Il Calendario dell’Avvento letterario #14: uno stupido angelo

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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Quando avevo otto anni fui allontanata dal coro perché cantavo, a squarciagola, due toni più alti “Tu scendi dalle stelle, coi pattini a rotelle”. Le insegnanti trovavano blasfemo scherzare su Gesù. Ho imparato che gli scherzi e l’ironia su alcuni argomenti – il sesso, la religione, la politica – non sono apprezzati da tutti. Esistono poi delle persone che detestano il linguaggio gergale e non lo trovano divertente: a me, invece, una parolaccia, inserita nel contesto giusto, fa ridere.

Se siete tra coloro che pensano che non si può scherzare di tutti gli argomenti e se siete tra coloro che pensano che le parolacce siano espressioni infantili prive di ironia, smettete di leggere. Il libro di cui sto per parlarvi non vi piacerà.

A rafforzare ciò che ho scritto sopra aggiungo l’avvertenza dell’autore, stampata a pagina nove: “Se state comprando questo libro come regalo per vostra nonna o per un ragazzino, sappiate che contiene parolacce, gustose descrizioni di cannibalismo e quarantenni che fanno sesso. Poi non date la colpa a me. Io vi ho avvisato”. Ecco, come immagino il Natale 2017.

Uno stupido angelo – Storia commovente di un Natale di terrore è scritto da Christopher Moore e pubblicato in Italia da Elliot Editore. Il romanzo, non il migliore di Mooore, ve lo dico subito, è nato dalla domanda di Mike Spradlin, un amico dello scrittore.

“Sai, dovresti proprio scrivere un libro sul Natale”

“Che genere di libro?”

Ha replicato “Non lo so. Forse il Natale a Pine Cove o qualcosa del genere”

Al che ho risposto “Okay”.

Uno stupido angelo è il terzo romanzo di Moore ambientato a Pine Cove, una cittadina inventata della California, non è il posto natalizio per eccellenza. Intanto a dicembre ci sono venti gradi e poi le palme, gli uragani, i surfisti e le bionde californiane in bikini non fanno atmosfera classica. All’inizio di questo romanzo, però, la cittadina di Pine Cove e i suoi abitanti sono ugualmente impegnati nelle decorazioni natalizie. In particolare, un’ex moglie decide di rubare un pino dal bosco di pini del suo ex marito, ma, tagliando l’albero con la motosega, provoca un incidente: uccide Babbo Natale. Ad assistere a questa scena è Josh, un bambino molto preoccupato dell’omicidio e di saltare il Natale.

Josh prega per chiedere un aiuto dal cielo. La sua preghiera purtroppo viene ascoltata da Raziel, l’angelo più stupido del Paradiso, inviato sulla terra per la missione del Natale.

Raziel (già apparso nel romanzo Il Vangelo secondo Biff) deve trovare un bambino ed esaudire il suo desiderio. Raziel fa irruzione a casa di Josh e si fa spiegare per filo e per segno cosa è successo. L’unico problema è che il bambino non sa indicare bene dove è sepolto il corpo e si limita a tracciare un’area che comprende anche la cappella dove si svolgerà la festa degli scompagnati e il cimitero locale.

Il resto è un delirio di massa che comprende un pilota di elicotteri dell’antidroga e il suo pipistrello della frutta (Roberto, il mio personaggio preferito), la psichiatra locale, il suo fidanzato, un biologo del comportamento, e tutti i residenti del cimitero di Pine Cove. Insomma: ci sono gli zombie che si svegliano e cosa fanno? Vanno all’IKEA.

Personaggi grotteschi, fuori di testa, mai banali mettono in scena una parodia della vita quotidiana. Moore ama mostrare il lato sordido: dietro a ogni perfetta storia d’amore c’è uno psicofarmaco che tiene insieme le persone, dietro ad un successo professionale c’è anche una botta di culo, dietro ad amicizie lunghe una vita c’è una bella dose di ipocrisia… La festa di Pine Cove finisce con un po’ di droga aggiunta nel punch, e la città, allucinata, dovrà fare i conti con gli Zombie risvegliati dallo stupido angelo Raziel, che, ansioso di fare del bene, combina un casino inenarrabile.

È Natale, piantatela di voler fare del bene. Fatevi gli affari vostri.

Buon Natale, lettori. E che Dio ce la mandi buona.

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Il Calendario dell’Avvento letterario #13: il Natale di Effi Briest

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Questa casella è scritta e aperta da Caterina di Letture in viaggio

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Un altro Natale a casa Innstetten. Un Natale come gli altri, si direbbe, se non fosse per la malcelata inquietudine di Effi. Le lettere e i regali dai genitori, i versi augurali del caro Gieshübler, una cartolina dal cugino che vive a Berlino e le piccole gioie della vita familiare: la bambina vestita a festa che tende le mani verso le luci dell’albero di Natale, un marito “lieto e di buon umore”, un ambiente tranquillo. Un quadro rassicurante.

Effi, però, si sente oppressa. Ride e parla, ma il suo animo non è sereno. Il barone Innstetten se ne accorge e le chiede il motivo dell’inquietudine. La moglie, che non sa bene con chi prendersela, se con sé stessa o con il marito, risponde di non meritare la bontà di chi le è affezionato. Lui la invita a non farsi tali crucci perché “non si riceve che quello che ci si è meritato”.

Che l’abbia detto apposta? Fatto sta che l’unico a non averle mandato gli auguri è il maggiore Crampas: i complimenti di quell’uomo, noto Don Giovanni, la intimoriscono, ma la sua indifferenza la mette di cattivo umore. A Kessin c’è la neve e per il giorno seguente è stata organizzata una gita in slitta a Uvagla, a casa dei Ring. Effi sa che, oltre al pastore Lindequist, Gieshübler, il signor Hannemann e Papenhagen, anche Crampas sarà dei loro.

L’inevitabile è ormai vicino.

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Effi Briest è la storia di un adulterio dalle conseguenze tragiche.

Quando ripenso a questo romanzo, la mia mente va subito a quell’ingenuo ed eloquente “Effi, vieni!” pronunciato da una delle amiche di Effi poco prima dell’inaspettato fidanzamento con il barone Innstetten, di vent’anni più grande di lei.

“Effi, vieni!” è il richiamo della spensieratezza e della giovinezza, di uno stato di grazia che sta per abbandonare la protagonista, e non fa presagire nulla di buono. Fontane, con grande maestria, ci prepara agli eventi, lasciando fra le pagine del romanzo segnali inequivocabili.

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Nel (poco) rassicurante quadretto natalizio vedo una sorta di spartiacque. Da lì in poi gli eventi precipitano. L’inquietudine di Effi ha raggiunto l’apice. Le sue ultime resistenze stanno per sciogliersi come neve al sole. Forse aveva ragione Gieshübler nell’affermare che “il maggiore ha in sé qualcosa di violento, che toglie alle persone la loro forza di volontà”.

Pubblicato a puntate tra il 1894 e il 1895 sulla rivista Deutsche Rundschau, Effi Briest è un ritratto preciso e veritiero della società prussiana di fine ‘800 e riscosse subito un grande successo.

Fontane non inventò tutto di sana pianta, ma si ispirò alla vicenda di una donna berlinese conosciuta nel salotto di Emma Lessing, moglie del proprietario della rivista Vossische Zeitung.

Il suo nome era Else von Ardenne, moglie del barone Armand von Ardenne. Proprio come Effi ebbe una relazione con un altro uomo, Emil Hartwich, un giudice di Düsseldorf; proprio come Innstetten il marito della donna scoprì le lettere dei due amanti, sfidò a duello Emil Hartwich, uccidendolo, e ripudiò la moglie.

Il 25 dicembre 1919, sul Berliner Tageblatt, compare un articolo dello scrittore tedesco Thomas Mann. L’occasione è il centenario della nascita di Theodor Fontane (30 dicembre 1819-20 settembre 1898). Mann è un grande ammiratore di Fontane, e di Effi Briest scrive: “una biblioteca della letteratura romanzesca basata sulla scelta più rigorosa — e dovesse anche restringersi a una dozzina di volumi, a dieci, a sei — non potrebbe essere priva di Effi Briest. Non si usa forse dire che nessuna costruzione prodotta dalla mano dell’uomo è perfetta? E invece, per quanto si possa essere propensi ad esortare gli uomini alla modestia, l’affermazione è sbagliata, la cosa perfetta esiste: sognando, l’uomo che è artista ogni tanto la produce”. E Fontane, secondo Thomas Mann, l’aveva prodotta.

Curiosità

Una chicca per gli appassionati di viaggi letterari: sapete che Fontane visse a Berlino per molti anni? E sapete anche che prima di diventare scrittore a tempo pieno era anche un farmacista? Bene: a Mariannenplatz 2, nel distretto di Kreuzberg, c’è l’edificio che un tempo ospitava l’ospedale Bethanien.

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Oggi si chiama Kunstraum Kreuzberg ed è un centro per l’arte contemporanea, aperto tutti i giorni dalle 11 alle 20 e visitabile gratuitamente. Al suo interno, al piano terra, c’è un luogo speciale: la farmacia dove, tra il 1848 e il 1849, prestò servizio Theodor Fontane. È stata restaurata ed è aperta dal martedì al giovedì, dalle 14 alle 17. L’ingresso è gratuito e le visite guidate sono possibili su prenotazione.

Da me, Berlino, Effi e Fontane per quest’avvento letterario è tutto. Cari lettori, vi auguro un Natale supercaliragilistichespiralibroso.

Il Calendario dell’Avvento letterario #12: “La Casa Sfitta” di Dickens, Collins, Gaskell, Procter

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Questa casella è scritta e aperta da Michela di Appuntario

“[…] Avevo visto tutto questo durante la mia prima visita, e avevo fatto notare a Trottle che al cartello nero con i termini dell’affitto era caduto da un pezzo, che il resto era diventato illeggibile, e che perfino la pietra degli scalini d’ingresso era spaccata. Ciononostante, sedetti a fare colazione in quella mattina del cinque novembre, fissando la casa attraverso i miei occhiali, come se non l’avessi mai vista prima.”

Cosa succederebbe se alcuni dei più grandi scrittori si riunissero sotto le festività natalizie per scrivere ognuno un racconto?

Oggi accade che alcuni scrittori del momento vengano chiamati da una casa editrice per pubblicare una raccolta di racconti incentrata sul tema del Natale, ma nell’anno 1858 una tale pubblicazione divenne un clamoroso successo di pubblico; non soltanto per l’originalità e bellezza delle novelle, ma soprattutto per la celebrità dei suoi autori.

Il sette dicembre di quell’anno, uscirono come supplemento per il periodico settimanale inglese “Household Words”, gestito dal romanziere Charles Dickens ( 1812-1870 ), quattro racconti di quattro dei più conosciuti esponenti letterari dell’epoca vittoriana : Elizabeth Gaskell ( 1810-1865 ), Wilkie Collins ( 1824-1889 ), Adelaide Anne Procter ( 1825-1864 ) e Dickens stesso.

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La popolarità dell’opera suscitò gran fervore nella grigia Londra di metà Ottocento, soprattutto nella cosiddetta middle class, visto che questa sapeva unire il genere mistery, allora molto in voga, all’ happy ending che ci si doveva aspettare da una pubblicazione natalizia.

L’idea di una collaborazione letteraria balenò nella mente del già apprezzato Dickens ( “Il Circolo Pickwick” 1836-37, “Le Avventure di Oliver Twist” 1837-38 ), insieme al suo protetto Collins, maestro del genere poliziesco e del sensational novel ( “La Donna in Bianco” 1859 ), l’opera doveva risultare di grande ambizioni : essi crearono l’ambientazione e la cornice di una storia che doveva essere formata ed ampliata dalle penne della Gaskell ( “Cranford” 1853, “Nord e Sud” 1855 ), e della Procter, giovanissima poetessa molto apprezzata dalla regina.

Un’anziana signora zitella della vecchia aristocrazia inglese, Sophonisba, trascorre qualche mese nella capitale inglese per dare più brio e vivacità alla sua monotona vita secondo i consigli del suo medico. Acquista per questo una casa comoda e accogliente che come unico inconveniente presenta il fatto di essere adiacente ad una casa sfitta, malmessa e fatiscente da anni che cozza esteticamente con la graziosa strada. Sophonisba rimane turbata da quello scheletro di casa e insieme attratta, tutt’al più quando crede di vederne da un buco della persiana un occhio nascosto.

Incuriosita dalla vicenda, le viene in soccorso un suo antico spasimante Jabez Jarber che si presta come investigatore. Di buona voglia indaga anche il maggiordomo di Sophonisba, Trottle, iniziando con Jarber una vera sfida su chi riuscirà a scoprirne il segreto di tanto abbandono.

Jarber attraverso ricerche e consultazioni arriva a svelare alcuni dei precedenti inquilini che vi abitarono: iniziano qui i racconti.

Il Matrimonio di Manchester. La casa originariamente apparteneva ad una ricca famiglia di Manchester, gli Openshaw. Di mano della Gaskell, questo racconto ci mostra la difficile storia della signora Openshaw, Alice, orfana di padre e madre che tra mille tormenti, dalla morte del marito alla malattia della figlia, riuscirà a condurre finalmente una esistenza tranquilla e serena accanto ad un uomo che la protegge. Forse il più bello e completo dei racconti, colpisce soprattutto per la profondità del personaggio femminile insieme ad una analisi introspettiva e psicologica e il sempre presente studio dell’ambiente provinciale inglese.

Ingresso in Società. In seguito la casa venne occupata da un direttore di circo. Questo aveva tra i suoi dipendenti un nano, conosciuto col soprannome di Chops, che dopo una vittoria ad una lotteria, sentendosi inadeguato al suo stile di vita, tenta la scalata sociale entrando nell’ élite londinese. Deluso dalla tanta corruzione e dall’ipocrisia degli alti ceti, ritorna nel suo circo affermando quanto la società sia ben peggiore di un circo.

“Quando ero fuori dalla Società, ero pagato poco per essere guardato. Quando sono entrato in Società, ho pagato caro per essere guardato.”

Non è difficile in quest’ultimo racconto riconoscere la firma di Charles Dickens, da sempre acuto esaminatore della società contemporanea mediante la focalizzazione sulla povertà e sulle discriminazioni sociali, qui presentate con l’aggiunta del grottesco e del surreale, rendono la complessa genialità dell’autore evidente e confermata.

Nella terza “fonte”, Tre Sere nella Casa, Adelaide Procter da forma ad un lungo poema dove la protagonista Bertha dopo aver dato la sua vita per la cura e le attenzioni al fratello, trascurando la sua giovinezza, si vede sostituita da una giovane moglie. Alla morte di quest’ultimo deve subire anche il dolore di vedere la cognata sposare l’uomo che ha sempre amato.

Uno struggimento ritmico che evidenzia il fervente cattolicesimo simbolico della poetessa.

Nel risolutivo racconto Il Rapporto di Trottle, troviamo il fido e audace maggiordomo di Sophonisba, scoprire ciò che veramente si nasconde nella casa sfitta, lasciando il lettore sopraffatto dalla sorpresa, ma non sorpreso dalla firma che porta l’autore della narrazione : Wilkie Collins. Collins si distingueva nel suo stile con storie di mistero, melodrammatiche, con elementi di suspense e composte con minuzioso realismo e dagli intrecci complessi, comunque non molto evidenti qui, data la brevità del racconto.

Nel conclusivo capitolo, scritto a quattro mani dalla coppia Dickens-Collins (ma con più tracce del primo), l’anziana Sophonisba dal cuore e dalla mente rischiarati dalla gioia, trova il giusto finale di questi misteriosi avvenimenti.

La collaborazione, dato il successo, si ripeté l’anno dopo, questa volta in una nuova rivista “All the Year Round” con il titolo “La Casa dei Fantasmi”.

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Il carattere filantropico ed edificante dell’opera rimane il vero motivo della sua nascita, come era insito nella letteratura vittoriana.

Il finale pecca sicuramente di mielosità e di una vena fin troppo sentimentale e patetica, ma per il giorno di Natale è una colpa che si può ben facilmente dimenticare.

Il Calendario dell’Avvento letterario #11: il circolo Pickwick

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Questa casella è scritta e aperta da Laura de Il tè tostato

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11 Dicembre. Il mio compleanno. Quattordici giorni a Natale.

Ho ricevuto un regalo in anticipo ed è il più natalizio di tutti, un librone grande e infinito, da leggere sul divano con la coperta sulle gambe, mente brillano le lucine dell’albero. Non ho avuto questa pazienza, però. Non ho aspettato le vacanze, l’ho aperto e divorato a un ritmo di cento pagine al giorno e a volte di più, in queste notti insonni di dicembre.

Il circolo Pickwick di Charles Dickens, il mio ultimo viaggio in un mondo letterario che non muore mai. Nemmeno quando il libro finisce. Perché Pickwick resta addosso, almeno per un po’.

Ci sono quattro signori inglesi (un numero molto britannico evidentemente), Augustus Snodgrass (il poeta), Nathaniel Winkler (il presunto sportivo), Tracy Tupman (l’uomo che -pare- piaccia alle donne) e naturalmente Samuel Pickwick (il mio dolce e amabile Pickwick), che nel 1827 attraversano l’Inghilterra descrivendone luoghi e personaggi strani, ed è questa l’attività del circolo, una specie di esplorazione geografica e antropologica. Chiaro è che in ottocento pagine succede di tutto, truffe, amori e nuove amicizie, ma sempre accade che Dickens (l’uomo del mortifero Natale futuro) doni una luce lieta e accogliente allo sguardo dei suoi quattro uomini, di Pickwick in modo particolare. Così, le bizzarrie umane diventano benevoli racconti di un mondo che fu e di una natura che profondamente resta, che sia civettuola, sbadata, fedele, arguta, subdola o disperata. Pickwick osserva tutti con curiosa propensione e con lui Dickens costruisce un percorso lungo e divertente, perché si ride ad alta voce sul quel divano vacanziero con lucine, ma poi, quando arriva il Natale, ci si ferma a leggere di cosa davvero sia quella strana aria frizzate che ci gira intorno. Perché la felicità e il luccichio di dicembre si portano dietro quel dolorino nostalgico che ci fa guardare lucine e nastri rossi già col vuoto di quando saranno smontati, già col pensiero che un altro anno si sta preparando a scomparire per sempre, ed è stato un attimo, e con lui se ne sono andate persone e cose, persone e momenti, persone e sentimenti, ma arriverà altro, che sappiamo mai rimpiazzerà ciò che col 31 dicembre si allontana. Ma arriverà di certo, e sarà di nuovo la nostra vita. Un Natale dietro l’altro, gioia e nostalgia, e Charles Dickens lo racconta meglio di tutti, qui nella traduzione di Marco Rossari, dall’edizione appena uscita per Einaudi:

Industriosi come api, se non leggeri come piume, i quattro Pickwickiani si riunirono la mattina del ventidue dicembre, nell’anno di grazia in cui si svolsero le loro avventure, qui fedelmente riportate. Natale era alle porte, in tutta la sua schietta e allegra cordialità: era la stagione dell’accoglienza, dell’allegria e della bontà. Come un vecchio filosofo, l’anno passato si apprestava a convocare gli amici intimi al proprio capezzale e, con l’eco dei bagordi e dei brindisi in lontananza, a passare placidamente a miglior vita. Lieta e gioiosa era quella stagione e lieti e gioiosi almeno quattro dei tanti cuori rallegrati dal suo sopraggiungere.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #10: il Natale svedese before it was cool

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Questa casella è scritta e aperta da Valeria di Gynepraio

Io amo follemente Astrid Lindgren per l’impegno profuso nel narrare l’infanzia in un modo originale e diverso da quello cui ci hanno abituati la letteratura italiana e anglosassone, dominate dall’onnipresente figura dell’orfano. In mezzo a fiammiferaie, mendicanti e bambine ricche trasformatesi in umili serve, converrete che i personaggi di Astrid Lindgren sono una boccata di fresca aria svedese: si può essere orfani senza essere vessati dalla sorte (Pippi e la sua allegria) e udite udite, si può anche non essere orfani. È il caso di Martina, protagonista di un romanzo e di un telefilm omonimi. Io ho avuto la fortuna di leggere un’edizione anni ’80 del glorioso Euroclub, cui mia madre e mia zia erano entrambe abbonate, e sulla cui cover verde brossurata c’era una scandinavissima bambina bionda. Ho riletto Martina più volte e ho avuto occasione, con l’aiuto di Google Translate, di scoprire molto su questo romanzo: la versione svedese originale si chiamava “Madicken på Junibacken”, dove Madicken è proprio il nome svedese di Martina (che starebbe per Margherita, credo che in italiano sia stato cambiato per esigenze di traduzione) e Junibacken (tradotto come Poggio di Giugno) è il nome della sua casa dal tetto rosso. In Svezia Madicken è un’istituzione: il suo grembiulino con le maniche a sbuffo è noto come “Madicken apron” ed è, insieme a Pippi Calzelunghe, un tipico travestimento carnevalesco (a riprova del fatto che Astrid non ha creato personaggi, ma vere icone).

 

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Martina ha una famiglia tradizionale: un papà che fa il giornalista e che è “socialista”, una mamma che fa la mamma, una tata-governante e una sorellina di nome Lisa. Vivono nella Svezia rurale ai tempi della prima guerra mondiale: sono benestanti, non ci sono drammi ma solo le esperienze di due bambine normali in età prescolare. Come Pippi Calzelunghe (altro mio grande amore), il romanzo si compone di episodi giustapposti che avvengono in un periodo di 4 stagioni: il format ideale non solo per una trasposizione televisiva ma anche per lo span di attenzione di un bambino, il quale apprezza maggiormente degli episodi dotati di inizio-svolgimento-fine rispetto alle trame lunghe e articolate (non è un caso che Pippi Calzelunghe sia la trascrizione di una fiabe a episodi che la Lindgren stessa inventò per sua figlia).

 

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Perché Martina è speciale? A differenza della sua biondissima e mansueta sorella Lisa, Martina ha i capelli castani ed è “agile come un gattino“. Martina è una peste: per dirvene una, decide di emulare i soldati della prima guerra mondiale che si calano con un paracadute buttandosi dal tetto di casa con l’ausilio di un ombrello. Spoiler: si salva e se la cava con una commozione cerebrale coi fiocchi. Ma è soprattutto buona: dopo un anno scolastico passato ad azzuffarsi con Mia, una bambina povera e da tutti derisa perché aveva i pidocchi, Martina se li prende a sua volta. Ma con l’aiuto della mamma e della loro governante Alva, Mia e suo fratello vengono invitati allo spidocchiamento che si tramuta in un’occasione di riconciliazione. Un pidocchio-party diciamo.

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Ma grazie a Martina, tanti anni prima che Ikea approdasse nello stivale, ho imparato che cos’è il Natale svedese. Il capitolo più bello, e antropologicamente interessante, è quello in cui la famiglia Engström si prepara ad accogliere il Natale. Capirete che, per una nazione che ha fondato tutta la sua fortuna e la sua iconografia sull’inverno, il Natale è centrale come la Pasqua a Gerusalemme, anzi come il Ferragosto a Milano Marittima.

Il Natale svedese prevede una serie di lunghe e complesse pulizie, che nel romanzo vengono descritte con dovizia di particolari: si lavano le tende e i centrini, si sbattono tappeti e coperte, si sfregano le assi in legno del pavimento, si lucidano gli argenti. Immagino che quegli interventi straordinari che in Italia vanno ricompresi sotto il nome di “pulizie di primavera”, in Svezia si chiamino pulizie di Natale. Poi c’è la decorazione: vengono accese candele, appese ghirlande e decorazioni alle finestre e infornate montagne di biscotti al burro che verranno mangiati durante le vacanze e ovviamente somministrati a Babbo Natale e ai suoi aiutanti insieme un po’ di latte. I regali sono importanti, ma non importantissimi: Martina e Lisa, la notte di Natale, avranno in regalo una sorellina urlante e nuova di zecca.

È stato allora, prima che apparissero i Santa Klaus aggrappati alle ringhiere, che l’Ikea ci insegnasse a infilare lo zenzero in polvere ovunque e a disporre artisticamente cuscini con le renne rosse, prima che uscissero i libri su Hygge e Lagöm, prima che tutti cominciassimo a pinnare furiosamente foto di corone di eucalipto e catene di lucine Led, dicevo, è stato allora che ho deciso che a casa mia si sarebbe atteso e accolto il Natale come un vecchio amico infreddolito, come qualcosa di bello che, costi quel che costi, va difeso e onorato.

Quando si accorge che è mezzanotte passata e che dovrà attendere un altro anno prima che sia di nuovo Natale, Martina si mette improvvisamente a piangere dicendo “Oh no, è già finito tutto”. Non ci crederete, ma a me succede la stessa cosa ogni 25 dicembre.

NOTA Attualmente il romanzo Martina, con il titolo “Martina di Poggio di Giugno” è edito da Salani

Il Calendario dell’Avvento letterario #9: un Natale di privazioni

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Il Calendario dell’Avvento di Manuela è diventato una delle mie tradizioni natalizie preferite. Sarà anche che sono intollerante al lattosio, quindi se faccio tanto di avvicinarmi ai Calendari che si trovano nei supermercati, quelli coi cioccolatini al latte dentro, ecco, il Natale mi acquista tutto un altro significato fatto di dolore e sofferenza.

Dal 2015 penso dunque a un tema simil-natalizio e ne chiacchiero gioiosamente su queste allegre lande internettiane, lasciando che una colonna sonora adeguata mi guidi nella scrittura del post. Oggi tocca allo Schiaccianoci di Tchaikovsij – o comunque intendiate scriverlo, che le possibilità non mancano.

Il Natale nella letteratura ha molteplici sfaccettature; c’è il lato romantico, quello drammatico-familiare, il tema della redenzione. Cotanta festività è stata presa e ripresa così tante volte da sviluppare un numero indecifrabile di significati e sfumature.

C’è però un particolare aspetto del Natale cui mi viene istintivo pensare, quando lo collego al magico mondo della narrativa, ed è la povertà. Il Natale inteso come modestia, sacrificio e privazioni.

Natale in casa March è l’esempio perfetto. Piccole donne ne cattura l’essenza fin dall’incipit, con quella chiacchierata delle sorelle davanti al fuoco che decidono di fare a meno dei regali per quell’anno, in modo da poter rendere più lieto il Natale della madre. E che fa la madre, la mattina di Natale? Sceglie lei stessa di privarsi di una lauta colazione insieme alle ragazze, e di comune accordo con loro sfama piuttosto un’intera famiglia di umilissima estrazione.Ma forse sbaglio a iniziare il discorso con Piccole donne. So bene che il binomio “Sacrificio” e “Natale” porta alla mente in modo assai più diretto un’altra opera di narrativa, che tutti conosciamo soprattutto per via delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e animate. Mi riferisco ovviamente a Canto di Natale di Charles Dickens, i cui personaggi per me avranno sempre i volti affibbiati dalla Disney. Scusami, Charles, ma l’espressione più calzante del tuo Scrooge per me rimane Zio Paperone.

C’è ancora un racconto di Hans Christian Andersen, il più grande traumatizzatore nella storia della letteratura. George R. R. Martin, fatti da parte, che la vera divinità del massacro è il vecchio Hans. Il soldatino di stagno sarà pure la mia favola preferita, ma diamine le lacrime. Ma non è la tragica vicenda del soldatino il magico legame tra Andersen e il Natale; non con La piccola fiammiferaia in giro per le nostre librerie. Un racconto dedicato interamente alla morte per congelamento di una bambina, con tanto di descrizione delle sue allucinazioni. E neanche una mezza lamentela dal Moige.

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La piccola fammiferaia si collega facilmente al Natale di Martin di Lev Tolstoj; poche pagine irte di tristezza, sulla disgrazia di un ciabattino rimasto solo dopo aver perso sia la moglie che i figli. Notiamo subito la vena allegra che contraddistigue l’autore, e non è difficile intuire un finale di morte dato comunque per lieto: Martin si riunisce alla famiglia, col Vangelo tra le mani e un sorriso sulle labra.

A pensarci bene non è affatto strano che una festa che siamo ormai abituati a vivere come un momento di allegria e ritrovo, calore, cibo e (doloroso) sperpero di denaro, fosse in altri tempi primariamente associata con povertà e privazioni. Che la datazione sia o meno quella giusta, tecnicamente il Natale dovrebbe rifarsi alle difficili vicende di una famiglia assai modesta, costretta a trovare rifugio in una stalla. Chi interpreta la festa partendo da un’ottica cristiana, ne riprenderà i valori primigeni di povertà e sacrificio, facendone il vero tema dei racconti. Dobbiamo anche pensare che un tempo la letteratura per l’infanzia aveva una funzione più educativa che ludica, e che tramite favole e storielle si tentava di far trangugiare ai fanciulli le basi di un comportamento corretto, di umiltà e obbedienza.

Chi parla di Natale in tempi più recenti, da prospettive ben più laiche e moderne, lo fa spesso per lamentare il consumismo imperante, per indicare con sprezzo l’ipocrisia di una festa che vorrebbe fingersi sentita, ma che pare esprimersi al suo meglio nell’opposto del suo spirito primigenio. Ne hanno parlato Dino Buzzati in Cos’è il Natale oggi? e Italo Calvino in I figli di Babbo Natale, e perfino Stefano Benni in un glaciale racconto intitolato È Natale.

E io? Io mangio il panettone – da un paio d’anni senza togliere né uvetta né canditi, evidente segnale di crescita e maturazione. Attendo il momento in cui allestirò l’albero con ansia e trepidazione. Il pensiero dei regali – quelli da fare, non quelli da scartare – mi inebria che manco il profumo dei biscotti alla cannella.

Adoro il Natale. Per i motivi sbagliati, che tutti gli autori di cui ho chiacchierato oggi mi sputerebbero nel piatto. Ma le lucine di Natale, dai. Le lucine di Natale.

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Il Calendario dell’Avvento letterario #8: le madri del mese di dicembre

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Questa casella è scritta e aperta da Vittoria di La filosofia secondo BabyP

Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli

 

Le madri del mese di dicembre sono le più infelici dell’anno. Contano i giorni e le ore, poi moltiplicano: venticinque giorni per ventiquattro ore. Il mese di dicembre è una lunga domenica di seicento ore. Allora dici: gli interstizi d’infelicità vanno riempiti, il cuore deve pompare pace e amore e serenità, fino alle estreme periferie delle dita dei piedi.

Le madri del mese di dicembre smettono di correre, di nuotare, di spalmarsi la crema anticellulite; ogni sforzo sarebbe vano in questo mese di aperiauguri e cesti di Natale coi funghetti sott’olio e il cotechino precotto. Prendi la bottiglia dal cesto, un moscato dolce, e ne assapori il perlage: in bocca un pugno di puntine da disegno.

Le madri del mese di dicembre sono piene di aspettative, tutte deluse, frantumate. Ogni mattina rivolgono occhi di speranza al cielo di latta. Attendono un fiocco di neve, che danza ramingo nell’aria, un solo fiocco a dare senso al Natale: il Natale è bianco. Hai pagato lo stagionale, lezioni su lezioni individuali, sci e scarponi nuovi per i tuoi figli; guardi il cielo, un sospiro di nebbia danza ramingo nell’aria, e ti viene da piangere: il tuo Natale è grigio.

Le madri del mese di dicembre spalancano la bocca e fanno: Oooh. Il Natale è ridondante, i bambini tendono al barocchismo. Le madri spalancano la bocca e fanno: Ooooh davanti a quei ceffi travestiti da Babbo Natale col vestito acrilico, Oooh davanti alle luci lisergiche della vetrina del macellaio, e ancora Ooooh, Che bella tazza con le corna di renna in porcellana. Oooh. Le tua casa è più Tiger che Ikea, la Danimarca ha invaso la Svezia, lucine lisergiche dentro i salotti i bagni le cabine armadio, e poi renne ed elfi e cuori, cuori che pompano l’amore cosmico.

Le madri del mese di dicembre, sempre in competizione – a giugno era l’abbronzatura, a settembre l’inserimento più strepitoso, ora è il Natale, l’agone più duro -, allestiscono il presepio fatto come una volta col tappeto di muschio e il cielo di cotone; qualcuna ha consegnato la letterina brevi manu a Babbo Natale a Rovaniemi. Tu sei pure dimagrita, sarà stata la raccolta del muschio o il Circolo Polare Artico, o la rappresentazione della felicità.

Le madri di dicembre sono un po’ nervose il giorno della recita di Natale, il figlio non è stato scelto per fare il protagonista, ma è Natale, bisogna amare il prossimo, persino quella bambina bionda al centro del palco.

Entri, occupi la seconda fila con maglie giacconi capellini, la maestra è agitata, le madri davanti a te si spostano da destra a sinistra, poi da sinistra a destra; tu calma, interstizi vuoti o troppi pieni di chissà cos’altro. Buio, luce, bambini che recitano e cantano, uno imbalsamato, ma lei dov’è? Hai lo stomaco che si accartoccia: l’hanno dimenticata, forse esclusa. Buio, luce, arriva lei, stelline dorate nei capelli e occhi che cercano i tuoi. Sono qua!, vorresti alzarti e urlare, e invece i sui occhi continuano a vagare per la platea di nonne mamme e fratelli.

Sono qua!, ti vede, le sue stelline sorridono, le dita dei tuoi piedi – gli interstizi? – formicolano.

Il Calendario dell’Avvento letterario #7: gli universi natalizi di Elizabeth Gaskell

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Questa casella è scritta e aperta da Mara di Ipsa legit

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Elizabeth Gaskell (1810-1865), la cui opera è sempre più apprezzata anche in Italia grazie alle recenti prime traduzioni dei romanzi e ai lavori di studio e di curatela, oltre che un’eccellente letterata fu senza dubbio una vera e propria donna vittoriana, moglie e madre devota, sensibile ai conflitti etici della sua epoca e affezionatissima all’idea della casa[1] come contenitore poliforme di rifugio, nostalgia, speranze, gioia, paura e desideri.

La costante e infaticabile interrelazione con i suoi luoghi e con il suo tempo, che è un aspetto identitario fortissimo della sua produzione narrativa (si vedano, per esempio, la biografia di Charlotte Brontë e gli ultimi due romanzi lunghi della sua carriera, Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie), assume anche la forma della descrizione di molteplici universi natalizi, che vorrei tentare di analizzare in questo post, ricordando, come premessa, che all’età vittoriana risale l’origine dei festeggiamenti del Natale come li intendiamo oggigiorno. Propongo due soli flash a sostegno di questa affermazione: l’albero di Natale (il primo in Inghilterra) allestito e decorato nel salotto della regina Vittoria grazie all’idea del marito; e la pubblicazione di A Christmas Carol di Charles Dickens, che da allora è definito “The Man Who Invented Christmas”[2] (l’uomo che inventò il Natale).

Se scorriamo l’interezza dell’opera gaskelliana, scopriamo che il Natale assume innanzitutto un aspetto squisitamente climatico. Ad esempio, nel primo romanzo pubblicato della scrittrice, Mary Barton, si legge che «la luce chiara delle sei contrastava in modo bizzarro con il freddo natalizio, e il vento feroce si insinuava dentro ogni interstizio»[3].

In Cranford, la raccolta di bozzetti che Gaskell scrisse in memoria del villaggio dove trascorse la propria infanzia e prima giovinezza (Knutsford, nel Cheshire), per celebrare la piccola società di donne d’età avanzata che riesce a sopravvivere nonostante tutto, con ironia e un forte senso morale, si cita proprio Il canto di Natale di Dickens, che Miss Matty lascia appoggiato sopra un tavolo. L’ironia di questo episodio è sottile eppure deliziosa: uno dei personaggi di Cranford muore nei primi capitoli perché investito da un treno mentre è distratto dalla lettura del Circolo Pickwick – Dickens, che all’epoca era l’editore di Gaskell (l’opera fu pubblicata a puntate sulla rivista da lui diretta, Household Words), chiese di modificare il titolo del libro letto dal personaggio, ma in fase di ripubblicazione di Cranford in volume, l’autrice ristabilì il titolo originale.

Considerata la grande importanza assegnata da Gaskell al valore della domesticità, è naturale che la nostra attenzione di lettori si concentri sulla presenza del focolare, che in molte stanze delle storie gaskelliane ha la funzione di magnetizzare intorno a sé i personaggi, i loro corpi e le loro meditazioni. Un fuoco natalizio è il catalizzatore dei pensieri del reverendo Benson in Ruth, che riflette sull’assennatezza delle proprie decisioni trascorrendo la serata davanti a un «Christmas fire» in compagnia della sorella Jemima.

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Gli innamorati di Sylvia, come accennavo sopra, è tra le opere gaskelliane il libro che maggiormente si configura come un dettagliatissimo ritratto storico, sociale e culturale: la presenza di personaggi quaccheri, inoltre, ci rivela come questa professione religiosa non rispettasse l’usanza della celebrazione natalizia. Gli anziani fratelli Forster, che possiedono l’emporio di Monkshaven e appartengono alla comunità quacchera della città, «non avrebbero mai e poi mai esposto alcuna decorazione natalizia e tenevano scrupolosamente aperto il negozio in quel giorno di festa». In questo romanzo, in cui si descrive una colorata festa di capodanno, il Natale assume piuttosto il valore di una delle tante scadenze dell’anno contadino: scrive Gaskell che «le brave massaie preparavano il loro pezzo di manzo per Natale, lasciandolo a macerare in salamoia, prima che fosse passato San Martino». Il Natale segna anche il limite temporale della malattia della signora Robson, la madre della protagonista: un episodio che ingenera importanti conseguenze per l’evoluzione dei sentimenti di Sylvia.

Il Natale è citato in Mogli e figlie come periodo dell’anno in cui l’aristocratica Lady Cumnor gradirebbe si celebrassero le nozze tra la sua governante di un tempo, Mrs. Kirkpatrick, e il dottor Gibson: e la ragione che adduce per questa preferenza è che i propri nipotini, in quella settimana, si ritrovano a casa per le vacanze scolastiche. Di maggiore importanza per lo sviluppo della trama è il Natale in La casa nella brughiera, perché in occasione della festività torna a casa da Parigi Erminia, un personaggio che avrà forti ripercussioni sull’esistenza della protagonista Maggie.

In Mr. Harrison’s Confessions, che si mostra come una sorta di “anticipazione” dei temi di Cranford, assistiamo a una piccola festa di Natale organizzata da Miss Tomkinson il giorno 23 dicembre alle cinque, per il tè. Per l’occasione, la non più giovane Mrs. Rose si diletta in inediti preparativi che ci riempiono di sorrisi. Il salotto della padrona di casa si presenta poi così ai suoi ospiti: «Le sedie, le tende e i divani di Miss Tomkinson furono liberati dalle loro coperture; e un enorme vaso pieno di fiori artificiali fu posizionato al centro della tavola – cosa che, mi confidò Miss Caroline, era stata tutta opera sua, perché lei adorava vedere nella vita il bello e l’artistico. Dritta come un granatiere, Miss Tomkinson stava vicina alla porta per accogliere i suoi amici, e stringeva loro le mani con calore mentre questi facevano il loro ingresso; diceva che era veramente contenta di vederli. E lo era sul serio». La festività è così importante in questo graziosissimo romanzo breve da segnare anche la sua conclusione.

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La scrittura gaskelliana, come sappiamo, si discosta difficilmente dalla trattazione della realtà, per quanto fredda e cruda essa possa apparire; il racconto “Lizzie Leigh”, infatti, si apre sulla descrizione di un lutto nel periodo natalizio, e così recita: «Quando la Morte si presenta in famiglia il giorno di Natale, il contrasto tra la giornata con il ricordo di ciò che è stata in passato aggiunge strazio alla sofferenza – alla desolazione, un tremendo senso di abbandono. James Leigh morì proprio mentre le campane distanti della chiesa di Rochdale chiamavano alla funzione del mattino, il giorno di Natale del 1836».

My Lady Ludlow ci fornisce invece interessanti dettagli sul cibo legato alla festività natalizia, citando una cena a base di roast beef, le «mince-pies» e il «plum-porridge», mentre il Natale è menzionato in Delitto di una notte buia come appuntamento immancabile di riunione familiare, così come avviene, con sublime delicatezza, in Mia cugina Phillis: è in quella occasione che Paul, il narratore, si ritrova a cospetto del cambiamento intervenuto sull’espressione e sul corpo di Phillis a causa delle sue pene d’amore.

Un racconto che porta la traccia della festa già nel titolo è “Christmas Storms and Sunshine”, nel quale si narra di una vigilia battuta da un aspro vento dell’est, sotto un cielo color dell’inchiostro, e che si chiude con un messaggio di tolleranza di valore universale: «Se hai avuto un litigio, o un’incomprensione […] con un’altra persona, fate la pace prima di Natale; così sarete tanto più felici!»

Un’ultima annotazione non può che provenire dal ricchissimo epistolario di Elizabeth Gaskell, così denso di sentimenti, di amicizie e di pensieri rivolti alle figlie, spesso lontane da casa. Il giorno della vigilia del 1852, l’autrice scrisse alla primogenita: «Mia carissima Marianne, un buon Natale a te, e che ne vengano tanti, mia cara. Vorrei che fossi a casa, anche se qui sarà tutto molto tranquillo. Non verrà nessuno e noi non andremo da nessuna parte se non alla Cappella. Flossy e Julia ti mandano tanto tanto tanto affetto». Interessante e curiosa dal punto di vista della carriera letteraria è invece la lettera spedita tra la vigilia e il Natale del 1854 alla carissima amica Tottie Fox, alla quale Gaskell scrisse: «Nel complesso tutto sembra molto triste, questo Natale. Sono quasi ammattita a furia di lavorare su quella dannatissima storia… che vada in malora! Sono arcistufa di scrivere […] per me è stato un peso tale che ho avuto uno dei mal di testa più invalidanti della mia vita».

A quale storia faceva riferimento la nostra Elizabeth? Nientemeno che al suo romanzo più conosciuto e forse più amato, l’ormai celebre Nord e Sud.

[1] Si veda, in proposito, il mio saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana (flower-ed 2016).

[2] Del 30 novembre è l’uscita nelle sale cinematografiche di un film che porta esattamente questo titolo, in cui l’attore britannico Dan Stevens interpreta Dickens.

[3] Qui e in seguito, le traduzioni dall’inglese sono di chi scrive.

Il Calendario dell’Avvento letterario #6: nothing but a child…and a book

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Questa casella è scritta e aperta da Marta di La McMusa

Natale 1963, San Antonio, Texas.

Una casa in un quartiere malfamato, un mese soltanto dopo l’assassinio del Presidente poco più a nord. Erano andati in macchina tutti quanti, a salutare la First Lady a Dallas. Erano tornati tutti, ma tutti feriti nel cuore e una di loro anche a un braccio. Graciela si era ferita, lei e Jackie erano riuscite a scambiarsi uno sguardo all’aeroporto, una dietro una transenna, l’altra mentre scendeva le scale dell’aereo. Si erano guardate e poi, nella confusione del momento, Graciela si era sporta troppo oltre la transenna e la transenna le aveva ferito un braccio.

La casa si chiama Yellow Rose, la via del quartiere malfamato di San Antonio South Presa Strip.

È Natale e, nonostante sia passato già un mese, il braccio di Graciela non è ancora guarito. Sanguina ogni volta che lei si avvicina a qualcuno che soffre. Sanguina ogni volta che una ragazza bussa alla porta del Yellow Rose per usufruire dei “servizi” che lì vengono offerti. Sanguina ogni volta che Graciela si ricorda di quando lei stessa bussò a quella porta completamente perduta, innocente, incinta. Il braccio sanguina tutte quelle volte e poi, miracolosamente, smette. Smette ma non guarisce veramente mai.

In quel Natale del 1963, in una delle stanze della Yellow Rose – qualcuno pensa che sia un bordello, qualcun altro un ospedale per disgraziati, per qualcuno è semplicemente casa, tutti concordano nel ritenerlo un luogo speciale, forse magico – si festeggia un Natale così, un multicultural affair a cui nessuno è invitato formalmente ma a cui tutti si presentano; un pranzo in cui si rispolverano antiche ricette americane che mischiano i loro aromi nell’aria con il chili, alcune frijoles e incredibili quantità di cumino messicano; una giornata in cui si agghinda l’albero con festoni di pop-corn e si balla qualsiasi musica mandi il jukebox. Musica preferibilmente ballabile, musica preferibilmente country.

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È proprio da qui, dalla musica country tipica del Southwest americano, che arriva questa storia magica, un po’ bizzarra e finora inedita in Italia: si tratta di uno dei due romanzi scritti da Steve Earle, cantautore country – appunto – che nella sua carriera di storyteller a un certo punto ha deciso – con successo, secondo me – di posare la chitarra e imbracciare momentaneamente la penna. O meglio, di narrare la stessa storia sia in musica che in un romanzo.

I’ll Never Get Out of This World Alive – di cui vi ho raccontato la scena centrale, quella natalizia, una delle più felici e rappresentative dell’intera storia – è un disco ed è un libro. È un disco e un libro di Steve Earle, ma è in realtà anche qualcos’altro. Un accenno, una citazione di quel mondo country da cui arriva la magia della storia; una porta che si apre su un altro mondo e che ci fa credere che quello in cui viviamo non sia completamente chiuso in se stesso e intelligibile.

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 Sulla soglia di questo mondo, sulla soglia della sala del Yellow Rose dove Graciela balla con Monny e Doc la guarda ballare, c’è Hank Williams, il cantante country per eccellenza nonché l’autore della canzone che dà titolo al libro. Hank è morto e la sua presenza nel libro è puramente spirituale. Non nell’accezione sacra del termine, però: Hank è morto nel pieno della sua ebbrezza da morfina e adesso perseguita Doc – medico di grande scienza con qualche guaio di troppo nel suo passato e qualche dipendenza scomoda nel suo presente – ogni volta che anche quest’ultimo è preda dello stesso eccesso.

I due sembrano aver raggiunto un turbolento equilibrio sulla soglia della vita e della morte, sulla soglia della sobrietà e dell’ebbrezza, della serietà e dell’ironia finché nella loro vita non arriva Graciela, la ragazza messicana che sa fare i miracoli e che possiede tutta l’innocenza che i due hanno perduto. Un personaggio dolce, delicato e quasi inafferrabile su cui Steve Earle si sofferma con tangibile piacere e che tratteggia con la stessa poesia che si ascolta nelle sue canzoni. In una in particolare, a dire il vero. In quella canzone che racconta la storia di un altro miracolo: quello natalizio, quello di ogni bambino che arriva nella vita di qualcuno e manda all’aria ogni equilibrio. Che sia turbolento o meno.  

Buon ascolto, buona lettura e buon Natale (dal Texas dove il country è davvero la magia di tutti giorni, compreso il Natale).

Il Calendario dell’Avvento letterario #5: il Natale non è un affare da romanzi russi

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima

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Nell’immaginario collettivo, il Natale è associato a distese di neve candida, caminetti accesi, tazze fumanti di cioccolata e bicchieroni speziati di vino caldo.

Il tepore della casa, l’atmosfera festosa, il calore degli affetti si contrappongono all’ostilità degli agenti atmosferici e creano quel mix di odori, profumi, sapori e sensazioni che l’industria del Natale cerca da anni di imbottigliare in essenze, candele profumate, tè stagionali e deodoranti per gli ambienti. Tuttavia, l’essenza del Natale sfugge, salvo manifestarsi più o meno capricciosamente in luoghi, contesti e situazioni anche impensate.

Oggi andiamo a cercare quella stessa essenza nei paesaggi innevati e nell’aria gelida della lontana Russia, con tanto di slitta trainata da husky e cappello di pelliccia alla Anna Karenina (come non amarla anche a Natale, nel suo vestito da ballo di velluto nero?).

Cominciamo la nostra rassegna proprio dal versatile, camaleontico Tolstoj, uno dei padri fondatori della letteratura russa moderna. Allontanandoci dalla famiglia Karenin e dalle sue tragedie, passiamo a una fiaba: quella di papa Panov, che nella traduzione italiana diventa  Martin, il ciabattino.

Si avvicina il Natale: gli odori e le luci ricordano a Martin gli anni più felici, quando sua moglie era ancora viva e i figli, ancora piccoli, vivevano a casa con loro. Malinconico e scoraggiato dalla solitudine delle feste incipienti, Martin si addormenta leggendo la Bibbia e sogna Gesù Bambino, che gli promette che gli farà visita il giorno dopo. Martin si sveglia pieno di aspettativa e tira fuori le sue scarpine da bambino più belle, da offrire in dono.  Il ciabattino aspetta tutto il giorno, ma l’illustre visitatore non arriva: nel frattempo, insicuro delle sue sembianza, Martin offre bevande calde, cibo e ospitalità a tutti i passanti, finendo per regalare le scarpette a una bambina povera, figlia di una ragazza sola e senza lavoro. Forse Martin non incontra Gesù, ma riscopre la bellezza della condivisione e della generosità che alleggeriscono e riscaldano il cuore, rendendo  il suo Natale più sereno e molto meno solitario.

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Lasciamo la bottega di Martin e facciamoci condurre da Tolstoj a casa Rostov, tra gli irrequieti, appassionati protagonisti dell’epopea di Guerra e pace: la bella e volubile Natasha, la dolce e fedele Sonja, l’incostante principe Nicholaj, il goffo e idealista Pierre, l’affascinante, leale principe Andrej. I giovani di casa Rostov, tutti presi dall’atmosfera festosa della stagione natalizia, decidono di mettere su una pantomima. Sono così entusiasti dei loro costumi che decidono di condividere la loro allegria con una famiglia di amici, i Meljukov. La notte, gelida e stellata, si presta bene a una corsa in troika, specie per Nicholaj e Sonja, che fin da bambini hanno avuto un debole l’uno nei confronti dell’altra. Nicholaj è su di giri per la bellezza della notte e di Sonja, nonostante il suo travestimento da uomo e i baffi finti che le oscurano il bel viso; è in estasi, rapito da quello che Tolstoj definisce ‘un elisir d’amore e di giovinezza’. Il ragazzo vede Sonja in una luce nuova, e legge nei suoi occhi, più luminosi delle stelle, una promessa di amore e di felicità: preso dalla magia del momento la bacia. Le labbra di Sonja sanno di sughero bruciato per colpa dei baffi finti, i suoi capelli sono tutti scompigliati: niente ha importanza, mentre i due, consapevoli del fatto di non avere i mezzi per sposarsi, decidono comunque di promettersi amore eterno.

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Nikolai Gogol ci porta invece in un’Ucraina pagana, rurale e magica nel suo racconto La notte di Natale. Il diavolo, indispettito per essere stato dipinto in veste troppo favorevole dal fabbro/pittore Vakoula – così favorevole da non riuscire più a trovare candidati da trascinare all’inferno – decide di rubare la luna. Il diavolo ha in realtà un altro motivo per vendicarsi di Vakoula: i due sono entrambi innamorati della bella, algida Oksana. Il signore del male spera che, lasciando il villaggio al buio, il padre di Oksana, Tchoub, sia impossibilitato ad uscire, così da impedire alla ragazza di ricevere la visita di Vakoula. La notte di Natale combina il folklore tradizionale con l’atmosfera natalizia dell’Ucraina rurale: è una storia scritta per essere raccontata davanti al fuoco, commemorando tradizioni e leggende di un tempo mai passato, mentre sullo sfondo risuonano i koliadkis (canti di Natale ucraini).

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Lasciando l’Ucraina, seguiamo la bellissima Lara, infelice eroina de Il dottor Zivago. La seguiamo mentre si reca a una festa di Natale, col cuore in gola e una pistola nascosta nel manicotto, con uno scopo ben preciso: costringere l’ex amante Komarovskj a consegnarle una somma ingente di denaro per permetterle di coprire i debiti del fratello Rodja e di sposarsi col giovane, irruente Pasha.

Nel frattempo, Jurij Zivago e Tonja Gromeko, sua amica d’infanzia, stanno indossando i loro primi abiti da sera per partecipare alla stessa festa di Natale, organizzata dalla famiglia Sventickij. La madre di Tonja, Anna Ivànovna, giace a letto malata. Dopo averli visti insieme, eleganti e radiosi, li incita a non indugiare oltre e ad ammettere il proprio amore reciproco, sposandosi il prima possibile, e concede loro la sua benedizione.

Il calore e gli affetti della casa di Jurij contrastano aspramente con il ghiaccio nero che ricopre le strade, con l’aria così gelida che a Lara fa male respirare. L’atmosfera che la circonda è surreale: ondate di vapore emergono dalle sale da tè e dalle bettole; le finestre delle case, ricoperte di uno strati spesso di neve e di ghiaccio, sembrano di gesso, e rendono il riflesso delle luci opache degli alberi di Natale uno spettacolo di lanterne magiche.

Mentre Jurij e Tonja vengono condotti subito nelle stanze private degli Sventickij, Lara si aggira per la sala da ballo pallida come un fantasma, senza un vestito da sera, danzando distrattamente, persa nei meandri del suo incubo personale. Mentre danza distrattamente, urta Jurij, che recupera fazzolettino di batista con cui Lara si era tersa il labbro sudato. Quasi senza accorgersene, Jurij si porta il fazzolettino alle labbra e viene pervaso da una strana eccitazione: il fazzoletto ha un odore pungente, intimo e sensuale, di mandarini e sudore, di segreti e innocenza, di qualcosa di nuovo e penetrante che il ragazzo non ha mai sperimentato fino a quel momento. Improvvisamente, uno sparo riecheggia nella sala da ballo, interrompendo bruscamente l’atmosfera allegra e festosa: Jurij riconosce Lara, pallida, fiera e bellissima tra la folla, prima che l’enormità del suo gesto e degli eventi che l’hanno portata a compierlo prendano il sopravvento su di lei e si accasci al suolo, priva di sensi.

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Tra spari, demoni dispettosi, amanti infelici, infermità e gesti tragici, il Natale nei romanzi russi – come l’amore nei romanzi russi – è solenne e tragico, con improvvisi sprazzi di pace e serenità.

Bonus extra: un quiz del Guardian sul Natale in letteratura

Soundtrack: una canzone russa per bambini (grazie, Marga!)

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