Il Calendario dell’Avvento Letterario #11: Natale con i Cazalet

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Questa casella è scritta e aperta da Laura di Il tè tostato

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E poi arriva il Natale, con l’aria fredda che sembra più pulita, le luci che scintillano perché a dicembre comunque non si rinuncia alla brillantezza, le case che si scaldano, gli alberi colorati che illuminano le finestre, dietro ai vetri un po’ appannati, dove inizia a salire il profumo di cannella e musica di slitte. A Natale più che mai le abitudini sembrano avere un senso e si elevano fino a diventare tradizioni, e i desideri sono quelli del cuore, e ogni famiglia ha tradizioni e desideri suoi. Anche quelle letterarie.

Elizabeth Jane Howard costruisce la storia dei Cazalet attraverso il secolo breve, raccontando la vita personale della famiglia e insieme quelle del mondo che attraversa il novecento. In Italia sono usciti tre volumi dell’opera ( Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione) ambientati rispettivamente nel 1937, nel 1939 e nel 1942, e ogni anno, che la guerra stia per arrivare o sia già protagonista, il Natale torna a riempire i pensieri dei personaggi come quelli di tutti noi.

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A casa dei Cazalet le tradizioni ruotano intorno alla Duchessa e al Generale, i capostipiti della famiglia, che aprono la loro casa, Home Place, a figli, nuore e i nipoti per le vacanze; tuttavia, nel secondo volume, quando l’Europa è a ferro e fuoco, anche il Natale non non è più lo stesso, e si sa che le cose belle a Natale sono magiche, ma quelle brutte diventano drammatiche.

E la guerra fu la protagonista di qualcuno di quei Natali:

“Il pensiero del Natale le diede un senso di disagio, di tristezza. Lo aveva trascorso come tutti gli anni a Home Place e, sebbene ognuno facesse del suo meglio perché sembrasse un Natale come gli altri, non lo era stato, ed era difficile dire cosa ci fosse di diverso, almeno in ciò che contava veramente. Ognuno aveva appeso la calza, ma dentro non erano stati messi i mandarini e Lydia aveva pianto credendo che si fossero scordati della sua. Niente mandarini, niente arance, niente limoni, perciò non ci furono le tortine alla crema di limone che la Duchessa faceva sempre il giorno di Santo Stefano: piccole cose che però messe insieme facevano la differenza. La casa poi sembrava più fredda, l’acqua calda scarseggiava perché la caldaia consumava troppo carbone, e la Duchessa aveva messo lampadine a più basso voltaggio per migliorare l’oscuramento, disse, e risparmiare energia elettrica. Peggy e Bertha, le cameriere, si erano arruolate nella WAAF e Billy era andato a lavorare in fabbrica. Il giardino era diverso: non c’erano più le aiuole di fiori, McAlpine adesso ci coltivava le verdure.”

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Perdere le piccole certezze delle tradizioni espone a grande tristezza, forse addirittura a smarrimento, finché, sul finire del secondo volume, i Cazalet ci regalano ciò che ogni anno dovremmo desiderare, tutti, perché c’è sempre qualcuno che non si bea delle lucine e non sente il profumo di cannella, qualcuno che potremmo amare:

“Poi si bloccò. Tentò una lista delle cose che le sarebbero piaciute per Natale, ma erano tutte irreperibili; le cose che desiderava accadessero nell’anno a venire: «Che la guerra finisca». C’erano poche speranze: stava invece diventando una guerra sempre più grande, che presto avrebbe coinvolto anche la Cina, l’India, l’Africa, come un’epidemia. Forse le persone che avrebbe potuto amare e che avrebbero potuto amarla stavano morendo in quell’istante. Ogni cosa che le veniva in mente, ogni lista che avrebbe potuto fare, riportavano tutte a quel desiderio. È solo questo che voglio, pensò con tristezza. Non voglio nient’altro.”

E così con i Cazalet, in questo calendario dell’avvento, aspettando la notte più bella dell’anno, forse per la prima volta profondamente desidero che sia per tutti un Natale di pace.

Laura

The Cazalets

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Il Calendario Dell’Avvento Letterario #10: miniguida al racconto di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto di Natale è un racconto di fede. E “fede” ha subito un’usura semantica tale da perdere il suo significato generale. Accettare l’invisibile: ecco cos’è, prima di tutto, la fede, una fiducia nella verità di ciò che non è. Forse è per questo che su di me il Natale ha esercitato un fascino incredibile, senza essere macchiato dalla consapevolezza del tempo, un resoconto costante alla fine dell’anno.

Questo fantasma ha la forma di un suono, la mia voce estranea di bambina, impressa su una cassetta perduta, che chiede dove sono finite le scarpine rosse; o ha la forma di un abete spelacchiato, unico superstite alla moda degli alberi di plastica; o ha l’odore di un muschio invisibile tra le decorazioni di Natale.

Ma se volessi pensare a una voce del Natale non riuscirei a farlo e dovrei affidarmi ai molti che l’hanno raccontato. Il racconto di Natale non è un vero e proprio genere, ma è un tipo di storia che si discosta dalla luce emanata dagli addobbi ed è più incline alla riflessione.

“Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di torrone” gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone col coltello.

Vecchi giovinastri di Emilio De Marchi potrebbe essere un racconto anonimo, se non fosse per l’unicità dei personaggi che lo animano. Gli anziani si riuniscono nel locale del paese e condividono bevute e racconti. Ma quando uno di loro avrà l’impegno della famiglia –  e delle donne – subentreranno sospetto e pettegolezzi da parte degli amici. Tutto si risolve nel potere conviviale del cibo durante la vigilia di Natale. La frase sopra riportata è pronunciata da Carlinetto, colui che gode dei piaceri terreni senza condannarli a prescindere. L’umiltà della sua sincerità si nota dall’ospitalità incontrollata e dal non lasciarsi andare a facili ipocrisie. Paradossalmente sono proprio i modi ingessati del prete, sempre contenuti in un’aura dogmatica, a rendere meno vera la festa.

Il peccato e il misticismo della notte di Natale, il non appartenere in apparenza a nessuna religione in particolare, predilige l’introspezione con una sorta di ricerca da parte di chi scrive. Don Balanguer è il protagonista di una leggenda raccontata nel racconto Le Messe di Natale di Manuel Gutiérrez Nájera:

Sono uscito a passeggiare un po’ per la strada, e in ogni angolo il fresco odore del muschio, l’animazione e il brusio delle piazze e l’eterna gazzarra dei pifferi hanno riportato i miei pensieri alla Vigilia. È impossibile parlare d’altro. Stasera le baracche miseramente sparse nella piazza principale sono state più animate che mai.

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Dopo la traversata in una città addobbata a festa il narratore racconta di un prete, tentato dal diavolo in persona che gli racconta le meraviglie del banchetto che lo attende.  Una messa frettolosa varrà al religioso l’entrata nel limbo: tenere in eterno una messa di fantasmi.

Il racconto di Natale è un racconto di congiuntura, lì dove si incontra l’imago di un tempo che fu, confuso tra ricordi e spettri. Tra i due c’è una differenza tutta particolare che è decisa da chi racconta o rivive alcuni avvenimenti.

Capita che Dickens, lontano dal canonico Christmas Carol, scriva Un albero di Natale facendo rivivere davanti ai suoi e ai nostri occhi i ricordi d’infanzia. Così come sono abbelliti dal reimmaginare un racconto. Anche se i colori non sempre compaiono e difficilmente particolari così dettagliati coincidano con la nostra esperienza, tutto è avvolto dalle voci di personaggi e storie che si rincorrono tra i diversi piani dell’albero:

Ebbene sì, su ogni oggetto che riconosco tra i rami più alti dell’albero di Natale vedo brillare questa luce magica! Nelle fredde e buie mattinate invernali, quando mi sveglio all’alba e intravedo il biancore della neve attraverso il gelo delle finestre, odo la voce di Dinarzad che esclama: «Sorella mia, se siete già sveglia, vi supplico di terminare il racconto del giovane re delle Isole Nere». Al che Sherazad risponde: «Se il Sultano mio signore mi concederà di vivere un altro giorno, o sorella, vi prometto che non soltanto porterò a termine la storia, ma che ve ne racconterò un’altra ancor più meravigliosa». E il benevolo Sultano si allontana senza dare ordine di metterla a morte, e tutti e tre tiriamo un sospiro di sollievo. A quest’altezza dell’albero comincio a presagire, nascosto tra le foglie, un incubo spaventoso – forse provocato dal tacchino, dal pudding o dal mince pie, oppure da tutta la cena combinata con Robinson Crusoe sull’isola deserta, Philip Quarll 1 tra le scimmie, Sandford e Merton con Mr Barlow, Mother Bunch e la Maschera.

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Dal piano incorporeo può capitare che le storie prendano il sopravvento e si trasformino in una presenza indifferente, come quella del gioco Sonì nel racconto omonimo di Alfred McClelland Burrage. Si spengono le luci su un gruppo di amici nella notte di Natale, chi ha preso il biglietto con scritto Sonì dovrà nascondersi e, quando trovato, non risponderà alla chiamata degli altri giocatori. Ogni volta che i giocatori si riuniscono c’è sempre una persona in più.

Il bello dell’atmosfera dei racconti di Natale di questo tipo è che l’orrore viene sfiorato senza avere l’intenzione di incutere timore.

A volte  a raccontare sono anime contemplative, imbevute di una malinconia suscitata dai reietti. Uno di questi è il protagonista di The Burglar’s Christmas di Willa Cather. Nell’ora più fredda di una fangosa Chicago il protagonista ne percorre le strade ricordando dolcemente i natali passati e i fallimenti venuti in seguito.

The unyielding conviction was upon him that he had failed in everything, had outlived everything. It had been near him for a long time, that Pale Spectre. He had caught its shadow at the bottom of his glass many a time, at the head of his bed when he was sleepless at night, in the twilight shadows when some great sunset broke upon him. It had made life hateful to him when he awoke in the morning before now. But now it settled slowly over him, like night, the endless Northern nights that bid the sun a long farewell.

(La ferma convinzione che lo affliggeva era che aveva fallito in tutto ed era sopravvissuto a tutto. Quel Pallido Spettro era vicino a lui da tempo. Molte volte aveva intravisto la sua ombra sul fondo del bicchiere, alla testa del letto quando la notte non riusciva a dormire, l’aveva visto nelle ombre del crepuscolo che si schiudeva davanti a lui. Gli aveva reso la vita odiosa quando si svegliava la mattina. Ma ora si era stabilito lentamente in lui, come la notte, come le notti senza fine del Nord che offrivano al sole un lungo addio.)

Il racconto di Natale è tradizione. Una tradizione forte, una tradizione scontata più per il ripetersi ciclico che per l’anno appena passato. Le usanze mantenute negli anni sono però dei riti, alle stregua di riti religiosi, che normalizzano l’anno e lo stabilizzano con un lieto ricordo. Potrà capitare di perdere di vista lo scopo e di farsi prendere dalla foga di cose in realtà inutili, come la scelta della carta da regalo che verrà stracciata in ogni caso, la scelta di regali originali nel timore di non ricambiare il valore di quelli ricevuti. Insomma c’è uno scambio inconscio tra il valore del Natale in sé e il valore delle cose che compongono il Natale.

“Intanto l’industria e il commercio hanno scatenato sulla città l’incantesimo pianificato del Natale, velivoli di notte hanno seminato sulla città la polverina dell’anticongiuntura, radio e televisione hanno bombardato il pubblico di messaggi motivazionalizzanti, nei ristoranti e nei caffè, sui cibi e nelle bevande, sono state versate dosi di elisir promozionale, uomini e donne sono stati quindi presi da una irrefrenabile smania, entrano ed escono dai negozi, comprano, ordinano, spediscono, scrivono, telefonano, firmano assegni e cambiali, giganteschi furgoni carichi di strenne intasano le strade della città, cataratte di Christmas cards, bigliettini, buste, calendarietti, immagini ingorgano le sedi postali e quindi traboccano all’esterno.

[…]

Riuscite ancora a distinguerla, la vostra città nella piena notte di Natale? Sommersa interamente da una coltre di inutili assurdi costosissimi regali, da uno strato spesso tre metri di telegrammi bigliettini cartoncini auguri auguri auguri.”

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In Una torta e una carezza di Dino Buzzati una tata trascorre il Natale con la famiglia di cui ha cresciuto i bambini. Lei è l’unica a ricordare l’imperfezione e la semplicità della torta che preparava per l’occasione e vi si dedicherà ad ogni costo. Attorno a lei si anima la foga della presentazione e nell’ossessione delle apparenze della cucina della cuoca di casa e della marea di biglietti e pacchetti ricevuti dalla famiglia. Qui Buzzati è fin troppo chiaro nel messaggio: se il Natale non è un giorno come un altro allora perché ostentare le psicosi collettive invece di dedicarsi a quello che si ha proprio davanti agli occhi? Rendere speciale un giorno che speciale non è, tra le cose più semplici da dire e difficilissime da fare.

La miniguida ai racconti di Natale ha selezionato solo una piccola parte nello sterminato panorama di storie che ci sono attorno alla festività. E questa incompletezza rincuora perché vuol dire che il Natale, nonostante tutto, è ancora in grado di originare un tentativo di renderlo memorabile anno per anno. I lettori troveranno diversi natali, dai generi più disparati, dagli autori più disparati mossi semplicemente dalla voglia di raccontare. Alla fine sono i lettori a scegliere il Natale che desiderano, a leggerlo e raccontarlo insieme agli autori preferiti.

Vecchi giovinastri, Un albero di Natale, Sonì e Le Messe di Natale sono tratti da Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, 2016

Una torta e una carezza tratto da Aspettando il Natale. 25 racconti per la vigilia, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi, 2009

Il racconto di Willa Cather in lingua

Il Calendario dell’Avvento Letterario #9: il valore delle piccole cose

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di Ringhiera

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Quand’ero piccola – si parla di tutta la durata degli anni Novanta –, dal primo di novembre tutti cominciavano a pensare al Natale. Che disdetta, pensavo, non sanno che questo mese si conclude ogni anno dal 1989 col mio compleanno. Allora mentre tutti fracassavano il cervello a mamma e papà su ciò che avrebbero scritto nella lettera per Babbo Natale, io cominciavo il mio conto alla rovescia per diversi rituali che dopo ventinove giorni mi conducevano al giorno del mio compleanno.

Tra tutti, due erano quelli fondamentali: Lo Zecchino d’oro e Canto di Natale di Topolino. Entrambi avevano a che fare con la musica, una di quelle costanti fondamentali nella mia vita. Intorno alla fine del mese la Rai trasmette in Eurovisione il programma televisivo che da piccola adoravo. La leggenda narra che quando avevo circa cinque anni mi arrivò la lettera di partecipazione ai provini per lo Zecchino, ma nessuno pensò che avessi la possibilità di sfondare come cantante. Le mie performance si tenevano nel soggiorno di casa, usando come microfono la mascherina dell’aerosol tra i fumi dell’acqua fisiologica, interpretando i successi dello Zecchino d’oro a squarciagola per sovrastare il fastidioso ed assordante rumore del generatore.

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Durante le pause tra le viarie esibizioni, gli sketch di Mago Zurlì con Topo Gigio e le votazioni, c’erano le pubblicità di giocattoli. Le ricordo natalizie, scintillanti e piene di quelle musicassette che ti mandano in visibilio. C’erano le bambole più belle, i giochi più in voga e tutti sorridevano super carichi di quell’energia che solo il Natale ti da. Strattonavo mia madre ogni anno per mostrarle il regalo che desideravo per il mio compleanno. Quando quegli spot terminavano ero così piena di aspettative che nella mia mente stilavo una lista di possibili regali da scegliere per la richiesta che mi era concessa soltanto una volta all’anno.

Quando il Festival dello Zecchino d’oro era passato, così come lo era il mio compleanno, quel che mi gasava di più dei regali che avrei ricevuto a Natale era Canto di Natale di Topolino, il film d’animazione basato sul racconto di Charles Dickens. Sin da subito, ovvero tra i titoli di testa, passava la scritta: “tratto da Canto di Natale di Charles Dickens”. E mentre leggevo quel pezzetto mi chiedevo chi fosse tale Charles Dickens. Inutile dirvi che ne sono venuta a conoscenza anni dopo, al liceo, attraverso l’adeguata conoscenza della letteratura inglese.

Da bambina però mi importava molto di quella storia così strappacuore e ogni volta che vedevo morire Tiny Tim piangevo a dirotto perché era così ingiusto che al mondo ci fosse gente che aveva troppo e non voleva donare nulla. L’empatia è sempre stata una parte importante del mio temperamento, ma il mio giudizio nei confronti di Scrooge, impersonato impeccabilmente da Zio Paperone, non riservava sconti. Per non parlare del terrore che provavo all’apparizione del fantasma di Jacob Marley e dello spirito del Natale futuro. Molto probabilmente è anche questa la ragione per cui quella fetta di letteratura romantica di stampo gotico non mi ha mai attirato. Tutta la costruzione del cartone animato era basata su un saliscendi di emozioni perlopiù negative. Ed era ciò che permetteva a noi bambini di godere del nostro meritato happy ending, nonostante l’angoscia per la presenza di miseria, avarizia e spettri.

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Quando compresi chi era Dickens avevo ormai rimosso dalla memoria Canto di Natale di Topolino. Ricordo bene il giorno in cui il nostro professore d’inglese entrò in classe per cominciare a spiegare il nuovo autore di letteratura. Avevamo appena concluso col compito in classe su Emily Bronte e le sue Wuthering Heights che ad essere sincera avevo mal sopportato.

– Cosa sapete di Charles Dickens?

Alle sue lezioni non era necessario alzare la mano per rispondere, soprattutto perché nel 90% dei casi esigeva che si rispondesse in lingua; va da sé che la maggior parte della 5ˆG non avesse il coraggio di cominciare un dialogo, a maggior ragione su un argomento praticamente sconosciuto ai più. Mi piacevano le sue lezioni, sopratutto il modo in cui interpretava i brani selezionati dalle opere maggiori sul nostro libro di testo. Bene o male, nonostante la mia perenne timidezza e la tendenza ad arrossire molto facilmente, cercavo sempre di farmi coraggio e superare quel maledetto imbarazzo provocato dal parlare in pubblico. Quel giorno quando ci chiese se sapevamo chi fosse Dickens non solo risposi quasi immediatamente, ma trovai la forza di spiegare che da piccola guardavo spesso un cartone animato della Disney basato su Canto di Natale. Mi sbloccai a tal punto da confessare la paura per i fantasmi e i pianti disperati per la sfortuna di Timmy e la sua famiglia, strappando un sorriso a quell’insegnate spesso impassibile e pronto a storcere il naso per gli strafalcioni in lingua.

Propose a tutti di leggere il racconto nelle vacanze di Natale, dicendoci che avrebbe leggermente smorzato la felicità natalizia perché «Dickens is a bit sad», disse annuendo incessantemente e col fare di chi sa quello che dice. Ci rassicurò però che questa lettura ci avrebbe permesso di ricacciare nei meandri della nostra stupidità adolescenziale la parte materialista insita nel Natale, rendendoci più compassionevoli.

Mentre le mie amiche cercavano il racconto in ogni libreria nel raggio di 50 km (IBS e Amazon erano ancora poco usati), io non dovetti fare alcuno sforzo impensabile. Mia zia, laureata da circa dieci anni in Lingue straniere, aveva la sua copia di racconti in cui era inserito proprio Canto di Natale. Glielo chiesi in prestito e, nonostante avessi preso due libri dalla biblioteca scolastica, nel pomeriggio mi accomodai sul divano accanto all’albero di Natale addobbato e illuminato e cominciai a leggere.

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La storia la conoscevo bene, avendo guardato decine di volte il film d’animazione e per questo motivo l’Ebenezer Scrooge che immaginavo parlava con la stessa voce del doppiatore italiano di Zio Paperone. La lacrimosa sensazione di cui conservavo il ricordo in qualche disperso meandro della mia mente tornava a farmi visita prepotentemente in tutta la Strofa dello Spirito dei Natali passati. Se nella parte introduttiva Scrooge appare come un uomo avido e senza scrupoli, Dickens, rivolgendosi direttamente al lettore e utilizzando l’espediente dello spettro di Jacob, cerca di portarlo ad osservare con attenzione il passato dell’uomo. Quello che lo scrittore cerca di smuovere nel lettore è la reazione che si ha ogni volta che si cerca di oltrepassare la superficie delle apparenze.

In definitiva Scrooge è l’uomo dal cuore arido a causa delle sconfitte affrontate sin da bambino, quando in collegio veniva emarginato dai suoi compagni, cercando continuo conforto nel mondo dei libri. Quando lo spirito gli mostra sua sorella Fan, venuta in suo soccorso per portarlo via da quel luogo così triste, a Scrooge torna in mente che le persone a cui teneva di più sono andate via, lasciandolo a marcire in una solitudine immensa.

Sua sorella era morta, lasciandogli un nipote che per i suoi gusti era troppo entusiasta del Natale. Che sciocchezze, continuava ad asserire il vecchio dal cuore di pietra. Ad ogni ricordo, ogni sensazione di quei momenti che l’avevano reso l’uomo che era, Scrooge si scioglie in pianti di dispiacere per se stesso. La gente intorno non può comprendere perché lui non vuol lasciarsi attraversare dagli altri, mostrandosi così vulnerabile e umano.

Anche osservando il Natale attraverso lo spirito del Presente si può realizzare quanto le vicende passate abbiano influito sugli atteggiamenti di Scorge, il cui modo di fare si riflette sui Cratchit. Quello che in definitiva rappresenta Canto di Natale è il viaggio di un uomo attraverso il tempo vissuto. L’occasione di sentirsi deluso dal comportamento che si manifesta con l’apparizione prima di Jacob e poi degli spiriti, equivale alla seconda chance di cui Scrooge può usufruire per riscattarsi nei confronti del mondo. È un modo per dimostrare che il Natale è solo un momento dell’anno che però ci rende meno aridi e, se siamo fortunati come Scrooge, avremo l’occasione di godere di una felicità raggiunta con poco.

Dopo aver letto le ultime parole del racconto, ho fatto quello che faccio sempre quando termino una lettura. Ho riletto le frasi che mi conducevano alla chiusura, come se stessi temporeggiando in attesa di un’illuminazione. Poi ho poggiato il libro sul divano ed ho deciso di farmi carico dell’insegnamento di Dickens. Mi sono stesa sotto l’albero di Natale e mi sono lasciata ipnotizzare dalle luci che si accendevano in modo scoordinato. Non erano perfette, qualcuna era anche fulminata, ma l’aria sapeva di cartellate* e tutto ciò per me aveva un gran valore, quello delle piccole cose.

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*cartellate: tipici dolci originari della Puglia preparati soprattutto a Natale. Nella tradizione cristiana rappresenterebbero l’aureola o le fasce che avvolsero il Gesù nella mangiatoia.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #8:le sorelle March e lo spirito del Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Norma di Il soffitto si riempie di nuvole

 

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C’è profumo di biscotti caldi e un allegro ciarlare, nella sala addobbata di lucine.
Jo e Amy naturalmente bisticciano, se potessero si prenderebbero per i capelli. Beth è seduta al piano, suona con un dito solo, la canzone è tutta dentro la sua testa. Appoggiata alla porta, stretta nello scialle, Meg le guarda con comprensione infinita. Del resto, che mai deve fare una sorella maggiore?

Lo spirito del Natale aleggia nell’aria.
Oh, no, non parlo di carole e opere di bene. Parlo dello spirito che versi nel bicchiere.
Le ho chiamate a raccolta tutte e quattro, le sorelle March. Le ho guardate dritte negli occhi, lo shaker sotto al braccio. “Ragazze, mi piacerebbe trasformarvi ognuna in un cocktail diverso, se non suona troppo irriverente”.
Non ci crederete, ma erano d’accordo.
E così eccoli a voi: quattro cocktail per quattro sorelle, per riscaldarsi le ossa sotto le feste.

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Meg – Irish coffee

Meg, tu sei un cocktail dolce e forte, caldo e corroborante. Mi hai fatto pensare all’Irish coffee, che non è affatto male, in queste giornate di gelo dicembrino.

Cosa serve

30 ml di whiskey
1 cucchiaio di zucchero di canna
1 tazzina di caffè nero bollente
6 ml di panna da montare raffreddata
un bicchiere infrangibile

Come si prepara

1. Scegliete un bicchiere che regga l’impatto con una bevanda bollente.
2. Versateci dentro whiskey, zucchero e caffè, mescolando finché lo zucchero non si scioglie.
3. Possedete mezzi per montare la panna? Bene, usateli per montare la panna. Altrimenti, montatela con lo shaker da cocktail fino a che le vostre braccia non vi renderanno competitivi alle gare di canottaggio: a questo punto la panna è pronta.
4. Versatela lentamente nel bicchiere, facendola scorrere sul dorso di un cucchiaino: in questo modo si otterrà il delizioso effetto panna galleggiante.
5. Corroborate la Meg che è in voi.

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Jo – Manhattan

Jo, per te cercavo un cocktail rosso e risoluto, uno di quelli che quando lo bevi rimani ad occhi sbarrati per un attimo. Lo ammetto, ho fatto affidamento al mio gusto e alla mia autobiografia, così la scelta è ricaduta sul Manhattan, che tu ovviamente ti verserai per sbaglio sul vestito nuovo che ti eri messa per la cena di Natale.

Cosa serve

60 ml di whiskey
30 ml di vermut rosso dolce
qualche goccia di angostura
ghiaccio
ciliegina al maraschino

Come si prepara
1. Raffreddate una coppetta da cocktail
2. Chiedete ad un amico barista di prestarvi l’angostura. In alternativa, compratene una bottiglietta, ma sappiate che probabilmente vi durerà in eterno e, prima di finirla, potreste trovarvi a usarla nei modi più disparati, come condimento, come profumo, come deodorante per ambienti, come figurante in cucina, tra l’origano e la paprika dolce.
3. Versate whiskey, vermut e angostura in un bicchiere con 4-5 cubetti di ghiaccio.
4. Mescolate con cura.
5. Filtrate nella coppetta da cockail.
6. Servite con ciliegina al maraschino.
7. Scrivete il vostro primo romanzo.

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Beth – Tè di Natale

Beth, a te l’arduo compito di abbassare il livello etilico di queso post, perché Natale è anche rincantucciarsi in casa con una copertina sulle ginocchia e un tè caldo e un po’ speziato tra le mani. Tanto lo sai già, che l’accompagnamento musicale tocca a te.

Cosa serve

100 g di tè nero
1 arancia
2 mandarini
cannella
anice stellato
chiodi di garofano
1 cucchiaio di uvetta

Come si prepara

1. Lavate e sbucciate l’arancia e i mandarini.Tagliate le bucce a pezzetti.
2. Essiccatele in forno, a 50 gradi per tre ore. In alternativa, appoggiatele sui termosifoni bollenti, ottenendo così anche l’effetto “È giunto dicembre, l’aria profuma di mandarini”.
2b. Dal momento che per la tisana vi servono le bucce, gli agrumi potete pure mangiarli.
3. Tritate l’uvetta.
4. Malmenate la cannella, l’anice stellato e i chiodi di garofano fino a ridurli a pezzetti.
5. Mescolate tutti gli ingredienti al tè nero e metteteli in una bustina per alimenti o in una scatolina di latta rigorosamente a tema natalizio e conservateli per almeno una settimana.
6. Il giorno di Natale, preparate il tè: portate l’acqua a ebollizione, poi mettete in infusione due cucchiaini di tè a persona per 5 minuti.
7. Sorseggiate sorridendo e amando tutti incondizionatamente.

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Amy – Cosmopolitan

Amy, ti odiano tutti. Io no. Non così tanto, almeno. Aspra e dolce, ho scelto per te un cocktail che, ne sono certa, saprai abbinare con incantevole nonchalance ai tuoi abiti delle feste. Le parenti più anziane ti adoreranno.

Cosa serve
ghiaccio
40 ml di vodka
30 ml di triple sec
30 ml di succo di mirtillo rosso
30 ml di succo di lime appena spremuto
uno spicchio di lime

Come si prepara
1. Raffreddate la coppa da cocktail.
2. Riempite lo shaker con tutti gli ingredienti.
3. Shackerate vigorosamente.
4. Filtrate nella coppa.
5. Guarnite con lo spicchio di lime.
6. Bevete col ditino alzato.

Foto René Ruisi (Mt2)

Il Calendario dell’Avvento Letterario #7: il Natale degli altri

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Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di Ringhiera

Tra le tante cose che mi affascinano della letteratura, pur odiando ogni tipo di etichetta, c’è quel genere da molti definito come realismo sporco. I tre scrittori che più rappresentano questa corrente sono Raymond Carver, Richard Ford e Richard Yates. Questi magnifici tre sono anche annoverati tra coloro che hanno dato un notevole impatto alla narrativa attraverso la forma breve. I loro racconti, soprattutto quelli di Carver, hanno segnato un certo modo di intendere la short story americana – spetterebbe una menzione d’onore al buon vecchio Hemingway, ma lui è impegnato a distribuire regali nel cuore dell’Avana. Pur riconoscendo ad ognuno i propri e dovuti meriti, al realismo sporco sono particolarmente affezionato. Tutto iniziò con Cattedrale, il resto è ormai attualità.

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Era primavera quando mi sono ritrovato a leggere i racconti di Yates contenuti nella raccolta Undici solitudini (Minimum Fax, traduzione di Maria Lucioni). Per la strada faceva abbastanza caldo, circostanza inusuale per quei giorni. Evidentemente era un chiaro segnale di quella che sarebbe stata la stagione estiva. Quelli di Yates sono racconti che prendono i loro protagonisti e li spremono fino al limite della soglia di sopportazione a cui si aggrappa la vita. Adoro rispecchiarmi in qualsiasi genere di antieroe si presenti.  Per questo motivo mi è sembrato doveroso procedere con una calma tale da mettermi dei paletti per non sforare la quantità di racconti da leggere. Non più di due al giorno, queste pagine vanno digerite con estrema attenzione.

Il dottor Geco e Tutto il bene possibile sono scivolati giù con un colpo secco. Questa è roba forte, mi sono detto. Stessa cosa per Jodi ha il coltello dalla parte del manico. Insomma, tutto filava secondo i miei piani. Un passo per volta fino ad arrivare su in cima. Poi è arrivato il turno del racconto che mi ha spinto a scrivere questo post. Nel bel mezzo della fine della primavera compare davanti ai miei occhi una storia dall’evidentissimo sapore natalizio: Nessun dolore.

La protagonista Myra, accompagnata da una coppia di amici e il suo amante, si reca a far visita al marito ricoverato in ospedale per tubercolosi. Eccovi servito il quadro generale. Quelli di Yates sono racconti che lanciano il loro sguardo sugli anni pre e post secondo conflitto mondiale, e quello della tubercolosi è un fantasma non ancora estirpato del tutto. Harry viene trasferito da un reparto e l’altro da quattro anni. Myra, con un’occupazione presso un ufficio in città, resta al suo fianco nonostante lo scorrere del tempo sia riuscito ad elevare una barriera invisibile tra i due. Quando si vedono non fanno altro che parlare dei soliti convenevoli. In quattro anni le vite di ognuno di loro sono state protagoniste di mutamenti che hanno riguardato la loro stessa genesi, ma affrontare questo ostacolo vuol dire molto per entrambi. Magari Harry neanche ci pensa più al suo matrimonio.

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Il dramma di questo racconto non è tanto nella vicenda in sé, quanto nei simboli che compongono il quadro generale della narrazione. Myra scende dall’auto dei suoi amici ferma in direzione di un grosso albero di Natale sistemato nei pressi dell’ospedale. L’aria positiva della festa la si respira a tratti. È assai difficile raccogliere l’atmosfera in un respiro a pieni polmoni. Yates ha messo sullo stesso piano il disincanto della realtà stessa che celebra il ritorno ufficiale al dolore. Harry giace nella sua malattia senza reagire minimamente. Il male fisico che lo attanaglia lo mantiene fermo nella condizione precaria del corpo. Tutto diviene essenziale metafora dell’uomo obbligato ad assistere al suo estremo disastro. Ambientato in una corsia di ospedale, quello di Yates sembrerebbe più il Natale degli ultimi, quelli dimenticati ai lati della strada, che dei propri personaggi.

Il filo sottile che mantiene unita la trama di questo racconto risiede in una bolla pronta ad esplodere da un momento all’altro. Questo è uno dei maggiori esempi di dirty realism che si possa mai riscontrare. Ma cosa diavolo vuol trasmettere Yates con queste pagine? C’è sempre chi se la passa peggio di noi? Oppure vuole semplicemente spostare la lente d’ingrandimento sulla realtà che persiste nelle stanze degli ospedali anche quando fuori tutto sembra essere una magica scultura di rose e fiori? Tanti possono essere i punti di domanda che si innalzano dal pavimento durante la lettura, e a queste domande Yates sembra porre un unico rimedio: l’amore.

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Quello di Myra è un amore vissuto a doppia mandata. Tra lei e suo marito Harry non c’è alcun segno evidente di cedimento. Per loro il tempo si è fermato ai momenti precedenti al ricovero. L’ospedale ricopre il ruolo di un coperchio a chiusura ermetica. Nei brevi quanto forzati dialoghi tra i due coniugi traspare ancora la scintilla che ha dato fuoco alla loro unione, lo stesso fuoco che ha saldato il loro rapporto in un tempo ormai estraneo. Arrivati ad un certo punto del racconto, mentre Myra sta per andare via, arriva un coro che intona Jingle bells con l’intenzione di farsi sentire in tutto il reparto. In questo preciso momento la narrazione di Yates sembra rallentare per dare maggiore espressione all’instante unico ed irripetibile in cui il dolore e la felicità ostentate a tutti i costi si incontrano per un’eclissi di emozioni.

Se quello tra Harry e Myra è un rapporto in cui il tempo si è fermato, quello tra Myra e Jack – il suo amante – è l’esatto contrario. Lascia che il dolore riposi nei letti degli ammalati, così quando è fuori dalla struttura può finalmente riprendere quella che è la sua vera vita, quella che avanza di pari passo con il tempo che si è fatto finalmente presente. L’immobilità da un lato si scontra con l’azione mutevole dell’altro. Harry è ormai divenuta una figura intangibile che giace inerme nei loro rispettivi ricordi fermi a quattro anni prima. Jack è invece il presente che abbaia, morde e insegue la passione senza esclusione di colpi. Lui è l’unico in grado di palpare il desiderio. Il corpo caldo di Myra che si nasconde sotto il cappotto è il mezzo attraverso cui la loro storia d’amore può definirsi, senza l’ausilio di grossi giri di parole, reale.

Leggevo i racconti pensando sempre alla solita scena. Il petto rinsecchito di Harry e il massimo vigore del volto di Myra davanti al coro che cercava di infondere gioia e sollievo in quello che dovrebbe essere un periodo diverso – con tanto di declinazione positiva – rispetto al resto dei giorni dell’anno. Quando prima di rimettersi in viaggio i quattro amici scelgono di fermarsi a bere in un locale in città, ho visto nascere una sorta base su cui poter vivere il Natale, nonostante tutto il deperimento emotivo. Il racconto si conclude con questa immagine che lascia spazio a mille finali possibili, con bicchieri pronti ad essere riempiti. In fondo gli undici racconti racchiusi in questa raccolta sono per davvero undici solitudini come esprime il titolo. Richard Yates ha usato Nessun dolore come se volesse sbattere un pugno sulla tavola imbandita a festa per riportare tutti a contatto con la realtà messa in disparte in un giorno che dovrebbe essere come tutti gli altri. L’eco del boato che ne è scaturito l’ho avvertito lungo tutta la colonna vertebrale. Era primavera quando ho letto questo racconto, e rileggerlo adesso, in questo periodo, equivale ad impegnarsi in uno di quegli sforzi insopportabilmente odiosi, che una volta realizzati permettono di comprendere che si trattava di gesti da compiere senza fare altre domande.

Per questo, quando Yates & Co. sono seduti al vostro stesso tavolo, beh, siate pronti ad aspettarvi di tutto.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #6: Natale in casa Brontë

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Questa casella è scritta e aperta da Serena e Selene di The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

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Da Etsy

Purtroppo nessuna delle sorelle Brontë sembra essersi mai soffermata a raccontare per iscritto quali fossero le abitudini, le tradizioni, le usanze che scaldavano l’atmosfera del Parsonage durante le feste natalizie. Possiamo dedurre però dalle lettere che il ritorno alla canonica per le vacanze di Natale era un momento atteso con gran trepidazione da Charlotte, Emily e Anne. Elizabeth Gaskell ci racconta in particolare dell’inverno del 1842: Emily e Charlotte avevano trascorso l’intero anno a Bruxelles, e non vedevano l’ora di tornare a casa per una breve pausa invernale. Quell’anno, Charlotte ricevette e ricambiò molte visite alla gente del luogo; insieme alle sorelle fece lunghe passeggiate per la brughiera innevata, arrivando fino a Keighley, per aggiornarsi sugli ultimi titoli arrivati in biblioteca.

Stando a questo, il quadro che viene fuori del Natale ad Haworth è davvero molto romantico, ma è un ritratto realistico? Sebbene oggi il paesino sia delizioso sotto la neve, con le luci delle vetrine accese e le strade illuminate, gli alberi di Natale decorati sotto la facciata di St. Michael and All Angels, non è difficile immaginare che al tempo la ripida e ghiacciata salita di Main Street fosse molto meno accogliente e piacevole di come è oggi. Anche lo stesso Parsonage deve essere stato piuttosto freddo in quel periodo, e il reverendo Brontë probabilmente non era un tipo propenso alle “frivolezze” natalizie che iniziavano ad essere in gran voga proprio in epoca vittoriana. Non stupisce molto dunque che le sorelle non facessero menzione di particolari tradizioni o usanze familiari.

Scavando meticolosamente però, ed entrando un po’ più nello specifico, se sbirciamo tra i romanzi e le poesie delle tre autrici, scopriamo diversi accenni al Natale. Anne Brontë scrisse una poesia ispirata al 25 Dicembre dal titolo “Music on a Christmas Morning“, eccone l’inizio:

MUSIC I love–but never strain

Could kindle raptures so divine,

So grief assuage, so conquer pain,

And rouse this pensive heart of mine–

As that we hear on Christmas morn,

Upon the wintry breezes borne.

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All’interno di questa poesia ci sono numerosi riferimenti a canti religiosi tradizionali, e viene spontaneo immaginare con quale spirito di preghiera Anne dovesse approcciarsi al Natale.

Emily Brontë invece ci offre uno spaccato abbastanza dettagliato di quello che immaginiamo possano essere state le usanze natalizie nello Yorkshire del tempo. Ci riferiamo in particolar modo al capitolo VII del suo romanzo: dopo aver trascorso cinque settimane in casa Linton, Catherine torna a Cime tempestose.
il giorno di Natale, ormai cresciuta e completamente cambiata. Nelly Dean è indaffarata a preparare il pranzo a cui Hindley Earnshaw e la sua signora, Frances, hanno invitato i Linton.

È proprio Nelly a raccontarci di questo Natale in casa Earnshow, dipingendo, di sfondo alla vicenda principale, tutta una serie di attività che la vedono impegnatissima e indispensabile per la riuscita di un pranzo così importante:

“Dopo aver fatto da cameriera personale alla nuova venuta e aver messo i dolci in forno, e aver reso la casa e la cucina allegre con grandi fuochi adatti alla vigilia di Natale, mi preparai a riposarmi su una sedia e a divertirmi da sola cantando le carole di Natale.”

Leggendo le parole di Nelly Dean, è impossibile non immaginare Tabitha indaffarata dentro la cucina del Parsonage illuminata da fuochi caldi e vivaci. E proprio riguardo le “carole”, in Cime Tempestose si parla della “banda di Gimmerton”, composta da quindici strumenti, che gira per le case offrendo musiche tradizionali in cambio di qualche “dono”. Questo tipo di usanza, presente anche nel nostro paese, si conserva in forme un po’ diverse tutt’oggi… chissà quindi che anche le strade di Haworth al tempo non fossero state illuminate dalle torce dei cantori natalizi?

Anche in Jane Eyre, il romanzo più noto di Charlotte Brontë, troviamo traccia di alcuni episodi natalizi: alcuni, seppur non esplicitamente dichiarati tali, possono facilmente essere ricondotti agli usi e costumi del Natale nello Yorkshire, come ad esempio quando a Thornfield Hall, la compagnia si dedica al gioco della sciarada, tipico intrattenimento di gruppo associato al Natale; altri che riguardano le tradizioni culinarie propriamente natalizie, come quando a Moore House, a Natale, Jane racconta di fuochi accesi per rendere le sale più vivaci, allegre e calde, del tempo trascorso in lieta compagnia a “sbatter uova, mondare uva sultanina, grattugiare spezie, preparare dolci natalizi, sminuzzare ingredienti per le crostate, e celebrare solennemente altri riti culinari”.

Non è certo, ma è possibile immaginare che questi episodi letterari abbiano preso spunto da ricordi autobiografici, o almeno da realtà culturali non troppo lontane da quelle vissute dalle Brontë.

Così, con l’aiuto di brevi stralci (impliciti o espliciti) di testi di narrativa o poesia direttamente dalle penne delle sorelle, con alcuni riferimenti a riti e tradizioni dello Yorkshire, e con un po’ di fantasia, gli amanti del Natale e i più romantici potranno facilmente sognare di Natali innevati, allegri campanelli cristallini, deliziosi profumi dalle porte delle cucine e, senza dubbio, ore serene e liete, trascorse in famiglia.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #5: Natale a Grimmauld Place

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Ilenia Zodiaco

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Nella mia immaginazione – e scommetto, anche nella vostra – il Natale perfetto è ambientato ad Hogwarts. I dodici alberi imponenti che decorano la Sala Grande, il banchetto sontuoso, il cielo stellato al posto del tetto, la neve e qualche fantasma a burlarsi di voi. Ma non fatico a credere che abbiate bene in mente anche la scena in cui Harry e Ron, undici anni a stento, la mattina di Natale, si salutano e si scambiano i regali davanti al camino della Sala Comune di Grifondoro. La scena acquista un significato particolare perché sappiamo che è il primo vero Natale felice di Harry (che ha trascorso degli anni infernali dai Dursley), ma è anche una celebrazione di quello che sappiamo fin da piccoli: a Natale ci si può sentire felici e appagati per le cose più semplici, grati che coloro che ci stanno intorno si facciano “contagiare” dal clima di festa. Il Natale ha il potere di diffondersi e di superare il malumore individuale.

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Le immagini che compongono il nostro sogno di Natale sono inevitabilmente classiche perché, molto banalmente, il Natale è tradizionale. Forse una delle poche tradizioni che si mantiene da secoli, pressoché inalterata nei suoi tratti fondamentali. Quando ero una bambina ricordo di essere rimasta molto colpita dal fatto che persino nei libri di Harry Potter questa festività di stampo cristiano venisse celebrata anche in un mondo magico e quindi “eretico”. Il Natale esiste persino in Harry Potter. Perché? Può essere snervante ritrovarsi con i nostri parenti, specialmente se abbiamo una famiglia disfunzionale e infelice (chi non ce l’ha?). Può essere impegnativo, fino ai limiti della commiserazione, il non riuscire a trovare idee o tempo per fare regali per tutti o l’impossibilità di comprarli per problemi economici. Può essere mortificante dover ricevere continuamente domande sulla propria immobile vita professionale o sentimentale. E poi certo, il Natale può essere molto più che un’esperienza imbarazzante. Può rappresentare l’occasione di sentirsi ancora più soli, di avere paura, provare dolore. Eppure persino in un mondo parallelo, fatto di bacchette e incantesimi, sembra proprio un appuntamento irrinunciabile.

Particolarmente significativo sono i festeggiamenti natalizi presenti ne L’Ordine della Fenice. Sebbene sia forse il Natale più affollato della storia dei libri di Harry Potter (si celebra nel quartier generale dell’Ordine quindi c’è un via vai continuo), è anche uno dei più precari. Siamo sull’orlo della guerra contro Voldemort, la segretezza e la clandestinità rovinano in qualche modo l’atmosfera di festa. In più, Arthur Weasley si trova in pessime condizioni di salute perché morso da Nagini.
Il Natale a Grimmauld Place è atipico anche perché c’è l’idea di una famiglia “allargata” che assomiglia più ad un’accozzaglia di disperati (MUGUNDUS FLETCHER!). La casa poi non è di certo La Tana ma una polverosa dimora di purosangue con idee piuttosto ristrette e ottuse di come dovrebbe comportarsi un mago.
I personaggi quindi sono trapiantati in un contesto quasi ostile, Sirius è addirittura segregato in una casa che ha sempre odiato e in cui ha trascorso gli anni più infelici della sua vita (e chissà quanti Natali neri!).

Eppure, tutti ritengono importante dare una parvenza festiva per il Natale: dalla disinfestazione domestica, alla preparazione della cena fino allo scambio di regali (potevamo mica farci mancare i maglioni di Molly per i gemelli?). Uniti nel malumore, si cerca di stare insieme perché, come dicevamo all’inizio, sono i momenti più semplici che ci ricorderemo e che proveremo sempre a ricreare, anche “negli attimi più bui”.

Sirius dirà: “Quando tutto questo sarà finito, saremo una vera famiglia”. Sappiamo che non succederà ma quel momento, il fatto che lui l’abbia detto, sarà un ricordo importante per Harry. E i ricordi sono l’unica vera magia a noi accessibile in questo mondo. Almeno, la più potente. Il Natale ci ricorda di costruirli insieme. Melenso? Forse. Ma chiediamoci allora perché continuiamo a festeggiarlo.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #4: il panettone non bastò

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Questa casella è scritta e aperta da Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri

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Sul Natale sono state dette fiumane di parole, scritti centinaia di libri, migliaia di racconti e poesie. A prima vista sembra che, per parlarne ancora, ci voglia una bella dose di coraggio. Ma non è vero. Non se ne parlerà mai abbastanza. Il Natale ritorna ogni dodici mesi, allo stesso giorno 25, con precisione matematica, non è quindi una cosa molto rara. Tutti sanno come è fatto, tutti potrebbero descrivere in anticipo nei minuti particolari quello che accadrà nelle case rispettive. Eppure se ne resta sempre sbalorditi.

[Dino Buzzati, dal racconto “Lo strano fenomeno che si chiama Natale”, Corriere d’informazione, 24-25 dicembre 1954]

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Tra gli autori italiani che apprezzo di più, sul podio compare il giornalista scrittore bellunese Dino Buzzati. Il nostro primo incontro avvenne sui banchi di scuola, quando io ero molto giovane e lui era già morto da un pezzo. Fu “Il segreto del Bosco Vecchio” il primo libro di Buzzati che lessi, e scoccò un colpo di fulmine; la penna dello scrittore veneto mi affascinò al punto di proseguire la scoperta dell’universo buzziatiano e, col tempo, mi portò a scoprire le piccole gemme letterarie della sua sterminata produzione.

Come il libro “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” (Mondadori, 162 pagine, 9.00 €), una raccolta perfetta da leggere e rileggere, accanto all’albero di Natale o al Presepe o per i più fortunati al caminetto acceso, nell’attesa che passi o che arrivi la notte più magica dell’anno.

In realtà, il nostro Dino il Natale non lo festeggiava volentieri, per lui il 25 dicembre era una giornata come un’altra. Se ci pensate, per molti Natale non è che una giornata come un’altra, soprattutto per chi lavora, magari nell’ambito medico o nella ristorazione o giornalistico: ci si ritrova a salvare vite o a cucinare o a scrivere un pezzo come un qualsiasi giorno dell’anno.

Eppure, Buzzati ha sempre scritto qualcosa a proposito del Natale, senza saltare mai un anno, dal 1934 (“Tecnica del Presepio”, Corriere della Sera, 19 novembre 1934) al 1971 (“Lo strano boxer sul comodino”, Arianna, dicembre 1971), anno in cui trascorse il 25 dicembre in un ospedale di Milano.

La penna di Dino Buzzati è così versatile che tra gli scritti della raccolta “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” anche il lettore più ghiotto trova qualcosa di appetibile: ci sono poesie, una fiaba disegnata da Buzzati stesso, racconti travestiti da fiabe dolceamare e pezzi che hanno un taglio prettamente giornalistico, dove vengono analizzati usi, costumi e mode bislacche.

“E per Natale tu, a casa, cosa fai?”

“Mah, pensavo di fare il solito albero, ma Giantomaso e Almachiara, i miei più piccoli, si sono messi a contestarlo, dicono che a Mao assolutamente non piace. Pensavo di fare un presepio, ma sembra che le punte più avanzate del Concilio lo abbiano messo in quarantena. Pensavo di mettere qualche ghirlanda d’argento, qualche palla di vetro, qualche candelina, e così via, almeno nell’angolo dove alla vigilia si ammucchiano i regali ma Pierfrancesco, il mio secondo, dice che è un rito schifosamente consumistico. Pensavo, sopra e intorno al caminetto, di mettere in mostra i “christmas card” ricevuti, ce ne sono di divertenti da morire, ma Giorgiopaolo, il mio grandicello, dice che Mancuse è contrario. Pensavo, sulla terrazza, fuori, di costruire un bel Babbo Natale con la neve, ma il colonnello Bernacca dice che per Natale la neve non verrà.”

“E allora?”

“Niente. Pulirò i vetri.”

[Dino Buzzati, Decorazioni natalizie, Corriere della Sera, 13 dicembre 1969]

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Il giornalista bellunese trova ogni anno qualcosa da raccontare ai suoi lettori, perché ogni 25 dicembre viene descritto con minuzia di particolari, analizzato a fondo indagato in tutte le sue complessità e punti di vista. In questo modo, è sempre possibile trovare qualcosa di originale e diverso da scrivere sul Natale. E poiché il Natale si ripresenta puntuale ogni anno, le storie di Buzzati sono piccoli ritratti dell’Italia che cambia: il Natale passa e va, magro durante la Seconda Guerra Mondiale e molto più ricco durante il boom economico degli Anni Sessanta.

(…) Caro Gesù bambino,

ti scrivo questa letterina per dirti che per Natale desidero queste cose: Una giostra dei cavallini, un telefono, una scatola da falegname, una fisarmonica, un cavallo che va, un treno, un aeroplano, una camionetta che va, un monopattino, tanti libri e infine dolci, caramelle, torroni, cioccolatini, cicche americane, mandarini e molte altre cose. Però non mi dispiacerebbe anche un sacco di carbone. Ora caro Gesù Bambino sia a te la scelta. Bacioni Mario Fiocchi abitante in viale Montenero 66 oppure via Monte di Pietà 17. Ti avverto che abitiamo all’ultimo piano e se vedi bombardato non spaventarti perché abitiamo lì. (…)

[Dino Buzzati, Montenero, 66 pressappoco una fiaba, Corriere Lombardo, 26 dicembre 1945]

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Natale si presenta puntuale assieme alle solite cose che si devono – quasi – per forza fare: le decorazioni, i regali agli amici e parenti, i pranzi luculliani, i buoni propositi. Tutte queste emozioni collegate al Natale che necessariamente si ripetono (anzi, viaggiano con il Natale stesso) mostrano quanto gli italiani cambino e Buzzati punta la sua lente d’ingrandimento sulla società dell’epoca e ne restituisce un fedele ritratto. E poi, a Natale si è sempre tutti più buoni, vero?

(…) Dopo cinque lunghi anni lo spirito del vecchio Natale sarà di nuovo tra noi, un po’ dappertutto, questa antica favola che non si consuma mai. Non soltanto nelle chiese, anche fuori a San Babila e alla Bovisa, all’ospedale e tra le macerie, sui marciapiedi di via Padova, nei cimiteri, nei tram e nelle guardine (…) Non bisognerà stringere i denti, domani, per essere buoni, perdonare non costerà più fatica, né sorridere ai molti difetti della nostra esistenza; perfino la miseria e il dolore, con minimo nostro sforzo, si circonderanno in qualche modo di luce. Tante cose difficilissime, come il sopportare la vista del prossimo, diventeranno un giochetto. Ora non vi domandiamo di impegnarvi. In seguito, se lo riterrete necessario – lo abbiamo già detto – tornerete pure alle solite carognate. Non vi chiediamo giuramenti o promesse. Più tardi, insomma, si vedrà. Ma, domani! (…)

[Dino Buzzati, Domani una grande occasione, Corriere Lombardo, 24 dicembre 1945]

 

Ma Buzzati sa bene che il Natale non è uguale per tutti: se ci sono persone che lo attendono con gioia e trepidazione, ce ne sono altrettante che vorrebbero che terminasse subito, o anzi che per magia si passasse dal 24 al 26 dicembre. A Natale sembra che ci siano degli obblighi, come essere sempre buoni e felici. Buzzati decide quindi di raccontare anche il Natale di chi soffre, di chi è triste, di chi alla vista delle luci natalizie e all’entusiasmo dei doni, reagisce permeandosi di malinconia, persino le vetrine, che consapevoli di essere state agghindate per le Festività si aspettano di essere ammirate e contemplate; e quando così non è, anche le vetrine dei negozi diventano tristi.

Io sono la vetrina di un piccolo negozio al numero 6 di via Gaspare Secondini. Sull’insegna c’è scritto: “Cornici – Oggetti d’arte”. La mia padrona è la signora Luisa Ambrogetti vedova Forni. Ha sessantacinque anni, credo. È grassa. È buona. Il signor Forni, che aveva ereditato il negozio del padre, è morto anni fa (…) Le 17.50. Chi entra adesso? (…) Ancora due ore, forse meno, e arriverà quel momento così difficile. La pulizia delle lampadine, le palle d’argento e d’oro, l’agrifoglio, le speranze, tutto è stato dunque inutile? Di minuto in minuto si direbbe che la gente, fuori, abbia sempre più fretta, tanto rapidamente galoppa via senza uno sguardo, quasi io nemmeno esistessi.

[Dino Buzzati, Lo stacco di Natale, Corriere della Sera, 24 dicembre 1967]

Ci sono poi Natali che restano nel cuore, vuoi per un dono speciale, per la visita di un amico lontano, perché l’ultimo trascorso con il nostro amato parente. Ogni anno dai cassetti tiriamo fuori nastri, palline di cristallo, statuine e preziosi ricordi, e con essi appulcriamo il nostro esclusivo Natale sul modello di quelli precedenti, eppure senza mai essere uguale a quello precedente. Perché siamo noi ad essere diversi ogni anno che passa – migliori o peggiori, chi lo sa? – e il Natale è una festività che brilla in rosso sul calendario per ricordarcelo.

*

Potrei ancora citare molti altri racconti, passi, brani. Ma credo vi potrei rovinare la sorpresa di scoprire un Buzzati particolare, un po’ inedito forse, ma sempre molto originale. Per questo, nell’augurarvi un Buon Natale vi suggerisco di leggere e di regalare “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” di Dino Buzzati e di immergervi nel magico universo che il grande scrittore bellunese ha creato.

Buone Feste!

 

Il Calendario dell’Avvento Letterario #3: il Natale di Arturo Bandini

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

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John Fante è uno dei miei autori prediletti e, ogni volta che posso, cerco di spezzare una lancia in suo favore, perché la sua è una produzione letteraria abbastanza ampia, coraggiosa e drammatica, soprattutto perché lo scrittore mette al centro della sua narrativa alcuni elementi cardini tipici all’umanità intera che risultano così universali e ricchi di pàthos, di sentimentalismo e di passione.

Durante la lettura delle sue opere – tra romanzi, racconti e sceneggiature hollywoodiane – c’è stato un romanzo che, forse più di altri, ha colpito la mia attenzione e mi ha permesso di comprendere come alcune contrapposizioni e alcuni paradossi non siano mai così scontati nella vita.

Sto parlando di Aspetta primavera, Bandini, ovvero il romanzo d’esordio di questo autore italo-americano, pieno di sogni e di ambizioni, nato a Denver nel 1909. Il romanzo viene pubblicato per la prima volta  – dopo mille riscritture e tribolazioni – nel 1938 e vede, per la prima volta in assoluto, l’entrata in scena di uno dei personaggi letterari più amati e più controversi della narrativa fantiana ovvero Arturo Bandini, che in fondamentalmente risulterà essere una sorta di alter-ego dello stesso John Fante.

Ma ciò che rende unico questo primissimo romanzo di John Fante, oltre alla presenza di Arturo Bandini, è la sua ambientazione in un’ immaginaria cittadina del Colorado – chiamata Rocklin, che corrisponde  grosso modo alla città di Boulder – talmente fredda e sommersa di neve durante l’inverno che tutti i suoi abitanti attendono con speranza e con trepidazione l’arrivo della primavera. Arturo Bandini e suo padre Svevo l’aspettano anche più degli altri: il primo per tornare a giocare sui campi da baseball, il secondo per tornare a lavorare come esperto muratore.

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Natale a Boulder, Colorado

Eh già, perché Arturo Bandini è un adolescente lentigginoso, arrogante e testardo che sogna diventare il più grande campione di baseball di tutti i tempi, nonostante appartenga ad una famiglia di origini italiane talmente povera e modesta che egli cerca in tutti i modi di nasconderla, soprattutto per colpa di quel padre nervoso e attaccabrighe che, impossibilitato a compiere il proprio lavoro da abile muratore per via della neve e del gelo, preferisce trascorrere le sue giornate ai tavoli di gioco, perdendo tanti soldi e cacciandosi ripetutamente nei guai.

Tutto questo non fa altro che accrescere il disgusto per le sue origini italiane e per la sua stessa condizione e il senso di ribellione e di disagio in Arturo Bandini, dando vita ad una sorta di guerriglia interiore e di perenne frustrazione che il ragazzo serberà in cuor suo.

In Aspetta primavera, Bandini c’è però un elemento che lo contraddistingue dalle altre opere di John Fante, ovvero l’atmosfera bella, calda e avvolgente del Natale che trasuda e che si respira dalle pagine del libro e che è totalmente contrapposta alla condizione di miseria e di povertà in cui versa l’intera famiglia Bandini.

Nel libro è infatti narrato un episodio specifico che si svolge proprio a ridosso delle festività natalizie e che fa trascorrere all’intera famiglia Bandini, il peggior Natale della loro vita, poiché il padre di Arturo Bandini – in un crescente mix di drammaticità e di comicità, per lo svolgersi della scenata – decide di abbandonare il tetto coniugale, per sfuggire alla visita dell’arcigna suocera e piomba direttamente in un pericoloso meandro fatto di alcool, gioco d’azzardo e donne.

Se inizialmente l’assenza dell’uomo di casa è comprensibile e a tratti persino giustificabile per via della sua totale avversione nei confronti della suocera, ben presto diventa invece insopportabile e preoccupante proprio con il passare dei giorni, mandando letteralmente in frantumi l’intera famiglia Bandini e i loro nervi.

A un certo punto, Arturo Bandini si mette sulle tracce di suo padre, nonostante la paura, il timore e la riverenza quasi assoluta che nutre nei suoi confronti.

In fondo, anche questo è lo spirito del Natale o no?

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Luci di Natale a Boulder, CO

Il Calendario dell’Avvento Letterario #2: Babbo Mark Twain

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book

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Le foto d’epoca ce lo presentano sempre un po’ così, duro, accigliato, questi baffoni che nascondono ogni parvenza di sorriso, ma anche Mark Twain sapeva diventare dolce come il miele, almeno sotto Natale, per le sue figlie.

Nello specifico abbiamo memoria di una lettera che scrisse nientepopodimeno che nelle vesti di Babbo Natale, in risposta a quella che sua figlia Susy aveva inviato al vecchio portatore di regali con la sua richiesta di doni.

Di solito le lettere a Babbo Natale sono a senso unico, si mandano e non si riceve mai risposta, se non sotto forma di desideri esauditi; questa volta, invece, la piccola Susy ha avuto il grande dono di ricevere una risposta, lunga, articolata, la risposta che farebbe tremare di felicità le gambe di ogni bambino.

Ed ecco a voi la lettera di Babbo Natale Twain per Susy:

 

Palazzo di San Nicola, sulla Luna

Mattina di Natale

 

 Mia cara Susy Clemens,

 

ho ricevuto e letto tutte le lettere che mi avete scritto tu e la tua sorellina… so leggere senza alcun problema la grafia frastagliata e fantasiosa, tua e della piccola. Ma ho avuto qualche problema con le lettere che avete dettato a vostra madre e alle balie, perché sono straniero e non so leggere bene in inglese. Vedrete che non ho commesso errori per quanto riguarda le cose che tu e la piccolina avete chiesto nelle vostre lettere – sono sceso lungo il vostro camino a mezzanotte mentre dormivate e vi ho portato tutto personalmente – e ho anche dato un bacio a entrambe… Ma… c’erano una o due piccole richieste che non ho potuto esaudire, perché abbiamo finito le scorte…

 C’erano una o due parole nella lettera della tua mamma che… penso fossero “un baule pieno di vestitini per le bambole”, è così? Mi farò trovare alla porta della cucina intorno alle nove di questa mattina per chiedertelo. Ma non devo vedere nessuno né parlare con nessun altro a parte te. Quando il campanello della cucina suonerà, George deve essere bendato e mandato ad aprire. Devi dire a George di camminare in punta di piedi e di non parlare – altrimenti morirà, un giorno. Quindi devi salire nella cameretta e stare in piedi sulla sedia o sul letto della tata e appoggiare l’orecchio al citofono che dà sulla cucina e, quando io ci fischierò dentro, dovrai dire: «benvenuto, Babbo Natale!» Quindi ti chiederò se era un baule che volevi. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi… e dovrai descrivermi in ogni singolo dettaglio le cose che vuoi che contenga. Quindi, quando dirò: «arrivederci e buon Natale alla mia piccola Susy Clemens» tu devi dire «arrivederci, buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio moltissimo». Quindi devi scendere nella biblioteca e dire a George di chiudere tutte le porte che danno sulla sala e tutti devono stare fermi per un pochino. Andrò sulla Luna e, in pochi minuti, prenderò le cose che mi avete chiesto, tornerò passando per il camino della sala – se vuoi un baule – perché non posso far passare un baule dal camino della cameretta, sai… se lascio della neve nella sala, dite a George di spazzarla nel camino perché io non avrò il tempo di farlo. George non dovrà usare la scopa, ma uno straccio – o di nuovo, un giorno morirà… se i miei stivali lasciano una macchia sul marmo, George non dovrà pulirlo con la pietra pomice. Lasciatela lì per sempre a memoria della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, deve ricordarti sempre di essere una brava bambina. Ogni volta che ti comporterai male e qualcuno ti indicherà quella macchia che lo stivale del buon vecchio Babbo Natale ha lasciato sul marmo, cosa dirai, piccolo tesoro mio?

Arrivederci tra pochi minuti, quando verrò sulla terra e suonerò il campanello della cucina.

 Il tuo amorevole Babbo Natale,

che ogni tanto viene chiamato Uomo della Luna.

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Non si sa esattamente come sia andata quella mattina, come si sia comportata Susy dopo aver letto e ricevuto la lettera, però ne è arrivata un’altra  fino a noi scritta dalla piccola, nella quale racconta del suo incontro con Babbo Natale (Mark Twain travestito?). Eccone uno stralcio:

 

[…] Una sera Rosa e tutti gli altri hanno detto che Babbo Natale sarebbe venuto prima di Natale e si sarebbe fatto vedere da tutti. Rosa ha detto che temeva che Babbo Natale non sarebbe venuto da noi perché non siamo tedeschi [in quel periodo la famiglia di Twain si trovava a Monaco, in Germania]. Mamma e tutti gli altri hanno detto che pensavano che Babbo Natale non sarebbe venuto. Quando mamma si è seduta a tavola, per mangiare il dolce, abbiamo sentito bussare alla porta ed è entrata Fraulein Dahlweiner e, dietro di lei, Babbo Natale. È entrato portando un sacco di tela e ha detto «Noch ein Sach!» («Un altro sacco!»). Ha tirato fuori un pacchetto, e quel pacchetto conteneva delle candele, poi ha tirato fuori due bambole, poi delle noci dorate e delle mele e delle gemme. Er hat gesagt (ha detto): «Wenn du nicht brav bischt, denn gibt es ‘was!» («Se non fai la brava le prendi!»). Aveva in testa un cappellone e continuava a coprirsi, non voleva che nessuno lo vedesse in faccia. L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso. Andandosene ha detto: «Ich hab’ viele unnadige Knabe’n dass ich in Wasser [hinein] werfen muss, und wieder naus nehmen» («Ho un sacco di bambini cattivi da buttare in acqua e poi tirare fuori») – quindi ha salutato e se n’è andato. Questo è tutto, per quanto riguarda Babbo Natale. […]

Olivia L. e Olivia Susan (Susy) Clemens

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“L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso”, chissà se Susy ha intravisto sotto la barba di Babbo Natale le fattezze del suo papà, chissà se l’ha riconosciuto dalla risata, chissà se le è venuto un piccolo dubbio.

E, soprattutto, chissà se i suoi piccoli aiutanti erano Tom Sawyer e Huckleberry Finn😉