It’s my party (and I’ll read if I want to)

Raise me a dais of silk and down;

Hang it with vair and purple dyes;

Carve it in doves and pomegranates,

And peacocks with a hundred eyes;

Work it in gold and silver grapes,

In leaves and silver fleurs-de-lys;

Because the birthday of my life

Is come, my love is come to me.

(Christina Rossetti)

 

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Credits: A Royal Day Out

 

So che è un giorno come tutti gli altri e che è sciocco affidare a un arco temporale di ventiquattr’ore una valenza emotiva e un carico di aspettative e revisioni pari e quello affidato al primo dell’anno, da sempre festival dei bilanci e dei buoni (o cattivi) propositi.

Il mio compleanno per me è sempre stato un big deal, un ‘evento’ significativo, un giorno a cui non assegnare un sassolino bianco o nero nello stile dei Romani, ma un sassolino rosa (perché rosa è il mio colore preferito, noblesse oblige).

Ci sono compleanni che ricordo più degli altri: i miei ventiquattro anni, arrivati quasi a tradimento in un dormitorio universitario a Islington, Londra. Ero arrivata a gennaio e conoscevo ancora pochissima gente: a mezzanotte mi ero quindi trascinata verso la cucina comune per festeggiare con una tazza di tè caldo e un pacchetto di Hobnobs, sentendomi sola e triste. Ho incontrato in cucina un ragazzo afro-portoghese che avevo visto solo di sfuggita, nei corridoi della residenza: mi ha chiesto perché avessi gli occhi così tristi, il ghiaccio si è rotto e abbiamo trascorso la notte a chiacchierare. La mattina, quando mi sono svegliata, ho trovato un post-it giallo attaccato sulla porta della mia stanza, con un aggettivo – quixotic, donchisciottesco – e la sua definizione – persona astratta, idealista, prone a rincorrere illusioni (e a combattere contro gli eventuali mulini a vento). Continuo a pensare che sia una delle definizioni più calzanti ed esplicative del disordine discreto, della malinconia e dell’infinita irrequietudine che mi porto dentro.

Ci sono stati i trent’anni, per i quali non mi sentivo assolutamente pronta e che si sono tradotti in una festa improvvisata nel mio vecchio appartamento di Bruxelles, tra fiumi di champagne (ovviamente rosa) e un karaoke incentrato sull’intera colonna sonora di Mamma mia! (la mia versione di Dancing queen, della quale rimangono imbarazzanti testimonianze fotografiche, è passata alla storia). Di quel compleanno ricordo i fiumi di lacrime (le mie, da vera drama queen quale sono) versate la notte precedente di fronte alla prospettiva di abbandonare la comfort zone dei vent’anni e l’assortimento di amici che si sono presentati alla mia festa improvvisata: diversissimi per età, lingua e nazionalità, uniti dal generoso impulso di aiutarmi a salutare i miei vent’anni con un party decadente ‘degno di Kate Moss’ (parole di una delle invitate).

Ci sono stati i miei trentadue anni, festeggiati in anticipo con un afternoon tea a Covent Garden, nella mia Londra (e dove, se no?) e con una visita alla libreria della mia casa editrice preferita, The Folio Society, dove mi sono regalata le edizioni di Anna Karenina e Lolita più belle del mondo. Avrei poi trascorso il mio compleanno effettivo in un triste hotel business di Helsinki per un colloquio di lavoro, festeggiando con una barretta di noccioline comprata da Tiger (non mi hanno nemmeno offerto il lavoro, ma questa è un’altra storia).

Cosa vorrei per questo compleanno incipiente (a parte essere a Londra, cosa che quest’anno non si verificherà, a parte miracoli dell’ultimo momento?) Vorrei essere sorpresa. Vorrei la capacità di sorprendermi ancora. Vorrei la capacità di sperare che, anche se l’ultimo anno non è andato come avrei voluto e mi sento quasi imprigionata in una serie di situazioni che mi rendono claustrofobica, le cose possono cambiare, e cambieranno presto. Vorrei ventiquattr’ore di leggerezza.

Nel frattempo, se non posso fermare il tempo in attesa che le cose prendano un corso diverso, vorrei la capacità di riuscire a guardare fuori dal finestrino e godermi il paesaggio e quei momenti preziosi – i sorrisi, le risate, le pagine, i bicchieri di vino, i tramonti inaspettati – che rischiano altrimenti di passare inosservati.

Dato che sono (anche) una ragazza materiale, ci sono anche alcune cose più o meno tangibili che mi piacerebbe ricevere per il mio compleanno:

  • uno dei Libri Muti di Slow Design, bellissimi taccuini realizzati a mano che riproducono le copertine di celebri classici (quello che mi piace di più è Lolita);

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  • un inglesissimo afternoon tea con A Royal Day Out, un servizio londinese ideato da una coppia di creativi, Lauren e Max, che promettono di far trascorrere una giornata nel XVIII secolo, con tanto di abiti d’epoca, parrucche, trucchi e picnic a Kensington Gardens. Ho sempre pensato di essere nata nel secolo sbagliato, quindi un giorno di lenta, decadente celebrazione stile Marie Antoinette (meno la faccenda della decapitazione) sarebbe un’esperienza indimenticabile;
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Credits: A Royal Day Out

 

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Credits: A Royal Day Out

 

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Credit: Paris Boutik Hotels

 

  • una notte ad Edinburgo, una delle mie città del cuore, in un appartamento ispirato a Hogwarts;

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Soundtrack: Strokes come se piovesse, da I’ll try anything once (Soon you were born/ In 1984) a What ever happened? (Oh, that’s an ending that I can’t write/’Cause I’ve got you to let me down)

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I diari di Sylvia Plath

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“Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…”

Scritti tra il 1950 e il 1962 e pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di Simona Fefè, i diari di Sylvia Plath sono una testimonianza nuda e diretta della difficile coesistenza della poetessa con se stessa e con le sue molteplici identità, nonché dell’evoluzione del suo rapporto con la scrittura come catartico antidoto al dolore e ricerca di una perfezione che possa penetrare il tempo.

“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura. E allora, come vivere con i mali minori e sminuirli ancora?”

Vita e letteratura si intrecciano quasi fino a confondersi, in una precoce ricerca di immortalità: Sylvia ha infatti sempre registrato minuziosamente la sua vita, tanto nelle sue lettere (la cui pubblicazione è stata supervisionata dall’amata-odiata madre-vampiro Aurelia) quanto nei diari, la cui redazione inizia quando Sylvia ha solo undici anni. I diari della maturità vanno dal suo primo anno al prestigioso Smith College (1950) fino alla sua morte.

Sylvia scriveva sempre come se si rivolgesse a un pubblico ben più vasto del suo diario, di sua madre o degli altri destinatari delle sue lettere: era infatti convinta di essere destinata al successo e che quindi tutti i suoi scritti fossero potenzialmente pubblicabili. Era abituata a essere la prima della classe, a vedere le sue storie pubblicate, a vincere premi e riconoscimenti, non ultimo il prestigioso stage presso la rivista più à la mode del momento, Mademoiselle.

“Invidio quelle che hanno pensieri più profondi dei miei, che scrivono meglio, che disegnano meglio, che sciano meglio, che amano meglio, che vivono meglio, che sono più belle di me.”

Non a caso il suo primo episodio di grave depressione (e il suo primo tentativo di suicidio) coincidono con la delusione e il senso di vuoto lasciatole da New York, e dalla mancata accettazione ad una scuola estiva di scrittura creativa ad Harvard (di tutto questo la Plath parla diffusamente nel suo unico romanzo pubblicato, The Bell Jar, La campana di vetro).

“Oggi molto depressa. Incapace di scrivere. Gli dei sono minacciosi. Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.” (…)

Sylvia era una ragazza bella e vitale, ansiosa di sperimentare tutte le esperienze che la vita potesse offrirle; amava le persone, adorava essere corteggiata, era consapevole del suo fascino pur vivendo un rapporto conflittuale col suo corpo (si chiedeva spesso se non sarebbe stato meglio per lei nascere uomo, per potersi avvicinare al sesso senza tutte le limitazioni, le inibizioni, i vincoli imposti alle ragazze ancora non sposate).

The Haunted Reader and Sylvia Plath COVER FINAL

Tutta la vita di Sylvia, come traspare anche dalle sue poesie (potete leggerne alcune qui, qui, qui) è una lotta per la ricerca di un equilibrio tra l’amore per la vita, per la conoscenza, per la scrittura e la paura di non essere mai abbastanza, la depressione, la malinconia, la mancanza del padre (Otto, venuto a mancare quando Sylvia era ancora piccola, celebrato nella poesia Daddy) e il rapporto conflittuale con la madre, che aveva altissime aspettative e non avrebbe mai – fino alla fine – accettato la fragilità di Sylvia, le sue paure, la sua depressione.

Sylvia era davvero una ragazza di vetro, andata alla fine a pezzi per il fallimento del matrimonio con Ted (che l’aveva abbandonata per la poetessa Assia), per non essere riuscita a emergere in vita come grande poetessa, ma aver vissuto sempre all’ombra dell’ingombrante marito, per averla abitata veramente, quella campana di vetro (il piccolo appartamento londinese in cui Sylvia avrebbe poi messo fine ai suoi giorni).

“Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio – o la donna-uomo universale – o una qualsiasi cosa che conti. Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tuttala pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo. Ma se devo esprimere ciò che sono ho bisogno di avere un certo livello di vita, un punto di partenza, una tecnica: cioè di organizzare arbitrariamente e provvisoriamente il mio caos personale, minuscolo e patetico. Comincio ad accorgermi di quanto dovrà essere falso e provinciale questo livello, questo trampolino di lancio. È questo che mi è tanto difficile da affrontare.”


Spesso sento associare la Plath unicamente al suicidio e alla depressione (a tal proposito, vi consiglio la lettura del magistrale articolo di Katie Crouch che trovate in traduzione qui), ma non è affatto così: Sylvia era una ragazza sana e vitale, che amava la natura e il mare, amava sentire il sole sulla pelle, amava piacere e uscire con diversi beaux.

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Il suo diario è il diario di una ragazza che ha lottato tutta la vita per essere felice, ma ha dovuto soccombere al peso del suo stesso genio. La ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio e controllare la morte, sorgendo dalla cenere con i suoi capelli rossi e divorando gli uomini come se fossero aria, la poetessa appassionata, la studentessa ammalata di perfezionismo, la moglie innamorata, la madre combattuta, la Sylvia bionda e la Sylvia bruna: tutte queste identità non riescono a convivere pacificamente e implodono tragicamente.

“Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.”

ps

Bibliografia:

Diari, Sylvia Plath, Adelphi edizioni, traduzione di Simona Fefè

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. a cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Per saperne di più:

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Soundtrack: Clem Snide – No One’s More Happy Than You

 

Harper Lee, una simpatica eccentrica

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Harper Lee, l’immortale autrice di To Kill A Mockingbird (Il buio oltre la siepe) era un’eccentrica, accanita paladina della sua vita privata; la dedica de Il buio oltre la siepe (for Mr Lee and Alice in consideration of Love & Affection) riesce già a sottolineare quanto le vicende biografiche e familiari della scrittrice siano al centro del suo romanzo. Di qui la necessità di proteggere se stessa e la sua famiglia dalla curiosità generata prima dall’incredibile successo del libro, poi dal suo adattamento cinematografico, che valse l’Oscar a Gregory Peck nei panni di Atticus Finch.

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Harper Lee e Gregory Peck

 

Nelle Harper Lee cresce a Monroeville, Alabama, rifiutando ostinatamente gonne e vestitini rosa e passando l’infanzia in salopette, come la sua controparte Scout nel romanzo.

La persona più importante della sua vita è – e resta – suo padre, l’avvocato Amasa Coleman Lee (A.C). Sua moglie Frances è praticamente assente dalla vita di Nelle e di sua sorella Alice: soffre di disturbi bipolari e agorafobia e trascorre le giornate facendo giardinaggio e le notti suonando il piano. A.C. non si lamenta della sua situazione, non lascia né tradisce la moglie, sostenendo che ognuno nella vita abbia una croce da sopportare: l’importante è riuscire a farlo al meglio. Non fa mancare niente alla piccola Nelle, anzi: passa ogni serata a fare cruciverba con lei, a leggere con lei i giornali, a inventare giochi per incrementare il vocabolario della figlia, che è anni luce più avanti rispetto ai suoi compagni di scuola. Nelle inizia anche ad imitare il tic paterno di giocare incessantemente col suo orologio da taschino (tic che Gregory Peck avrebbe fatto suo nella versione cinematografica de Il buio oltre la siepe). La descrizione di A.C. risulta familiare, vero? A.C. è Atticus Finch, padre meraviglioso e faro morale per Nelle/Scout, pilastro della comunità, strenuo nemico di ogni forma di razzismo.

Monroeville

Monroeville, Alabama

 

Una delle scene chiave del romanzi (Atticus Finch, che ha deciso di difendere in tribunale Tom Robinson, giovane di colore accusato – ingiustamente – di stupro, passa la notte sotto la finestra della cella in cui Tom è imprigionato in attesa del processo, per evitare che un gruppo di fanatici lo linci) è ispirata a un evento realmente accaduto: nell’agosto del 1934, un centinaio di membri del Ku Klux Klan organizzano una marcia per Monroeville, passando anche per la casa dei Lee. A.C. interrompe la manifestazione recandosi di persona dal Gran Dragone (il Ku Klux Klan era organizzato in “regni”, che comprendevano diverse province ed erano gestiti da un Gran Dragone), mettendolo di fronte ad un ultimatum: il Dragone avrebbe interrotto la manifestazione e fatto tornare a casa gli astanti o sarebbe stato citato in giudizio da A.C. stesso. C./Atticus Finch impartisce a Nelle/Scout una lezione morale difficile da dimenticare: spesso la cosa giusta da fare non è quella più facile, né quella più popolare, ma bisogna farla ad ogni costo, anche se significa attirarsi antipatie e inimicizie o addirittura restare isolati (come succede ad Atticus dopo l’impopolare decisione di difendere Tom Robinson in tribunale).

Harper Lee e suo padre A.C.

Harper Lee e suo padre A.C.

 

Ultima curiosità che dimostra quanto Il buio oltre la siepe sia effettivamente legato alla biografia di Nelle: il suo compagno di merende era il suo vicino di casa, Truman Streckfus Persons (si si, proprio lui, Truman Capote), che nel romanzo è impersonato da Dill, il migliore amico di Scout. Per appagare l’intelligenza precoce e la vivacità intellettuale dei due bambini, A.C. aveva regalato loro una macchina da scrivere Underwood, dalla quale i due si separavano raramente. Probabilmente A.C. non immaginava che quei ragazzini sarebbero diventati due degli scrittori americani più conosciuti e celebrati (e che il loro successo sarebbe poi diventato motivo di attrito tra i due, specie per Truman, invidioso del fatto che la fama della sua vecchia amica Nelle avesse eclissato la sua. Truman, fattene una ragione!)

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Truman Capote e Harper Lee

 

Ultimissima curiosità: nel 2015, ben 55 anni dopo la pubblicazione de Il buio oltre la siepe, Harper Lee ha autorizzato la pubblicazione di un prequel de romanzo, Go Set A Watchman, suscitando un mare di polemiche e dubbi sulla sua lucidità mentale (Lee, che sarebbe morta nel febbraio 2016, soffriva all’epoca di forti vuoti di memoria). Se siete curiosi di saperne di più, ne ho parlato qui.

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Il Calendario dell’Avvento letterario: buon Natale 2017!

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Valentina di Meno male che non sono una mucca, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’Avvento Letterario, arricchendolo ogni giorni di sorprese, spunti e curiosità sul Natale letterario. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei inoltre ringraziare (sono ripetitiva, lo so, ma quale momento migliore del Natale per esprimere la propria gratitudine e condividere le cose belle?) tutti voi che siete passati a leggere, a commentare, a condividere le nostre caselle, rendendo ognuna di esse unica e speciale.

Vi auguro il Natale più felice di sempre attraverso le immortali parole del genio incompreso Billy Mack.

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Oggi è il 25 dicembre. Ho pensato di regalare ai lettori di Ophelinha un assaggio natalizio (poche righe, l’equivalente di un cioccolatino, di un mozzico di panettone) di libri che ho molto amato, con l’augurio che almeno uno tra questi possa scatenarvi una voglia irrefrenabile di correre in libreria.

Buon Natale!

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Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Johan Harstad, M. V. D’Avino

Iperborea

“Era il Natale del 1978 e mi era stato regalato il mio primo libro sulla luna, che mi tenne occupato per tutte le feste. Studiai le figure, le cartine, fu allora che cominciai a collezionare libri, li cercavo nei negozi, nelle librerie dell’usato, bisognava leggere tutto, volevo sapere tutto. E la primavera del 1979 decisi: sarei scomparso là fuori nella folla, sarei stato il numero due, uno che si rendeva utile invece di cercare di farsi notare, che faceva quello che gli chiedevano di fare. Ma questa naturalmente è solo una riflessione a posteriori, il tentativo di inchiodare il vero punto di partenza di una vita. È solo nella finzione, nei film e nei romanzi, che si può stabilire l’istante esatto del cambiamento. Nella realtà la scelta arriva strisciando, il pensiero si forma a poco a poco, e forse fu solo a un certo punto del primo anno delle medie che decisi attivamente di non essere visibile. ”

Il petalo cremisi e il bianco

di Michel Faber, Elena Dal Pra, Monica Pareschi

Einaudi

“Mentre prende tempo, si chiede se dire a Sophie la verità. Non sul bordello gestito da sua madre, naturalmente, ma sul Natale. Sul fatto che a casa Castaway la festività non si è mai celebrata; che Sugar aveva ormai sette anni quando ha capito che c’era un’occasione collettiva in cui i musicanti di strada suonavano motivi particolari, verso la fine di un mese chiamato dicembre. Sí, aveva sette anni quando ha trovato infine il coraggio di chiedere a sua madre che cos’era il Natale, e Mrs Castaway aveva risposto (una volta sola, perché da quel momento era diventato un argomento proibito): «È il giorno in cui Gesú Cristo è morto per i nostri peccati. Senza alcun risultato, visto che li stiamo ancora scontando».”

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di Amy Hempel, S. Pareschi

Mondadori

“A La Rondalla, le luci colorate sulla Vergine annunciano ogni giorno il Natale. Le pietanze arrivano su vassoi simili a coperchi di tombino, e il bar è pieno di mariachi. Il dottor Diamond disse che a Guadalajara c’è un college per mariachi, che ne sforna classi intere. Ma secondo me questi qui non avevano fatto neanche le superiori per mariachi.”

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Da dove sto chiamando

di Raymond Carver, Riccardo Duranti

Einaudi

“C’era la macchina di Vera, nessun’altra, e Burt ringraziò il cielo. Entrò nel vialetto e fermò la macchina proprio accanto alla torta che gli era caduta la sera prima. Era ancora lí: la teglia di alluminio rovesciata, un alone di ripieno alla zucca sparso sul cemento. Era il giorno dopo Natale. Il giorno di Natale era venuto a trovare la moglie e i figli. Ma Vera l’aveva avvertito. Gli aveva detto come stavano le cose. Se ne doveva andare prima delle sei, perché il suo amico e i figli di lui sarebbero arrivati per cena.”

Il nuovo sesso: cowgirl

di Tom Robbins, H. Brinis

Baldini & Castoldi

“La mia prima cowgirl l’avevo vista su un catalogo dei Sears. Avevo tre anni. Fino a quel momento avevo sentito parlare soltanto di cowboy. Dissi: «Mamma, papà, ecco cosa voglio che mi porti Babbo Natale». E per Natale mi regalarono un completo da cowgirl. Il Natale dopo ne ebbi un altro, perché il primo l’avevo ridotto ormai a brandelli. Chiesi un costume da cowgirl ogni Natale fino a che arrivai a dieci anni, poi i miei mi dissero: «Sei troppo grande, ora; Babbo Natale non ha dei costumi da cowgirl che ti vadano bene». «Balle», dissi io.”

 

Nessuno scompare davvero

di Catherine Lacey,‎ Teresa Ciuffoletti

SUR

È di nuovo Natale, mia cara. Ma dove va il tempo così in fretta? E guardò in su verso i rami dell’albero, ma i rami dell’albero non risposero, e comunque se avessero risposto le avrebbero detto che il tempo va a dormire, va di matto, va in vacanza, va a Milwaukee, va e va e va e non fa che passare, passare, passato. O forse il tempo è più come una persona che cammina per strada con due buste della spesa e una grata si spezza e quella persona e tutta la sua spesa piombano giù nelle fogne, e di colpo si ritrovano da un’altra parte, di colpo un casino di uova rotte e spiaccicate e latte versato dappertutto, perché la gente se ne va in giro pensando che non succederà mai niente fino a quando non succede qualcosa, proprio come il tempo, che adesso è qui e noi non lo notiamo se non quando non c’è più.”

 

Il peso

di Liz Moore,‎ Ada Arduini

Neri Pozza

“Fuori è ancora buio e alcune case hanno appena messo fuori le luminarie di Natale. Penso a Lindsay Harper e alle cose che a volte sogno di darle e per un momento sono felice. Credo che non sia troppo tardi per noi due. Se mi scuso con lei. Se mi apro con lei e le racconto le cose che finora ho tenuto nascoste a tutti gli amici che ho. Immagino la situazione: seduto a gambe incrociate davanti a lei nel suo seminterrato che profuma di fragola, le prenderei le mani, lascerei che le parole scorrano fuori da me come acqua, confesserei a Lindsay Harper tutti i miei peccati, tutte le mie paure, tutte le mie speranze. Poi le poserei la testa in grembo, la testa leggera, scarica. Potrei farlo. ”

 

Colla

di Irvine Welsh , M. Bocchiola

Guanda

“Sicurissimo. Non è stato Gally, lui non è fatto così. Aveva accoltellato alla mano quel ragazzo là, Glen, a scuola, ed è stata una cretinata, ma è tutta diversa che squarciare la faccia a uno. Adesso a Gally lo metteranno dentro. Il giorno di Natale è il suo compleanno. Mi ricordo quando chiedevamo se gli facevano il doppio dei regali, uno per Natale e uno per il compleanno. Adesso non gliene faranno un bel niente. Il piccoletto. È il migliore amico che potevo avere, cioè.”

Ho pensato che mio padre fosse Dio

di Paul Auster,‎ F. Oddera

Einaudi

“Avevo l’animo colmo dello spirito del Natale. Sapevo che in un modo o nell’altro era stato papà a guidarmi. Quella notte lo sentivo vicino come non mai. Mi sembrava di vederlo nelle stelle alte sopra di me, in ogni finestra illuminata, nell’albero che mi stavo portando a casa. Non ricordo se incontrai qualcuno lungo la strada. Probabilmente sí, e se cosí fu, dovetti offrire uno spettacolo ben strano: una bambina abbracciata a un abete grosso il doppio di lei, intenta a cantare sottovoce carole natalizie. Ma in quel momento non mi preoccupavano affatto i commenti della gente, lo so.”

 

L’albero velenoso della fede

di Barbara Kingsolver, Alessandra Petrelli

BEAT

“Per Natale la mamma ci regalò biancheria da ricamare. Sapevamo di non doverci aspettare troppo e, per non farcelo dimenticare, il sermone natalizio di papà fu tutto incentrato sulla grazia che bisogna avere nel cuore, per scacciare la bramosia delle cose terrene. Va be’. Come albero di Natale avevamo un ramo di palma conficcato in un secchio pieno di pietre. Mentre eravamo radunate lì intorno aspettando di aprire a turno i pacchetti dei nostri miseri e costruttivi doni, io fissai quel pietoso albero di Natale decorato con angeli di pasta di mandorle bianca che si stava scurendo ai bordi, e decisi che era meglio ignorarlo. Anche se hai appena compiuto quindici anni senza nemmeno una torta di compleanno, è duro essere così mature a Natale.”

 

I ragazzi Burgess

di Elizabeth Strout, S. Castoldi

Fazi Editore

Una settimana prima di Natale Susan comprò un alberello alla stazione di servizio. Zach l’aiutò a decorarlo in soggiorno e la signora Drinkwater scese al piano di sotto portando l’angelo da sistemare come puntale. Susan glielo lasciava fare tutti gli anni da quando la vecchia signora si era trasferita in casa sua, ma dentro di sé non le piaceva quell’angelo, un cimelio appartenuto alla madre della signora Drinkwater, con delle lacrime azzurre ricamate sulla faccia sbrindellata, gonfia per l’imbottitura di cotone. «È gentile da parte tua, mia cara, metterlo sul tuo albero», disse la signora. «A mio marito non piaceva, perciò non lo usavamo mai».”

 

Bar sport

di Stefano Benni

Feltrinelli

“Al bar ci scambiamo i regali. Sigari, cambiali, abbonamenti di tribuna. L’albero, decorato con krapfen e candele di motorino, lampeggia e spande intorno un calore confortante. È indubbiamente Natale. Tacchino per tutti. Ai malati dell’ospedale, dentro al brodo. Al carcere, al manicomio e in caserma. E a mezzanotte, ragazzi, un bel presentatarm a Nostro Signore. Oggi siamo tutti uguali: soprattutto i poveri, ospiti d’onore nei discorsi dei cardinali, nelle riunioni conviviali, nei servizi dei telegiornali. Oggi siamo tutti uguali. Il 26, però vado al Sestrière. Buon Natale.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #24: buon Natale, Raymond

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di ringhiera

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Ricordo benissimo la prima volta che ti ho incontrato. Te ne stavi lì, con le tue parole troppo semplici e risolutive. Io ti guardavo, ma non capivo. Forse non ero pronta. Poi ricordo ancora meglio quella sera. Tu eri sempre lo stesso, semplice e risolutivo, solo che nel frattempo io ero cambiata. Mi sentivo tanto sola, anche se al di là della parete si teneva una partita a carte molto affollata e molto alcolica. Sentivo solo il bisogno di essere compresa.

Mi ero sdraiata sul letto, la luce della lampada da tavolo accesa e una sigaretta nella mano sinistra. Poi ho pensato a te. Vedi Ray, io ti avevo sottovalutato completamente.

Pensavo che quel tuo essere così semplice e risolutivo fosse solo mancanza di parole. Pensavo che nella notte di Natale non ci si dovrebbe sentire mai così tristi e inadeguati. Pensavo che “che cazzo avranno questi da ridere così di gusto?” Pensavo che io a carte non ci so neanche giocare. Pensavo che in fin dei conti al mio dolore nessuno ci stesse facendo davvero caso.

Così ti ho visto entrare nella mia testa, nei miei occhi, nel mio cuore temporaneamente pietrificato dall’ennesima delusione. Era come se ti avessi lì, di fronte a me, pronta finalmente a farti tutte quelle domande che mi tormentavano da una quantità indefinibile di mesi, giorni, minuti. Ti lessi tutto d’un fiato, chiusi il libro e lo abbracciai così forte da farmi salire due lacrimoni spaventosamente reali. Non credevo fosse possibile, dopo essermi costruita l’ultima corazza di ghiaccio e pietra, sentirmi di nuovo vulnerabile.

Dopo credo di essermi addormentata, ti ho sognato mentre mi leggevi Da dove sto chiamando ed io ridevo e ti dicevo che prima dovevi chiamare tua moglie, anche se quello avrebbe significato correre il rischio di non ricevere risposta. Che la vita è tutta lì Ray, nel rischio di una non risposta.

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Il Calendario dell’Avvento letterario #23: un perfetto Natale bronteano

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Questa casella è scritta e aperta da Serena e Selene di The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

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Da sempre la tradizione natalizia ha un lato culinario decisamente interessante. A seconda delle epoche storiche e delle aree geografiche a cui guardiamo, possiamo abbinare al Natale cibi tipici: che si tratti di Pandoro o Panettone, di Stollen o Christmas Pudding, di casette di pan di zenzero, omini di panpepato, o di Bûche de Noël, viene sempre l’acquolina in bocca durante le feste! Ma cosa mangiavano, a Natale, le nostre care sorelle Brontë? C’era qualche prelibatezza culinaria tipica dello Yorkshire negli anni ’50 del 1800, che si associava particolarmente alle feste natalizie?

Come sempre Elizabeth Gaskell, prima biografa di Charlotte, ci viene in aiuto in questi casi, e sfogliando le pagine della sua Vita di Charlotte Brontë troviamo più di qualche riferimento molto interessante. La Gaskell ci racconta infatti l’autrice di Jane Eyre in una veste intima, alle prese con le tradizioni di Natale e più nello specifico con qualcosa che ha che fare con il cibo. Nel capitolo XIII leggiamo di un episodio accaduto nel 1854: “Il giorno di Natale si recò a piedi, col marito, dalla povera vecchia (che in giorni meno felici le aveva chiesto di andarle a cercare un vitello che si era smarrito) portandole un grosso dolce di zenzero per rallegrarle il cuore. Il giorno di Natale molte umili tavole in Haworth furono allietate dai suoi doni.”

Dunque apprendiamo che era usanza fare visita ai vicini e portare in dono dolci durante i gironi di Natale. Ma concentriamoci su questo “dolce allo zenzero”: si tratta di una Yorkshire Spice Cake, un dolce tradizionale che sembra essere collegato allo Yorkshire Main Bread. Veniva servito con il formaggio, e nei romanzi delle sorelle Brontë diverse volte incontriamo riferimenti a “cake and cheese”, “spicy cake” e “Christmas cake”, tutti in capitoli natalizi. Sappiamo anche che parte del materiale utilizzato nei loro romanzi ha una matrice autobiografica, e possiamo dunque supporre che questa Christmas Cake fosse una delle usanze natalizie al Parsonage (la Gaskell, in fondo, conferma questa teoria con il racconto di pocanzi).

In un delizioso libro natalizio che possediamo, The Brontës’ Christmas, abbiamo trovato la ricetta di qualcosa che probabilmente somiglia molto proprio a quel dolce di cui tanto scrive Charlotte: si tratta, in questo caso, di una Christmas Spice Cake tipica di quell’area perduta nelle brughiere del West Riding. La ricetta è dei primi anni del 1900, ma è di sicuro la cosa più vicina che abbiamo a quella usata al Parsonage. Se volete cimentarvi in un dolce natalizio e fare un salto indietro nello Yorkshire di oltre cento anni fa, non dovrete fare altro che: scegliere una cupa giornata di pioggia, mettere su delle carole di Natale per creare la giusta atmosfera, accendere tutte le lucine dell’albero, indossare un bel grembiule da cucina, e seguire questa ricotta.

Ingredienti:

900 gr di farina

200 gr di burro (circa)

450 gr di uvetta

200 gr di uva sultanina

200 gr di zucchero di canna

4 uova

50 gr di scorze miste di agrumi

30 gr di lievito

½ noce moscata

1 cucchiaino di cannella

½ bicchiere di latte

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Mescolate il lievito al latte caldo, coprite e lasciate lievitare. Nel frattempo mettete la farina e un pizzico di sale in una ciotola precedentemente riscaldata. Aggiungete il burro, la pasta lievitata, lo zucchero, il resto del latte caldo e mescolate. Coprite il tutto e lasciatelo riposare per 20 minuti. Poi impastate l’impasto e lasciatelo riposare ancora un’ora. Sbattete le uova e aggiungetele all’impasto insieme all’uvetta e alla cannella. Dopo aver mescolato tutto lasciate riposare un’altra ora. Infornate il tutto nel forno preriscaldato a 160° e attendete la cottura (circa un’ora).

Quando sarà pronto vi raccomandiamo una comoda poltrona di fronte all’albero di Natale, una morbida e calda coperta, e la vostra copia preferita di Jane Eyre. Ecco qui: tutto pronto per un perfetto Natale bronteano!

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Il Calendario dell’Avvento letterario #22: io che in settimana bianca non ci sono mai stata, ma con Carrère sì

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Questa casella è stata scritta e aperta da Federica de Il lunedì dei libri

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Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale e, cosa importante per la storia che sto per raccontarvi, non sono mai stata in settimana bianca con la scuola.

Non ho mai imparato a sciare, a dire il vero. Avrei avuto più di qualche problema a restare in equilibrio, dicono. Poco male, già mi vedevo rotolare giù dal pendio, diventando una piccola e man mano sempre più grande palla di neve umana. Eppure ricordo che alle medie una professoressa insistentemente provò a convincermi. Per andare in settimana bianca, dico. Chissà per quale motivo avrei dovuto far spendere dei soldi ai miei per andare sulla neve, se proprio non posso mettermi un paio di sci ai piedi. La neve, per fortuna, l’ho vista in altri contesti, anzi: scendeva proprio a fiocchi qualche giorno fa mentre pensavo a che forma dare a quest’articolo.

Quindi io di settimane bianche ne so meno di niente. Mi pare di capire che intorno a queste esperienze compiute spesso e volentieri massimo in età adolescenziale aleggino sempre misteri, quei segreti non detti che però sanno tutti e sguardi d’intesa. Volevo scoprirne di più e farlo grazie a una buona (buonissima) penna, così sono andata in libreria e ho preso La settimana bianca di Emmanuel Carrère, nell’edizione Adelphi con la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Com’è stato per me leggere La settimana bianca? In una parola: esaltante. Un romanzo breve, poco più di centotrentapagine. Pieno di neve, di bianco, di freddo, ma anche di mistero, di nero, di quel calore che però non rassicura. Sconvolge. Un noir che è una storia ben raccontata e che diventa anche quasi un romanzo di formazione, di crescita e di crudo impatto con le difficoltà. Protagonista è Nicolas, ragazzino che in quella settimana bianca sembra quasi un pesce fuor d’acqua e che proprio in questa situazione capirà molto di più sulla propria vita e sulle persone che ne fanno parte.

La settimana bianca è stato il mio primo Carrère. Adesso non vedo l’ora di recuperare tutta la sua produzione letteraria. Un romanzo che vi consiglio se volete trascorrere una di queste sere natalizie a colpi di camino, divano, copertina e voglia di scoprire cosa sta succedendo sulla neve.

Ma loro non sarebbero usciti. Sarebbero rimasti tutta la notte stretti nel loro rifugio, trincerati nel cuore del carnaio, con le guance bagnate da un liquido caldo, forse il sangue di una ferita o le lacrime dell’altro. Sarebbero rimasti lì, tremanti. Nella notte senza fine. Magari per non uscirne mai più.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #21: Nero Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia de Il mondo urla dietro la porta

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Su cosa sia un racconto non si spenderanno mai abbastanza parole. Narrazione in prosa dalla durata fulminea, che è in grado di riverberare nella mente del lettore per molto tempo donando alla storia una completezza temporale e vitale. Su cosa sia un ricordo sarà impossibile pronunciarsi perché il suo racconto è avvolto da un fascino tutto personale.

Entrambi, però, condividono una correlazione complementare quando si tratta di affiancarli al Natale. Quando il racconto si fa ricordo assume la consistenza di un sogno (o di un incubo) e rischia di perdersi nei nuovi dettagli aggiunti dall’oralità: ricordi quando hai scoperto che Babbo Natale non esisteva? Ti sei sentito grando e maturo conservando per te la malinconia della sorpresa. Quando il ricordo si fa racconto diventa una pietra da incastonare nella memoria degli anni successivi, una commemorazione segreta e personale richiamata dalla ricorrenza della festa. C’è chi ricorda la dolcezza degli addobbi di Natale, uguali tutti gli anni e rassicuranti proprio per questo. C’è chi ricorda una mancanza e non ha intenzione di festeggiare. C’è chi vuole essere un’assenza e non festeggerà mai. Dal candore delle luci e dal calore della tavola esala un sentimento contrastante che ha l’occasione di rigenerarsi anno per anno. Non esistono natali definitivi perché ognuno è diverso dall’altro.

Sicuramente il racconto di Natale ha in sé sfumature infinite, ognuna caratterizzata dal tratto distintivo dell’autore che l’ha scritto. Ma, se volessimo riconoscere una caratteristica generale che fa eco proprio dal Canto di Natale di Dickens, potremmo riconoscere il mistero del racconto. Prescindendo dal riferimento religioso, il Natale è una pausa di festa in cui è probabile che si debba convivere l’impegno collettivo a rimpinzarsi insieme, amati e odiati, felici e tristi. Proprio per sondare i misteriosi accadimenti dell’animo umano e del soprannaturale, esulando dai festeggiamenti veri e propri, viene in soccorso Nero Natale. Nove racconti da brivido, raccolta di racconti pubblicata da Einaudi e curata da Luca Scarlini.

Quando non ti restano che i ricordi, li custodisci e li rispolveri con particolare cura.

Così la governante dai nobili natali rimane fedele alla sua missione portando il nome, la tradizione e il ricordo al di là del ceto sociale. È la baronessa ne I lupi di Cernogratz, racconto fulmineo di Saki che qui dimostra l’abilità del misticismo andando oltre i suoi racconti di humor nero. La tradizione del clima conviviale però si fa cupa per Hawthorne nelle storia Il banchetto di Natale, perché un nobile investe parte della sua ricchezza per riunire al tavolo una serie di figure tragiche e mai realmente felici nella vita. Il Natale risulta essere un periodo ben più funesto del resto dell’anno, ma non si ha intenzione di risollevare gli animi degli astanti perché uno scheletro è a capotavola, sempre pronto a ricordare loro la sofferenza.

Parte dei racconti della raccolta è attraversata da un imperativo inevitabile: la celebrazione di una tradizione a tutti i costi, che assume i contorni delle persone che la festeggiano. Il Natale di un visitatore sperduto nella sua terra natia seguirà la commemorazione degli avi. Un’atmosfera putrescente e mefitica s’innalza dai sotterranei di una città fantasma nel racconto di Lovecraft, La ricorrenza: affresco gotico perfetto che smorza il romanticismo di un periodo che ha più a che fare con una sacralità sinistra.

L’unicità del Natale è in grado di travolgere l’andamento tipico della fiaba andando su sfumature che conosciamo grazie a Nightmare Before Christmas. Frank L.  Baum compone Il rapimento di Babbo Natale, un’avventura dei demoni dell’Invidia, dell’Odio, dell’Egoismo, della Malizia e del Pentimento alle prese con sentimenti che alla fine non si riveleranno del tutto malvagi.

E, infine, il Natale dei detective. Sherlock Holmes con il racconto L’avventura del carbonchio azzurro e di Hercule Poirot con L’avventura del dolce di Natale: due viaggi deduttivi che solo nell’apparenza si svolgono nel clima natalizio.

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Di certo una raccolta non esaustiva sui racconti di genere per il Natale, ma di sicuro un buon modo per conoscere un’atmosfera inedita. È proprio in questo modo che i racconti portano a compimento la loro missione: mostrare un lato diverso e creare una duplice percezione tra il brivido e la sorpresa.

 

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #20: ritorno a Christmasland

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Che cosa saresti disposto a fare per passare la vita in un posto in cui ogni mattina è la mattina di Natale?

Non so cosa sarebbe disposta a fare la gente normale per vivere over and over la mattina di Natale. Io so che, dopo qualche giorno, sarei colta da un’ansia non indifferente e cercherei in tutti i modi di scappare via, colta da un attacco di panico e un principio di follia omicida. Mi rincuora sapere che non sono l’unica sulla faccia della Terra, perché come me, lo stesso deve pensare la famigerata famiglia King. Sì, sì, proprio quei King, avete capito bene.

 L’odore di cannella, un buon bicchiere di vin brulé, il dolce scoppiettio della legna che arde felice nel camino, le luci intermittenti dell’albero di Natale e la musichetta forzatamente allegra devono costituire uno dei peggiori incubi della famiglia King, o perlomeno dei suoi figli. Ok, va bene, va bene, di un solo: Joe Hill.

Dietro i cinnamon rolls, i simpatici pupazzi di neve, le lucette led colorate, le ghirlande profumate, gli ettolitri di eggnog, gente, non si nasconde un mondo ideale ma il male più assoluto.

Scommetto che l’idea più romantica che Joe Hill ha del periodo natalizio è quella in cui non esiste il classico Babbo Natale, ma il protagonista di tutto è Babbo Nachele, che spaventa i bambini a bordo della sua mostruosa slitta, guidata dal fantasma di un cane e dagli scheletri di tre renne.

Crescere con un padre come Stephen King, che riesce a rendere mostruose anche le vicende più normali – e mi riferisco ad esempio a Misery, che mi ha scosse non poco quando lo lessi da giovane lettrice, dove una semplice fan viene trasformata dal Re in una pazza senza scrupoli che, raga, smetto di pensarci altrimenti non dormo stanotte –, non deve essere affatto cosa semplice. Certo è che la propensione all’orrore del proprio padre deve, necessariamente, far scattare qualcosa anche in te, figlio ignaro.

Perché dico questo? Dico questo perché solo qualcuno che possiede gli stessi geni del Re poteva anche solo pensare di immaginare un romanzo come NOS4A2 (e perché solo io, che ho un rapporto strano con il Natale, potevo trovarlo il libro giusto da leggere in questo periodo).

Se Stephen King mi chiedesse cosa sarei disposta a fare per vivere ogni giorno la mattina di Natale, avrei paura. Voi no? Considerando che Joe Hill è decisamente il figlio del Re, la domanda assume tutto un altro significato, per niente rassicurante.

Nel mondo magistralmente creato in NOS4A2, Christmasland è un parco giochi a tema natalizio dedicato, secondo Charlie Manx – un personaggio abbastanza inquietante dai denti marroni che guida una Rolls Royce –, a quei bambini che, se non vengono salvati dalle grinfie delle loro disastrate e malvagie famiglie, perderanno la loro innocenza, vivendo una vita misera e terribile. Grazie a lui, invece, vivrebbero per sempre, felici e spensierati, in un mondo parallelo, circondati da fontane di cioccolato, piogge di candy cane, caramelle e marshmallow, alberi di zucchero filato perennemente addobbati e cascate di coloratissimi doni.

Un parco giochi che io, con un po’ di ansia e paura – lo ammetto -, ho immaginato come una versione 2.0 de La Fabbrica di Cioccolato, con i folletti e le renne al posto degli Umpa Lumpa e un uomo a bordo di un’auto nera al posto di Willy Wonka.

Manco a dirlo, Christmasland non si avvicina neanche lontanamente a tutto questo, altrimenti non sarebbe un libro scritto da un parente prossimo di Stephen King.

Di fatto, Charlie Manx non salva proprio nessuno, come potevate immaginare, ma rapisce i bambini mentendo a loro e anche ai pochi adulti che, nel corso della sua lunghissima vita, lo hanno servito fedelmente, diventando i lacchè che si occupano delle sporche questioni burocratiche, passatemi il termine. Convinti di salvare povere creature in difficoltà, di fatto contribuivano a popolare un parco giochi che di sereno e spensierato non aveva proprio nulla.

Un romanzo a tratti disturbante, ma che trasmette un messaggio che è bene tenere sempre presente: non è tutto oro quello che luccica. E voi, amanti sfegatati del Natale che sareste disposti a tutto pur di giocare a tombola tutto l’anno sgranocchiando torrone e piccoli panettoni, state bene attenti: mai fidarsi di un estraneo che vi ci avvicina in macchina e vi promette un mondo dove tutti i giorni è la mattina di Natale, potreste pentirvene amaramente.

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Il Calendario dell’Avvento letterario 19: elogio della gentilezza

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Questa casella è scritta e aperta da Celeste di Una stanza tutta per me

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Forse uno degli spot più famosi d’Italia, quello della Bauli per il pandoro natalizio, è rimasto in testa un po’ a tutti quelli che hanno acceso la televisione nell’ultimo decennio: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai […]è Natale e a Natale si può dare di più”, così canta un coro di adorabili bambini.

Ora: giusto e sbagliato che sia, io ho sempre avuto un debole per questa patetica opera di marketing, ed il motivo credo sia proprio il richiamo subdolo ad essere di più. Per me questo dare di più era sintomo di altruismo e gentilezza, in un momento dell’anno in cui si può regalare pochi attimi di gioia e un tanto di tempo e affetto alle persone a cui vogliamo bene, la Bauli ti dice che si può dare di più, e lo si può fare proprio a Natale.

E, cara Bauli, mi tocca darti ragione. Mi avvalgo dell’aiuto di due maestri americani, David Foster Wallace e George Saunders, che rispettivamente nel 2005 e 2013 hanno trasformato un discorso per i laureati di due diversi college in piccoli trattati di filosofia, che hanno poi trovato la loro edizione cartacea: “Questa è l’acqua” per Foster Wallace e “L’egoismo è inutile” quella di Saunders.

È incredibile e potenzialmente magico che entrambi gli scrittori abbiano reputato importante concentrarsi sulla gentilezza, recitando prima di tutto un mea culpa. Il fatto è che essere gentili e altruisti tutti i giorni non è facile, è anzi quasi impossibile. La vita è piena di fastidi, grandi o piccoli, e di ostacoli che sommati insieme ci sembrano insopportabili; abbiamo l’innata tendenza all’egocentrismo che non si scrolla di dosso nemmeno piangendo.

In Questa è l’acqua, David Foster Wallace la descrive così: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa formadi naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se,sotto sotto, ci accomuna tutti.”

George Saunders, in L’egoismo è inutile, rincara la dose: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti) […] campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero […] è essere meno egoisti.”

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Diciamolo, liberiamoci di questo peso: sì, siamo egoisti. Siamo noi stessi, e nessun’altro può aver idea di cosa significhi vivere nei nostri panni. Abbiamo problemi che affrontiamo in prima persona, subiamo perdite, momenti stressanti e periodi bui; per noi è importante star bene e far di tutto per assicurarci di non dover soffrire.

Vogliamo essere ancora più onesti? Alle volte l’egoismo è necessario, può essere la condizione che ci permette di abbandonare situazioni distruttive per il nostro bene; l’egoismo, a volte, è positivo.

L’egoismo – e la gentilezza, di conseguenza – di cui sto parlando, però, è di una natura più subdola, è quella quotidiana, quella che ormai passa in sordina. Ovviamente Foster Wallace la descrive meglio di quanto mai potrei fare io:

“Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti […] il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giú di corda ogni volta […], perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo […] Certo che è proprio un’ingiustizia […] se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv,[…] che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti.”

E adesso, in tutta onestà, non siamo forse tutti noi, questi descritti? Il mattino adesso è freddo, a volte piove, tutti vanno a lavoro. Se nevica, le strade si bloccano. I trasporti non funzionano, gli scioperi ci sono sempre quando proprio non ce lo meritiamo. E suoniamo i clacson, camminiamo battendo i piedi con forza per mostrare disappunto, sbuffiamo abbassandoci sotto l’ombrello altrui borbottando come una pentola a pressione. In più, i centri storici sono impraticabili: tutti a fare i regali, i turisti, il ponte dell’Immacolata. Ma tutti all’ultimo, questi regali? Beh:

“Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale.” ammette Foster Wallace.

Adesso mi spiego meglio: nella vita cerco di essere gentile, ma a Natale un po’ di più. E’ un’occasione per ricordare e ricordarci quanto renda felice essere altruisti, senza indugiare in “malinconie inessenziali”, come le chiamava Calvino. Diciamo che sarebbe bello sfruttare questo momento propizio per impegnarsi a uscire dal proprio mondo individualistico e pensare.

Cosa pensare, dunque? “Posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia.” suggerisce sempre Foster Wallace. Se scegliete di riflettere, allora “Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla.”

Da quando ho letto questi passaggi, sono rare le volte in cui mi trovo ingrovigliata nel traffico e non penso a David Foster Wallace. D’altronde, quella mentalità predefinita cosa mi porta? Stress e nervosismo, che non fa altro che aggiungersi a quello già accumulato dal mondo.

Quello che è vero, d’altra parte, è che siamo tutti ingrovigliati nel traffico, al freddo, sotto Natale; che da una parte se ci pensate, è veramente quasi poetico.

Vi voglio augurare qualcosa, per questo periodo dell’anno forse più stressante che gentile: un Natale pateticamente felice e gentile, adornato da momenti in cui il nostro egocentrismo riesce a mettersi da parte. Ma vi auguro soprattutto di tornare con il pensiero a Foster Wallace quando sarete in coda al supermercato.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […], ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.”