Libri e serie TV

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Sono da anni un’appassionata consumatrice di serie tv, cresciuta a focaccia e Friends, frullati e Una mamma per amica. Mi piace l’idea della serialità di una narrazione: affezionarmi ai personaggi, entrare a far parte di una famiglia o di un gruppo di amici, ritrovarli con un bicchiere di vino dopo una giornata grigia o tempestosa, camminare nei corridoi bui di un castello raccogliendo le gonne, perdermi in cospirazioni machiavelliche e diabolici intrighi di potere. Tra le serie TV che prediligo primeggiano senza ombra di dubbio i period drama, adattamenti di classici letti e riletti o – perché no? – scoperti per la prima volta proprio attraverso la televisione. I pomeriggi di calura estiva o le serate bagnate dai temporali di fine agosto sono momenti ideali per le maratone di serie TV; vi lascio quindi qualche suggerimento per le serie da recuperare ed eventualmente da affiancare alla lettura dei libri che le hanno ispirate.

1) Anne With An E, il delizioso adattamento Netflix di Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery. Non aspettatevi un adattamento fedele: aspettatevi invece una chiave di lettura moderna, che si sofferma su temi quali il bullismo, le condizioni degli orfani, le difficoltà della pre-adolescenza e dell’adolescenza, l’amicizia e la famiglia – una famiglia tenuta insieme dall’amore che i componenti provano l’uno nei confronti dell’altro, anche se non ci sono legame di sangue a sanzionarli.

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Amybeth McNulty ci regala un’interpretazione della vivace, fantasiosa, instancabile chiacchierona eroina dalle trecce rosse che è veramente irresistibile. Dopo aver visto la serie ho riletto i primi tre romanzi della saga (Anna dai capelli rossi, Anna di Avonlea, Anna dai pioppi fruscianti) e sono stati una boccata d’aria fresca. Ho cercato un cofanetto della saga in italiano, ma non sono riuscita a trovarlo: ho trovato in compenso questa bella edizione del primo volume, tradotto da R. Guarnieri per BUR Biblioteca Univ. Rizzoli. In inglese, invece, trovate questa bellissima edizione realizzata in collaborazione col Victoria&Albert Museum per la collana Puffin Classics, o la preziosa edizione illustrata della mia casa editrice preferita, The Folio Society.

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“Noi siamo oggi immersi nel banale, siamo soffocati dall’ovvio, sentiamo e vediamo sempre le stesse cose, e in più sprechiamo moltissimo.

Anna è padrona del suo universo fino al punto di volerlo ribattezzare, assegna nuovi nomi, i suoi nomi, a laghi, torrenti, alberi, prati perché vive contro la banalità e fa tesoro di ogni sensazione”. (Antonio Faeti)

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2) Poldark, la serie di IMDb ispirata dalla saga dei Poldark di Winston Graham (di cui ho letto il primo volume, pubblicato in Italia da Sonzogno nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini). La serie è ambientata nella Cornovaglia di fine Settecento: lo scenario è davvero incantevole, fatto di scogliere, mare selvaggio, adorabili paesini e tanto verde. Diciamoci però la verità: la serie va guardata soprattutto per lui, Ross Poldark, affascinante, ribelle, anticonformista, paladino della giustizia sociale.

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Ross è figlio di un signorotto impoverito: per sfuggire alla legge, si arruola nell’esercito e combatte nella Rivoluzione americana. Al suo ritorno, ha la brutta sorpresa di scoprire che un bel po’ di cose sono cambiate: il suo amore di sempre, la bella Elizabeth, credendolo morto si è fidanzata con Francis, il ricco cugino di Ross. Come se non bastasse, la sua casa di Nampara versa nell’abbandono più assoluto, e non c’è il becco di un quattrino per sistemarla. L’aiuto arriva sotto forma di Demelza, una rozza ma vivace sguattera che riesce non solo a fare la sua parte per Nampara, ma anche a sbocciare in un’affascinate giovane donna e a conquistare il cuore di Ross – almeno in parte.

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Mi fermo qui per evitare il pericolo spoiler, ma vi lascio qui sotto una ragione validissima per guardare Poldark: Aidan Turner, l’attore che interpreta Ross.

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3) Victoria, la serie IMDb sulla vita della giovanissima regina, che si ritrova a diciotto anni a essere erede di una corona che è (letteralmente) troppo grande e pesante per lei. La giovane Victoria ha vissuto una vita fin troppo protetta: come erede legittima al trono inglese, non le è stato nemmeno mai concesso di scendere le scale da sola, per paura che potesse cadere e farsi del male.

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L’incoronazione diventa allora l’occasione giusta per sottrarsi alle soffocanti attenzioni della madre e del suo amante, il losco Sir Conroy. Victoria scopre presto che non è facile farsi amare in un contesto maschilista che la vede come una bambina inesperta e capricciosa e vuole farla fallire; meno male che c’è Lord Melbourne, l’affascinante primo ministro del quale Victoria inizia a non poter fare a meno.

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Potete affiancare alla serie la lettura di Victoria, la biografia romanzata a cura di Daisy Goodwin, autrice della serie TV.

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4) Che ve lo dico a fare? Avete visto tutti House of Cards, vero? Scrittura magistrale, attori da urlo e due protagonisti indimenticabili, i diabolici coniugi Underwood, sono gli ingredienti vincenti del cocktail creato da Beau Willimon.

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Ho divorato la nuova stagione in un weekend, totalmente presa dall’ascesa dell’algida Claire e dal machiavellismo del torbido Frank. I libri di Michael Dobbs (House of Cards, Scacco al re e Atto finale) faranno parte della pila di libri che spero di leggere in spiaggia.

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Aspetterò con ansia l’adattamento di Piccole Donne, previsto per il 2018, curato da Heidi Thomas (autrice di Call The Midwife) con Willa Fitzgerald nei panni di Meg, Maya Hawke in quelli di Jo, Annes Elwy in quelli di Beth e Kathryn Newton in quelli di Amy. La mitica Angela Lansbury sarà invece zia March, prepotente e brontolona, incubo di Jo che le fa da dama di compagnia

Mi consigliate qualche serie TV da in vacanza? Ho in mente di recuperare The Handmaid Tale, ma non so cos’altro iniziare. Nel frattempo, buona visione e buone letture!

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#libriinvaligia6: scrittrici da portare in vacanza

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Lo so, ne avete fin sopra i capelli delle liste di libri per le vacanze (e siamo solo a luglio).

Ho però una scusa validissima: fra trasloco, cambio lavoro e mirabolanti oscillazioni umorali, contraddistinte da mille sfumature di ansia, sono riuscita a scrivere pochissimo nel corso di questi ultimi mesi. Ho invece letto tanto: sono state tutte letture molto belle, che mi hanno intrattenuto, fatto compagnia in innumerevoli viaggi in macchina e in treno, distratto nei giorni più difficili e fatto (quasi) dimenticare l’assenza di Netflix nel mese e mezzo che ho trascorso senza Internet a casa nuova.

Di conseguenza, vi beccate un post bello lungo, pieno di letture tutte al femminile che vi consiglio senza esitazioni, sia che ve le vogliate portare sotto l’ombrellone, sia che vogliate addolcirvi la rentrée a settembre. Pronti?

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1)   Anything is Possible, Elizabeth Strout

Voglio iniziare partendo dall’ultimo libro che ho letto, finora la più bella lettura del mio 2017 (e ho il sospetto che sarà difficile sostituirlo). Quella della Strout è pura magia, un viaggio sola andata nella cittadina di Amgash, in Illinois, a un paio d’ore (e parecchi universi) da Chicago.

Amgash ha un cuore rurale, conservatore, immobile. Negli anni, tutto resta uguale a se stesso: anche gli abitanti, quelli che non sono riusciti a scappare, quelli che ce l’hanno fatta ma vivono comunque intrappolati nel passato, in gabbie arrugginite di rimorsi e rimpianti. Tutti i personaggi gravitano intorno a Lucy Barton, protagonista della precedente fatica letteraria della Strout. Lucy è riuscita ad evadere dallo squallore di un’esistenza di stenti, da una situazione familiare tesa e difficile da penetrare e comprendere, sia per lei che per i suoi fratelli; ha vinto una borsa di studio, è approdata a New York, è diventata una scrittrice di successo.

Lucy è lo standard inaccessibile in base al quale tutti i protagonisti dei racconti si misurano: che guardino a lei con soffusa ammirazione, con malcelata antipatia o indiscriminato risentimento, la sua piccola figura vestita di nero tiene insieme le fila dei loro destini, e racconta nelle sue pagine quei fantasmi che sembrano avere infestato ogni famiglia della cittadina, pulsando come la sua arteria più viva, rifiutandosi di essere messi da parte o dimenticati.

This was the skin that protected you from the world—this loving of another person you shared your life with.

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2)    Radio Girls, Sarah-Jane Stratford

Londra, 1926: la giovane Maisie è elettrizzata dalla prospettiva di iniziare a lavorare come segretaria alla BBC. è intelligente, entusiasta, timida, insicura: si ritrova improvvisamente col suo unico paio di collant e l’unico vestito buono in un ambiente smaccatamente maschilista, in cui le donne possono essere esclusivamente segretarie e stenografe e devono stare bene attente a non esprimere idee e opinioni, per non rischiare di essere immediatamente messe al loro posto dal superiore di turno. Hilda Matheson è invece una forza della natura: colta, intelligentissima, creativa, intraprendente e poco rispettosa delle convenzioni, è la prima donna manager della BBC, intenta a iniziare la conservatrice BBC alla stupefacente novità dei programmi radiofonici. Se Maisie è frutto della fantasia della Stratford, la strabiliante Hilda è invece realmente esistita: prima donna manager della BBC, ha avuto il merito di inventare il format del talk show radiofonico. Purtroppo, la Matheson viene spesso ricordata solo per le sue amanti celebri, tra cui Vita Sackville-West, che nel suo obituario la ricorda come un pony cocciuto; in Radio Girls, la Stratford vuole invece celebrarla come la straordinaria pioniera che, dopo essere stata reclutata da Lawrence D’Arabia per la celebre agenzia segreta inglese MI5, diventa la segretaria politica di Lady Astor, la prima parlamentare donna della storia del Regno Unito, e procede poi a rivoluzionare la storia della radio e della BBC.

“Give that woman an inch and she takes the entire British Isles.”     

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3) Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood

Difficile sfuggire a tutte le segnalazioni che, nel corso degli ultimi mesi, hanno sottolineato il valore letterario e profetico della scrittrice canadese. Io ho letto Il racconto dell’ancella tutto d’un fiato andando in macchina da Lussemburgo a Parigi (sono una di quelle fortunata persone che riescono a leggere in macchina, bus, aereo, vasca da bagno e forse anche sommergibile), affascinata e terrorizzata. Affascinata, perché è impossibile non cedere al ritmo della narrazione della Atwood; terrorizzata, perché, tra Trump e Family Day vari, la distopia di una dittatura in cui il valore delle donne diventa unicamente la loro capacità di riprodursi (senza amore, senza consapevolezza, senza speranza, senza scelta) e la donna stessa viene ridotta a incubatrice senza sentimenti sembra tristemente più possibile di quanto dovrebbe.

Come nel caso dell’orrore descritto da Orwell in 1984, le pagine della Atwood diventano un memento dei mostri generati dal sonno della ragione, degli incubi che si materializzano in un mondo senza amore e senza rispetto della dignità umana. Offred, Ofglen e le altre ancelle,  perennemente vestite di rosso per esaltare la loro condizione di donne fertili, hanno perso il diritto ad avere un nome, adottando una sorta di patronimico che indica la loro appartenenza a una casa, a un padrone, a una ‘famiglia’. Una frase in latino maccheronico, Nolite te bastardes carborundorum (non lasciare che i bastardi ti schiaccino) diventa il motto della protesta delle ancelle, più o meno nascosta e silenziosa, e del loro desiderio di riappropriarsi della propria identità e di amare, ancora.

Ho letto il romanzo in lingua originale, ma lo trovate nella traduzione di Camillo Pennisi, edito da Ponte Alle Grazie. Non ho ancora guardato la tanto discussa serie tv di Hulu tratta dal romanzo (ho appena finito la nuova stagione di House of Cards e quella di Orange is The New Black, e aspetto la domenica con ansia per guardare la terza stagione del mio amato Poldark): qualcuno di voi l’ha vista? Me la consigliate?

Se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l’hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna. È difficile resistere, credimi. Ricorda, però, che anche il perdono è un potere. Chiederlo è un potere, e negarlo o concederlo è un potere, forse il più grande.

Non si tratta del controllo di una persona sull’altra. Forse non si tratta di chi può stare seduto e di chi deve invece inginocchiarsi, alzarsi o sdraiarsi, a gambe divaricate. Forse si tratta del potere di fare qualcosa e poi essere perdonato.

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4) Le cure domestiche, Marylinne Robinson

Non avevo mai letto la Robinson prima, ed è stato amore: Le cure domestiche è una malinconica riflessione sulla perdita e sulla memoria, piena di poesia e di nostalgia.

È un romanzo d’acqua: uno dei protagonisti principali è il lago dell’oscura cittadina di Fingerbone, nel Midwest americano, che ha inghiottito numerose vite e permette ai fantasmi di riaffiorare in superficie, facendo in modo che il tempo diventi circolare e che sia abitanti che passanti cedano alle lusinghe del passato. È anche un romanzo sull’adolescenza, sulla ricerca di identità, sulla ricerca di risposte, sul disperato bisogno di conformarsi, di smettere di sentirsi un pesce fuor d’acqua (per rimanere nella metafora marina): le due sorelle Ruth e Lucille indossano il lutto per la perdita della madre, morta suicida nel lago, come un rivestimento coriaceo pesante e soffocante, che impedisce loro di crescere e di sbocciare nelle giovani donne che vorrebbero diventare.

Sylvie, la stramba zia dalla vocazione errabonda alla quale le due ragazzine vengono affidate, cerca di ovviare alla loro vita disordinata e senza certezze attraverso le sue bizzarre cure domestiche, che sembrano rafforzare l’idea che tutto scorra, come l’acqua, tutto sia passeggero, e che nemmeno l’idea di casa possa arginare questa precarietà.

Ho letto il romanzo in lingua originale, ma lo trovate in italiano nella traduzione di traduzione di Delfina Vezzoli per Einaudi.

La forza che sta dietro il movimento del tempo è un lutto che non sarà confortato.

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5) Lila, Marilynne Robinson

Galvanizzata dalla lettura di Le cure domestiche, sono andata avanti con Lila, che mi sono regalata per il mio compleanno. Avrei dovuto invece rimandare la lettura: Lila è il terzo volume della trilogia di Gilead (preceduta da Gilead e Casa, tutti pubblicati da Einaudi).

Poco male: anche questa lettura mi ha incantato. Come le sorelle di Le cure domestiche, anche Lila non ha radici né passato: viene allevata da Doll, una solitaria vagabonda con uno sfregio sul viso e la paura nel cuore. Doll le regala un nome – Lila appunto, un cognome – Dahl, che altro non è che la storpiatura del nome di Doll e che regala alla ragazzina un passato immaginario dal vago sentore scandinavo.

Lila è intelligente, solitaria, totalmente indipendente e autosufficiente: viaggia leggera, vestitino e coltellaccio dal manico arrugginito, in compagnia dei suoi pensieri. Un giorno arriva nella sperduta Gilead, il cui nome biblico evoca la straordinaria natura dell’esperienza che Lila sta per vivere: l’amore, nella persona di un reverendo che ha il doppio dei suoi anni e porta con sé un bagaglio doloroso. E Lila, selvaggia e solitaria, si ritrova da un giorno all’altro sposata e deve imparare, per la prima volta nella vita, a condividere le sue giornate e i suoi pensieri. Soprattutto, Lila deve imparare a farsi amare. Lui la ama: di un amore intenso e silenzioso che, secondo i dettami della Bibbia, tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta: anche il passato da prostituta di Lila, anche i suoi tentativi di fuga, anche i suoi silenzi testardi. È un amore umile, che si nutre di piccole cose: il profumo di un maglione appoggiato sulle spalle; la passeggiata insieme, quando lui torna dal lavoro; le conversazioni sulle rose del giardino, e quelle sull’immortalità dell’anima.

Ho letto il romanzo in lingua originale, ma lo trovate in italiano nella traduzione di traduzione di Delfina Eva Kampmann per Einaudi.

Era bellissimo sentirlo camminare al suo fianco. Bello come il riposo e il silenzio, come qualcosa di cui potevi fare a meno ma di cui avevi comunque bisogno. Di cui dovevi imparare a sentire la mancanza, per poi non smettere mai di sentirla.

Credo di avere qualcosa che non va, vecchio. Non riesco ad amarti quanto ti amo. Non riesco a essere felice quanto lo sono.

Siete riusciti ad arrivare fino a qui? Oltre a complimentarmi con voi per l’impavido coraggio, e buone letture!

Soundtrack: Those Lazy Crazy Hazy Days of Summer, Nat King Cole

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Un’ora con…Selene&Serena di The Sisters’ Room

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Nelle mie giornate sempre più frenetiche amo ritagliarmi dei momenti tutti per me, rifugiarmi in oasi di bellezza che abbiano poco o nulla a che vedere con le trappole e gli scorni del quotidiano. Il blog di Selene e Serena, The Sisters’ Room, è uno dei miei antidoti preferiti: basta un click per ritrovarsi nella Haworth del 1800, in mezzo alle sudate carte di Charlotte, Emily, Anne e Branwell Brontë, illustri esponenti di una delle più famose famiglie letterarie di tutti i tempi che ci ha regalato classici immortali come Jane Eyre e Cime tempestose.

Che abbiate voglia di approfondire gli scritti delle Brontë, di scoprire maggiori dettagli biografici sulla loro famiglia o anche semplicemente di fare una passeggiata virtuale per le brumose lande di Cathy e Heathcliff, scoprirete che The Sisters’ Room è un posto incantato, fuori dal tempo. Pronte a indossare crinoline e cuffiette e a scoprirlo?

 

1) The Sisters’ Room: come e perché?

Selene e Serena: La passione per la vita e le opere delle sorelle Brontë ci unisce dall’inizio della nostra amicizia, durante gli anni universitari. Quando ci siamo rese conto che questo amore immenso ci portava sempre più a studiare e viaggiare abbiamo deciso di provare a condividerlo. La prima volta che siamo state in viaggio a Haworth e abbiamo visitato il Brontë Parsonage Museum, il posto che fu la casa di queste splendide autrici, per noi è stata un’emozione fortissima. In una di quelle stanze sono stati scritti i romanzi che amiamo di più, e così ci siamo lasciate ispirare: anche noi avremmo costruito una stanza, virtuale in questo caso, nostra ma anche di tutti, in cui fosse possibile leggere, studiare e scambiarsi idee e passioni su queste sorelle straordinarie che ci hanno dato, e continuano a darci, tantissimo.

 

2) Chi c’è dietro The Sisters’ room?

Selene: Amo viaggiare, il freddo e l’Inghilterra. Vivo la mia vita a metà tra il presente e il passato, tra due Paesi e due lingue, nutrendomi di letteratura inglese sotto ogni sua forma, serie televisive, e caffè.

Serena: La mia anima è nata in un mondo più antico di quello in cui vive il mio corpo, probabilmente questo è il motivo per cui sono una blogger ma scrivo ancora lettere a mano. Sono fatta di cose che ho imparato dai libri, grandi sogni, e venti forti che mi spostano sempre. Compenso la mia naturale tendenza al buio con una sfrenata passione per il trash, ma solo di qualità!

 

3) Il vostro scaffale d’oro

Selene: Sul mio scaffale d’oro ci sono i tre libri che più mi rappresentano: Wuthering Heights (Emily Brontë), Villette (Charlotte Brontë), Una stanza tutta per sé (Virginia Woolf).

Serena: Direi Wuthering Heights (Emily Brontë), Jane Eyre (Charlotte Brontë), Harry Potter (J.K.Rowling), To Kill A Mockingbird (Harper Lee). Sono i libri dai quali ho imparato le cose più importanti.

 

4) Un personaggio in cui vi immedesimate particolarmente

Selene: Lucy Snowe, la protagonista di Villette. Il suo coraggio e la sua forza nonostante le difficoltà sono di grande ispirazione.

Serena: Hermione Granger probabilmente. Mi piace imparare, credo profondamente nella lealtà e nell’amicizia. Combatto tutti i giorni contro i miei capelli crespi.

 

5) Se il vostro blog fosse una canzone

Selene e Serena: beh se non fosse Wuthering Heights di Kate Bush probabilmente sarebbe Scarborough Fair di Simon & Garfunkel, non tanto per le connessioni bronteane quanto perché spesso e volentieri ci ha fatto da colonna sonora durante la creazione del blog.

 

6)Il vostro rapporto con la scrittura/con la lettura

Selene e Serena: da laureate in lingue abbiamo sempre dato un valore importante alle parole. Lettura e scrittura sono elementi fondamentali nelle nostre vite. Siamo lettrici appassionate sin da bambine, e i libri ci accompagnano da sempre nel nostro percorso di crescita individuale aiutandoci a conoscere il mondo, gli altri e noi stesse.

 

7) Progetti in cantiere

I progetti sono tanti e diversi, e mirano tutti a portare la letteratura fuori dalle pagine dei libri trasformandola in esperienze, viaggi, incontri e condivisione. Proprio in questi giorni abbiamo inaugurato il nostro nuovissimo sito ufficiale, www.thesistersroom.com: una “stanza” più grande e solida in cui speriamo di accogliere sempre più amici e lettori. Stiamo anche pensando a un modo per festeggiare i primi due anni di The Sisters’ Room con tutti i nostri lettori per il compleanno del blog il 22 luglio. Inoltre all’orizzonte ci sono anche nuovi viaggi, collaborazioni con diverse case editrici… e non solo! Ma non possiamo svelarvi tutto, perché come direbbe Charlotte Brontë: The human heart has hidden treasures- In secret kept, in silence sealed; – The thoughts, the hopes, the dreams, the pleasures- Whose charms were broken if revealed.

La versione di Jane

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Quando si ama molto uno scrittore, si vorrebbe avere la possibilità di conoscerlo meglio, di chiedergli di tutto, di sapere che musica ascoltasse mentre scriveva, cosa provasse davvero nei confronti dei suo personaggi, specie di quelli più detestabili.

Forse a voi non succede, ma a me piacerebbe entrare in possesso di piccoli dettagli biografici in grado di alimentare infinite conversazioni immaginarie con lui/lei: la ricetta segreta della torta di mele tramandata dalla sua bisnonna; la prima volta che ha avuto il cuore spezzato; il posto che gli/le assomiglia, e in cui si è sentito/a a casa.

La biografia di Jane Austen è una di quelle che mi interessa e mi affascina di più, anche perché tanti dettagli non possono essere colmati, ma sono affidati all’immaginazione del lettore: non sapremo mai, ad esempio, come sia andata per davvero la sua storia d’amore con Tom Lefroy. Non sappiamo se, a causa sua, Jane abbia sperimentato i tormenti di un cuore spezzato: quella voragine nello stomaco che sembra destinata a non essere colmata mai più; quella sensazione di essere stata spezzata a metà e di non poter più tornare intera; quella paura di non riuscire più a sorridere, a ridere, a sperare, ad aspettare con ansia. A me piace pensare che Tom sia stato il suo grande amore e che non si siano potuti sposare a causa di problemi finanziari (come ho raccontato qui); Manuela Santoni, nella sua graphic novel dedicata a Jane Austen e pubblicata da Becco Giallo, racconta una versione dei fatti un po’ diversa, nel contesto di una lunga lettera scritta da Jane, quarantaduenne e molto malata, all’adorata sorella Cassandra.

La lettera si apre sui ricordi di una Jane bambina, frustrata dai dettami della società in cui vive, che le impone di saper suonare bene il pianoforte, ricamare abilmente ed essere versata nel disegno per poter essere in grado in futuro di trovare marito. Di fianco all’angelica e obbediente Cassandra, Jane appare come una ragazzina senza spiccate qualità: non eccelle nella musica o nel disegno e odia ricamare. Jane nasconde però un segreto: ogni notte, quando tutti dormono, si chiude nella biblioteca del padre e si lascia trasportare dai libri in giro per il mondo, lontano da quell’angolino d’Inghilterra in cui avrebbe vissuto tutta la vita: il suo amatissimo Hampshire.

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Crescendo, Jane scopre il suo vero talento: la scrittura, nella quale riversa, analizza e commenta tutto quello che vive, affidandosi al suo acuto spirito di osservazione e alla sua tagliente ironia.

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Anche l’amore è per Jane un mero esercizio letterario, fino al giorno in cui incontra Tom Lefroy e tutto cambia: scopre un sentimento nuovo e intossicante e rivisita le sue priorità, prendendo in considerazione per la prima volta il matrimonio.

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Tuttavia, Jane non riesce a rassegnarsi a quella che è la posizione della donna nella società contemporanea, e teme che il matrimonio possa portarle via la sua adorata scrittura, i suoi libri, la sua indipendenza: lascia così sfumare il suo sogno d’amore con Tom, e chiede alla fida Cassandra di distruggere tutte le lettere in cui parla di lui. La Jane raccontata dalla Santoni paga il prezzo della sua libertà di artista con la rinuncia all’amore, e riesce così a scrivere quei sei romanzi perfetti che hanno reso la sua fama di scrittrice – e censore – eterna e imperitura.

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Jane non ci ha lasciato la sua versione della sua storia d’amore, lasciando noi lettori liberi di immaginarci svolgimenti diversi, anche se il finale resta sempre lo stesso: Jane non si sposa e si consacra alla sua arte. Qualunque sia la versione di Jane e Tom che preferite, la Austen raccontata dalla Santoni (con una nota biografica di Mara Barbuni) è avanti anni luce rispetto ai suoi tempi: curiosa, intraprendente, intelligente, impertinente, bambina e donna ribelle capace di rendere la sua normalissima, forse anche monotona esistenza nello Hampshire di personaggi e storie indimenticabili.

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Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Di ispirazione, esordi e Jack London

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Da quasi due mesi a questa parte non riesco a scrivere niente.

Il 2016 è stato un anno lungo e difficile, puntellato di piccoli e grandi eventi – o non eventi – che mi hanno mio malgrado profondamente segnata, rendendomi più chiusa, più restia, più silenziosa. Facendomi diventare diffidente – degli altri, delle mie e delle altrui parole, dei sentimenti altrui, dei miei sentimenti.

Mi sono detta e ripetuta che, una volta passato questo lungo e freddo inverno, fatto di cambiamenti poco desiderati, valigie e scatoloni, le parole sarebbero tornate. Sono sempre stata tremendamente meteoropatica, e otto anni di cieli nordeuropei hanno acuito ancora di più la mia tendenza alla malinconia quando il cielo è grigio e a smisurati attacchi di allegra irrequietezza al primo, timido raggio di sole.

L’arrivo della primavera nordeuropea è stato salutato quest’anno da splendide giornate di sole, ma le parole non sono tornate. Mi sembra di avere un tappo sulla bocca dello stomaco che comprime con forza tutti quei sentimenti e quelle emozioni che nell’arco degli ultimi mesi ho archiviato con cura, seguendo il credo del “ci penserò domani, domani è un altro giorno” (Rossella O’Hara, c’est moi). Forse ho paura di tirarlo via, questo tappo, e di scoprire una sorte di vaso di Pandora; forse sono semplicemente stanca, o soffro di bloggo esistenziale, per citare La Cocchi (a proposito, seguite il suo blog? Se non lo fate, vi consiglio di rimediare).

In compenso, sto leggendo tantissimo, e, nel tentativo di superare il bloggo, ho cercato un paio di articoli su aspiranti scrittori/scrittori alle prime armi/ esordienti sedotti e delusi dal fascino camaleontico delle parole. Su Letters of Note, fonte di costante ispirazione per gli amanti del genere epistolare (avevamo già letto una bellissima lettera di Steinbeck al figlio, sempre tratta da Letters of Note), ho trovato questa missiva molto tranchant indirizzata da Jack London a tale Max Fedder, che ha avuto l’ardire di propinargli una copia del suo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. La trovate di seguito nella mia traduzione, sperando che contribuisca a farmi (e magari a farvi, se ne avete bisogno) ritrovare l’ispirazione.

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Oakland, California

26 ottobre, 1914

Gentile Max Fedder,

Rispondo alla sua recente lettera, arrivatami senza data, e restituisco con la presente il suo manoscritto.

Per iniziare, lasci che le dica che, come psicologo e come qualcuno che c’è passato, ho apprezzato la sua storia per la sua psicologia e per il punto di vista. In tutta franchezza e onestà, non ne ho apprezzato l’attrattiva o il valore letterario. A onor del vero, ha poco valore letterario e praticamente zero fascino. Il fatto che lei abbia qualcosa da dire che potrebbe interessare agli altri non la esime dallo sforzarsi di esprimerla al meglio della forma e del mezzo. Lei ha del tutto trascurato sia mezzo che forma.

Tornando a quanto stavo dicendo nel paragrafo precedente, cosa ci si può aspettare da un ragazzo di vent’anni, privo di esperienza, in termini di conoscenza del mezzo e della forma? Perdinci, ragazzo, se volesse diventare un abile fabbro avrebbe bisogno di almeno cinque anni di apprendistato. Oserebbe dichiarare di aver dedicato non dico cinque anni, ma almeno cinque mesi al duro, irreprensibile, continuo lavoro di imparare a usare gli strumenti dello scrittore professionale, in grado di vendere le cose che scrive ai giornali e ricevere in cambio un compenso? Ovviamente non può: non l’ha mai fatto.

Tuttavia, dovrebbe già aver capito che il motivo per il quale gli scrittori di successo vengono pagati così bene è che ben pochi aspiranti scrittori raggiungono la fama. Se sono necessari cinque anni per diventare un fabbro provetto, quanti anni di studio intensificato, concentrato in diciannove ore al giorno cosicché un anno di lavoro duro equivalga a cinque, sono necessari per un uomo di talento e con qualcosa da dire per studiare il mezzo e la forma, l’arte e il mestiere? Quanti anni per fargli raggiungere una posizione tale nel mondo delle lettere da permettergli di guadagnare un migliaio di dollari in contanti ogni settimana?

Avrà capito il succo del discorso. Se qualcuno vuole sfruttare una stella da 1000 dollari a settimana, in proporzione dovrà lavorare molto più duramente di colui che sfrutta una piccola lucciola da 20 dollari a settimana. L’unica ragione per cui ci sono più fabbri di successo che scrittori di successo è che diventare un abile fabbro è più facile e meno faticoso che diventare uno scrittore famoso. Non è possibile che lei, a vent’anni, abbia già fatto il lavoro necessario per raggiungere il successo con la scrittura. Non ha nemmeno iniziato il suo apprendistato. Ne è prova il fatto che abbia avuto l’ardire di scrivere questo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. Se si fosse preso la briga di fare qualche ricerca, avrebbe scoperto che storie come la sua non vengono pubblicate sui giornali. Se vuole scrivere per la fama e per i soldi, deve proporre al mercato prodotti che possano essere venduti. Il suo scritto non rientra in questa categoria, e se si fosse preso la briga di andare la sera in una sala di lettura e avesse letto tutte le storie pubblicate sugli ultimi giornali, avrebbe già capito che il suo scritto non si può vendere.

Ragazzo mio, le parlo dal cuore. Si ricordi una cosa molto importante: il suo ennui dei vent’anni è il suo ennui dei vent’anni. Nel corso della sua vita, attraverserà ben altri periodi di ennui, ancora più complicati. Io ho sperimentato l’ennui dei sedici anni e quello dei vent’anni, e la noia, e l’apatia, lo squallore dell’ennui dei venticinque e dei trent’anni. Eppure sono sopravvissuto, e ingrasso, e sono molto felice, e rido per la maggior parte delle mie giornate. Vede, la mia malattia ha raggiunto uno stadio ben più avanzato della sua. Come superstite che esibisce le cicatrici della battaglia, guardo ai suoi sintomi come a quelli dell’adolescenza.

Lasci che le ripeta che conosco questi sintomi, ne ho sofferto, e, come nel mio caso, anche lei dovrà subire cose ben peggiori. Nel frattempo, se vuole trionfare ed essere ben pagato, si prepari a lavorare duramente.

C’è un solo modo di iniziare, ed è fatto di duro lavoro, e pazienza, e preparazione per tutte quelle delusioni che Martin Eden ha dovuto sperimentare prima del successo – che io stesso ho dovuto sperimentare prima del successo – dal momento che ho equipaggiato il mio personaggio fittizio, Martin Eden, delle mie stesse esperienze in quel duro gioco che è la scrittura.

Se dovesse venire in California, mi farebbe piacere che venisse a farmi visita qui al ranch. Posso aiutarla ad arrivare al nocciolo della questione, e martellarla con quelle cose della vita che probabilmente non ha ancora esperito.

Suo,

Jack London

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Soundtrack: Inside of love, Nada Surf

Un’ora con…Michele Nenna di Casa di ringhiera

Protagonista della puntata di oggi è una penna versatile e generosa, pronta a scrivere di fotografia, serie tv e letteratura, se americana ancora meglio. Michele anima una casa di ringhiera affollata e poliedrica, un esperimento collettivo spontaneo e coraggioso, foriero di spunti e contenuti interessanti che spaziano dai libri alle arti visive.

Pronti a conoscerlo meglio?

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1) Casa di ringhiera: come e perché?

Prima di dar vita a questo magazine, avevo in mente un blog che riuscisse a raccogliere tutta una serie di cose che amo leggere in giro. Sembra una di quelle risposte buttate lì, magari studiate a tavolino, eppure è stata proprio questa la forza motrice che ha portato alla nascita di Casa di Ringhiera. Venivo da una prima esperienza con un altro blog collettivo, si chiamava La magia di un libro. Scrivevo le recensioni dei libri che leggevo, poi nel 2013 chiuse i battenti. In quel periodo avevo respirato un’aria molto stimolante, così dopo qualche anno ho proposto a Mariateresa Pazienza di avviare insieme un nuovo progetto, ed eccoci giunti agli inizi del 2015 con questo umilissimo blog. Per quanto riguarda il nome, la storia è un po’ goffa. Stando ai racconti di uno zio emigrato a Milano dal sud per esigenze lavorative, con la sua famiglia si ritrovò in una delle famosissime case di ringhiera di Corso Italia. Quando scoprirono che i bagni erano in condivisione con il resto degli altri appartamenti del pianerottolo, rimasero di sasso. Ecco, dietro Casa di Ringhiera c’è proprio questo, la voglia di condividere approfondimenti che vanno dalla letteratura alla fotografia, dalla musica al cinema, comprese le serie tv, proprio come è capitato a questo mio zio di condividere il cesso nella fine degli anni sessanta. Il tutto è unito da quel fil rouge che sono le storie di ogni genere, croce e delizia di noi lettori.

2) Chi c’è dietro Casa di ringhiera?

Dietro Casa di Ringhiera ci sono io, povero ventisettenne con la fissa per la letteratura americana e per i racconti, e Mariateresa Pazienza, che col cognome che si ritrova ricopre perfettamente il ruolo del coach che motiva i suoi ragazzi. Noi due siamo le due presenze fisse, nonostante abbiamo i nostri fedelissimi collaboratori che ci fanno visita secondo le loro esigenze. Da noi vige la filosofia del fai-quel-che-ti-pare-quando-ti-pare, e credo sia la migliore. Non ci sono forzature e gli articoli che pubblichiamo sono davvero sentiti. Inoltre non abbiamo alcun argomento fisso. Se Mariateresa vuole scrivere di letteratura, o di fotografia, può farlo tranquillamente. Stessa cosa vale per me e per tutti gli altri.

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3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio personalissimo scaffale d’oro, stando a quel che sono oggi, non devono mai mancare Philip Roth, Raymond Carver e Paolo Cognetti. Se mai vorrai farmi un regalo, non dimenticare che insieme alle chiavi della baita che si affaccia su uno di quei laghi dove l’acqua è verde per via del riflesso degli alberi che la circondano, dovrai farmi trovare Lamento di Portnoy, Principianti e Manuale per ragazze di successo, in quest’ordine preciso – c’è un valido motivo, non ridere!

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è una questione spinosa, dato che i personaggi sono molteplici come la vastissima serie di eventi improbabili con cui possiamo ritrovarci a fare i conti. Potrebbe sembrare banale, ma se guardo al passato direi sicuramente di essermi trovato a mio agio nell’immedesimarmi con Alexander Portnoy. L’uragano adolescenziale e post adolescenziale, tutte le vicende che segnano un punto di svolta della propria vita insomma. Il trambusto provocato da quell’energia vitale che ti scaraventa da un lasso di tempo all’altro senza nemmeno lasciarti lo spazio necessario per renderti conto delle cose che ti sono passate davanti. A mio avviso quelli sono gli anni in cui si corre senza nemmeno avere in programma il raggiungimento di una meta ben predefinita. Come se quello a cui aspiriamo fosse il frutto di un’illusione talmente gigante da passare inosservata. Se invece guardo al presente, sono pronto a immedesimarmi in uno dei qualsiasi personaggi carveriani. Escludendo la caratteristica negativa – che a me non smette di affascinare – di persone sconfitte dalla loro stessa vita, adoro riscoprirmi nelle loro riflessioni, nei loro silenzi, quasi come se fosse questo il momento giusto per decomprimere il proprio fisico dopo uno sforzo immane. Carver mi ha trasmesso molto e per questo lo tratto come se fosse un amico da cui poter apprendere il posto giusto dove poter sistemare la Legna da ardere durante l’inverno.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Senza alcuna ombra di dubbio Holy shit di Father John Misty – Mariateresa sarà sicuramente d’accordo con la mia scelta. È un po’ la riproduzione fedele dei tempi che la società di oggi sta vivendo, il tutto confezionato da una melodia struggente e malinconica.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Devo molto alla lettura come mezzo attraverso cui allargare i confini della propria conoscenza. Sarei un matto a sorvolare su una cosa del genere. Apri un libro e ti ritrovi catapultato da tutt’altra parte e magari in quel posto riesci anche a ritrovarti. La letteratura è l’agenzia viaggi più precisa in assoluto, anche se a volte sa deluderti come tutte le altre – a chi non e mai capitato di provare la sensazione di voler lanciare un brutto libro fuori dalla finestra? Ho iniziato a scrivere recensioni e articoli perché volevo dare una forma a quello che provavo ogni volta che chiudevo un romanzo, un racconto. È la lettura che col tempo mi ha portato a sperimentare le prime forme di scrittura, racconti in primis – tranquilli, sono tutti rinchiusi nelle quattro mura di casa, anzi, nell’hard disk del laptop, dato che non uso stampare quello che scrivo. Sono due pratiche legate indissolubilmente l’una all’altra. Si parte dapprima con l’emulazione dello scrittore preferito per poi trovare la propria strada. Una scrittura che nella maggior parte dei casi ti svuota perché riesce a farti sentire bene, che sia essa fiction o non fiction. Dentro la pagina c’è sempre qualcosa di tuo, anche se cerchi di camuffarla a tutti i costi. Naturalmente scrivo quando ho la spinta giusta, odio le forzature – per fortuna non ho contatti con gli uffici stampa.

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7) Progetti in cantiere

Attendere la consegna dell’ultimo ordine che i corrieri si stanno lanciando da una parte all’altra dell’Italia. Scherzi a parte, andare avanti con Casa di Ringhiera, continuare la bellissima e inaspettata collaborazione con L’indiependente e attendere con ansia il coinvolgimento nelle tue iniziative – tipo quella del Calendario dell’avvento letterario. Ultimamente escogito cose che puntualmente rimangono chiuse nel celebre cassetto, quindi sono pronto per fare tutto e niente. E poi c’è Medium che bussa continuamente alla porta – magari un giorno, chissà.

UPDATE 21 febbraio 2017: Casa di Ringhiera è diventato un magazine a tutti gli effetti, sopratutto da quando lo scorso ottobre è riuscito ad ottenere – dopo numerose imprecazioni – l’hosting su Medium. Insomma, alla fine qualcosa è riuscita ad uscire da quel cassetto.

Ps. Dimenticavo, oggi comunico tranquillamente con tutti gli uffici stampa che hanno il piacere di scrivere una email al nostro indirizzo.

Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

Pain, parties, work: l’estate newyorchese di Sylvia Plath

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Nell’ormai lontano 2008, fresca di laurea, vincevo uno stage a Londra. Un piccolo risultato, ma alla me di allora sembrava l’inizio di un futuro gonfio di mirabolanti capacita: passare tre mesi nell’ufficio stampa dell’ambasciata italiana nella città che più amavo al mondo era esattamente quello che volevo (e quante volte nella vita i risultati ottenuti si allineano perfettamente a desideri ed aspettative?)
Ero partita con due valigione di Carpisa stracolme di tutto quello che pensavo potesse servirmi per la mia prima esperienza professionale: un guardaroba assemblato con l’aiuto di mia madre e mia nonna, il tailleur della laurea triennale e quello della specialistica, la borsa regalatami dalle mie amiche dell’università e un paio di scarpe a tacco. Ero pronta, pronta come non sarei mai più stata. Sarebbero stati mesi in cui per risparmiare avrei comprato solo riso, latte e biscotti, yogurt e cereali; mi sarei diplomata nella nobile arte di farmi invitare a pranzo da chiunque e imbucarmi  in qualsiasi evento che prevedesse champagne e canapè; mi sarei innamorata e avrei avuto il cuore spezzato. È stato uno dei periodi più confusi e più belli della mia vita: ne conservo un ricordo edulcorato,  idealizzato, scevro di quelle notti insonni e di quelle insicurezze che caratterizzano il debutto dell’ex studente nella vita vera.

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Nel 1953, Sylvia Plath lascia Boston alla volta di New York, per un mese di stage presso la prestigiosa rivista Mademoiselle, che ha pubblicato scritti di Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams, Flannery O’Connor e Joan Didion (che, come Sylvia, partecipa al programma di stage). Mademoiselle si rivolge ad una lettrice a tuttotondo, che combini il suo amore per la buon letteratura all’amore per i vestiti e per la moda. La lettrice di Mademoiselle ama il teatro di Arthur Miller, ma anche le partite di football delle Ivy League; va a fare shopping, ama ballare e fa volontariato, mantenendo al tempo stesso una media di tutto rispetto. È pronta a tutto: andare al college, diventare una donna in carriera, sposarsi e dedicarsi ai cocktail e alla vita di società.
Il prestigioso programma di stage, partito nel 1939, permette a un gruppo selezionato di studentesse universitarie di lavorare alla prestigiosa college issue, un numero di Mademoiselle interamente dedicato alla vita universitaria. Le venti prescelte, selezionate tra migliaia di candidate, ricevono uno stipendio regolare e la possibilità di alloggiare al Barbizon, celebre hotel che ha ospitato Grace Kelly, Liza Minelli e l’attrice di Love Story, Ali McGraw, altra celebre stagiaire della rivista.

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La college issue del 1953 ospita pubblicità di shampoo, trucchi, lingerie e vestiti studiati per le starlette dei campus universitari e per le novelle donne in carriera: Sylvia compare come modella a pagina 54, vestito color argento e rossetto scuro, e pagina 252, con una rosa in mano. A pagina 213 della rivista, Sylvia intervista invece Elizabeth Bowen, scrittrice irlandese. A un’altra delle fortunate partecipanti tocca il graditissimo compito di intervistre Dylan Thomas, con grande disappunto della Plath, innamorata del poeta maledetto (che sarebbe morto qualche mese dopo, a novembre). La rivista contiene anche suggerimenti per arredare la propria stanza nei dormitori del college (quando ancora non c’era Pinterest), articoli sull’uomo ideale, pubblicità di corsi di stenografia e scuole di segreteria, pubblicità di porcellane e anelli di fidanzamento, ma anche articoli sulla donna moderna, che non ha paura di fare l’autostop e di affermare la sua indipendenza.

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Sylvia Plath intervista Elizabeth Bowen, Mademoiselle College Issue, 1953

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Mademoiselle College issue, 1953


Quando Sylvia arriva a New York, la città è in piena evoluzione: è il momento delle donne single, che arrivano nella Grande Mela per lavorare e vivere da sole, senza un fratello, un fidanzato, o un marito come chaperon. Le donne iniziano ad essere più interessate al proprio sviluppo personale e alla propria carriera che ai figli e al matrimonio: Truman Capote avrebbe catturato e reso eterna questa New York al femminile nelle pagine del suo Colazione da Tiffany, mentre la fotografa Lisa Larsen nel 1954 pubblica su Life uno speciale sulla vita di sei ragazze che condividono un appartamento nel Greenwich Village, tra toast alla marmellata, zuppe Campbell, pacchetti di Chesterfield, letti improvvisati e coperte patchwork portate da casa.


Sylvia fa il suo ingresso in questa New York riveduta e corretta come una vera e propria principessa, il primo giugno 1953, accompagnata da due militari conosciuti sul treno, che, come due bodyguard, le portano la valigia, la guidano tra la folla di Grand Central, le chiamano un taxi e la accompagnano fino al Barbizon.
La valigia è l’elemento cruciale del trasferimento newyorkese: contiene outfit studiati alla perfezione per scongiurare l’immagine di Sylvia ragazzina (gonne ampie di cotone, maniche a sbuffo, vestiti tirolesi). La Plath ama i vestiti: le piace fare shopping, seguire la moda mantenendo il suo stile. Organizza le spese in base al budget che ha a disposizione: sogna ad occhi aperti, fa liste, scrive dei suoi acquisti. Ha una netta preferenza per il rosso: un pullover rosso aderente su una gonna bianca per un cocktail party, una fascia rossa nei capelli biondi, ballerine rosse, l’onnipresente rossetto rosso. Sylvia predilige il rossetto Cherries in the Snow di Revlon; non ama invece ciprie e polveri, dal momento che l’abbronzatura è una delle sue vanità principali.
Prima di partire per New York, la ragazza acquista una borsa rossa e un paio di scarpe abbinate; un reggicalze, un paio di calze e un rossetto nuovo, tutti in rosso. Passa mesi a ricercare e acquistare bluse di nylon, gonne dritte, maglioncini e scarpe a tacco nere, nel tentativo di costruirsi un look più sofisticato, adatto a una guest editor di Mademoiselle.
Il 27 aprile 1953, Sylvia spende ben 85 dollari per un tubino nero di seta, con bolero abbinato, e un tubino di cotone blu e bianco, con una giacchina col colletto alla coreana, ispirata alle creazioni di Dior. Conclude il guardaroba da Cenerentola un vestito col collo a barca e il corpetto attillato, rallegrato da una fantasia messicana in bianco, nero e marrone. La cura dell’aspetto esteriore e dell’abbigliamento è estremamente importare per la Plath, che coltiva attentamente il suo look da sweetheart americana amante del mare, del tennis, del cibo, dell’aria aperta. I vestiti nuovi le regalano una felicità inattesa: ama fare shopping da sola e considera le shopping list vere e proprie poesie. Il suo spiccato senso artistico cerca soddisfazioni estetiche nella vita di ogni giorno: preparare la tazza perfetta di caffè scuro, tirare su le calze, disporre i frutti rossi in una ciotola (insomma, Sylvia avrebbe amato Pinterest alla follia e sarebbe diventata un’influencer su Instagram!).
Nel corso del decenni, Sylvia è diventata una vera e propria icona fashion, e la cosa non avrebbe potuto che farle piacere: ho trovato su Polyvore e su Pinterest numerose idee di oufit e collage ispirati al suo stile inconfondibile.


Oltre ai vestiti e alle composizioni artistiche con le tazze di caffè, Sylvia avrebbe riempito il suo feed Instagram di cibo. Affamata di vita e di esperienze nuove, la ragazza non rifugge dalle seduzioni del palato: durante un pranzo con la managing editor di Mademoiselle, Cyrilly Abels, Sylvia si appropria della ciotola di caviale, disposta a centrotavola come aperitivo per tutti i commensali, e la divora con un cucchiaio, davanti agli occhi increduli di una collega di stage. Sylvia ama i colori del cibo: il giallo del mais e dei tuorli, il blu cangiante delle ostriche, il biancume della mayonnaise sulle insalate di tonno o di granchio. Dilapida il suo budget riservato alle spese alimentari in condimenti troppo costosi per una studentessa: pasta di acciughe e di capperi, mostarda francese, frutta secca.
Questa è la Sylvia che arriva a New York nel 1953, una ragazza curiosa, entusiasta, desiderosa di sperimentare tutto quello che la città le può offrire in termini di appuntamenti, amicizie, moda, sapori esotici, esperienze inedite: un caffè con un interprete delle Nazioni Unite; una folle uscita nel Queens, terminata con la fuga di Sylvia e della sua amica da un peruviano troppo intenso; una nottata di appostamento al Chelsea Hotel, nella speranza di intravedere Dylan Thomas; tutte le notti passate con le nuove amiche a chiacchierare e complottare, in una New York troppo grande e un hotel che può diventare troppo piccolo e soffocante per un gruppo di ragazze alle prese con la prima esperienza di vita indipendente lontano da casa o dal campus, in una torrida estate piena di aspettative e di speranze.
Con premesse del genere, cosa può andare storto? Come può un’esperienza così esclusiva ed ambita lasciare Sylvia disincantata, delusa dalle mille luci e dal buio di New York, emotivamente fragile, più che mai vittima di quella depressione che le sarebbe quasi costata la vita in un primo tentativo di suicidio?

La poetessa si scopre fragile, incapace di conciliare la ferma volontà di vivere New York, le rigide aspettative di Mademoiselle e il suo stesso perfezionismo. In una lettera del 13 maggio 1953, a due settimane dalla partenza, Sylvia confida alla madre Aurelia le sue speranze (poi disattese) di intervistare J.D. Salinger, Shirley Jackson, E.B. White e Irwin Shaw; in un’altra lettera del 4 giugno, confessa il suo disappunto per non essere stata nominata fiction editor.
In una lettera datata 8 giugno, Sylvia racconta di passare le sue giornate lavorative leggendo numerosi manoscritti e scrivendo lettere di rifiuto, cercando al contempo di soffocare la paura di non essere accettata alla celebre scuola estiva di scrittura creativa a Harvard (paura che si rivelerà fondata: il rifiuto esacerberà la depressione di Sylvia, conducendola al tentativo di suicidio).
In una lettera al fratello Warren, scritta durante gli ultimi giorni di permanenza a New York, Sylvia dichiara di voler solo andare a casa per mangiare, dormire, giocare a tennis e abbronzarsi, lontano dall’afa opprimente della città. Scrive inoltre di sentire la necessità di fermarsi, per riuscire a riflettere sui significati, i cambiamenti, le conseguenze del suo mese a New York, troppo frenetico e pieno di eventi per permetterle di pensare. Sylvia scrive a Warren di aver perso di vista se stessa e i suoi obiettivi: nel corso del suo mese a New York, si è sentita a fasi alterne estatica, orribilmente depressa, shoccata, eccitata, nervosa, stanca, confusa; ha bisogno di tornare a casa, di essere circondata dalle sue cose e dalle persone che ama. Conclude scrivendo di essere contenta di aver fatto quest’esperienza, ma di essersi anche resa conto della sua giovinezza e inesperienza. La Smith le evoca il ricordo di una vita semplice, bucolica, incantevole, in netto contrasto con l’afa, umidità, la sporcizia di New York. Si firma “la tua esausta, estatica, elegiaca newyorchese”.

Uno degli elementi più stressanti e confusionari dello stage è il fatto che le ragazze abbiano sia il compito di realizzare un prodotto, la college issue, che di viverlo, arrivando ogni mattina ben vestite, fresche e pimpanti dopo giornate (e nottate) di cocktail party e sfilate di moda. New York a giugno è asfissiante e umida, ma le ragazze sono tenute a presentarsi ogni mattina fresche come rose e senza tracce di stanchezza. Imperversa tra loro la mania di vedere ed essere viste, entrare in contatto con la gente giusta, uscire con i ragazzi più invidiabili ed affascinanti, essere intellettuali e modelle a tempo stesso.
Tutta questa pressione è troppa per Sylvia, che, durante i festeggiamenti per l’ultima notte al Barbizon (il 26 giugno), lancia dalla terrazza dell’hotel tutto il contenuto della famosa valigia: ogni singola blusa, sottoveste, gonna svolazza nella notte newyorchese, nel tentativo di esorcizzarne il grigio, l’asfalto, l’oppressione, i fantasmi. Il giono dopo, Sylvia riparte da Grand Central indossando una blusa e una gonna prestatele da una delle ragazze dello stage, non volendo portare con sé nemmeno un pezzo di quell’esperienza newyorchese che ha messo fine a tante delle sue illusioni.

Soundtrack: City of stars, da La La Land, per celebrare tutti quei sogni che non sempre si realizzano (o almeno, non come vorremo)

Per saperne di più:

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. A cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Rileggendo i classici #3: la saga dei Forsyte

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La saga dei Fosyte,  capolavoro del premio Nobel  John Galsworthy, abbraccia tre generazioni e una generosa fetta di storia inglese: l’epoca vittoriana, il suo achmé e il suo declino, foriero di un futuro sconosciuto e misterioso, fatto di Labourismo, ascesa della piccola borghesia e altre diavolerie moderne, che mettono a repentaglio uno stile di vita dai confini tracciati col righello, senza mai uscire dai margini.
Quella dei Forsyte è una famiglia numerosa, i cui personaggi principali emergono però con caparbia determinazione: il vecchio Jolyon, orgoglioso e sentimentale; suo figlio, il giovane Jolyon, dalla natura artistica e dal passato sentimentale tormentato; sua nipote June, una ragazza minuta con un’aureola di capelli biondo rame, testarda come tutti i Forsyte.

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Su tutti spicca Soames Forsyte, il possidente, “l’uomo di proprietà”, un personaggio facile da odiare, ma che ispira anche un’involontaria pietà. Soames incarna perfettamente lo spirito del tempo, quell’irresistibile necessità di trattenere il passato e il presente senza far spazio a un futuro confuso: un futuro che vede l’Impero a repentaglio,  tra le guerre anglo-boere e la morte dell’immensa regina Vittoria. Un futuro che vede l’alta borghesia dei Forsyte, priva di titoli nobiliari e ancorata nelle proprietà, minacciata dalla piccola borghesia e dalle sue pretese.

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Quello dei Forsyte è un circolo chiuso, disturbato dagli estranei che entrano a far parte della famiglia senza condividerne l’essenza, lo spirito; fra tutti, la più estranea è la bellissima Irene, che ha sposato Soames per i suoi soldi e lo disprezza con tutto il cuore. Irene non parla mai per se stessa: arriva al lettore filtrata dalle descrizioni e percezioni altrui. Prima che come personaggio o come donna, arriva come zaffata di bellezza: quella stessa bellezza, eterna ed evanescente, che i Forsyte, nonostante le loro ricchezze, non riescono a comprendere, né a possedere, essendo la loro dimensione spirituale soffocata da quella materiale.
La giovane donna dall’eleganza innata, il portamento eretto e orgoglioso, i capelli dorati e gli occhi di velluto, rimane un mistero per Soames; non lo guarda se non con freddezza e con disprezzo, non gli rivolge la parola se non per rispondere in sussurri forzati.

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La sua algida indifferenza viene messa a dura prova da Bosinney, affascinante architetto fidanzato con June, cugina aquisita e amica più cara di Irene; I due diventano amanti, e la faccenda fa venire alla luce gli istinti più bassi di Soames, per il quale amare significa possedere.
Soames non riesce a capire come sia possibile che la bellissima moglie, tutta pizzi e spalle bianche e capelli dorati, possa non appartenergli, di fatto come di diritto; passa notti insonni alla ricerca della chiave che gli permetta di aprire la porta della camera di Irene, sempre chiusa per lui; arriva a usarle violenza, a pretendere con la forza quello che dovrebbe essere suo, perché non c’è niente che un Forsyte non possa comprare.

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Eppure, Soames è condannato a una vita di solitudine: Irene se ne va e si risposa col cugino, il ribelle Jolyon Jr; la sua seconda moglie, la giovane Annette, adempie al dovere di dargli un figlio e rimane distante e sfocata; perfino l’amatissima figlia, Fleur, finisce per innamorarsi del figlio di Irene e Jolyon, Jon, infilandosi nel cul de sac di una faida familiare che ha poco da invidiare a quello dei Montecchi e dei Capuleti.
Il triangolo amoroso tra Irene, Soames e Jolyon riflette la vicenda autobiografica dell’autore: Galsworthy brucia infatti di passione amorosa per Ada, moglie di suo cugino Arthur. I due sono amanti per quasi dieci anni, fino alla morte del padre dello scrittore; dopo la sua dipartita, Ada chiede il divorzio e i due possono finalmente sposarsi, allontanandosi però da una società bigotta che guarda di mal grado ai matrimoni finiti.

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Nonostante tutto, è difficile, nell’arco dei tre romanzi della saga – Il possidente (A man of property);  Nella ragnatela – In chancery, pubblicato anche col titolo Alla Sbarra da Mondadori nel 1939, nella traduzione di Elio Vittorini;  Affittasi (To let) – non provare pietà per Soames, erede dell’abbacinante filosofia dei Forsyte, secondo la quale essere è possedere, amare è possedere, e possedere equivale a non morire. I Forsyte si sentono immortali: provano shock e indignazione quando qualcuno di loro tira le cuoia, ma si consolano pensando al suo ricco testamento, sempre escogitato in modo che i beni siano vincolati ai Forsyte di sangue.

Tra di loro, Soames si muove con una sorta di ottundimento: non è brutto, non è illetterato, non è zoppo, non è sfigurato, ma non riesce a farsi amare. È ricco, in salute, ha una ricca collezione di opere d’arte, ma non possiede quell’altruistica devozione capace di ammetterlo al cospetto della Bellezza. Perfino la sua devozione per Irene, per Fleur lo condanna alla solitudine: devozione che confonde l’amore col possesso, senza volerlo, senza esserne consapevole.

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Il mondo solido, robusto, apparentemente intoccabile di Soames si sgretola poco alla volta: con la fuga di Irene e il successivo, lungamente ritardato divorzio; col matrimonio di Irene con Jolyon; con la morte dell’eterna regina Vittoria, il cui funerale segna il tramonto dell’epoca a lei intitolata, che ha sancito le libertà del possidente e ha canonizzato l’ipocrisia di un’intera società; col matrimonio della figlia Fleur, autocondannatasi ad un’unione senza amore dopo aver perso Jon, il figlio di Jolyon e Irene, per colpa di una faida che nessuno riesce a dimenticare.
Se non sono riuscita a provare simpatia per Irene, arroccata nel suo odio per Soames – non totalmente giustificato – e nell’autocommiserazione, ne ho provata tanta per Soames, l’infelice prodotto di un’epoca ormai al tramonto, il rampollo di una società che ha occultato I suoi valori sotto un velo di ipocrisia e di cupidigia. La sua costante tensione verso l’amore, nell’incapacità di capirlo, e verso la bellezza, nell’impossibilità di avvicinarsi ad essa, lo assolvono dal suo ruolo di cattivo, rendendolo un personaggio straordinariamente vulnerabile ed umano;  a mio parere, uno dei personaggi più belli e meglio riusciti della storia della letteratura.

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La saga dei Forsyte è completata da due racconti che Galsworthy definisce interludi: L’estate di San Martino, contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) e Risveglio (Awakening), che però non ho letto.
Ho letto i tre romanzi della saga in inglese; in italiano sono disponibili nella traduzione di Gian Daùli e in quella di Lucio Angelini per Newton Compton (che, a una prima ricerca, sembrerebbe fuori catalogo).
Le immagini che ho usato per il post sono tratte dalla serie omonima della PBS.

Soundtrack: Death of a ladies’ man, Leonard Cohen