire dalla fuga di Nabokov e della sua famiglia dalla Germania nazista e continuato con la loro esplorazione della parte orientale degli Stati Uniti; è un’epopea linguistica, l’esplosione dell’inglese di Nabokov nel suo periodo più maturo e fecondo, imperitura testimonianza degli eleganti virtuosismi a cui il raffinato russo è riuscito ad arrivare; sopra ogni altra cosa, Lolita è un impietoso, impassibile spaccato della vita e della società americana quali si erano presentate ai Nabokov alla fine degli anni quaranta.

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Lolita nella bellissima edizione di The Folio Society

Se nei romanzi precedenti Nabokov aveva elaborato la sua personalissima visione della Russia e dell’Europa, il suo romanzo americano diventa anche una sorta di diario della scoperta e della rielaborazione degli Stati Uniti, che lo scrittore aveva tanto sognato fin da ragazzino.

Divorando chilometri, Stati, motel e galloni di benzina, Nabokov diventa più americano degli scrittori a stelle e a strisce: sicuramente li percorre più di un Fitzgerald, di uno Steinbeck o addirittura di un Kerouac, specializzandosi nell’esplorazione di stradine secondarie e sentieri meno trafficati, giungendo così a penetrare il cuore segreto e nascosto dell’America. C’è voluto un Russo, insomma, per confermare quello che Mark Twain già sapeva: l’America non è un luogo, è una strada. Il viaggio dei Nabokov attraverso l’America diventa così un tutt’uno con la folle corsa contro il tempo di Humbert e Lolita: una monumentale fuga attraverso quarantotto stati, tra anonimi motel e stradine isolate, per arrivare in New Mexico e riuscire a sposare l’irrequieta, infelice, languida ragazzina, che nel frattempo coltiva sogni e machiavellici piani di fuga.

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Quello dei Nabokov è quindi un sogno americano on the road, alla volta dei vari college che offrono allo scrittore incarichi temporanei: dopo un breve soggiorno al Wells college (Aurora, New York) e al Wellesley College (in Massachussets) la famiglia al completo (Vladimir, la fedele moglie e aiutante Vera e il figlio Dimitri) parte nel 1941 alla volta di Palo Alto, dove Vladimir avrebbe insegnato all’università di Stanford. Né Vladimir né Vera se la sentono di guidare: si affidano quindi alla guida di Dorothy Leuthold, studentessa di Nabokov.

Il loro primo viaggio on the road dura ben tre settimane: il sistema delle strade numerate è ancora relativamente recente, alcune di esse non sono nemmeno state asfaltate. Inoltre, i Nabokov fanno soste regolari e dormono ogni notte in un motel diverso. Gli anni Quaranta sono gli anni d’oro del motel, che si sostituisce all’hotel come simbolo del viaggio on the road per eccellenza. Sempre più persone viaggiano infatti in macchina, mentre gli hotel tendono invece a trovarsi in prossimità di stazioni ferroviarie. Il motel risponde invece alla necessità di fermarsi in un punto qualunque lungo la strada, quando si ha fame o inizia ad essere troppo buio o si è stanchi e si ha bisogno di riposare: Nabokov inizia ad appuntarsi i nomi di tutti i motel nei quali soggiorna, con tanto di rating (un precursore di Tripadvisor, insomma), e diventa un lettore assiduo delle guide e delle mappe dell’American Automobile Association.

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Il cuore dell’intero viaggio è per Nabokov la sosta al Grand Canyon, che gli permette di indulgere nella sua più grande passione: la ricerca e lo studio delle farfalle. I Nabokov alloggiano al Bright Angel Lodge, ora parte dei National Historic Landmark, una classificazione ufficiale attribuita a luoghi o monumenti considerati di interesse storico a livello nazionale. Il Bright Angel Lodge era stato restaurato dall’architetto Mary Colter, che si era ispirata allo stile degli Hopi, una popolazione Navajo stanziata in Arizona.

A Palo Alto, i Nabokov si stabiliscono a Sequoia Avenue 230, non lontano dal campus di Stanford. Qui Nabokov fa amicizia con Henry Lanz, un professore di origini finlandesi che, appena trentenne, a Londra, durante il caos della prima guerra mondiale, aveva sposato una quattordicenne. Nonostante Nabokov abbia sempre negato, Lanz potrebbe aver influito sulla nascita di Humbert Humbert, il tristo protagonista di Lolita, folle d’amore, di passione e di ossessione.

Dopo l’estate passata a Stanford, i Nabokov tornano on the road, alla volta della California e dello Yosemite Park, tappa obbligata per un amante della natura come Vladimir, che aveva già visitato il Great Smoky Mountains National Park, l’Hot Springs National Park e il Grand Canyon nel viaggio precedente. La famiglia si reca poi a New York e da lì a Boston, dove per sette anni riesce ad andare avanti, anche se a stento, grazie ad incarichi irregolari offerti a Vladimir dal Wellesleyan College. I Nabokov fanno una vita molto frugale, ma non risparmiano sull’istruzione di Dimitri, prediligendo scuole private che gli possano permettere un’immersione a tuttotondo nella lingua, nella cultura e nella società americana. Si stabiliscono quindi a Cambridge, all’ 8 di Craigie Circle, tuttora meta di pellegrinaggi letterari degli aficionados di Nabokov, e lo iscrivono alla Dexter School, dove, a detta di Dimitri, non gli insegnano solo Cicerone e Cesare, ma anche ad eccellere negli sport, a perfezionare la stretta di mano, ad essere un buon cittadino americano.

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Vladimir e Vera Nabokov

Anche l’americanizzazione dei coniugi è in corso: Vera fa domanda per il porto d’armi, adducendo la necessità di difendersi dai pericoli durante le battute di caccia entomologiche nei territori più aspri ed isolati.

Nel frattempo, Nabokov sperimenta un frustrante blocco dello scrittore, dovuto prevalentemente alla sua insoddisfazione nei confronti del suo livello d’inglese. Scrive a Edmund Wilson, critico letterario e amico di Nabokov fino alla pubblicazione di Lolita, che crea un solco tra i due artisti, di sentirsi pronto a scrivere qualcosa di grandioso, ma di non poterlo più fare in russo e non sentirsi ancora pronto a farlo in inglese. Nabokov ama profondamente il russo, che trova più immaginifico, intimo e poetico di qualsiasi altra lingua, in grado di rendere il mondo più luminoso e più affascinante. Per perfezionare l’inglese, Nabokov si butta a capofitto nella scrittura scientifica, sviluppando uno stile robusto e sicuro. Nel frattempo, le sue esplorazioni continuano nel Midwest e nel Sud, dove fa visita a una serie di campus che lo invitano a fare lezioni, scrivendo a Vera lettere piene di curiosità, incontri più o meno comici e sgomento nei confronti del razzismo esibito da abitanti di stati quali la Georgia o il South Carolina. Con Vera e Dimitri lo scrittore si reca invece nello Utah per passare l’estate in uno stabilimento sciistico a Sandy, vicino a Salt Lake City. Lo Utah entusiasma Nabokov: scrive di sentirsi nella terra delle aquile, lontanissimo da tutto e tutti, in un punto di osservazione privilegiato. Il figlio undicenne viene iniziato alla montagna e alle scalate, passione che, insieme a quella per le macchine da corsa, lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato a Cambridge, Nabokov continua a perfezionare il suo inglese, dedicandosi nel corso degli anni a minuziose traduzioni letterarie dal russo all’inglese (come quella di Eugene Onegin di Pushkin).

Nonostante tutti gli anni trascorsi nella East Coast, il cuore di Nabokov rimane ad Ovest: continua a studiare e a reinventare la sua America passando l’estate del ’46 in Colorado, con un Dimitri ormai tredicenne e ansioso di ritrovarsi all’aria aperta e dedicarsi a scalate e passeggiate.

Dopo il Colorado, i Nabokov partono alla volta della Cornell University, a Ithaca, Rhode Island, che sarà la loro base per ben undici anni. Durante gli anni alla Cornell, Nabokov scrive parti di Lolita, di Pnin e del suo memoir Speak, memory, oltre a una manciata di storie, poesie, traduzioni – tra cui quella di Eugene Onegin di Pushkin.

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Nabokov a Ithaca, NY, 1958

A Ithaca, Dimitri diventa un adolescente difficile, testardo, dedito a bravate, amante delle ragazze. Non a caso, Lolita ha la stessa età di Dimitri e, come lui, viene mandata in una scuola privata, la Beardsley School una caricatura di scuola privata che ricorda un po’ la Pencey del giovane Holden, ubicata in una località non meglio specificata nel New England.

La Beadsley ha assurde pretese posh e British e si vanta di essere molto avantgarde, attenta alla maturazione sessuale e sentimentale delle ragazze – uno dei crucci della preside, Miss Pratt, è che la piccola Lolita si mostra ostentatamente disinteressata nei confronti dal sesso, reprimendo quella che pare essere una curiosità morbosa. È probabile che per la Beardsley Nabokov si sia ispirato alla St Mark, una delle scuole frequentate da Dimitri, nei confronti della quale sia lui che Vera avevano espresso una viva insoddisfazione. Dimitri e le sue bravate ispirano anche quegli ormonali ragazzotti americani dalle cui grinfie Humbert è determinato a preservare la sua piccola Lo, che ha la capacità sorprendente di attaccare bottone con tutti i muscolosi, gelatinati avventori delle pompe di benzina.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov scrive Lolita nell’arco di di cinque anni, dal 1948 al 1953. La stesura è lenta, sofferta e piena di ripensamenti: più volte Nabokov tenta di bruciare bozze e appunti raccolti mentre Vera è al volante, affidando all’azione catartica del fuoco il materiale esplosivo che ha prodotto. La provvidenziale Vera impedisce la fatale distruzione, esortando risolutamente il marito a portare a termine l’opera, mentre sulla carta si delinea, sempre più chiaramente, la costruzione nabokoviana dell’America: un continente colonizzato dall’europeissimo Humbert, che si fa a sua volta colonizzare dal rossetto, dal profumo, dai giornalini e dalla musica di Lolita; un’America senza maschere e senza veli, così vera da dare concretezza e legittimità alla triste storia di Humbert e Lo, rivelata nelle sue contraddizioni e in quella stessa volgarità che conferisce a Nabokov, scrittore ormai americano, il diritto di smascherarla, scavando in argomenti scomodi, sordidi. Nabokov lo fa usando lo slang americano, respirando l’aria dei sobborghi, dei parchi nazionali, delle strade polverose, alla ricerca della giusta combinazione di verità e di clamore per fare breccia nell’immenso, inquieto pubblico americano; lo fa accompagnando Humbert e Lolita in un viaggio privo di speranza, nel quale vedono tutto e non vedono niente. Le sole cose che restano sono mappe piene di orecchiette, guide consumate e i laceranti singhiozzi della bambina, ogni notte, fino al sopraggiungere del sonno. Il viaggio, tra realtà e allucinazione, distrugge l’innocenza di Lolita e dell’America al tempo stesso, lasciando Humber Humbert solo e col cuore spezzato davanti alle desolanti conseguenze dell’irreversibilità del male e alla solitudine eterna.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov non è interessato a regalare emozioni al lettore, né a riempirgli la testa di idee: vuole regalargli brividi lungo la spina dorsale, vuole folgorarlo di piacere estetico, vuole incantarlo con la potenze della sua illusione creativa.

Lolita diventa così una parodia del male resa reale dal dolore; qualunque sia la reazione del lettore, non riesce a distanziarsene, perché riconosce in ogni pagine le piaghe e le contraddizioni di un’America più vera, più schietta.

Nell’economia delle peregrinazioni dei Nabokov/ di Humbert e Lolita, il Wyoming gioca un ruolo essenziale: lo scrittore vi fa ritorno per la terza volta nel 1952, tra i camion decorati di luci come enormi, allucinogeni alberi di Natale e le gigantesche balle di fieno. I Nabokov alloggiano nell’ormai defunto Lazy U Motel a Laramie, prima di approdare a Riverside, un polveroso villaggio con un garage, due bar, tre motel e una manciata di ranch, a un miglio dalle strade polverose e dai marciapiedi di legno della vetusta Encampment, odorosa di abbandono.

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Afton, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Nabokov passa il 4 luglio 1952 a Riverside, tra i festeggiamenti per l’Independence Day, che rieccheggiano in Lolita: durante la fuga, l’europeissimo Humbert osserva con costernazione e stupore il gran numero di fuochi d’artificio, dei quali ignora la causa.

Da lì i Nabokov proseguono alla volta di Dubois, cittadina che, secondo Landon Y. Jones, sarebbe servita da ispirazione a Nabokov per la cittadina fittizia di Ramsdale (lo scrittore si sarebbe ispirato a Ramshorn, una strada molto rafficata e costellata di motel).

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Riverside, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Ramsdale avrebbe così dato  i natali a Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo, a Lola in pantaloni, a Dolly a scuola, a Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita, conclude un Humbert ebbro d’amore e di ossessione: e resterà sempre Lolita nell’immaginario collettivo, richiudendo in il mistero della sua oscena innocenza, del suo fascino perverso, della sua capacità di seduzione troppo grande per i suoi anni e per la sua piccola vita.

Quello di Lolita è un mistero insolvibile, impossibile da ridurre a chiavi di lettura quali il femminismo o la pedofilia, l’amore o la follia, il disgusto o l’adorazione; è un segreto vasto e profondo quanto l’intera America, destinato a continuare a incantare e depistare il lettore, trascinandolo con sé per le rosse strade polverose dello smisurato, camaleontico, impenetrabile West, regalando a Humbert Humbert e a Lolita, la coppia peggio assortita e più infelice della storia della letteratura, l’unica immortalità alla quale avrebbero mai potuto ambire.

Per saperne di più:

Nabokov in America: On the Road to Lolita, Robert Roper, Bloomsbury USA

On the Trail of Nabokov in the American West, Landon Y. Jones, The New York Time

Lolita, Vladimir Nabokov, Adelfi edizioni, trad. a cura di G. Arborio Mella

– Lolita, Vladimir Nabokov, edizione The Folio Society

Soundtrack: la colonna sonora composta da Ennio Morricone per Lolita di Adrian Lyne, con Dominique Swain nei panni dell’immortale ninfetta e Jeremy Irons in quelli del tristo Humbert Humbert

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Jeremy Irons e Dominique Swain in Lolita (1997)

Il cibo nei romanzi di Jane Austen

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

I romanzi e le lettere di Jane Austen sono cosparsi di riferimenti a pietanze, cene, picnic, tè, che riflettono le abitudini, il carattere, i sentimenti, le ambizioni, le ansie, le piccolezze della costellazione di personaggi che animano il suo mondo. Tuttavia, si tratta di riferimenti spesso esigui: se le eroine della Austen sono spesso troppo prese dal turbine di eventi – romantici e non – che le coinvolgono per raccontarci cosa hanno mangiato o i loro cibi preferiti, zia Jane sopperisce a questa mancanza di informazioni con le più dettagliate descrizioni presenti nelle sue lettere, che contribuiscono a farci capire l’importanza che la società georgiana (specie i ceti sociali più alti) attribuisce a cosa si mangia – e a quando lo si mangia.

Nelle sue lettere, Jane si dimostra interessata alla vita domestica a tuttotondo, descrivendo pasti, pietanze, ghiottonerie ricevute in regalo da parenti e amici. La sua prima casa, Steventon Rectory nello Hampshire, la inizia alle dolcezze della vita rurale: suo padre è uomo di chiesa e fattore, dedito all’allevamento di maiali e mucche. Sua madre si occupa del pollame, della produzione di latte, dell’orto e del giardino. La famiglia Austen riesce così ad essere autosufficiente, con l’eccezione di beni quali caffè, tè, arance, limoni e spezie. A venticinque anni, Jane si trasferisce con la famiglia a Bath, e le sue lettere iniziano a fare riferimento alla difficoltà di trovare latticini e carne di qualità – nonché all’annoso problema dei prezzi.

Tra i contributi più significativi, si annoverano senza dubbio quelli che arrivano da Martha Loyd, intima amica di Jane e sua sorella Cassandra che nel 1805 – dopo la morte del padre – va a vivere con le due sorelle e la madre, prima a Southampton, poi in un cottage a Chawton, nello Hampshire. È proprio a Chawton che Martha Lloyd inizia a compilare il suo libro di ricette, regalandoci così un’interessante, variegata panoramica delle pietanze che Jane consuma con la famiglia e gli amici. Dai suoi scritti, il cibo emerge anche come elemento di identificazione sociale: la gentry, che in periodo georgiano è in piena ascesa, mira infatti a differenziarsi dalle classi inferiori, adottando la moda di pranzare – e soprattutto cenare –sempre piu tardi. Se ci si alza tra le sei e le otto, la gentry inizia a fare colazione dalle nove in poi.

A colazione si servono tè, caffé e cioccolata, pane e panini caldi e freddi, torte, pound cake (così chiamata perché si prepara con un pound di burro, uno di zucchero, uno di farina e uno di uova), pane tostato con burro, buns (Jane Austen scrive alla sorella Cassandra il 3 gennaio 1801 dicendole di essersi rovinata lo stomaco con i Bath buns, ricchi di burro e di zucchero) e Sally Lunn Buns, un incrocio tra panino e brioche.

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

In Northanger Abbey, Catherine, ospite dei Tilney a Bath, rimane impressionata dalla quantità e dalla raffinatezza dei cibi serviti a colazione: tra i suoi preferiti campeggiano la cioccolata calda e la brioche, di cui parla a profusione una volta rientrata a casa, tanto che sua madre la sgrida, convinta che il soggiorno dai Tilney le abbia messo in testa ingiustificate idee di grandezza. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea del banchetto dei Tilney: tra i cibi che le vengono offerti figurano cioccolata, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La colazione diventa più consistente per lavoratori e viaggiatori: prima di lasciare Mansfield Park per recarsi a Londra, William Price mangia maiale e mostarda e Henry Crawford uova sode.

Il pranzo è un’innovazione vittoriana, introdotta quando la cena viene posticipata dal pomeriggio alla sera; tuttavia, è presente anche in epoca georgiana, seppure non abbia un nome né una fascia oraria fissa. In Orgoglio e pregiudizio, quando Lydia e Kitty vanno incontro a Jane e Lizzie di ritorno da Londra, si fanno offrire da loro un pranzo freddo al George Inn, a base di carne e insalata.

Come ci ha insegnato Downton Abbey (anche se ovviamente parliamo di momenti storici molto diversi), cambiarsi prima di cena è un momento topico per le signore della casa, che richiede circa un’ora, ma arriva anche a un’ora e mezzo nel caso di Miss Bingley e Mrs Hurst in Orgoglio e pregiudizio. La cena è infatti il momento per mettere in mostra la propria toeletta, i vestiti e le acconciature più alla moda; anche gli uomini cambiano d’abito, specie dopo battute di caccia o altre escursioni all’aria aperta.

Tè, caffè e dolci vengono serviti circa un’ora dopo la cena, una volta che i signori hanno bevuto il loro porto, fumato i loro sigari e si sono ricongiunti alle signore. Se la cena ha luogo in campagna, ci si intrattiene giocando a carte, suonando o improvvisando un ballo, mentre in città si va a teatro e si cena intorno alle nove. La cena può essere estremamente semplice e consistere di pane e formaggi o un assortimento di piatti freddi, oppure arrivare ad essere una cosa seria, un pasto di varie portate calde servite alla francese: tutte le pietanze della prima portata vengono servite insieme, con il pesce e la zuppa ai due capi della tavola.

In Orgoglio e pregiudizio, la signora Bennet invita Mr Bingley, con un misto di pretese di grandeur e accenni ad un’intimità che spera si sviluppi presto, a una cena in famiglia. L’invito si concretizza solo alla fine del libro, e la signora Bennet si rivela decisa a servire due portate. Potrebbe sembrare una soluzione modesta, al ribasso, che cozza con le sue pretese di grandeur: in realtà, una portata singola nel periodo georgiano arriva ad occupare l’intero tavolo, in un tripudio di zuppe, pesce, arrosti, torte, fricassee, ragù. Può essere seguita da una seconda portata di dolce e salato e dal dessert (frutta, frutta secca e sweetmeats, per i quali non serve un cambio di coperto). Non si tratta ovviamente di una modesta cena in famiglia, che avrebbe più verosimilmente un’unica portata: la struttura della cena ha un valore allusivo – come spesso succede con le scene di cibo nei romanzi della Austen – e riflette le mire espansionistiche di mamma Bennet, decisa ad avere Bingley come cognato a qualsiasi costo, anche quello di far beccare alla sua primogenita, la bella Jane, un brutto raffreddore pur di far sì che venga ospitata a casa dell’amato. La cena a casa Bennet riassume quelle che sono le patate bollenti della perfetta ospite georgiana: fare bella figura con i vicini più altolocati, stabilire la propria posizione sociale servendo selvaggina e cacciagione, le pietanze dei signorotti della gentry, e introdurre una nota di raffinatezza facendo l’occhiolino ai cuochi e alle pietanze francesi.

Sempre in Orgoglio e pregiudizio compare una misteriosa zuppa bianca, una pietanza apparentemente laboriosa e di lunga preparazione (Bingley, in procinto di organizzare un ballo a Netherfield, affida la tempistica alla preparazione della zuppa bianca della sua governante, la signora Nicholls; solo quando quest’ultima avrà preparato zuppa a sufficienza Bingley potrà mandare gli inviti). La zuppa bianca ha posto non pochi grattacapi ai traduttori del romanzo, a partire dalla prima traduzione di Giulio Caprin del 1932, dove la Nicholls diventa Nicolò e la zuppa la sua barba bianca. Vi rimando a questo articolo di Giuseppe Ierolli per le ulteriori peripezie della zuppa bianca nelle varie traduzioni del romanzo.

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White soup  – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Emma è il romanzo che contiene maggiori riferimenti al cibo, che assume anche una funzione di coesione sociale all’interno della comunità in cui la protagonista vive. Offrire cibo a chi ne ha più bisogno è l’atto di carità cristiana più naturale ed immediato, l’elemento che avvicina le famiglie più abbienti a quelle bisognose: la condivisione diventa così uno dei motori che tengono insieme il tessuto sociale dell’universo dei romanzi austeniani.

Le due signorine Bates, probabilmente i personaggi meno abbienti descritti dalla Austen, ricevono, cucinano e condividono vettovaglie con una gratitudine e una generosità tale che il loro amore per il cibo arriva incensurato al lettore. Sono estasiate oltre ogni dire quando il signor Woodhouse regala loro un pezzo di maiale o Knightley le omaggia di un sacco di mele; commentano con eccitazione i diversi modi in cui hanno intenzione di cucinare il maiale e condividerlo con i vicini, e cercano una soluzione per usare le mele in modo tale da stuzzicare il capriccioso appetito dell’elusiva nipote, Jane Fairfax.

Le due signorine non possiedono un forno, quindi mandano pane e torte a cuocere da Mrs Wallis, la panettiera del vicinato.

La frutta è uno dei simboli più forti nei romanzi della Austen, emblema di prosperità e di felicità per le sue eroine – basti pensare alla frutta in serra di cui Elizabeth godrà a Pemberley, alle fragole di Knightley a Downell Abbey, alla frutta secca presente in abbondanza nella torta nuziale della novella signora Weston, che pone all’ipocondriaco padre di Emma il dilemma della sua difficile digestione; la stessa Jane scrive alla sorella Cassandra nell’ottobre 1815 “good apple pies are a considerable part of our domestic happiness”, le torte di mele sono un elemento integrante della felicità domestica: e come darle torto?

Se tutto questo parlare di cibo vi ha messo fame e volete cimentarvi a preparare alcune pietanze in salsa Regency, ecco due ricette gentilmente offerte da Sigrid de Il Cavoletto di Bruxelles, che per l’occasione ha indossato crinoline e cuffietta e ha ricreato in cucina lo spirito dei romanzi di zia Jane, scattando anche tutte le foto presenti nel post.

Correte a indossare le vostre toelette migliori, e buon appetito!

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Sally Lunn Buns

Questi panini, che sono un delicato incrocio fra panino e brioche, eterei a sufficienza per sposarsi con burro e marmellata senza che l’insieme risulti altro che delizioso e leggero, a quanto pare arrivano da Bath, UK, dove li avrebbe sfornati per prima una fornaia francese, Solange Luyon. Contrariamente alle classiche brioche francesi, l’impasto delle Sally Lunn non è appesantito o arricchito con tanto burro, contiene invece della panna, che rende i panini più golosi e ricchi del pane classico, ma in un modo diciamo discreto e appena percettibile. Ho realizzato questi panini utilizzando la Pasta madre, riporto qui sotto entrambi i procedimenti, sia per il lievito di birra che per la lievitazione naturale.

Per 12 panini

farina 00 225g

farina manitoba (o 00) 225g

panna fresca 280ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

lievito di birra granulare 7g

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Se usate il lievito di birra a cubetto scioglietelo nella panna che tiepida. Mescolare la farina con il lievito granulare, la vaniglia, il sale e lo zucchero. Versare, in mezzo, le uova e la panna, e impastare per circa 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, coprire con della pellicola e lasciar lievitare in luogo tiepido per circa 2 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 45 minuti.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.

Per la versione con il lievito madre:

Lievito madre (100% idratazione) 230g

farina 00 175g

farina manitoba (o 00)175g

panna fresca 155ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Mescolare le farine con la vaniglia, lo zucchero e il sale, aggiungere le uova, il lievito madre e la panna tiepida. Impastare per 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, sistemarla in una ciotola di ceramica, coprire con della pellicola e lasciar lievitare a temperatura ambiente per circa 2 ore. Trasferire in frigorifero e lasciar riposare per 12 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 4-5 ore.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.
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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

White soup

Di base ho usata la ricetta del Telegraph, con qualche piccola modifica.

Pensavo di ammodernare il tutto usando del brodo pronto fino a quando ho capito che lo charme e nutrimenti di questa zuppa proviene proprio dal brodo fatto in casa, quindi alla fine, per quanto possa sembrare lungo e noioso (nemmeno tanto in realtà), il brodo di carne va fatto dal principio. L’altra piccola modifica che ho apportata è che invece di legare la zuppa con del pane, ho usato della brioche (questo perché mi piaceva molto l’idea del contrasto fra il brodo ricco e sostanzioso, e poi le aggiunte cremose e dolci (panna, mandorle) che si fanno prima di servirlo. Ho resistito, contrariamente alle indicazioni del Telegraph, a rimettere la carne bollita nella zuppa: non credo che all’epoca si fosse fatto, credo che il punto di questa zuppa sia proprio di sembrare delicata e sensibile ma di avere nel contempo una robusta sostanza nascosta (molte proprietà nutrienti della carne si trovano ormai nel brodo) quindi aggiungerci la polpa bollita sembrava cosa rozza da fare (puoi invece usare la carne, tritata con pane, uova, patate bollite, formaggio e buccia di limone per fare delle ottime polpette di bollito alla romana ;)) Nell’insieme, zuppa gradevole e elegante, una bella scoperta, grazie Jane! 😉

Polpa di vitello 400g

pancetta 50g

sedano 2 coste

cipolla 1

carote 2

grani di pepe 10

un cucchiaio di sale

un mazzetto di erbe fresche (ho usato origano, salvia, timo e alloro)

Tagliare tutti gli ingredienti grossolanamente, sistemarli dentro una pentola capiente, coprire con dell’acqua fredda, poi portare a ebollizione. Lasciar sobbollire il brodo per 2 ore circa, poi filtrare il tutto, mettere da parte la carne di vitello e buttare il resto. Lasciar riposare il brodo al fresco per una notte.

Mandorle spellate 100g

brioche 2 fette

panna 3dl

tuorlo 1

Il giorno dopo, togliere le eventuali impurità in superficie del brodo. Versarlo dentro una pentole, aggiungere le mandorle e la brioche, e portare a abolizione. Lasciar cuocere piano per 30 minuti. Frullare con il frullatore a immersione, poi filtrare di nuovo in modo da eliminare le mandorle e il pane non sciolto. Riversare nella pentola e portare a ebollizione. Poi, a fiamma bassissima, aggiungere la panna nella quale avrete sciolto il tuorlo, mescolare con un cucchiaio di legno per qualche minuto, senza far bollire. Spegnere, aggiustare sale e pepe, e servire subito.

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White soup – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

 

Per saperne di più

Il Calendario dell’Avvento Letterario: regali filosofici

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Vittoria di La filosofia secondo baby P, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’#AvventoLetterario, arricchendolo ogni giorni di spunti, curiosità, parole, storie. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei anche ringraziare tutti voi che ci avete letto/condiviso/commentato ogni giorno, e Paola Chiesa che ha parlato di noi su La Stampa.

Vi auguro un felicissimo Natale tramite l’immenso Leonard Cohen (nella mia testa, l’intero calendario è dedicato a lui, per ovvi motivi. Grazie delle parole, grazie della musica, Leonard. Grazie, sempre.)

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Il rasoio di Ockham.

Ockham, sostenitore dell’empirismo, mise in atto un principio economico che riducesse tutte quelle nozioni metafisiche che non facevano altro che complicare la vita.

Il rasoio è uno strumento unisex che taglia in maniera definitiva menzogne e illusioni: zac a amore eterno, corpo perfetto, anima bella. Resta il mondo quale è, quello in carne e ossa, quello con gli amori che vanno e vengono, con le cosce a materasso e le anime perdute.

Il mondo quale è va preso quale è: non c’è nient’altro da chiedere.

 

Il tacchino induttivista.

Russell raccontava la storia di un tacchino a cui veniva dato da mangiare sempre alle nove del mattino. L’animale, giorno dopo giorno, concluse, tramite l’osservazione dei casi particolari, che  “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. L’inferenza del tacchino fu smentita la mattina della vigilia di Natale.

Il tacchino, dunque, oltre che possibile piatto di portata per la cena di Natale, è un valido argomento contro la pretesa induttivista di fornire regole universali partendo da casi particolari. Se, per esempio, tutte le mie amiche con figli hanno enumerato, all’alba dei cinque anni, la genialità dei propri bambini in qualcosa (legge all’incontrario, vibra il violino come uno tzigano ungherese, fa la trottola sui pattini a rotelle fino a scomparire), non è detto che anche mia figlia si esibisca in un numero simile. Lei sa solo ridere con le ciglia e baciare con i piedi.

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Il cielo stellato sopra di me.

Passata la moda della stella, è ora di regalare il cielo intero, con tutte le sue stelle e i suoi pianeti e, forse, gli extraterrestri.

Il cielo stellato, suscitando venerazione per la sua grandiosità, restituisce l’idea di un’umanità piccola e insignificante (da una parte noi, le nostre lampadine, le nostre idee; dall’altra le stelle);  eppure siamo qua, ad ammirarlo.

 

Una bacinella.

A volte l’anima si mette a fare un grande bucato di pensieri: si riempie d’acqua saponata, simile a una bacinella, e lava tutto a mano, perché i pensieri sono capi delicati.

Domande marcescenti, e risposte da stendere. Rilavaggi continui dei pensieri, quelli più ostinati trattati a 90 gradi. Visioni piene di macchie. Risciacqui vigorosi. Generose dosi di ammorbidente. Sfregamenti di idea contro idea. Teorie sulla vita lasciate in ammollo.

Il lavaggio dei pensieri è un’operazione lunga e ostinata, i pensieri sempre sporchi.

L’anima vorrebbe esondare, gonfiare di felicità, ma non ci riesce; non può, i pensieri la trattengono dentro quell’acqua stagnante. Deve imparare a ristagnare. A rassegnarsi alla sua forma quando non sa essere null’altro che una bacinella di plastica.

Poi, a un certo punto, arriva la vita – con le ciabatte e lo scopettone, impaziente di sciogliere i pensieri – e getta in strada quell’acqua stagnante. Fluisce di nuovo.

 

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Un giocattolo anti borghese.

Barthes criticava i giocattoli moderni in quanto significano sempre qualcosa, qualcosa che rimanda al mondo degli adulti, a un destino segnato (sarai medico come il nonno, chef come quelli della TV, professoressa come la mamma). Il bambino si limita a utilizzare questo mondo già fatto: “gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia”. Via il set della dottoressa Peluche, gli utensili da piccolo chef stellato, il kit della professoressa con la matita rossa e blu. Il vestito di Frozen, no, dice mia figlia, perché non condizionerà affatto il suo futuro ruolo di principessa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: il sogno di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Pino di I fiori del peggio

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Sull’onda della richiesta sempre più pressante, da parte di cittadini e istituzioni, di un sistema di controllo della qualità delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione, un solerte burocrate, non si sa se per odio o paura dei libri, aveva pensato bene di estenderne gli effetti anche al mercato editoriale e aveva perciò scritto i dieci articoli dal 48 al 53 del Capo XVIII del Trattato Intercontinentale per il Controllo e la Verifica delle Fonti Informative (Tr.I.Co.Ve.F.I.), che conteneva le Misure per il contrasto della pubblicità ingannevole. Gli articoli in questione così recitavano:

Articolo 48

Al fine di contrastare la pubblicità ingannevole e la diffusione di informazioni non verificabili sulla qualità delle opere pubblicate, e garantire a tutti gli operatori uguali opportunità di accesso al mercato editoriale e le condizioni per una concorrenza leale, è fatto obbligo a tutti i Paesi aderenti di pubblicare le opere editoriali senza alcun riferimento all’autore, al titolo e alla casa editrice e utilizzando copertine prive di qualsiasi immagine.

Articolo 48 bis

Le opere soggette all’obbligo di cui al precedente articolo sono quelle la cui data di prima pubblicazione è successiva alla data di ratifica del presente Trattato.

Articolo 48 ter

Al fine di evitare possibili associazioni a una Casa editrice sulla base della grafica o del carattere utilizzato per la stampa, i libri dovranno essere commercializzati esclusivamente con copertine in brossura di colore corrispondente al codice Pantone 408 e stampati utilizzando il font Arial.

Articolo 48 quater

In tutti i Paesi aderenti il titolo del libro sarà sostituito dall’International Serial Book Number (ISBN)

Articolo 48 quinquies

La seconda, terza e quarta di copertina potranno essere utilizzate esclusivamente per riportare la sinossi dell’opera. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’articolo 52, le Case editrici dovranno evitare qualsiasi riferimento dal quale si possa risalire all’identità dell’autore dell’opera.

Articolo 49

L’obbligo di cui all’articolo 48 ha una durata di cinque anni dalla data di prima pubblicazione, termine trascorso il quale le opere potranno essere pubblicate in chiaro.

Articolo 50

Al fine di garantire il rispetto di quanto previsto dagli artt. dal 48 al 49, per la stampa delle opere le case editrici dovranno avvalersi esclusivamente di Centri Stampa accreditati dai singoli Paesi aderenti.

Articolo 51

Fatta salva la possibilità da parte delle Case editrici di stringere accordi contrattuali di tipo privatistico con i singoli autori, i diritti d’autore sulle singole opere, calcolati sulla base della normativa vigente nei singoli Paesi aderenti, saranno corrisposti sulla base dei volumi di vendita effettivi nel periodo di cinque anni di cui all’articolo 49.

Articolo 52

Qualsiasi violazione a quanto sopra disposto comporterà una sanzione a carico della singola Casa editrice di importo non inferiore ai 20 milioni di euro o valuta equivalente al cambio vigente alla data di ratifica del presente Trattato. L’importo dovrà essere applicato per ogni singola infrazione.

Articolo 53

La vigilanza sul rispetto di quanto previsto dagli articoli dal 48 al 52, è di competenza dei Paesi aderenti.

La perversa fantasia del legislatore, peraltro, non si era limitata alle oltre ottocento pagine di cui si componeva il Tr.I.Co.Ve.F.I., visto che al trattato erano allegate migliaia di pagine di complicatissimi regolamenti attuativi che avevano affrontato ogni minimo aspetto applicativo della norma, rendendo di fatto impossibile ogni deroga o scappatoia.

Eppure quando, secondo i diversi fusi orari, alla mezzanotte del 25 dicembre del 2016 il Trattato venne ratificato contemporaneamente da 203 Stati mondiali (mancavano all’appello solo l’Ossezia del Sud, la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk), il mondo che gravitava attorno ai libri aveva ostentato una certa tranquillità, ritenendo che addetti ai lavori e semplici lettori si sarebbero ben presto adattati alle novità introdotte dalla legge. In fondo, si sosteneva, titolo, autore ed editore erano solo dettagli di cui si poteva fare a meno: nel giro di pochi mesi tutti avrebbero acquisito la stessa abilità di un esperto sommelier messo alla prova in una degustazione alla cieca perché la qualità delle opere avrebbe parlato da sola.

Le cose non andarono proprio così.

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I primi a manifestare segni di sofferenza furono gli uffici editoriali addetti alla “creazione dei casi editoriali”, visto che non era più possibile lanciare un libro vantando l’anticipo milionario con cui l’editore X lo aveva acquistato, e per due ottimi motivi: innanzitutto non si poteva nominare l’editore che aveva anticipato, né lo scrittore che aveva ricevuto l’anticipo, e neanche il titolo del libro; e poi nessuna casa editrice si azzardava più a sborsare cifre a sei zeri sapendo di non poter contare sul battage degli osannanti marchettari a libro paga.

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Subito dopo furono le centinaia di festival/fiere/saloni del libro in giro per il mondo a dover fare i conti con il Tr.I.Co.Ve.F.I., e in particolare con il fatto che gli stand erano tutti uguali e che, quindi, era inutile e antieconomico continuare ad allestirli (sia i saloni che gli stand). Nessuno, a parte i direttori (dei saloni), ne sentì la mancanza.

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Fu poi il turno delle recensioni che, sia sulla carta stampata che online, iniziarono a essere sempre più vaghe e anodine fino a diventare un esercizio di “cerchiobottismo estremo”, per evitare di incensare troppo un’opera che cinque anni dopo poteva essere attribuita a Flavio Dolo oppure, all’opposto, stroncare un opera che ex post si sarebbe scoperta “fondamentale”, perché scritta da Alberto Sariano. Si narrava, addirittura, che lo scrittore Paolo Pizziroli fosse stato colto da malore perché non riusciva più ad appioppare a un libro la sua prediletta definizione di “opera mondo”. Nonostante il massimo delle cautele, tuttavia, si verificarono diversi incidenti come quando, alla scadenza del primo lustro di applicazione del trattato, si scoprì che un libro di cui non aveva parlato nessuno (un indigeribile polpettone noto fino ad allora come “978-3807072881”), era in realtà “Il cartellino” di Don Tartina (vincitore per due volte del premio Pallitzer, per questo soprannominato “du’ Pallitzer”). Nonostante i tentativi di recupero fuori tempo massimo (come quello di Manola Laboria che lo definì: “una imperdibile parabola sul disagio della modernità ambientata nello spietato mondo dei travet”) i lettori non abboccarono e il libro vendette pochissimo.

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A causa delle difficoltà nel recensire i libri, anche i supplementi culturali dei quotidiani furono costretti a drastiche cure dimagranti, riducendosi a un paio di pagine, occupate per gran parte da illeggibili classifiche (i titoli erano tutti composti da serie di tredici numeri) e per il resto da brevi recensioni che, si favoleggiava, fossero in realtà frutto di un algoritmo computerizzato che assemblava associazioni più o meno sensate di sostantivi e superlativi. Inutile aggiungere che nessuno, a parte chi ci scriveva, ne sentì la mancanza.

Anche i premi letterari entrarono in crisi. Il premio Sbraga inventò il “premio condizionale postumo”, che veniva assegnato con cinque anni di ritardo rispetto alla data di pubblicazione con la dicitura “Il libro che avrebbe vinto il premio Sbraga cinque anni fa”. Tuttavia, quando gli editori si accorsero che l’assegnazione di questi riconoscimenti non aveva più alcun effetto sulle vendite, cessarono di interessarsi ai premi e i premi, semplicemente, cessarono di esistere. E anche in questo caso nessuno, a parte le giurie e i presidenti (dei premi), ne sentì la mancanza.

Pure le trasmissioni televisive dovettero smettere di parlare di libri. Particolarmente colpiti furono Lorenzo Formica e Dario Dazio, costretti a riservare il loro campionario di iperboli e di incenso solo a film e dischi, almeno fino a quando il Tr.I.Co.Ve.F.I. non avesse regolamentato pure quelli.

Le noiosissime presentazioni (e gli ancora più noiosi reading) nelle librerie, poi, scomparvero quasi del tutto.

Le conseguenze sul mondo dei social non furono meno eclatanti. Qualche account si salvò specializzandosi sui classici, ma molti altri furono completamente spiazzati. Fra i creatori compulsivi di hashtag, ci fu chi pensò di cavarsela proponendone uno “omnibus” (il celeberrimo #AdMinchiam), ma ben presto venne abbandonato dai suoi follower e, soprattutto, dalle case editrici che non potevano più contare su un ritorno pubblicitario a costo zero. Anche i blogger che postavano in continuazione foto con i libri omaggio o in anteprima ricevuti da questo o quell’editore non sapevano più che fare, visto che i pieghi di libri erano ormai anonimi (come i libri in essi contenuti). Il problema si risolse da sé quando i mittenti si accorsero che i destinatari non potevano più umettarne a dovere le terga e smisero di inviare copie omaggio. In questo modo anche i blogger dovettero comprare i libri come tutti i comuni mortali.

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Eppure, alla lunga, gli effetti di tutto questo non furono del tutto negativi, anzi.

Innanzitutto le case editrici dovettero ricominciare a fare il proprio lavoro, selezionando con attenzione i libri da pubblicare e stampandoli con più cura. Furono perciò costrette a valorizzare (e retribuire adeguatamente) il lavoro degli scout, degli editor e dei traduttori. Il risultato fu che si stamparono molti meno libri e che questi raramente superavano le trecento pagine (a questo proposito si narra che Leonardo Albernati fosse quasi impazzito al ventesimo rifiuto della sua “La scuola mormonica” che non riusciva a tagliare al di sotto delle quindicimila pagine e fu costretto a ricorrere al self publishing – anonimo anche quello, peraltro). E anche i lettori, che non perdevano più tempo a twittare hashtag o postare foto di copertine/presentazioni/saloni/festival/inserti culturali, lessero molto di più.

Insomma, la perfidia di un invisibile burocrate aveva prodotto un risultato assolutamente inaspettato e paradossalmente rivoluzionario: per parlare di un libro era diventato indispensabile averlo prima letto.

E adesso scusate, ma devo andare: è ora che prenda le pillole che mi ha dato il dottore.

Buone feste a tutti.

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