Un’ora con…Nellie Airoldi di Just Another Point

Nellie è un’altra voce che mi sento di raccomandare senza alcuna esitazione: fresca, spontanea, brillante, innamorata delle verdi colline d’Irlanda, lettrice onnivora con il dono dell’ubiquità (la trovate sul blog, su Finzioni Magazine, su Salt Editions e mille altri posti ancora). Se a tutto ciò aggiungete i suoi ottimi gusti in fatto di musica e serie TV, avrete tredici buone ragioni (per parafrasare il tormentone di Zucchero) per correre a scoprirla.

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1) Just another point: come e perché?

Just Another Point è stata una di quelle che si chiamano scelte di vita sotto la doccia. Era il 25 marzo 2013 ed ero dottoressa in Beni Culturali da meno di una settimana quando avevo cominciato a capire che tutto quello che mi passava per la testa non lo volevo più condividere solo con i miei taccuini, e quindi un po’ per noia (la disoccupazione già mi stava stretta) e un po’ per divertimento (scrivere è un immenso piacere) ho deciso di aprire uno spazio tutto mio dove poter raccontare ciò che mi stava accadendo, ovvero il fortissimo bisogno di mettermi in gioco e pubblicare online ciò che fino a quel momento avevo fatto solo fra me e me. Il nome del blog, poi, è stata una scelta naturale in quanto il mio è semplicemente un altro dei tanti punti di vista che si trovano sul web e che negli ultimi anni sono nati e cresciuti sempre più. Anche io, però, volevo dire la mia.

 

2) Chi c’è dietro Just another point?

Nellie, tanta confusione ma soprattutto tanta curiosità in tutto ciò che sta nero su bianco,  soprattutto perché spero sempre di trovare fra le righe la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, che sostanzialmente è 42 ma a me i numeri non sono mai piaciuti.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro ci sono 3 fumetti ogni 8 libri. Le storie disegnate, come quelle scritte, sono una fonte inestimabile di stimoli e proprio non riesco a rinunciarvi. Nel mio scaffale d’oro, quindi, c’è Asterios Polyp che amo infinitamente ed è il primo graphic novel che mi ha fatto innamorare. A fianco c’è Joan Didion che se la racconta con Calvino e di quella meraviglia che è Se una notte d’inverno un viaggiatore. C’è poi Mario Soldati, America Primo Amore è forse diventato uno dei miei libri preferiti, ma una vera lettrice sa di doversi tener pronta ad accettare l’arrivo di un altro capolavoro che si metterà fra i piedi come ha fatto Elizabeth Strout con Olive Kitteridge, Elena Ferrante con la sua quadrilogia, Paco Roca con la dolcezza di Rughe, Ágota Kristóf con La Trilogia di K. Insomma, lo scaffale d’oro è una vera e propria dimensione a sé stante sempre pronta a ingigantirsi e inglobare libri belli.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è veramente difficile. Quando lessi Nessuno Scompare Davvero mi ritrovai molto nelle parole di Elyria (“..e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre”) eppure il bello di leggere è trovare la frase giusta al momento giusto quindi capita spesso di ritrovarmi nella parole di quella che magari è l’unica battuta triste di un personaggio protagonista di un libro comico. Vorrei però raccontarti un passaggio de L’anno del pensiero magico di Joan Didion e svelarti qual è la mia idea di felicità e quella che un giorno vorrei tanto provare.

 

Il libro che aveva in mano era uno dei miei romanzi (..).

La sequenza che lesse ad alta voce era (..) complicata (..). “Accidenti” mi disse John quando chiuse il libro. “Non venirmi mai più a raccontare che non sai scrivere. Ecco il mio dono per il tuo compleanno.”

Ricordo che mi vennero le lacrime agli occhi.

Le sento ancor oggi.

Retrospettivamente, questo era stato il mio presagio, il mio messaggio, la prima nevicata, il regalo per il mio compleanno che nessun altro avrebbe potuto farmi.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Una canzone di quelle che si ascoltano in treno a volume basso mentre ci si perde nel paesaggio guardando dal finestrino del treno. Potrebbe essere Holland Road dei Mumford & Sons anche se in realtà in queste settimane sto ascoltando tantissimo Free Stuff di Edward Sharpe & the Magnetic Zeros e forse sì, potrebbe essere il mio blog trasformato in canzone.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Leggere è da anni una necessità. Ci sono mattine che il treno è talmente pieno che non riesco nemmeno a togliere il libro dallo zainetto: passare un’ora della giornata in piedi fra gente che parla dei fatti propri senza poter nuotare tra le parole mi uccide realmente. Con il tempo anche scrivere è diventato essenziale quanto la lettura, una logica conseguenza di un processo che è cominciato con il giornalino di famiglia quando ero bambina e che è cresciuto con i numerosi taccuini che si sono alternati durante gli anni delle superiori ma soprattutto dell’università. Ancora oggi non esco di casa senza un quadernetto nello zaino e una penna blu.

 

7) Progetti in cantiere

Scrivere scrivere scrivere! Da diversi anni collaboro con diversi magazine online, sono tutte collaborazioni che prendono il mio tempo libero ma lo faccio con molto piacere. È ciò che amo fare e non smetterò mai di crederci.

Una spola di filo blu lunga come la nostalgia

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Lise Sarfati

 

Parafrasando Jane Austen, è una verità universalmente riconosciuta che ogni protagonista maschile sia disfunzionale a modo suo. Sarà che dopo la mia #franzethon sono diventata più sensibile alla loro presenza, ma la realtà è questa: vedo uomini fittizi disfunzionali un po’ ovunque. Uomini incapaci di amare, e poco desiderosi di imparare a farlo (vi ricordate gli #uominichenonsapevanoamare di febbraio?)

Prendete Junior Whitshank, il patriarca della famiglia protagonista di Una spola di filo blu di Anne Tyler: non essendo capace di amare la donna che, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, per un errore di calcolo o di distrazione, è diventata sua moglie, vivendo la paternità come una sorta di competizione, una sfida a chi fa meglio per i propri figli, riversa tutto l’amore di cui è capace in una casa.

Una casa, che progetta per un’altra famiglia – i Brill – appartenente a un ceto sociale più elevato, in un quartiere residenziale di Baltimora che sembra a Junior l’habitat naturale per un parvenu come lui stesso. Una casa dal portico di legno dorato, grande, accogliente come un abbraccio. Una casa che cura nei minimi dettagli, senza tener conto dei desideri degli acquirenti, preparandola per sé e per la sua famiglia – Linnie Mae, la moglie bambina dagli occhi d’acqua, e i due figli, che rispondono ai nomi altisonanti di Merrick e Redcliffe.

 

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Lise Sarfati

 

Ecco, avrebbe potuto dire qualcuno. Possibile che tra i misteriosi antenati della famiglia Whitshank ci fossero dei Merrick e dei Redcliffe? Invece no, erano solo nomi che secondo Junior suonavano nobili. Suggerivano origini illustri, magari per parte di madre. Oh, Junior era sempre in cerca dei modi più efficaci di darsi un tono. Eppure li teneva in quella casetta triste a Hampden senza nemmeno prendersi la briga di sistemarla, anche se sarebbe stato in grado di farlo meglio di chiunque altro “Aspettavo il mio momento” disse anni dopo. “Stavo solo aspettando il mio momento, tutto qui”.

 

Puntuale solo come certi inaspettati appuntamenti col destino possono esserlo, il momento di Junior arriva: la signora Brill decide di lasciare quella casa in cui si è sempre sentita estranea. Per i Whitshank arriva così il tanto agognato riscatto sociale, nei confronti del quale tuttavia Linnie Mae rimane fredda e indifferente, covando risentimento nei confronti del marito per averla strappata alla sua casa, al suo quartiere, alla confortante compagnia delle sue vicine, fragrante di chiacchiere e biscotti appena sfornati. La ribellione di Linnie Mae si concentra su un mobile: un dondolo di legno, che fa dipingere di una brillante tonalità di blu all’insaputa – e contro la volontà – del marito Junior.

Junior è furioso: un dondolo blu è pacchiano, comune. Tutto deve essere straordinariamente perfetto nella dimora Whishank: è necessario che la casa e la famiglia si integrino nell’elegante quartiere, e per farlo devono raggiungere quello stadio di asettica eleganza che sembra caratterizzare tutte le dimore – e le famiglie – del quartiere. Il divano torna ad essere di legno biondo, una sorta di vendetta di Junior nei confronti di quella moglie conosciuta troppo presto – Linnie Mae aveva soltanto tredici anni – che gli aveva mentito sulla sua età per poi diventare per lui un peso, quotidiano e ineluttabile. In mezzo al suo risentimento fa capolino un pensiero, improvviso come una nuvola gravida di pioggia in un cielo sereno e soleggiato:

 

Gli aveva rivoltato la vita così come rivoltava un maglione appena lavato per dargli la forma giusta. Forse di quest’ultima cosa doveva essere contento.

 

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Lise Sarfati

 

Il filo blu di Linnie Mae la ricongiunge alla nuora Abby, che con una spola di filo dello stesso colore cuce una sorta di caftano per il fidanzato Red, da indossare nel giorno del loro matrimonio.

Abby e Red si innamorano proprio nella casa di famigli, nella confusione che precede il matrimonio della sorella, Merrick (che ha ereditato la pretese di grandezza paterne) al freddo Tripp, erede delle fortune della sua famiglia.

 

Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo dal blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

 

Abby e Red, soliti e innamorati, restano a vivere a casa Whitshank, legando i loro destini e le loro vicissitudini a quelle della casa: l’arrivo dell’orfano Stem; i problemi col figlio Danny, estremamente geloso della madre, misterioso, incapace di tenersi un lavoro, capace di sparire per mesi e mesi; la morte improvvisa della stessa Abby.

 

“Le case hanno bisogno di essere vissute” disse Red. “Questo dovreste saperlo tutti. Certo, gli esseri umano provocano problemi di usura – pavimenti consumati, gabinetti intasati e cose così – ma non è niente rispetto ciò che accade quando una casa è abbandonata. È come se restasse senza cuore. Si affloscia, si accascia, comincia a sprofondare. Giuro che guardando la trave maestra di una casa riesco a capire se è abitata o meno. Credete che fare una cosa simile a questo posto”?

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Lise Sarfati

 

Anne Tyler racconta la storia di una famiglia. Una storia imperfetta, come imperfette sono tutte le famiglie, fatta di troppo – o di troppo poco – amore, di assenze, di lacrime, di sorrisi, di nascite e morti. Fatta di una ragnatela di rapporti umani così complicati da fare male.

Lo fa in modo così delicato da sconfinare a volte nel superficiale, da fare desiderare al lettore di scavare un po’ di più nel carattere di un personaggio, da lasciare punti interrogativi e dubbi lasciati insoluti da una dissolvenza sfumata, che lascia casa Whitshank ormai vuota, sospesa in un universo parallelo senza tempo.

 

Comunque, si sa com’è quando ti manca qualcuno che ami. Cerchi di trasformare ogni estraneo nella persona che speri di vedere. Senti una certa musica e subito ti dici che potrebbe aver cambiato modo di vestire, essere ingrassato di una tonnellata, aver comprato un’automobile e averla parcheggiata davanti alla casa di un’altra famiglia. “È lui!” dici. “È venuto! Lo sapevamo: noi siamo sempre…” Ma poi senti quanto sei patetico, le tue parole si perdono nel silenzio e ti si spezza il cuore.

 

Una spola di filo blu, Anne Tyler, Guanda editore, trad. a cura di Laura Pignatti

Soundtrack: Fix you, Coldplay

 

 

Mary Oliver, una poesia e i bicchieri mezzi vuoti

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The uses of sorrow

(In my sleep I dreamed this poem)

Someone I loved once gave me

a box full of darkness.

 

It took me years to understand

that this, too, was a gift.

 

(Mary Oliver, The uses of sorrow)

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L’utilità della sofferenza

(Mentre dormivo ho sognato questi versi)

Una persona che amavo mi ha dato una volta

una scatola piena di buio.

 

Ci sono voluti anni perché capissi

che anche quello era un dono.

 

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In quattro versi, Mary Oliver riesce a sintetizzare, con un’immediatezza che risuona in ogni sillaba di un dolore freddo e vuoto – simile al rumore che fa un centesimo che cade in una lattina vuota – una condizione di cui non siamo più bravi a parlare, uno stato d’animo che cerchiamo di abbellire costantemente, rivestendolo di una patina dorata per non vederne la ruggine. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, o di esercitare la tanto decantata mindfulness, di praticare più o meno complicati giochi della felicità o di cercare – solitamente per condividerli sui social – motivi per cui essere grati: Mary Oliver ricorda al lettore  – così come Elizabeth Bishop, in un’altra bellissima poesia, L’arte di perdere che a volte si ricevono colpi talmente forti ed inaspettati che nemmeno il pugile più esperto ed allenato riuscirebbe a prevederli. Delusioni inflitte da una persona cara, che lasciano senza fiato, peggio di un pugno allo stomaco. Fallimenti professionali o personali, che stendono peggio di un pugno sui denti, tanto per rimanere nella metafora agonistica.

Possibilità che giungono travestite da pacchi regalo, ma che, una volta aperte, si rivelano piene di vuoti, ché se fossero semplicemente vuote sarebbe più facile. E ci si ritrova, soli, a contemplare l’oscurità in fondo alla scatola. Sconfitti, almeno momentaneamente, almeno apparentemente. Perché, come la Oliver insegna, forse non ha sempre senso ricoprire il buio di glitter, chiamarlo con altri nomi per esorcizzarlo, trasformarlo, camuffarlo, evitarlo, nasconderlo. A volte bisogna semplicemente sedersi, al buio, da soli, e accettare di essere pervasi dal contenuto di quella scatola, per imparare a non averne paura, per essere pronti a riconoscerla tra mille ed evitarla. Per diventare più forti. Per imparare da un dolore che un giorno, forse, potrebbe tornare utile, per parafrasare Peter Cameron.

Non a caso, la poesia della Oliver si intitola The uses of sorrow, l’utilità – o meglio, le molteplici utilità – della sofferenza, e il titolo della raccolta che la ospita è Thirst, sete.

La Oliver, che cerca di affrontare la morte del partner, con cui ha condiviso quarant’anni di vita, si getta nella sofferenza a capofitto, con la voluttà del martirio immediato, con la volontà di accettare la morte come parte della vita affrontandola, e disarmandola.

My work is loving the world, amare il mondo è il mio lavoro, dichiara la poetessa all’inizio della raccolta: i suoi versi dimostrano il coraggio nell’affrontare quello stesso mondo nella sua interezza, l’umiltà di chi riesce a fare anche dell’oscurità una lezione di vita, andando avanti, sempre, per mantenere le cose insieme, come insegna anche Mark Strand.

Perché a volte bisogna imparare a vedere il bicchiere mezzo vuoto, per riuscire a riempirlo di nuovo.

 

Soundtrack: The Darkness, Leonard Cohen

 

Frammenti di un discorso amoroso #4: Henry James e gli errori generosi dell’amore

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Isabel Archer, l’affascinante, sfortunata protagonista di Ritratto di signora, capolavoro di Henry James, è una delle mie eroine preferite. È bella, intelligente, intraprendente e non priva di una certa hybris che, insieme alla caparbietà esacerbata dalla sua giovane età, la conduce a scelte rovinose.

La giovane americana si ritrova per la prima volta in visita nel vecchio mondo ed eredita inaspettatamente un discreto patrimonio, che le regala indipendenza e mezzi per poter esplorare l’Europa secondo il suo capriccio. Ed è proprio qui che tutto inizia ad andare storto, quando Isabel ha tutto, bellezza, ricchezza, un continente da esplorare e un discreto contingente di spasimanti tra cui scegliere: l’americano Caspar Gloomwood, l’inglesissimo Lord Warburton, lo sfuggente, malaticcio cugino Ralph, suo segreto benefattore, e l’enigmatico, oscuro Gilbert Osmond, dalle motivazioni dubbie e dai tanti, troppi segreti. Indovinate per quale di questi gentiluomini Isabel decide di sacrificare la tanto agognata indipendenza? Ecco, appunto.

Il suo percorso è un percorso di crescita e maturazione, al cui termine Isabel è costretta però a rendersi conto di quanto abbia sbagliato, di quanto abbia sacrificato per un uomo che in cambio non le ha dato che sofferenze e bugie. Isabel scopre quanto l’amore, quello stesso sentimento che aveva evitato con cura e corteggiato con curiosità a fasi alterne, possa attutire i sensi e la ragione fino a perdere di vista la propria identità, il proprio percorso, il proprio posto nel mondo.

Nel frammento che vi propongo oggi, Isabel è un’eroina spezzata, confusa, spaventata. Ha scoperto che l’uomo che ha scelto di sposare non è la persona che sperava, ma un estraneo dal passato torbido, che non può offrirle altro che un futuro di ipocrisie e disprezzo in una gabbia dorata, una casa di specchi. La situazione tra i due esplode quando Isabel si strugge per raggiungere suo cugino Ralph, le cui condizioni di salute non lasciano più adito a speranze: il marito glielo vieta tassativamente, ma Isabel decide di partire lo stesso, essendosi resa conto di essere innamorata di Ralph, che a sua volta l’ha sempre amata. Sul letto di morte, Ralph le insegna a vivere con se stessa e con i suoi errori, a perdonarsi, ad avere ancora fiducia in quell’amore che è l’unica cosa che resta, l’unica cosa in grado di cancellare odio e dolore.

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Isabel Archer mi fa sperare. Sì, mi fa sperare in una sorta di redenzione collettiva, un’amnistia generale, un’indulgenza universale che cancelli tutti gli errori, una sorta di rieducazione per quella diabolica tendenza a continuare a commetterne, un barlume di speranza nelle terze, nelle quarte, nelle quinte possibilità, senza cedere alle facili tentazioni del cinismo e del disincanto.

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– Oh, sì, sono stata punita – singhiozzò Isabel.

Egli rimase un poco in ascolto, e poi continuò:

– Ha preso molto male la vostra venuta?

– Mi ha reso la cosa molto dura. Ma non m’importa.

– È tutto finito tra voi?

– Oh no; non credo sia finito tutto.

– Tornerete da lui? – ansimò Ralph.

– Non lo so…non posso dirlo. Rimarrò qui più che potrò. Non voglio pensare…non ce n’è bisogno. Non m’importa d’altro che di voi, e ciò mi basta, per adesso. Durerà ancora un poco. Qui, in ginocchio, con voi morente tra le mie braccia, sono più felice di quanto non fossi da gran tempo. E voglio che siate felice anche voi…che non pensiate a niente di triste; che sentiate solo che vi sono vicina, che vi amo. Perché dovrebbe esserci il dolore? In ore come queste che cosa abbiamo a che fare con il dolore? Non è il dolore la cosa più profonda; c’è qualcosa di più profondo ancora.

Ralph evidentemente trovava di momento in momento sempre più difficoltà a parlare; doveva aspettare più a lungo per riprendersi. Dapprima parve non rispondere a queste ultime parole; lasciò passare molto tempo. Poi mormorò soltanto:

– Dovete restare qui.

– Vorrei restare…finché sembrerà giusto.

(….)

– Passa, dopo tutto; sta passando, ora. Ma l’amore rimane. Non so perché dobbiamo soffrire tanto. Forse lo scoprirò. Vi sono molte cose nella vita E voi siete molto giovane.

– Mi sento molto vecchia – disse Isabel.

– Tornerete ad essere giovane. È così che vi vedo io. Io non credo…non credo…. – ma si fermò di nuovo; le forze gli mancavano.

Ella lo pregò di stare calmo, ora.

– Non abbiamo bisogno di parlare, per capirci – ella disse.

– Non credo che un errore generoso come il vostro possa farvi del male troppo a lungo.

– Oh, Ralph, sono molto felice ora – ella proruppe tra le lacrime.

– E ricordatevi questo – egli disse ancora – che se siete stata odiata, siete anche stata amata.

(Trad. a cura di Pina Sergi Ragionieri, Biblioteca Economica Newton)

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Soundtrack: Comes love, Billie Holiday

Un’estate in pillole di lettura

Coe

 

L’estate 2016 è stata un’estate aliena, almeno per me.

Sono riuscita ad andare al mare pochissime volte (e aspetto questo momento tutto l’anno), ho fatto su e giù per l’Italia, non sono riuscita a rilassarmi e a staccare un po’ in vista di un autunno che si preannuncia lento e difficile, un boccone duro e amaro da buttare giù.

In compenso, ho mangiato un’anguria intera guardando l’ultima serie di Orange is The New Black e, grazie al road trip molto improvvisato in un’improbabile (e scomodissima) Cinquecento, ho visitato posti bellissimi in giornate piene di sole: Salisburgo, di cui mi sono innamorata; Innsbruck, dove mi sono sentita molto Sissi; Verona, cittadina adorabile ma letteralmente infestata di turisti nei luoghi di Giulietta – sigh! Io mi aspettavo uno scenario alla Letters to Juliet, in cui incontravo le segretarie di Giulietta e magari mi univo a loro per l’estate; Lugano, dove ho riabbracciato un’amica di vecchissima data.

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Salisburgo

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Salisburgo

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Innsbruck

E ho letto, tantissimo – almeno per i miei standard. Guidare è una delle cose che mi rende più nervose, quindi sono ben contenta di fare la passeggera e leggere a più non posso – complice anche il roaming, la batteria del telefono perennemente scarica e il fatto che fortunatamente non soffra di mal d’auto. Ho letto libri che rimandavo da tempo e libri che ho ritrovato quasi per caso nella mia biblioteca Kindle: quasi tutti mi hanno piacevolmente sorpreso, tutti sono riusciti a farmi dimenticare i chilometri e spegnere il lettore solo al momento dell’arrivo (e cercare di dimenticare  le due tre canzoni che ogni stazione radio trasmetteva in continuazione: Love yourself di Justin Bieber, 13 buone ragioni di Zucchero, Be the one di Dua Lipa – chi? Dovrò andare in terapia per liberarmi di queste canzoni…)

 

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Verona, Casa di Giulietta

 

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Verona, Casa di Giulietta

 

Ecco quindi la mia estate, in pillole (di lettura):

 

  • My name is Lucy Barton, Elizabeth Strout (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Susanna Basso): decisamente tra i libri più belli che abbia letto quest’anno, e non solo. Anch’io, come la protagonista, Lucy, ho un rapporto complicato con mia madre, fatto di parole non dette – o dette male – e piccoli gesti o silenzi che sono carichi di significati reconditi. Lucy si ammala, ed è costretta a trascorrere mesi in ospedale. Sente tantissimo la mancanza delle sue bambine, mediamente quella di suo marito (che si rifiuta di andarla a trovare, adducendo come pretesto la sua antipatia per gli ospedali). Un giorno Lucy riceve una visita a sorpresa: quella di sua madre, direttamente dalle campagne dell’Illinois. Il particolare che mi ha fatto più tenerezza è questo: per tutti i cinque giorni di permanenza all’ospedale, la madre di Lucy rifiuta ostinatamente la brandina che le viene offerta e dorme sulla sedia, quando le capita, aprendo gli occhi al primo movimento della figlia. La tela di silenzi tra le due è così intrecciata, la loro estraneità così consolidata che la madre di Lucy cerca rifugio nelle storie che le racconta: storie di persone che hanno toccato la vita di entrambe e che vanno a ricreare ed animare la cittadina di Amgash, Illinois, dalla quale Lucy era scappata appena possibile. Il loro tormentato rapporto e la decisione della madre di andarsene proprio quando Lucy è fragile e spaventata e ha più bisogno di lei ricorda al lettore quanto sia difficile evadere da modelli di comportamento che si sono consolidati negli anni, quanto sia difficile aprirsi di nuovo, davvero. Quanto sia difficile essere figlia, essere madre.

 

  • Belgravia, Julian Fellowes (pubblicato in italiano da Neri Pozza, traduzione a cura di Simona Fefè): siete aficionados di Downton Abbey? Allora ci sono tutti gli elementi perché Belgravia vi possa piacere: guerra, intrighi, matrimoni fasulli che poi non si rivelano tali, figli illegittimi ma nemmeno tanto, balli, macchinazioni, eredità, afternoon tea, sete e crinoline, amanti, tentati omicidi, criminali fuggitivi. Le vicende narrate sono inizialmente ambientate a Bruxelles, prima dell’arrivo di Napoleone e della battaglia di Waterloo; c’è poi un salto temporale di venticinque anni e l’azione si sposta a Londra, dove assistiamo alla nascita di Belgravia, uno dei quartieri più belli della città (che oggi ospita tra l’altro l’Istituto Italiano di cultura).

 

  • Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Café, Fannie Flagg (in italiano Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, pubblicato da BUR nella traduzione di Olivia Crosio): arrivata a questo punto mi tocca una vergognosa confessione. Non solo non avevo mai letto il libro: non ho nemmeno visto il film (mi tocca riparare, lo so, lo so). Si tratta di una storia dentro la storia, o, meglio ancora, di un contenitore di storie: Evelyn, donna di mezza età in preda alla depressione e alla menopausa, diventa – suo malgrado – amica dell’irresistibile Ninny Threadgoode, che le fa compagnia nelle interminabili visite alla suocera in una casa di riposo, facendo rivivere per lei il caffè di Whistle Stop e le sue storie. Evelyn così si ritrova catapultata negli anni trenta, in compagnia della bellissima Ruth, l’impetuosa Idgie e il loro piccolo Stump. Idgie e Ruth gestiscono il caffè e offrono agli avventori buon cibo e generosità, risate e perfino l’occasionale omicidio. Le storie narrate dalla signora Threagoode fanno venire voglia di saltare su un aereo e andare a visitare l’Alabama, nonché assaggiare i tanto decantati pomodori verdi fritti (qualcuno li ha mai mangiati? Come sono?), i biscotti al buttermilk e il cobbler di mirtilli. Bonus per i foodie: in appendice trovate le ricette del Whistle Stop Cafè.

 

  • Tra le infinite cose, Julia Pierpoint (pubblicato da Mondadori, traduzione a cura di Carlo Prosperi): se nella prima metà rischia di essere l’ennesimo romanzo americano a base di famiglie disfunzionali, tradimenti e adolescenti difficili, appesantito da uno stile non sempre scorrevole e da continui salti temporali, nella seconda metà si riscatta egregiamente grazie alla figura di Kay, l’impacciata, confusa figlia dei due protagonisti, Deb e Jack. Deb è un’ex ballerina che, arrivata ai quaranta, inizia a chiedersi come sarebbe andata la sua vita se non avesse mollato le punte per sposare Jack, specie dopo il suo ultimo, doloroso tradimento; Jack è un artista di mezz’età in crisi con alle spalle una mostra fallimentare e il fantasma della sua ex amante. Kay incarna la confusione, l’inquietudine, il dolore dello sgretolamento del matrimonio dei suoi genitori, ricorrendo a gesti incomprensibili per rendersi visibile ai loro occhi e a quelli del fratello Simon, che trova invece rifugio nell’erba e nelle ragazze. Il titolo del libro è tratto da una bellissima poesia dell’americano Galway Kinnell:

 

“Testolina addormentata che germoglia capelli alla luna,

quando ritornerò

usciremo insieme,

cammineremo insieme

tra le infinite cose,

ciascuno segnato troppo tardi da questa consapevolezza, il salario

del morire è l’amore“.

 

  • Funny Girl, Nick Hornby (pubblicato in italiano da Guanda, trad. a cura di Silvia Piraccini): non aspettatevi il Nick Hornby di About a boy o Non buttiamoci giù, ma una penna più matura che, attraverso la storia della starlette Barbara e della troupe della serie TV di cui diventa la protagonista, ricostruisce un pezzo di storia e cultura britannica attraverso l’evoluzione della televisione e dei gusti degli spettatori. Non si tratta della storia di Barbara, ma della storia di un’epoca: la nascita e il successo di una serie tv in una Londra che inizia ad essere la città che non dorme mai, fulcro ed epicentro di ogni nuovo movimento artistico e manifestazione culturale. È un romanzo lento e nostalgico, pervaso della malinconia dei tempi che cambiano, e delle persone che spesso non riescono a stare dietro al flusso instancabile di novità, e a cambiare con esse. Il nuovo Hornby mi ricorda un po’ Jonathan Coe nella sua volontà di dissezionare la società britannica e studiarne le evoluzioni e involuzioni più intrinseche ed invisibili all’occhio nudo (leggete sotto).

 

  • The Rotters’ Club, Jonathan Coe (La banda dei brocchi, pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di R. Serrai): adoro Coe e lo considero il massimo scrittore inglese vivente, una delle poche voci della narrativa contemporanea capace di fare della vera critica politica e sociale, di smascherare le bugie, il classismo, il razzismo di una società, quella britannica, che a volte sembra ancora vivere nell’illusione dell’impero coloniale (Brexit docet). Ne La banda dei brocchi, che ho riletto in originale a un paio d’anni dalla prima lettura, le storie dei fratelli Rotter (l’aspirante intellettuale Ben, l’inquietante fratellino Paul, sfegatato conservatore a soli nove anni, la sfortunata sorella Lois, reduce da un terribile incidente) raccontano in realtà la storia dell’Inghilterra degli anni settanta, tra scioperi, movimenti operai e IRA, guerra di classe e avvento dell’era Thatcher, in un mondo che pare disgregarsi e le cui contraddizioni non fanno che esacerbare le difficoltà dell’adolescenza e della scoperta di se stessi. La banda dei brocchi fa parte di una sorta di trittico, di cui Circolo chiuso è il seguito cronologico (arrivando fine alla sciagurata decisione di Blair di intervenire nella guerra in Iraq), mentre La famiglia Winshaw costituisce un pezzo a sé stante, un ritratto degli sconvolgimenti sociali derivanti dalla sfrenata politica liberista attuata da Margaret Thatcher, i cui disastrosi effetti sono incarnati dai disfunzionali, eccentrici membri della famiglia Winshaw. I Winshaw ritornano anche nell’ultimo capolavoro di Coe, Numero Undici, un intricato labirinto di storie e allusioni dal finale inaspettato. Inutile dire che ve li consiglio tutti, di cuore.

 

  • Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Andrea Sirotti): questo è uno di quei libri che mi aspettavo di amare moltissimo. Invece mi è piaciuto, ma con moderazione. Lo stile dell’autrice non mi ha permesso di immedesimarmi – come faccio sempre quando un libro mi piace tanto – nel personaggio di Ifemelu, nelle sue difficoltà a ambientarsi e costruirsi una vita in America, nella sua apparentemente incomprensibile decisione di tornare in Nigeria, anche nella speranza di ritrovare il primo amore, Obinze, ormai sposato e dedito a una proficua carriera di dubbia legalità.

 

  • Harry Potter and The Cursed Child (in italiano Harry Potter e la maledizione dell’erede, in uscita il 24 settembre nella traduzione di L. Spagnol per Salani): sicuramente non si tratta dell’ottavo volume della saga del mago più famoso del mondo, colui che è riuscito a sopravvivere all’ira funesta dello spietato Voldemort. Tanto per cominciare, non si tratta di un romanzo, ma di un’opera teatrale; inoltre, il protagonista non è Harry, ma suo figlio Albus (un Serpeverde!), il cui migliore amico è il timido, impacciato figlio dell’arci-nemico di Potter, Draco Malfoy. Scorpius, l’erede della dinastia dei Malfoy, non ha una vita molto facile ad Hogwarts, dove aleggia il sospetto che lui sia figlio di Voldemort in persona e Bellatrix Lestrange; lo stesso Albus, poco atletico e abbastanza impacciato negli incantesimi, vive nell’ombra del celeberrimo padre, condizione che lo fa soffrire non poco. I due si imbarcano in una serie di rocamboleschi viaggi nel tempo, che, se da una parte disturbano il tessuto narrativo e la sua continuità, sarebbero davvero interessanti da vedere a teatro. In realtà, mentre leggevo il copione (che si legge tranquillamente in un paio d’ore), non potevo fare a meno di pensare a quali soluzioni e quali effetti speciali possano essere utilizzati durante lo spettacolo per scene come la seconda prova del Torneo Tre Maghi, che si svolge quasi interamente sottacqua (nel lago nero). The Cursed Child non è un capolavoro, ma è godibile e permette al lettore di sbirciare nella vita di Harry adulto, nel suo difficile rapporto col figlio Albus Severus, nel suo matrimonio – d’altro canto, tutti noi lettori coltiviamo una sorta di istinto voyeuristico per i nostri personaggi preferiti…

Mi piacerebbe tantissimo vederlo a teatro, ma è sold out fino a maggio 2017, quindi non mi resta che continuare a partecipare alle lotterie che si tengono ogni tanto su Pottermore o sul sito dello spettacolo.

 

Nel frattempo vi auguro un ottimo inizio, e un settembre pieno di belle letture.

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Bonifati, Calabria

Bonifati, Calabria

Rivalità letterarie: Hemingway versus Borges

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Ernest Hemingway a Cuba

“Dear Jorges, my Cuban friend Lino Calvo gave me The Aleph, here in El Floridita, el Catedral del Daiquiri. Sure, dammed good book. They are saying around you are the best writer in Spanish, but you can kiss my ass and you never hit a ball out of the infield in your life. You took LITERATURE too solemnly. You discovered life late. You come down down here and fight for free with an old character like me, who is fifty years old and weighs 209 and thinks you are a shit, Jorges, and would knock you in your ass. HOW DO YOU LIKE IT NOW, GENTLEMEN? Viva El Torre Blanco. Yours sincerely, Papá”.

(Caro Jorge,

Il mio amico cubano Lino Calvo mi ha dato una copia de L’Aleph, qui al Floridita, la Cattedrale del Daiquiri. Gran libro, senza ombra di dubbio. Si dice che tu sia il miglior scrittore ispanofono, ma puoi baciarmi il didietro, non sei mai riuscito a colpire una palla fuori dal diamante. Hai preso la letteratura troppo sul serio. Hai scoperto la vita troppo tardi. Sei venuto fin qui per lottare gratis con un vecchio come me, che ha cinquant’anni e pesa 135 KG e pensa che tu sia un poco di buono, e ti prenderebbe a calci nel didietro. Che te ne pare adesso, gentiluomo? Viva El Torre Blanco. Tuo, Papa).

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Jorge Luis Borges

Secondo la leggenda, questa deliziosa missiva (nella mia traduzione italiana ho usato un po’ di eufemismi, ma basta dare un’occhiata al testo originale per rendersi conto di quello che intendo) sarebbe stata scritta da un Hemingway estremamente brillo nel marzo del 1950 e ritrovata tra i suoi scritti inediti. Molto più plausibilmente, si tratterebbe invece di uno scherzo letterario elaborato da quel burlone di José Emilio Pacheco, poeta messicano deceduto nel 2014.

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Pacheco

In un caso o nell’altro, la lettera, apocrifa o meno, fa venire alla luce la rivalità letteraria tra i due giganti della letteratura americana e ispano-americana, rispettivamente. Una rivalità giustificata da orientamenti politici (Hemingway  aveva appoggiato la Guerra civile spagnola, Borges era fortemente reazionario), ma anche da stili di vita e modi di intendere la letteratura diametralmente opposti.

Hemingway incarna la figura del macho, donnaiolo, cacciatore, soldato, amante delle corride e dei safari, cultore del buon vino, dei buoni cocktail e del buon cibo (a giugno, nel corso di una brevissima tappa a Valencia, sono andata a mangiare a La Pepica, che preparava la paella preferita di Hemingway, tanto per fare un esempio).

La Pepica, Valencia

Borges coltiva invece il mito della figura dell’intellettuale erudito e riservato, il lettore infinito che vive tra biblioteche, libri e conferenze, timido con le donne, austero, discreto. Hemingway è lo scrittore dell’esperienza, Borges è lo scrittore dell’immaginazione; entrambi sono politicamente scorretti (Hemingway è stato più volte internato per manie di persecuzione – era infatti convinto di essere spiato dal FBI, e non a torto, viste le sue simpatie per Paesi con governi di sinistra; Borges, per cui la politica era una de las formas del tedio, una delle declinazioni della noia, è stato più volte accusato di essere fin troppo vicino al regime di Pinochet e al generale argentino Jorge Rafael Videla in opposizione al peronismo – secondo molti, queste infelici affiliazioni gli costarono il Nobel), ma lo esprimono in modi diversi: Hemingway in maniera irruente, rumorosa, impegnata, Borges con un certo distacco da intellettuale che alla fine è lontano dalla res publica, in un mondo di sogni e di parole.
Ad ogni modo, l’antipatia tra i due era nota a tutti gli intellettuali (come dimostra la burla escogitata da Pacheco): la leggenda vuole che, alla morte di Hemingway, Borges abbia mandato al nemico ormai estinto una corona di fori con il seguente (cattivissimo) messaggio:

“Hemingway, que era un poco fanfarrón, terminó por suicidarse porque se dio cuenta que no era un gran escritor. Esto, en parte, lo redime”

(Hemingway, che era un esibizionista, ha deciso di suicidarsi dopo essersi reso conto di non essere poi un grande scrittore. La cosa in parte lo redime).

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Borges con Videla e Pinochet

 

Per saperne di più:

Tutte le donne di Hemingway

Borges y Hemingway, dal blog Oye Borges (in spagnolo)

 

Soundtrack: Hemingway, Negrita

 

Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Un’ora con…Fabrizia Gagliardi de Il mondo urla dietro la porta

Se un giorno trovassi il tempo di mettermi a stilare con calma una lista di “consigli per gli acquisti”, suggerendovi bei blog da seguire – che poi è un po’ quello che cerco di fare con le mie interviste – il blog di Fabrizia, Il mondo urla dietro la porta, farebbe sicuramente parte dell’elenco, sia per le recensioni ben articolate e piacevoli da leggere che per una delle mie rubriche preferite, le (Ec)citazioni. Fabrizia ha anche partecipato al Calendario dell’Avvento letterario con questo bel contributo e a #uominichenonsapevanoamare.

Ho solleticato la vostra curiosità? Allora correte a leggere!
Nel frattempo, vi lascio alla mia piacevolissima chiacchierata con la fanciulla in questione.

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1) Il mondo urla dietro la porta: come e perché?

All’improvviso scopro di avere diciannove anni e di non essermi accorta di aver passato i diciotto. Da inguaribile adolescente odiavo le cose che gli altri ritenevano scontate, tipo una cosa “semplice” come il crescere. Diamine, esiste la Koumpounophobia (la paura dei bottoni) e possibile che nessuno avesse pensato di creare gruppi come Adolescenti Anonimi Troppo Cresciuti (Secondo Loro) o Te La Do Io La Crescita?
Insomma era l’età in cui storcevo il naso per il gusto di farlo, per vedere se ero in grado di costruire una difesa alle mie idee o ritirarmi con la coda tra le gambe e innalzare a esempio chi mi aveva sconfitto sapendone più di me. Il mondo urla dietro la porta nasce quindi dal più basilare degli istinti (uno degli istinti che entra in crisi durante l’età di cui sopra): parlare, esprimere, imparare a pensare. Capita che in quel momento nel 2011, l’istinto mi diceva di marchiare il destino del blog con una frase di una canzone dei Velvet. Lungi da qualsiasi riferimento a crisi ormonali, loro hanno significato il primo passo alla crescita anni prima della maggiore età – quando inizi a tastare il confine oltre la soglia di casa e sai che riuscirai a cavartela – con un loro concerto fino a notte fonda.
Taciturna nella vita reale, una palla al piede con la scrittura, ho aperto questo laboratorio. Era nato come blog di racconti, poi è sfociato inevitabilmente in sproloqui sui libri.
Mi vergogno di molte delle cose che ho scritto, di come sono state scritte, sono fiera di tante altre.

2) Chi c’è dietro Il mondo urla dietro la porta?
Non c’è un’adolescente e neanche un’adulta. C’è un’eterna indecisa.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il mio scaffale ha iniziato a muovere i primi passi con l’horror. I Racconti fantastici e del terrore di Poe, L’incubo di Hill House e La Lotteria di Shirley Jackson, i racconti di Lovecraft, poi King che devo ancora esplorare a fondo. Adoro le raccolte di racconti, e nel cuore porto anche i Nove racconti, I giovani e Franny e Zooey di Salinger, Cattedrale di Carver (storcevo il naso anche per chi esagerava dicendo di piangere con i libri, poi ho pianto senza ritegno con Una piccola, buona cosa. Da qui ho capito il potere di Carver e dei racconti).
E poi David Foster Wallace. Dalla mia visione, che potrete giudicare legittimamente distorta, l’ho odiato perché una volta ho sentito una ragazza che decantava la sua straordinarietà a un pubblico di ignoti. Riempiva l’aria di aggettivi (splendido, talento, genio) e me la sono presa con lui. Quale scrittore riesce a sospendere il giudizio su di lui, far arretrare il lettore dietro le linee difensive dell’aggettivazione incontrollata? E quindi, questa è la storia di come ho scoperto La scopa del sistema e Una cosa divertente che non farò mai più, ho guardato David e gli ho detto che ero disposta a includerlo tra i miei scrittori preferiti. Forse potrei aver scritto “splendido” in qualche recensione a lui dedicata.
Sicuramente sto lasciando indietro altre opere e non è mai facile scegliere. Tante altre devo ancora leggerle. Per fortuna.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente
Avrò un’immagine distorta di me. Credo che il personaggio non venga scelto per le somiglianze ma soprattutto per le differenze che identificandoci in lui pensiamo di colmare.
Direi Lenore de La scopa del sistema, perché è strana al punto giusto (assapora un’epistassi alla fine del primo capitolo), coraggiosa nella sua diversità e affamata di storie.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone.

Ora non sarebbe quella dalla quale ha tratto il titolo. Sarebbe una canzone post-grunge o alternative rock. Ora mi viene da dire The fixer dei Pearl Jam, Be yourself e Cochise degli Audioslave, Sex on fire dei Kings of Leon. La risposta di default sarebbe Pearl Jam.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Toglietemi una delle due cose e sono praticamente inutile. Può essere un nuovo spot pubblicitario.
Per la scrittura mi avvalgo di David Foster Wallace (questo mi ricorda la storia di una ragazza che parlava di DFW e diceva cose come splendido, genio. Lunga storia): se posso far sentire meno solo qualcuno, la mia missione è compiuta. Se poi vi faccio sentire male almeno ho provocato una reazione.
Non credete che sia una di quelle che si lancia in sviolinate come “Sarei persa senza l’odore delle pagine”, “Non so che farei senza il rumore della penna che accarezza il foglio”.
Dire di non avere una dipendenza è ammettere di avere una dipendenza.

7) Progetti in cantiere

Continuare a scrivere, continuare a leggere. Sul blog vorrei portare avanti rubriche appena nate come Maestre del racconto, e Geografie letterarie  che si pone l’obiettivo di esplorare terre reali con la finzione. Attualmente sono alle prese con un viaggio nella finzione degli Stati Uniti, una cosa potenzialmente infinita. È proprio quello che stavo cercando.

Frammenti di un discorso amoroso#3: Doris Lessing e l’esilio degli amanti

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Innamorarsi significa ricordare il proprio esilio.

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In uno dei miei rari momenti di decluttering matto e disperato, conseguenza di un giugno di piogge autunnali, tra le mie carte, le mie scartoffie e i miei mille quadernini ho trovato un quaderno del 2007, in cui, oltre ai miei soliti deliri, avevo appuntato alcuni passaggi di Amare, ancora di Doris Lessing.

È stato il primo (e finora unico) libro della Lessing che abbia letto; se aveste quindi consigli e/o suggerimenti per approfondirla, mi farebbe piacere che me li lasciaste nei commenti.

Ho scelto questa citazione non solo perché la trovo molto bella, ma anche perché mi ha ricordato “la stanza dell’amore” che Wendell Berry racconta in Hannah Coulter e una poesia di Elizabeth Barrett Browning, il Sonetto 22, una sorta di preghiera per

A place to stand and love in for a day, 

With darkness and the death-hour rounding it.

(un posto dove restare e amare per un giorno,

con intorno le tenebre e l’ora della morte).

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In Amare, ancora Doris Lessing affronta, da una prospettiva tutta femminile, amore e sessualità delle persone di mezza età (per fare un collegamento un po’ poptimist, la stessa tematica affrontata dalla serie Netflix Grace and Frankie, con una Jane Fonda in forma smagliante). La Lessing racconta quella passione – e quel dolore – che non conoscono età, quell’inarrestabile bisogno d’amore che accompagna gli esseri umani lungo l’intero corso della loro vita.

Rileggendo questo estratto, nove anni dopo, la Lessing mi ha ricordato, dalle pagine del mio quadernino, quanta voglia avessi di innamorarmi e di entrare a far parte di quello che mi sembrava un club esclusivo, aperto solo a persone che  – specie durante la fase dell’innamoramento – sperimentano una serie di sintomi più o meno preoccupanti, dalla cecità parziale (che esclude la persona amata) a livelli altissimi di imbarazzo e goffaggine, dalle farfalle nello stomaco alla distrazione celestiale, dalla balbuzie temporanea al cuore in gola.

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Lorusso, Lovers and Lautrec

Che strana cosa che la prima aspirazione di quanti sono in preda all’amore o al desiderio sia quella di rinchiudersi insieme in un qualche rifugio o in una solitudine, io e te da soli, tu e io soltanto, per un anno almeno o per venti, e che poi ben presto, o in ogni caso dopo un salutare lasso di tempo, coloro che un tempo sono stati tanto ardentemente ed esclusivamente desiderati vengano lasciati liberi in un paesaggio popolato da amici e da amori, legati tra loro dal richiamo di invisibili e segrete affinità: se abbiamo amato, o amiamo, la stessa persona, allora dobbiamo amarci anche noi.

Una situazione tanto improbabile può appartenere soltanto a un regno o a un luogo distante dalla vita quotidiana, come un sogno o una favola, una terra tutta sorrisi.

Si potrebbe quasi credere che il fatto di innamorarsi sia stato architettato allo scopo di introdurci in questa terra dell’amore e ai suoi baci paradisiaci.”

(Doris Lessing,  Amare, ancora, Feltrinelli, trad. di Bianca Lazzaro)

Soundtrack: Burning love, Elvis Presley

Rileggendo i classici#2: la solitudine di Jane Eyre

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Rileggendo Jane Eyre, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua solitudine.

La sua è una storia di mancanze: dei genitori; di una persona che la faccia sentire protetta, sicura e amata; di un tetto sopra la testa, di un posto da chiamare casa.

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Da un certo punto di vista, Jane è un’antesignana del precariato 2.0: orfana, cresce a Gateshead, casa della perfida zia Reed, che non fa niente per soddisfare il bisogno di accettazione e di amore della bambina. Viene poi mandata a studiare in una scuola così rigida che, tra freddo, privazioni, acqua sporca e cibo insufficiente, diverse ragazze perdono la salute o addirittura la vita, come nel caso di Helen, la migliore amica di Jane. Jane riesce a sopravvivere e a diventare insegnante nella stessa scuola, diventata più moderna e rispettabile: ma la sua vita inizia a starle stretta. La ragazza vuole vedere quel mondo che, dalle sue quattro mura, sembra così immenso, così lontano. Da brava ragazza moderna e indipendente, Jane decide di pubblicare un annuncio per trovare un posto da tutrice: finisce così a Thornfield, dove si imbatte per la prima volta nell’amore.

Un amore intenso, tanto da sconfinare quasi nell’amore tossico.

Un amore così totalizzante da diventare idolatra: nell’immaginario di Jane, l’oggetto del suo amore – Rochester – diventa simile a una divinità da adorare.

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’aspetto, comune sia ad Emily – immortale autrice di Cime tempestose – sia a Charlotte Brontë: l’amore come religione.

In Cime tempestose, l’amore tra Cathy e Heathcliff trascende l’umano e il divino comprendonio, sfidando le leggi della terra e del cielo: Cathy sostiene che la sua anima e quella di Heathcliff siano fatte della stessa sostanza, e che solo insieme i due riescano a essere completi (lui è me più di me stessa!). Quando Cathy muore, Heathcliff esclama disperato di non essere in grado di vivere senza la sua vita e la sua anima, dileguatesi con Cathy. A sua volta, l’intensa, capricciosa, incostante Cathy, più e più volte evocata da Heathcliff, torna a manifestarsi anche dopo la sua dipartita; dopo la morte di Heathcliff, i passanti sono pronti a giurare che i due fantasmi passeggino insieme nelle notti brumose delle brughiere dello Yorkshire.

L’amore come religione è presente anche in Jane Eyre, mitigato dalla rettitudine e dai valori morali dalla protagonista, che le impediscono di cedere a un abbandono assoluto. Quando St John, cugino ritrovato dopo rocambolesche vicissitudini in un improvviso e inaspettato twist of fate, le propone di soffocare l’amore per Rochester – un amore che non può realizzarsi – e dedicarsi totalmente alla fede, diventando missionaria in India (e sua moglie), Jane esita. È combattuta tra il fare la cosa – apparentemente – giusta e l’obbedire ai dettami del cuore; tra purezza e tentazione; tra due tipi di fede – quella in Dio e nell’integerrimo parroco St John e quella in Rochester.

Quello di Rochester è però un amore bugiardo: un amore che nasconde in soffitta una moglie malata di mente – Bertha Mason, sposata nella lontana, esotica Giamaica. Jean Rhys, nell’ambito del filone del neocolonialismo letterario, ha cercato di riscattare la figura di Bertha/Antoinette in Wide Sargasso Sea, storia della colonizzata – Bertha – strappata via dalla sua terra, dal suo clima e dalla sua gente dall’inglesissimo Rochester, trapiantata forzatamente in una società oppressiva e patriarcale alla quale non appartiene, a metà strada tra il bianco caucasico e il nero giamaicano.

Devo ammettere che, rileggendo Jane Eyre, ho sviluppato una percezione molto diversa di Rochester: nonostante sia prigioniero di un matrimonio affrettato e una situazione infelice, rifiuta di accettare – e affrontare – la realtà e cerca di scappare – prima girando l’Europa alla ricerca di amanti usa e getta, poi mentendo a Jane, chiedendole di diventare sua moglie senza raccontarle il suo segreto. Rochester è lunatico, cupo, collerico: quando Jane, dopo aver scoperto l’esistenza di Bertha, decide di non restare a Thornfield e rischiare di diventare l’amante di Rochester, anche se lasciarlo le spezza il cuore, confessa di avere paura della reazione di Rochester, della sua rabbia.

A questo proposito, ho trovato particolarmente pertinente l’analisi di Samantha Ellis in How to be a Heroine, or what I’ve learned from reading too much: Rochester pecca di machismo e di presunzione nel non considerare l’intelligente, indipendente, coraggiosa Jane come sua pari: per lui è la sua piccola Jane, un uccellino da vestire di seta e ricoprire di perle. Non a caso, una delle mie citazioni preferite tratte dal romanzo è la seguente:

Per Rochester, Jane è una creatura fragile da proteggere da Bertha, da sposare in fretta e furia e in segreto, per evitare che qualcuno mandi tutto all’aria, cosa che in effetti succede.

Anche quando si arriva al celeberrimo lettore, l’ho sposato e si tira un sospiro di sollievo, perchè Jane e Rochester sono finalmente insieme, si tratta di un lieto fine a metà: secondo la Ellis, Rochester accetta Jane come sua compagna e sua pari solo dopo essere diventato un “uomo a metà”, cieco e privo di una mano; solo allora la loro diventa una vera unione, una comunione di mente e anima, in cui lui, Rochester, rispetta e ama lei, Jane, per quello che è veramente: non un uccellino fragile e indifeso, ma una donna coraggiosa e indipendente, dall’invidiabile forza interiore, grazie alla quale riesce a superare avversità e solitudine.

citazEN

E torniamo, dopo questa lunga digressione, alla solitudine di Jane: la Jane bambina desiderosa di amore, in punizione nella tanto paventata stanza rossa, dove crede di vedere il fantasma dello zio; la Jane ragazzina, che si sveglia abbracciata al corpo esanime dell’adorata amica Helen; la Jane ragazza dal cuore spezzato, che scappa da Thornfield senza portare niente con sé e passa tre orribili giorni da mendicante, dormendo fuori al freddo e mangiando poco e niente, prima di essere accolta da St John e le sue sorelle; la Jane donna, maestra in una piccola scuola di campagna, che vive sola in un’umile dimora isolata, passando serate cupe e eterne in compagnia di un libro o dei suoi disegni, aspettando un segno che la riporti da Rochester.

La sua pazienza, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua rettitudine, la sua fede smisurata nell’amore e in Rochester le permettono di essere in grado di accorrere da lui quando Rochester ha ormai perso tutto, e fanno di Jane Eyre un’eroina senza tempo.

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

how I met your Jane

Fonte: schmoop.com/jane-eyre/summary.html